lunedì 26 aprile 2021

BELLE AND SEBASTIAN

 

Belle and Sebastian

What to Look for in Summer

(2020, Matador)

File Under: Summer in the city

Più di 25 anni di carriera cominciano ad essere tanti per una band, soprattutto se poi importante come lo sono stati i Belle And Sebastian nella fine degli anni 90, probabilmente il vero punto di passaggio dall’era delle grandi produzioni radiofoniche delle major di quel decennio all’era della indie-music improntata al “less is better” degli anni 2000. 25 anni sono infatti passati dal loro esordio Tigermilk, con qualche piccola pausa di riflessione, e un consenso forse un po’ calato in questo ultimo decennio, anche per via di alcune produzioni occhieggianti al pop più danzereccio che non sono state ben accettate dalla vecchia fanbase. In ogni caso se l’iconica figura di Isobel Campbell aveva abbandonato la barca nel momento di maggiore gloria, sono ben cinque i componenti che non hanno mai smesso di dare vita alla sigla fin dalla fondazione (Stuart Murdoch, Stevie Jackson, Sarah Martin, Chris Geddes e Richard Colburn), il che fa di loro uno dei combo più stabili e duraturi di questi anni duemila. Giusto festeggiare quindi queste nozze d’argento con un disco live, ufficialmente il quarto della loro storia se si considera tale anche le BBC Sessions del 2008. Uscito giusto sul finire del 2020, What To Look For In Summer ha però l’evidente aspetto dell’autocelebrazione di una carriera, con il suo formato doppio e una durata di quasi 100 minuti che serve a rileggere un po’ tutte le fasi della loro discografia attraverso 23 brani. Anzi, Stuart Murdoch si spinge anche più in là, citando Yessongs degli Yes e Live and Dangerous dei Thin Lizzy come modello del disco, denotando una nostalgia di un’era in cui il doppio album live veniva visto come il punto di arrivo di una carriera (e per molti, vedi anche gli esempi di Bob Seger, Kiss, Cheap Trick o Peter Frampton, anche l’occasione di maggiori vendite). Nell’era dello streaming e del ritorno all’egemonia del singolo rispetto all’album. la scelta appare quindi anacronistica quanto una pubblicazione su audiocassetta, ma il contenuto giustifica il giochino. Ci sono i grandi classici come If You're Feeling Sinister o My Wandering Days are Over, c’è una band che dimostra ancora tutta la freschezza del suo suono, e soprattutto una gioiosa interazione col pubblico. I brani provengono da diverse serate registrate nel corso del 2019 in alcuni teatri degli Stati Uniti (Solo Little Lou, Ugly Jack, Prophet John è stata registrata a Barcellona). Così come la grandi band degli ani 70, anche i Belle & Sebastian provano dunque a capitalizzare la propria carriera con un disco che può davvero essere un doveroso punto della situazione per chi come noi li segue da sempre, ma anche il punto di partenza per i più giovani, che magari troveranno in questa versione di oltre sette minuti di The Boy with the Arab Strap quanto di più moderno ancora offre quella che per anni abbiamo chiamato indie-pop.

Nicola Gervasini

lunedì 19 aprile 2021

BEN BEDFORD

 

Ben Bedford

Portraits


(2020, Cavalier Recordings)

