lunedì 28 aprile 2014

ANDREA SCHROEDER


  
 Andrea Schroeder Where the Wild Oceans End
[Glitterhouse 2014]

www.andreaschroeder.com

 File Under: In Berlin, by the wall…
di Nicola Gervasini (25/03/2014)
Se non ne avete mai sentito parlare, sappiate che la giunonica dark lady berlinese Andrea Schroeder si era già fatta notare con l'album Blackbird, il suo fascinoso disco d'esordio di due anni fa. Quando si parla di lei pare obbligatorio il paragone con Nico, con la quale condivide stazza fisica, nazionalità, e anche il modo profondo e vibrante di usare la voce, così come pare inevitabile citare la romantica durezza di Marlene Dietrich. Ma se in quel primo album si notava più lo stile delle canzoni, per il secondo capitolo - Where The Wild Oceans End - la Schroeder ha puntato sulla sostanza e ha ridefinito il suono. E chi meglio di Chris Eckman poteva portare in dote quel tocco americano misto al gusto mitteleuropeo necessario ad una simile svolta, lo stesso che ormai da anni costituisce il marchio di fabbrica della sua casa di produzione?

Sotto la guida della mente dei Walkabouts, le canzoni di Andrea Schroeder acquistano una forma definita, arrivando finalmente a toccare i livelli desiderati in episodi come Ghosts Of Berlin o l'iniziale Dead Man's Eyes. Certo, poi è naturale che l'episodio che risalta subito (e che, non a caso, è stato scelto anche come singolo) è l'azzeccatissima versione di Helden, la sorella tedesca di Heroes (che lo stesso David Bowie cantò in tedesco per omaggiare lo spirito berlinese che animava i suoi dischi della seconda metà degli anni settanta), ma non sfugga la crescita della Schroeder come autrice, in grado di vestire i panni che competono solitamente a Carla Torgerson in una acustica e decisamente rootsy Fireland (che davvero rammenta i migliori Walkabouts di due decenni fa). Il nebbioso tocco berlinese comunque non manca, e lo si sente nel rintocco di piano di The Spider (che ricorda tanto quello di Sense Of Doubt, sempre dal Bowie di Heroes), nel numero da cabaret alla Ute Lemper della title-track, nel blues infernale alla Nick Cave di The Rattlesnake, o in una Summer Came To Say Goodbye che sarebbe piaciuta molto a Jim Morrison.

Il tutto sempre con un'aria decadente e velvettiana che rappresenta insieme il pregio e il limite del disco, laddove l'eredità dei riferimenti continua a rimanere pesante. Ma il passaggio da un produttore decisamente preponderante come Eckman sembra essere un passaggio obbligato per imparare la nobile arte dell'espressione di una propria definita personalità (pensate a come anche i dischi di due autori molto diversi tra loro come Steve Wynn e Terry Lee Hale, da lui prodotti in anni recenti, suonino molto simili, o come la sua mano sia riconoscibile anche nelle vene della canzone d'autore italiana dell'Evasio Muraro di Scontro Tempo). In ogni caso Where The Wild Oceans End conferma una nuova interessante artista, tra l'altro ben supportata da una validissima band, che vede nella violinista Catherine Graindorge e nell'ottimo chitarrista danese Jesper Lehnkuhl (uno che ha studiato bene i corsi di Lou Reed e Tom Verlaine) gli elementi da tenere d'occhio.

giovedì 24 aprile 2014

AJ CROCE


 A.J. Croce Twelve Tales
[Compass/ IRD 
2014]
www.ajcrocemusic.com

 File Under: That's him in the same bar

di Nicola Gervasini (12/03/2014)


In un era ormai lontana, in cui l'invasione dei figli d'arte era ancora considerata una curiosa moda del momento e non la logica evoluzione della specie del rock and roll, A.J. Croce è stato uno di quei nomi su cui tutti abbiamo scommesso qualcosa. Dopo un esordio già promettente (prodotto da T-Bone Burnett), dischi come That's Me in the Bar (1995) e Fit to Serve (1998) lo avevano lanciato come una sorta di evoluzione moderna di Dr. John, grazie al suo stile a metà tra il tipico sound di New Orleans e il Tom Waits degli esordi. Poi però il ragazzo si è un po' perso nel tentativo di accedere agli anni 2000 con un investitura più pop e un sound meno sporco. Forse Transit del 2000 è stato anche ingiustamente ignorato dai più, ma è innegabile che il nostro eroe non si è più ripreso, cadendo in un inaspettato oblio.