File Under: History Lesson




Era il 2009 e tra i dischi di outsiders dagli Usa mi capitò di recensire l’esordio di Ben Bedford, giovane cantautore proveniente da Springfield, disco in verità uscito più di un anno prima, ma recuperato per segnalare un autore che già allora notavo come particolarmente dotato nella scrittura, sebbene musicalmente fedele a ai canoni rigidi della canzone americana. Da allora abbiamo seguito la sua carriera, che nel 2018 con The Hermit’s Spyglass è arrivata a cinque album, tutti molto interessanti, sebbene rimasti comunque un fenomeno da sottobosco della roots music. Ma il segnale che qualche riconoscimento perlomeno in patria gli sia arrivato è la pubblicazione di questo Portraits, prima raccolta della sua carriera che serve anche un po’ a sopperire alla difficile reperibilità dei suoi primi 3 titoli. I dodici brani scelti partono proprio da dove lo avevamo incontrato, dagli 8 minuti di Lincoln’s Man, il suo principale biglietto da visita lirico. The Sangamon, contenuta nel secondo disco Land of the Shadows del 2009, dimostra invece come all’inizio Beford cercava nella lezione di cantautori come Townes Van Zandt o Gordon Lightfoot quel mix di asprezza lirica e dolcezza melodica su cui basare la sua musica. Il suo cantato un po’sgraziato e monotono è stato un po’ il suo tallone d’Achille nei suoi primi anni, ma già What We Lost, tratta dall’omonimo terzo album del 2012, mostra i chiari segni di maturazione da perfomer. Col tempo la sua scrittura si è fatta più asciutta, ha perso forse un po’ della verbosità da professore quale è stato (insegnava storia), in favore di una forma canzone più classica e snella che ha fatto si che i suoi due ultimi album abbiano avuto un po’ più di buoni riscontri, ma questa raccolta già mostra, riassumendo il suo primo periodo quanto in fondo già ci stava lavorando bene. E se le storie tipiche del folk più classico restano la sua prima passione (Amelia), già Land Of The Shadows (For Emmett Till) e John The Baptist o Guinevere Is Sleeping mostrano un amore per la letteratura e le citazioni che quasi me lo farebbero paragonare al nostro Roberto Vecchioni in vena di lezioni liceali. In ogni caso se vi viene voglia di recuperare album più maturi come The Pilot And The Flying Machine ‎del 2016, questo Portraits è davvero un valido riassunto delle puntate precedenti di un autore la cui statura resta di nicchia, ma pur sempre di quella nicchia che per noi non smetterà mai di destare interesse, finché l’America raccontata da questi autori sarà presente prepotentemente nelle nostre vite con le sue storie sospese tra grandezza e follia, nel bene e nel male parte anche del nostro background culturale.

 

Nicola Gervasini

lunedì 12 aprile 2021

AARON FRAZER

 


Aaron Frazer - Introducing...

Dead Oceans, 2021.

Dura la vita dei batteristi, da sempre relegati nelle retrovie della ribalta, e considerati spesso braccio ma non mente di un processo artistico, Le eccezioni nella storia ovviamente si sprecano, ma ogni volta c’è sempre una certa immotivata sorpresa quando si scopre che chi batte le pelli in una band tutto ritmo e soul come ad esempio gli Indications, abituale backing-band di Durand Jones, possa esordire con un proprio disco e dimostrare doti da frontman navigato. È questa la storia deI newyorkese Aaron Frazer e del suo Introducing... che sta riportando in questi primissimi giorni del 2021 il soul di nuovo al centro della discussione musicale. Di fatto il buon Frazer arriva ormai ultimo, e pure parecchio in ritardo, rispetto al revival innescato dalla scena New Soul degli anni zero, eppure ogni volta c’è sempre da meravigliarsi come certe lezioni di grandi nomi come Marvin Gaye o Curtis Mayfield siano davvero dure a morire, dopo che gli anni ottanta e novanta parevano averle messe in crisi e definitivamente archiviate. E per Frazer vale un discorso che torna poi buono per tutti, se cercate ancora l’uomo che possa ancora portare avanti il discorso della black music continuate a rivolgervi altrove, perché il suo retro-sound è puro diletto per vecchi cultori della materia, o, se vogliamo, per giovani che si sono persi molte puntate del passato e magari possono ripartire da qui e andare a ritroso per recuperare tutte le lezioni. E chi meglio di Dan Auerbach dei Black Keys nelle sue vesti di produttore poteva cucirgli addosso un sound fatto di soul levigato e fiati sixties. Con riferimenti ogni volta chiari e precisi, nonostante lui giuri che non era sua intenzione fare un disco ancorato al passato. Ma lo smentiscono una You Don't Wanna Be My Baby che riparte là dove Isaac Hayes aveva finito con la cover di Walk on By, una If I Got It (Your Love Brought It) che è puro Mayfield-pensiero, mentre altrove in affiorano chitarre più bluesy che lo portano in zona primo Lenny Kravitz, e così via. Gli danno manforte i Memphis Boys, riuniti a Nashville da Dan Auerbach, gente che era lì a suonare quando Aretha Franklin si sentiva una donna normale e Dusty Springfield flirtava con il figlio del predicatore, per cui capite già bene lo spirito del disco, che segue poi la linea di alternanza tra ballate come Have Mercy, e momenti più movimentati come Ride with Me o Done Lyin’. Insomma, un bigino sospeso tra Stax e Motown che Frazer dimostra di gestire al meglio quasi fosse un veterano, mettendoci se non altro la passione di chi segue con attenzione insegnamenti altrui. Potrebbe essere magari solo il primo seme di un grande albero, come lo fu il timido ma già significativo esordio del 2012 di Michael Kiwanuka (Home Again), preludio ad uno sviluppo di idee che a questo punto attendiamo con giustificate aspettative alte.

 

VOTO: 7,5

lunedì 5 aprile 2021

FRANZONI ZAMBONI

 Franzoni Zamboni

La signora Marron
[Bluefemme StereoRec 2020]


 File Under: frammenti persi di due carriere

bluefemme.it

di Nicola Gervasini

Marco Franzoni e Manuele Zamboni sono due veterani del rock italiano, già assieme nella band dei Noverose tra il 2002 e il 2007. Ed è proprio in quegli anni che erano nate le prime canzoni e idee di questo La Signor Marron. Manuele Zamboni aveva poi seguito una sua carriera solista (tre album tra il 2006 e il 21012), mentre Marco Franzoni ha sviluppato, oltre a quella di session-man tuttofare, anche una carriera di fonico e produttore, nata facendosi le ossa con Hugo Race tra gli altri, e che lo ha portato a seguire dischi per i Superdownhome e Omar Pedrini. E proprio quest’ultimo è stato uno degli artisti che più ha sponsorizzato la necessità di registrare questo album, dove i due confessano tutto il loro amore per la musica d’autore americana, tirando in ballo Bob Dylan e Townes Van Zandt come numi tutelari. Eppure dal punto di vista della scrittura queste dieci canzoni attingono alla grande anche nella tradizione ormai di lungo termine della scena alternativa italiana, ma con un tocco sonoro che loro stessi vedono molto vicino ai Calexico. Registrato a distanza, in pieno “covid-time”, con l’ausilio del batterista statunitense Jonathan Womble, la suggestiva tromba di Francesco Venturini e tanti altri session-men (tra cui anche Claudia Ferretti alias Claudia Is On The Sofa ai cori) , i brani del disco sono ben arrangiati in puro stile da band roots americana, ma descrivono nei testi in italiano una disillusione sulla situazione di casa nostra. La cover di Vicenzina e La Fabbrica di Enzo Jannacci è dunque un significativo tuffo in una visione pessimista della società che era buono nel 1975 quanto ora, ma anche brani come Non Fa Rumore La Primavera (con un bel gioco di fiati), Arida, Controluce, con il suo teso finale, e Oltre il cortile sanno di disincantata riflessione di mezz’età.

giovedì 18 marzo 2021

PAOLO BONFANTI

 








Paolo Bonfanti
Elastic Blues
[Rust records 2020]

 Sulla rete: paolobonfanti.it

 File Under: Sixty Years On


di Nicola Gervasini (06/01/2021)


L’autocelebrazione è un’arma a doppio taglio, dove il confine tra il fare, giustamente, i conti e i bilanci con la propria carriera, e il poco senso della giusta statura della propria arte, che sfocia facilmente nel ridicolo, non è mai troppo evidente, ma Paolo Bonfanti non è certo artista che rischia di sbagliare lato della strada. Anzi, sappiamo tutti quanto l’essere etichettato semplicemente come un bluesman italiano gli ha forse impedito di avere un seguito più ampio, in Italia ma anche a livello internazionale, dove i tanti artisti che lo hanno incontrato gli hanno subito riconosciuto la statura dei grandi.