Per questo Twelve Tales va salutato un po' come un comeback-record, non tanto perché lui se ne sia mai andato (da allora ha prodotto altri tre album), quanto perché comunque il suo tentativo di suonare e apparire più cool non ha avuto effetti positivi né in termini di critica che di nuovo pubblico. Guardarsi alle spalle può anche suonare come una sconfitta, eppure Twelve Tales non è solo un completo ritorno al sound dei suoi anni 90, ma anche un intelligente modo per trovare una sintesi tra le sue diverse nature. I brani sono molto differenti tra loro, risultato anche di diverse session in tre città differenti (Nashville, New Orleans, Los Angeles), con un cast stellare in cabina di produzione quanto variopinto. Allen Toussaint, il mitologico "Cowboy" Jack Clement (morto l'anno scorso, proprio poco dopo queste incisioni), il redivivo Mitchell Froom, il contrabassista Greg Cohen e esperti veterani come Kevin Killen e Tony Berg si sono riuniti per ridare nuova linfa vitale a dodici brani che lo rilanciano se non altro come autore da seguire.

Croce intanto torna ad esaltarsi al piano (Call Of Love e Easy Money stanno in piedi praticamente grazie allo scorrere fluido delle sue dita sulla tastiera), ma ritrova anche il suono dei suoi esordi grazie ai fiati di Shining o nella splendida ballata finale di The Time Is Up (quanto sarebbe piaciuto ad Eddie Hinton un brano così?). Spesso si concede qualche variazione sul tema (Momentary Lapse of Judgement si nutre dell'aria di Nashville, What Is Love lo vede addirittura calpestare le orme del padre Jim), ma l'album inizia alla grande con il delizioso singolo Right On Time e una ballatona roots come Always Evermore, e già alla seconda canzone ci si sente come quando si ritrova un amico dopo lungo tempo. Anche se poi, alla fine, Dr John continua ad essere più moderno di lui.

martedì 22 aprile 2014

JEFF FINLIN


 Jeff Finlin 
My Moby Dick
[
Bent Wheel/ IRD 
2014]
www.jefffinlin.com

 File Under: Melville rock

di Nicola Gervasini (25/02/2014)
Sembra incredibile, ma all'alba del 2014, dopo più di vent'anni di carriera, Jeff Finlin non ha una sua pagina di Wikipedia. Non che sia obbligatorio averla, ma se è vero che, volenti o nolenti, lo scibile umano sembra destinato ad essere riassunto in quelle pagine, pare incredibile che nessuno si sia mai preso la briga di scrivere due righe su questo cantautore americano di Cleveland. Fosse anche solo per ricordare i suoi cinque minuti (quindici parevano troppi) di celebrità come autore di una delle canzoni più toccanti della colonna sonora di "Elizabethtown" di Cameron Crowe (il brano era Sugar Blue). Non aiuta il fatto che la sua discografia degli anni 90 è oggi pressoché introvabile (ma il consigliatissimo esordio Highway Diaries si riesce ancora a reperire), tanto che neanche lui la può vendere dal suo sito.