In ogni caso, per i suoi 60 anni, Bonfanti ha voluto fare tutto da solo per confezionarsi la torta, candeline comprese, e ha costruito in piena pandemia questo Elastic Blues, sorta di libro di memorie, sia scritto di suo pugno con l’ironia che da sempre lo contraddistingue, sia suonato con gli amici di una lunga carriera. Il disco dura circa settanta minuti, ed è quello che meglio ci si poteva aspettare, cioè una sorta di condensato di tutto ciò che ha proposto nella sua carriera, dove il blues spesso è più un modo di approcciarsi che non il vero e proprio stile proposto. “Il blues, come l’oro, è duttile e malleabile, come il cervello e la coscienza dovrebbero essere, è elastico” specifica egli stesso nel retro del libro. Lo chiarisce bene il lungo tiratissimo strumentale Alt posto in apertura, che presenta sia la sua più fedele backing band attuale (Nicola Bruno al basso, Alessandro Pelle alla batteria e il fisarmonicista Roberto Bongianino), sia già i primi ospiti (alcuni membri degli Yo Yo Mundi).

Ma altrove, se il blues resta la casa a cui tornare (sia esso acustico come In Love With The Girl o elettrico come We’re Still Around - in cui riunisce la vecchia line-up dei Big Fat Mama - o una classicissima I Can’t Find Myself con Fabio Treves), Bonfanti spazia tra brani in dialetto (Fin De Zugno), cover eseguite con spirito da garage band (Haze, un pezzo di Bob Weir dei Grateful Dead pubblicato nel 1981 con la sigla Bobby & The Midnites), strumentali funky come Unnecessary Activities o A O Canto, dove sono i fiati dei Fratelli Lambretta Ska Jazz o il violino del PFM Lucio Fabbri a dare spettacolo. Da altre parti Paolo si diverte anche con il country di Heartache By Heartache, lascia libera l’elettrica in Don’t Complain, si ferma a riflettere nella dolce ballata acustica Hypnosis, porta i Little Feat in Liguria con Sciorbì/Sciuscià, si lascia andare alle pigre improvvisazioni della title-track.

La bella chiusura di Where Do We Go dice tutto sul clima di incertezza in cui è nato il progetto, prima che la “slight return” di Unnecessary Activities (stavolta cantata) ponga fine ad un disco inevitabilmente vario e poco uniforme, in cui davvero potrete trovare tutto il Bonfanti di questi quasi quarant’anni di carriera, con una confezione lussuosa e piena dei racconti di una vita da musicista.

domenica 14 marzo 2021

EIGHT ROUNDS RAPID

 



Eight Rounds Rapid
Love Your Work
[Tapete records 2020]

 Sulla rete: eightroundsrapid.com

 File Under: Son(gs) of Your Father


di Nicola Gervasini (22/12/2020)


Cantine riadattate a locale, band che suonano al livello di pubblico per mancanza di un palco, fili elettrici ovunque, sedie bandite dalla sala, pubblico pronto a buttarsi nella mischia di un indiavolato pogo. Sono solo alcune delle immagini che mi sono subito venite in mente ascoltando i primi pezzi del disco Love Your Work degli Eight Rounds Rapid, band che viene dall’Essex e giunta al terzo album dopo Lossleader del 2014 e Object D'Art del 2017. Sì, perché il trittico You Wait, Passive Aggressive (e il titolo è già tutto un programma) e Love Don’t fornisce un campionario di chitarre sporche e volutamente mal suonate, ottime per una festa clandestina tra liceali con l’ormone in fiamme, magari da fare nello scantinato insonorizzato con le confezioni di uova mentre mamma al piano di sopra ricama al punto croce la casalinga e rassicurante copertina del disco.