Da qualche anno però Finlin ha preso in mano la sua arte e pubblica con regolarità dischi ben prodotti, ben scritti e sempre ben suonati, cantati con quella sua voce acida e roca a metà tra Dylan e Dan Zanes. Non fa eccezione My Moby Dick, disco autofinanziato grazie al crowdfunding e prodotto con John McMahan (tra gli artisti da lui serviti ricordiamo Kevin Gordon, Patrick Sweany e Markus Rill). Rispetto ai suoi buoni predecessori (da riscoprire l'accoppiataAngels In Disguise del 2007 e Ballad Of A Plain Man dell'anno successivo) si nota magari un tono meno rauco e qualche chitarra urbana in meno, con più enfasi su registri riflessivi, tanto che dopo una interlocutoria Walking In The Air, l'highlight del disco arriva con I Killed Myself Last Night, brano con un arrangiamento di tastiere che può ricordare anche il John Grant più etereo. Con la tesa Big Sun Going Down si torna comunque nel folk-rock da strada, grazie anche ad un bell'intervento dell' acida sei corde di McMahan, ma Language of Love riporta subito tutto ad atmosfere rarefatte alla Chris Eckman decisamente insolite per Finlin, così come la complessa It Did't Rain That Year.

Non sembra avere fretta stavolta Finlin, si culla sul giro acustico di Going Nowhere scoprendo un lato malinconico fino ad oggi rimasto sempre tra le righe. Anche quando potrebbe urlare, come nella ironica Woke Up Insde a Revolution, pare frenato, attento a non esagerare. Alla fine forse il tono dimesso sembra far mancare qualcosa al disco, quando anche l'heartland-rock di Red Dirt Land forse avrebbe necessitato può foga. Non cambiano registro Ohio e Come As You Are (niente a che vedere con Neil Young e Nirvana), la seconda notevole ballata condotta con il co-pilot Kevin Gordon alla voce. Chiude bene Gloriuos Day un album in cui la letteratura evocata anche dal titolo prende il sopravvento sul bisogno di ritmo. Una pausa di riflessione importante, anche se non completamente riuscita.

sabato 19 aprile 2014

DAVID CROSBY


 David Crosby 
Croz
[
Blue Castle /Warner 
2014]
www.davidcrosby.com

 File Under: the coolest déjà vu

di Nicola Gervasini (13/02/2014)
Per entrare nelle viscere di Croz si potrebbe partire dalla foto di copertina. Non perché sia particolarmente notevole dal punto di vista tecnico, ma solo perché lo sguardo di David Crosby non è rivolto al pubblico (come invece lo era quello di Oh Yes, I Can del 1989), ma continua a guardare oltre, in un altrove dove si trova quella terra promessa tanto sognata nei suoi anni giovanili. Ma ancor più significativo è il fatto che la foto sia stata scattata da suo figlio Django, il quarto della sua lunga e tribolata vita (se non si contano anche i due figli regalati con inseminazione artificiale a Melissa Etheridge). Uno scatto che coglie un padre che non si è fermato, ancora intento a pensare ad un mondo tutto suo, non ancora pronto per gli onori e riconoscimenti di fine carriera e per il meritato retirement a godersi i nipotini.

Crosby è uomo noto per la sua iper-sensibilità, uno che ha ancora l'innocenza di soffermarsi a cogliere l'aspetto tragico e umano di un gruppo di prostitute intente a convincere un branco di immondi ubriaconi a passare la notte con loro (If She Called). Non combatte più in prima linea, è ormai fuori dal grande giro, e troppe sconfitte lo hanno reso ancor più placido. Ma in fondo non si è arreso. Di fatto le maggiori case discografiche si sono rifiutate di pubblicare un suo nuovo disco di inediti, e allora Croz se l'è autofinanziato e autoprodotto (in studio la regia è stata comunque dello scafato Daniel Garcia). E anche le guest stars (un Mark Knopfler che dona un'aria da hit-single all'inziale What's Broken e un Wynton Marsalis che gigioneggia in Holding On To Nothing) pare che abbiano concesso i loro servigi da lontano e senza richieste di compenso. Per Crosby questo ed altro. Non fosse altro che, sebbene non aggiunga nulla a ciò che già sapevamo di lui e della sua splendida musica, Croz è un bel disco, figlio non tanto dei suoi lavori solisti (non c'è nulla qui dello spirito comunitario di If I Could Only Remember My Name, né della spavalderia da comeback di Oh yes, I Can, né tantomeno della sorniona furbizia pop di Thousand Roads), quanto della felice esperienza con i CPR (due album più che interessanti pubblicati tra il 1998 e il 2001).