Sono scene forse di un tempo che non torna più, quello di un mondo rock underground di fine anni 70 e alba degli anni 80, ma sicuramente il chitarrista Simon Johnson è cresciuto con quelle immagini nella testa grazie a papà, che altri non è che il mitico e a noi ben noto Wilco Johnson dei Dr. Feelgood, che se li è portati anche in tour come gruppo spalla. E da lì, infatti, parte il loro suono, soprattutto nei primi due dischi o in brani come Letter, mente questo Love Your Work sembra più volersi spostare in territori quasi da energico post-punk, con brani che echeggiano i Gang Of Four (Future Estates) o addirittura i Pere Ubu (Tricks), mentre altrove la loro cultura di pub-rock intrisa di blues li porta a produrre episodi come Eating, blues rauco e alcolico alla Birthday Party o anche alla Jon Spencer Blues Explosion. A rendere il tutto più straniato è decisamente la voce di David Alexander, figlio vocale di John Lydon dei Sex Pistols con il suo modo stridulo e allucinato di recitare, ancor più che cantare, i brani.

Ma se il clima è decisamente retrò, non mancano comunque episodi che conducono più avanti con i riferimenti storici, con una Retro Band che aggiungendo persino un battito elettronico porta subito il tutto nelle cantine degli anni 90, dove magari i Pixies avrebbero trovato modo di mettere nel loro repertorio un brano come Onesie. La sezione ritmica di Jules Cooper al basso e Lee Watkins alla batteria macina battiti e sudore per tutti i 30 minuti (per 12 canzoni) dell’album, che arriva, colpisce forte e finisce quando ancora non ci si è ripresi dal colpo. Come riusciva a fare il rock da combattimento di un tempo, che oggi fatto da questi giovani suona un po’ come fosse musica classica, da eseguire con rispetto e amore come hanno fatto in questo album gli Eight Rounds Rapid.

RYAN ADAMS

 

Ryan Adams
Wednesdays
[PaxAm 2021]

 Sulla rete: ryanadamsofficial.com

 File Under: everyday is like Wednesdays


di Nicola Gervasini (02/01/2021)





Esiste una discussione a livello globale intorno all’uscita di Wednesdays di Ryan Adams che va oltre la questione musicale, e che potrebbe anche non interessarci, se non fosse che questo disco è uscito con parecchi mesi di ritardo, e ciò pesa non poco nel collocarlo nella sua carriera. L‘album, infatti, doveva essere il secondo di un trittico di nuovi lavori che in qualche modo completava un viaggio di ricerca e autoanalisi riguardo il proprio rapporto con la vita e l’amore, che era iniziato con Ashes & Fire del 2011, e che aveva avuto col precedente Prisoners il suo capitolo più sofferto e travagliato (e forse anche il meno riuscito dei suoi anni Dieci). Se poi il 2021 sarà l’anno in cui potremo gustarci la mole di musica prodotta da Adams tra il 2018 e il 2019 forse lo sapremo a marzo, quando Wednesdays vedrà realmente la luce in formato fisco.