James Raymond è sempre al suo fianco infatti, di fatto mette penna, tastiere e pure qualche pizzico di elettronica un po' ovunque, magari deludendo chi si aspetta ancora una nuova Almost Cut My Air, ma facendo felice invece chi ancora sta sognando sulle note di Guinnevere o Laughing. Undici brani lievi e smussati, in cui solo Set That Baggage Down tira fuori un po' la unghie (il brano è suonato e co-firmato dall'ex Lone Justice Shane Fontayne), mentre per il resto David si culla sul timbro da brividi della sua ugola, infilando alcune piccole gemme come The Clearing, Radio oSlice Of Time. Non basta per riscrivere una nuova storia, ma Croz resta uno dei déjà vu più indispensabili degli ultimi fuochi del classic rock.

giovedì 17 aprile 2014

AUTUMN DEFENSE


 The Autumn Defense Fifth
[
Yep Roc/ Audioglobe 2014]
www.theautumndefense.com
 File Under: american pop
di Nicola Gervasini (05/02/2014)
Un giorno bisognerà commissionare a qualcuno un attento studio su quanto Pat Sansone pesi nell'economia creativa dei Wilco. Dietro figure pesanti e pensanti come Jeff Tweedy o il chitarrista Nels Cline, Sansone è da sempre il membro silenzioso, il "varie e eventuali" che suona all'occorrenza chitarre o tastiere, il personaggio che, ad un orecchio superficiale, potrebbe anche apparire come superfluo. Eppure Tweedy non ha mai rinunciato a lui, e quando Sansone ha dato sfogo al suo ego con gli Autumn Defense, non ha mai sbagliato un colpo. Nati nel 2001 come side-project estemporaneo del bassista John Stirratt, gli Autumn Defense hanno prodotto pochi dischi, tutti comunque belli e affascinanti come Circles, il bellissimo album omonimo del 2007 e il più controverso Once Around del 2010. Opere composte da un country-rock etereo e rallentato, parente stretto della matrice usata dai Wilco, ma spesso perso in un mondo artistico alternativo e meno sperimentale.

Fifth conferma quanto il progetto viva ormai di vita autonoma, e non è detto che un giorno Stirratt e Sansone non decidano di dedicarcisi a tempo pieno, come successo con la scissione definitiva tra Okkervil River e Shearwater. Rispetto ai precedenti capitoli il duo rinuncia solo leggermente a quel tono autunnale (sarà colpa del nome scelto…) e rarefatto che aveva appesantito Once Around, in favore di una maggiore apertura melodica. Dopo l'interlocutoriaNone Of This Will Matter, che sembra far presagire percorsi sonori già noti, This Thing That I've Found catapulta tutti in melodie country-beatlesiane che fanno pensare ai Jayhawks di Rainy Day Music. Di fatto più che a Jeff Tweedy, Stirratt e Sansone sembrano ispirarsi a Gary Louris, innamorandosi spesso delle proprie melodie e infarcendole di archi, arpeggi jingle-jangle e impasti vocali. Il tono malinconico resta comunque preponderante (Can See Your Face è la colonna sonora ideale per i vostri momenti di struggimento), la tendenza ad estetizzare il più possibile continua ad essere il marchio di fabbrica (I Want You Back, che sarebbe piaciuta ai Beach Boys), ma pare evidente l'intenzione di rendere Fifth l'episodio più "pop-oriented" del loro catalogo (con Why Don't We o The Light In Your Eyes sfociamo nell'easy-listening puro).

Operazione riuscita, perché il valore del songwriting è davvero cresciuto a dismisura (Can't Love Anyone Else è il brano che i Jayhwaks non sono riusciti a scrivere in occasione della recente reunion), Under The Wheel è dotata di una grazia davvero rara e degna del migliore cantautorato west-coast oriented degli anni settanta. Permane forse quell'aria un po' da freddi professionisti tipica di due personaggi che nascono comunque come session-men da back office, una perfezione formale che a qualcuno potrebbe anche sembrare eccessiva, ma Fifth è un bellissimo trattato di musica americana semplice e di immediato impatto che, anche grazie a qualche nuovo coraggioso paladino (i Dawes ad esempio), non esce mai completamente fuori moda.