Ma se ne parliamo già oggi è perché lo stesso Adams ha probabilmente voluto sondare il terreno prima di tornare in scena, capire le reazioni del pubblico al nuovo disco di un artista coinvolto in vicende che interessano la giustizia e non una rivista musicale, e quindi ha reso disponibile il disco già da dicembre su una piattaforma di streaming. Per cui resteranno delusi quelli che vorrebbero sapere se l’esilio dal palco, forzato dallo “shitstorm” di cui è stato fatto oggetto un anno fa, ha generato una serie di risposte in musica rabbiose o pentite, perché in queste canzoni c’è ancora l’Adams di tre anni fa, quello che non trovava pace tra la sua indole vulcanica e difficile da gestire anche per sé stesso, e una potenza emotiva nell’esprimere il proprio amore non comune. Di certo, ascoltando Wednesdays non si può restare indifferenti all’inizio da K.O. di I'm Sorry and I Love You e Who Is Going to Love Me Now, If Not You, due titoli che già dicono molto della sua maniera tormentata di vivere le relazioni con l’altro sesso, ma che rappresentano anche una nuova conferma del fatto che non esiste nessuno bravo come lui a coniugare tradizione, fruibilità pop e genuina espressione del dolore.

Tre elementi che Adams sa dosare sempre alla perfezione, non arrivando a sembrare mai lamentoso senza essere anche cantabile e immediato, come una canzone di quegli Smiths di cui resta sempre un evidente e dichiarato debitore, e senza perdere di vista il fatto che ha una facilità a scrivere ottimi standard di folk/rock/country (chiamatelo come volete) americano, che pochi possono vantare oggigiorno. Questo sì che ci interessa, registrare come Adams abbia davvero raggiunto l’età della maturità, in cui ha smesso di dover dimostrare a tutti qualcosa, arrivando anche a sbagliare disco, come ha spesso fatto in passato, se è vero che negli ultimi dieci anni l’esperimento di 1989 del 2015 sembra essere stato l’unico colpo di testa, e tra l’altro pure riuscito più che discretamente.

Basterebbero le prime due canzoni per promuovere Wednesdays come il giusto sequel del bellissimo self-titled del 2014, ma anche nel prosieguo dell’album non mancano i momenti significativi come la title-track, Birmingham, Walk in the Dark e il toccante finale di Dreaming You Backwards. I brani sono solo 11, mentre quando a inizio 2019 Adams annunciò la trilogia, Wednesdays ne prevedeva 17, il che ci fa pensare che nei prossimi anni, se la valanga di fango (giusta o sbagliata che sia) non lo soffocherà, saremo invasi da una mole di nuove canzoni difficilmente gestibile anche per chi lo segue. Una fatica che affronteremo volentieri, se le premesse sono queste.


venerdì 12 marzo 2021

STEFANO BAROTTI

 





Stefano Barotti

Il grande temporale

[La Stanza Nascosta Records 2020]


 File Under: telefonate da oltreoceano


stefanobarotti.net


di Nicola Gervasini


Ormai una vecchia conoscenza del nostro sito (la prima recensione risale al 2003 per Uomini in Costruzione), Stefano Barotti è un apprezzato cantautore che giunge al quarto album con ambizione di deciso salto di qualità dal già molto interessante Pensieri Verticali del 2015. Il Grande Temporale, infatti, è il frutto di una lunga gestazione che lo ha portato a registrare anche negli Stati Uniti, e il progresso pare evidente, perché in queste undici nuove canzoni spira aria di produzione di primo livello. Ma soprattutto cambia anche l’approccio musicale, che abbandona l’amore incondizionato per il rock americano tradizionale, pur non tradendolo mai, ma si allarga a nuove influenze che spaziano tra il reggae, il blues, qualche timida incursione nell’elettronica e in generale una costruzione delle canzoni più complessa, come dimostrano fin da subito i cambi di tempo della title-track. Il disco, come al solito, è un piccolo campionario di esperienze personali, come la riflessione sulla congenita vita povera del musicista che scopre comunque il piacere di fare l’imbianchino per sopravvivere (Painter Loser), la nostalgia per il calcio di un tempo di Spatola e Spugna (con Jono Manson tra gli ospiti), il pop disincantato di Tra il Cielo e il Prato, i racconti di guerre lontane di Aleppo. Non mancano i momenti di riflessione, come la dolce Stanotte Ho Fatto Un Sogno con i suoi archi o la intima Quando Racconterò, le dediche ai propri miti come Enzo (si parla di Jannacci) o la divertente Mi ha Telefonato Tom Waits. Il disco si chiude emotivamente tra luci (Tutto Nuovo dedicata al figlio) e ombre (Marta, riflessione sulla violenza sulle donne), mettendo in campo un lungo elenco di collaboratori (tra gli italiani si notano le chitarre di Max De Bernardi e Paolo Ercoli o la voce di Veronica Sbergia), ben gestiti dal tastierista e produttore Fabrizio Sisti e dagli altri addetti alla produzione Alessio Bertelli e Vladimiro Carboni. Un bel ritorno in campo di uno dei nostri autori più preziosi.