  

lunedì 10 marzo 2014

FLESHTONES


  
 The Fleshtones Wheel of Talent
[
Yep Roc/ Audioglobe 2014]
www.yeproc.com/artists/the-fleshtones

 File Under: fun fun fun

di Nicola Gervasini (27/01/2014)
The road goes on forever, and the party never end cantava anni fa Robert Earl Keen (o Joe Ely, o gli Highwaymen, a seconda di quale versione possedete). E adesso cosa c'entra Keen con i Fleshtones? Direte voi. Nulla, ma la frase mi è rimbombata in testa durante i 33 minuti di ascolto del nuovo album Wheel Of Talent. Perché forse non ve ne sarete accorti, ma una delle band più scoppiettanti degli anni ottanta, una delle poche che riusciva ad essere talmente underground da risultare completamente ignorata anche nei propri anni d'oro, non ha mai smesso di pubblicare dischi e calcare i palchi delle più scalcagnate bettole del globo (anche in Italia si ricorda qualche loro passaggio in anni recenti). Per loro infatti la festa non è mai finita. E non stiamo parlando di quella festa che è la vita nonostante tutto come la intendeva il Keen (contando che il protagonista della sua canzone alla fine moriva su una sedia elettrica), ma della festa vera, quella che si fa nelle cantine tra fiumi di birra, ragazzi stonati d'alcool e fanciulle urlanti (e non vado oltre con i particolari).

Perché Peter Zaremba e soci sono un po' come Hiroo Onoda, quel giapponese che ha passato 30 anni nella giungla a combattere perché nessuno aveva pensato ad avvertirlo che la guerra era finita. Loro è dal 1976 che fanno party-music sixty-style incuranti di quello che gli accade intorno. Probabile che ogni tanto abbiano messo anche fuori la testa, ma è certo che l'abbiano ritirata dicendo "passami un'altra birra va…". Non stiamo poi a sottilizzare sul fatto che cantare oggi un brano che s'intitola Remember The Ramones ha la stessa portata di modernità di una reunion dei Sex Pistols: puro revival, mera rivisitazione di un'emozione già vissuta. Si dice di non rifare mai una vacanza se è stata particolarmente memorabile, pena un'inevitabile delusione, ma i Fleshtones se ne fregano. Forse non saranno più quelli di trent'anni fa, ma - perdonate se sbraco nell'italiano - cazzo se pompano! 13 brani da due minuti e poco più (e a volte anche poco meno, come nella micidiale What You're Talking About), e un campionario di chitarre fuzz, coretti, fiati, violini, Farfisa sparati al cielo, urla sconsiderate e qualche lezione ancora da impartire (trovate la differenza tra Roofarama e un qualsiasi brano del Black Joe Lewis più recente).

Il disco è vario e anche ben scritto (How To Say Goodbye è pure una bella ballata roots), ci si diverte parecchio (Veo La Luz sa proprio di presa per il culo) e alla fine si è già pronti per un altro giro. "Ci siamo divertiti un sacco, e per un fan del rock and roll questo è un sogno che si avvera. D'altronde, chi altri può suonare questa musica se non noi?" ha dichiarato Zaremba presentando il disco. Già, chi altri? Gli Strypes potrebbero essere la risposta. Se solo avranno il coraggio e l'umiltà di prendersi Wheel Of Talent e prendere appunti in religioso silenzio.

venerdì 7 marzo 2014

LINCOLN DURHAM

LINCOLN DURHAM
EXODUS OF THE DEEMED UNRIGHTEOUS
Droog / Rayburn
***1/2
Proporre un nuovo nome in ambito blues e dintorni non è mai facile. L’elemento novità infatti è un pourparler, visto che il genere difficilmente offre nuove frontiere stilistiche, ma fa piacere sapere che il mondo blues continua comunque a generare nuove leve. Lincoln Durham è un giovane bluesman atipico. Primo perché viene dai dintorni di Austin, per cui nasce respirando roots-music fin da piccolo. Secondo perché il suo scopritore e pigmalione è stato  Ray Wylie Hubbard, che lo ha utilizzato spesso per spargere umori blues nel suo atipico country. Già titolare del buon esordio nel 2012 (The Shovel Vs. The Howling Bones), Lincoln Durham torna ancora più agguerrito con questo Exodus Of The Deemed Unrighteous, un disco breve (31 minuti) di blues rauco ed energico. “Registrato utilizzando solo gli strumenti più a buon mercato e le suppellettili più percussive che abbiamo potuto trovare” dice il libretto, e già avete capito lo spirito. Blues da strada, rumoroso e percussivo, vicino alle incursioni nel genere di Tom Waits o con le stesse sfumature gospel dei dischi di William Elliott Whitmore (basta sentire l’apertura di Ballad Of A prodigal Song). Durham non bada molto alle canzoni ma all’impatto della sua voce e dei suo arrangiamenti da busker navigato. Con momenti di puro spettacolo come il tour de force di Annie Departee (il passo verso gli White Stripes è davvero breve…),  l’hard –blues di Beautifully Sewn, Violently Torn (gli Aerosmith i blues li fanno così da decenni), il gran bel giro in slide di Stupid Man. Non esiste nulla qui dentro che non sia già stato pensato e suonato da altri, possa essere Howlin Wolf, Mississippi Fred McDowell o qualsiasi gruppo rock che abbia affrontato un blues acustico o semi-tale. Ma nonostante questo Exodus Of The Deemed Unrighteous riesce ad essere un disco fresco e veloce. Il momento di fermarsi ad ascoltare un canzone c’è, nella bella ballata Keep On Allie, ma in veste da folksinger Durham finisce ad assomigliare a troppi altri (qui ad esempio Shawn Mullins, ma in Sinner spare di sentire Ryan Bingham), mentre quando riparte a battere il piede sull’asfalto con Exodus Waltz torna a dare il meglio di sé prima del gran finale di Mama. Consigliato, anche se non vi cambierà la vita.

Nicola Gervasini

mercoledì 5 marzo 2014

SETH LAKEMAN

SETH LAKEMAN
WORD OF MOUTH
Cooking Vinyl/Honour Oak
***
Strano fenomeno quello di Seth Lakeman, violinista di estrazione folk che ha conosciuto un inaspettato successo in Gran Bretagna con il suo strano mix di folk e pop moderno. Album come Freedom Fields del 2006 (che ha portato i singoli Lady Of The Sea e The White Hare nella billboard britannica) e l’ancor più venduto Pour Man’s Heaven del 2008, Lakeman si è conquistato un posto nello star system dopo una lunga gavetta cominciata nel 1994 in compagnia dei fratelli Sean e Sam ( a loro volta titolari di proprie discografie). Word Of Mouth, settimo album della sua carriera (escludendo quelli con gli Equation) continua il percorso già intrapreso dal precedente Tales From The Barrel House: meno melodie facili, meno “pop” e meno strizzate d’occhio ad una classifica che non ha più bisogno di sognare, più voglia di farsi accettare anche dal gotha della folk music inglese. Che poi “inglese” mica troppo, se è vero che l’effetto di ballate come Another Long Night o Labour She Calls Home è lo stesso di alcune roots-song dei Bodeans che furono. Poi però Bells si butta di testa nel brit-folk classico, e Last Rider azzarda pure danze celtiche. I momenti migliori arrivano nei momenti in cui si lascia andare con il suo violino (The Courier, The Ranger, ma anche l’iniziale The Wanderer), oppure quando decide di concentrarsi sulla canzone lasciando perdere i numeri da funambolo, come nella bellissima ballata The Saddest Crowd o nella tesa Tiger. Registrato (con anche ottimi risultati dal punto di vista del calore dei suoni) in una chiesa nel Nord Devon, Word Of Mouth è il risultato di una precisa ricerca di storie della tradizione inglese, o anche semplici aneddoti raccontati dalla gente comune, raccolti da Seth tra un tour e l’altro. Quasi un concept album, un’opera sicuramente ambiziosa che forse ancora più mette in risalto la mancanza di quel genio in grado di renderla davvero imperdibile (considerando che il disco cala anche un po’ nel finale dopo la scoppiettante parte centrale), ma che rappresenta comunque un encomiabile (e in fondo riuscito) sforzo da parte di un artista che a trentasei anni sta cominciando a costruirsi una carriera per la maturità.