lunedì 1 marzo 2021

Deadburger

 


Deadburger – La Chiamata

Snowdonia, 2020

Sono passati tanti anni e soprattutto tante scene politiche dai tempi in cui i fiorentini Deadburger esordivano ad Arezzo Wave nel 1996 presentando un brano contro il berlusconismo imperante (Italiano Cyborg). Erano gli anni in cui molte band dell’underground italiano trovavano buoni contratti, passaggi in radio, e (qualcuna) pure un certo successo di vendite, grazie anche al positivo effetto scatenato dal successo dei loro concittadini Litfiba, e anche loro l’anno dopo ottennero un certo riscontro con l’uscita del primo album omonimo.

Ma da allora non è cambiata solo l’Italia, sono cambiati parecchio anche loro, sia nella formazione (oggi basata sul quartetto Vittorio Nistri, Simone Tilli, Alessandro Casini e Carlo Sciannameo), sia nella proposta musicale, che ha trovato nell’etichetta Snowdonia il luogo ideale dove realizzare progetti coraggiosi e innovativi. Già nel 2013 pubblicarono un triplo cd con libro annesso (La Fisica delle Nuvole), disco che portava a termine un lungo percorso creativo che aveva via via abbandonato l’elettronica industriale alla Nine Inch Nails degli esordi, per abbracciare un punk-rock d’avanguardia aperto alle più disparate sperimentazioni, e ci riprovano ora con un progetto ugualmente ambizioso intitolato La Chiamata, ancora una volta accompagnato da un progetto grafico di 68 pagine. Il libro stavolta è una sorta di rivista di moderna antropologia chiamata Poor Robot’s Almanack, pregna di trattati storico-politico-sociologici commentati da immagini e dai disegni di Paolo Bacilieri, già noto per il suo lavoro per la Bonelli (soprattutto per gli albi di Napoleone, ma anche Dampyr e Dylan Dog).

Il nuovo disco è comunque una ideale prosecuzione del precedente, un dittico denominato “MirrorBurger” in cui La Chiamata è l’altra faccia dello specchio di La Fisica delle Nuvole. I 7 lunghi brani presenti sono difficilmente catalogabili come genere, ma quello che rappresenta il fulcro del nuovo progetto è uno studio sui ritmi e le percussioni della storia della musica, che ha portato a coinvolgere nelle sessions ben otto batteristi diversi (che fanno nove con il tamburo a cornice suonato da Alfio Antico), e spesso sovrapposti. Il centro del disco, non a caso, è la cover di un brano del grande batterista jazz Max Roach, Tryptich. L’originale era una sorta di comizio ritmato, declamato dalla moglie Abbey Lincoln, ai tempi cantante e attivista per i diritti civili molto popolare, e pubblicato in un disco dai chiari intenti politici antirazziali come We Insist! del 1960, album che qualcuno considera il seme iniziale del free jazz, mentre la versione qui presente arricchisce il gioco voce-batteria con un tappeto più elaborato grazie ai campionamenti e all’elettronica.