Nicola Gervasini

lunedì 3 marzo 2014

TIM EASTON


 Tim Easton Not Cool
[Campfire Propaganda 
2013]
www.timeaston.com

 File Under: Sun records nostalgia

di Nicola Gervasini (02/01/2014)
Sono anni (perlomeno dal 2003, quando consigliammo il suo terzo album Break Your Mother's Heart) che cerchiamo di convincervi di qual grande song-maker sia Tim Easton. Se ancora vi siete persi qualche puntata, provate magari a fare un giro nella recente raccolta (accidenti, ha addirittura un The Best in catalogo!) Before the Revolution - The Best of 1998-2011, oppure reperite subito i suoi dischi più interessanti come Ammunition del 2006 o Porcupine del 2009. Quello che è certo è che se non conoscete il personaggio, sarebbe meglio non partire dalla sua ultima fatica, questoNot Cool uscito un po' in sordina a fine 2013, periodo giusto per finire fuori da tutte le classifiche di fine anno della varie testate giornalistiche.

Non che forse ci sarebbe finito, anche se il magazine American Songwriter ad esempio ha fatto a tempo a non dimenticarsi di lui. Perché Not Cool rappresenta una sorta di disco di passaggio, un suo "period of transition" in cui il nostro, solitamente abilissimo a costruire trame melodiche al limite del pop su tessuti pienamente roots, immerge la sua arte nel blues e nel sound anni 50, fornendo un disco che ricorda molto svolte similari come i dischi di David Johansen con gli Harry Smiths o il Peter Case più recente di Wig. Non ho nulla contro il fatto di usare il blues, anche se spesso rappresenta la più facile e sicura scappatoia per celare una certa mancanza di ispirazione. Come dire che Not Cool è un buon disco fatto di voci rauche, chitarre gracchianti e ritmi fangosi, ma che è un album che potrebbe fare chiunque, dal Tom Waits più pigro fino a qualunque bluesman del globo. Mentre da Easton ci si attende magari qualche slancio da songwriter in più.

Già solo il fatto che non sia facile distinguere i brani testimonia l'eccessiva unitarietà del disco, che gioca la carta dell'immediatezza e della brevità (30 minuti e via…). Non basta qualche variazione rockabilly (Troubled Times), qualche sprazzo del brillante autore sentito un tempo (Lickety Split, uno di quei brani che Elvis Costello si è dimenticato di scrivere vent'anni fa), qualche numero divertente (Crazy Motherfucker from Shelby, Ohio) e qualche dedica importante (lo strumentale Knock Out Roses scritto per Levon Helm) per giustificare l'intenzione di ricreare il sound degli Sun Studios era-Elvis voluta dai produttori Brad Jones e Robin Eaton, perché l'operazione nostalgia non è certo originale e serve solo a non evidenziare le vere potenzialità di Tim Easton. Godibile quanto presto dimenticabile, Not Cool non è un passo falso ma un passo in una direzione pericolosa, quella dell'"accontentarsi", che rappresenterebbe la tomba di una carriera fino ad oggi inoppugnabile. 

venerdì 28 febbraio 2014

DAVE VAN RONK

“Van Ronk says to Bobby: she’s the next real thing". E’ un verso di (You will) Set the World On Fire,  un brano del David Bowie di The Next Day, nel quale si disegna un quadro del Greenwich Village degli anni sessanta attraverso le figure che più lo hanno caratterizzato. C’è Bobby (Dylan), ci sono Joan Baez, Pete Seeger e Phil Ochs, c’è il futuro (la lei del verso si riferisce a Joni Mitchell). E poi c’è Dave Van Ronk, l’uomo onnipresente in ogni foto o in ogni grande avvenimento del quartiere più bollente di New York. Lui stesso, fino alla morte (2002), ha ripetuto in ogni intervista che non capiva come mai lo si infilasse sempre negli elenchi degli eroi del periodo, visto che i suoi dischi restano perlopiù dimenticati. I cultori del genere vi diranno che No Dirty Names del 1966 è un disco sottovalutato, fatto di trame chitarristiche sopraffine e con una modernità ancora oggi evidente, ma per sua sfortuna uscì quando il folk era già in fase calante, ucciso l’anno prima dalle elettriche di Dylan e dalla scoperta dei Byrds che le stesse canzoni potevano anche divenire pop-songs di successo. Lo chiamavano “Il Sindaco di MacDougal Street”, insegnò il blues a Dylan e fu un timido testimone di eventi e personaggi più grandi di lui. E si rifiutò per tutta la vita di prendere la patente e di volare su un aereo, così, senza un motivo particolare. Proprio come un personaggio di un film dei Coen.

Nicola Gervasini

mercoledì 26 febbraio 2014

DAVID ROTHERAY


 David Rotheray Answer Ballads
[
Navigator records 2013]
www.davidrotheray.com
 File Under: the answer is in the question…
di Nicola Gervasini (18/12/2013)
David Rotheray è stato per quasi vent'anni la colonna a sei corde dei Beautiful South, storica band del pop inglese nata a fine anni ottanta dalle ceneri degli Housemartins. Probabilmente non proprio il curriculum preferito di molti nostri lettori (ma a nome Beautiful South sono usciti almeno tre titoli fondamentali per tutti, al di là dei gusti e dei generi), ma pur sempre un uomo di gran cultura musicale che all'indomani della fine del gruppo nel 2007 (alcuni compagni stanno proseguendo come The South), ha deciso di fare il professore di storia della musica con un'operazione discografica curiosa quanto puramente didattica nel concept. 

Answer Ballads
 infatti è un disco composto da tredici brani scritti in risposta a celebri canzoni del rock inglese, affidati di volta in volta a voci nobili più o meno giovani del folk inglese. Abbiamo così la giovanissima Eliza Knapp che risponde a Me & Mrs Jones in Mrs Jones Song, la brava Eliza Carthy che da voce alla Maggie May di Rod Stewart inMaggie's Song, lo scozzese Kris Drever dona anima puramente brit-folk al Daniel di Elton John (Daniel's Song), Kathryn Williams si cala nei panni della Roxanne dei Police (Roxannes's song, uno dei momenti più riusciti del disco, con un risultato che definirei folk- trip-hop). Avete capito il gioco insomma, Rotheray, che produce e si sobbarca le tante e complesse parti di chitarra, sta nelle retrovie e si è prodigato in una riscrittura "from the other side" di un songbook che pesca un po' ovunque, anche nel country americano con Naomi Bedford che si cala nei panni del Bobby di Me & Bobby McGee di Kristofferson (Bobby's Song), John Smith che espone la versione dei fatti di Billy Joe di Don't Take Your Guns To Town del "man in black" Johnny Cash (Billy Joe's Song) oppure nel rockabilly classico con Josienne Clarke che interpreta la Marie di Memphis Tennesse di Chuck Berry (anche qui molto riuscita questa Marie's Song, anche se lo stesso Berry scrisse un sequel intitolato Little Marie che Rotheray decide di ignorare).

Il disco ha anche il pregio di essere un buon modo per conoscere tanti nuovi artisti giovani e validi del mondo del new-brit-folk, anche se si registra qualche presenza autorevole come la divina Mary Coughlan che "jazza" in Lucille's Song la risposta di Lucille del brano You Picked a Fine Time to Leave Me, Lucille del country-singer Kenny Rogers, oppure il noto Alasdair Roberts che la pensa dalla parte del Dino di The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy (Dino's Song). Answer Ballads alla fine appare forse un po' troppo un disunito tribute-album, con troppi alti e bassi e con un eccessivo formalismo stilistico, quasi che Rotheray si sia concentrato più sul concept di ogni singola answer-song che sulla buona riuscita dell'insieme, ma resta indubbiamente un notevole sforzo filologico e una riuscita passerella di artisti britannici affini alle nostre autostrade delle radici.

KURT VILE

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