L’album si apre invece tra suoni e tamburi di guerra con un veemente brano alla Pere Ubu come Onoda Hiroo, dedicato al famoso generale giapponese che rifiutò di arrendersi durante la Seconda Guerra Mondiale, combattendo una guerra solitaria nella giungla fino al 1974,e da allora divenuto simbolo di onore e tenacia a tutti i costi contro quelli che nel brano vengono definiti “gli indifferenti rinunciatari con gli sguardi in basso come animali”. Un Incendio Visto da Lontano gioca più su atmosfere dark, con un bel solo di piano di Nistri, mentre la title-track parte rauca come un vero punk-rock, ma si risolve in un avant-jazz definito dai dissonanti sax di Enrico Gabrielli e Edoardo Marraffa. Tamburo Sei Pazzo è una suite con un ‘orgia di percussioni e batterie divisa in 4 parti, mentre chiudono il disco la lunga Manifesto Cannibale, brano tipicamente da rock alternativo italiano che rappresenta una sorta di riassunto spirituale (più nichilista che programmatico) della band (“Deadburger è come i vostri eroi: niente di niente/ è come le vostre speranze, niente/ i vostri paradisi, niente di niente/ la vostra modernità, niente/ l’uomo solo al comando: niente”), un pessimismo piuttosto incattivito che anticipa il finale oscuro di Blu Quasi Trasparente, dove intervengono anche le voci di Lalli e di Cinzia la Fauci dei Maisie.

Il titolo La Chiamata sa di proclama rivoluzionario, un qualcosa che ricorda il “Venite intorno gente” con cui Bob Dylan iniziava l’inno generazionale di The Times They-re a-Changing, eppure se la musica dimostra di credere ancora nell’idea di un progresso e di una avanguardia garantita dalla sperimentazione e dall’apertura mentale, soffia nelle parole del disco e nel suo corposo booklet un’aria di forte disillusione, forse evidenziata da quella citazione posta proprio in apertura, presa dal brano The Age Of Self di Robert Wyatt (“Dicono che la working class è morta, che siamo tutti consumatori adesso. Dicono che siamo andati avanti, e adesso siamo tutti, semplicemente, persone. Ci sono persone che stanno spaventosamente bene ed altre parcheggiate sugli scaffali, ma chi se ne frega del secondo tipo! Questa è l’era del ciascuno-per-sé“). Come a dire che lo sapevamo già nel 1984 (quando uscì il brano) cosa stava succedendo, allora quando è stato che ce lo siamo dimenticati?

 

Nicola Gervasini

 

 

giovedì 25 febbraio 2021

LINEA

 


Linea - Fuori Mercato

Ammonia Records, 2020

 

Sarebbe difficile oggi definire quale possa essere una musica “Fuori Mercato”, in un’era in cui il mercato discografico è ovunque o da nessuna parte, con l’eccezione di quei pochi artisti che ancora sono spinti da logiche da major discografica. Ma i Linea possono forse ancora ben dirlo, perlomeno nell’occasione di un album che rilegge la propria più che trentennale carriera. Era il 1989 quando, nella periferia di una Milano ancora ubriaca dell’opulenza degli anni 80 (ma ormai già quasi del tutto bevuta), la band muoveva i primi passi, seguendo il verbo del punk alla Clash, e portando alta quella bandiera per tutti gli anni 90, passati tra concerti nei circuiti alternativi e cassette fatte girare tra i fans. La prima pubblicazione ufficiale infatti arriva solo nel 2000, proprio quando quel mercato che li lasciava ai margini cominciò ad andare in crisi. Fuori Mercato è un disco che capitalizza quindi tutta la produzione di questi anni, in cui il fondatore Gianmarco Pirro riunisce una nuova line-up (Federico Bratovich - Chitarra e voce, Max Longhi – Batteria, Silvio Calesini – Basso) per rileggere 13 brani del loro repertorio. Il perché di questa operazione è chiaro fin dalle prime note di Nuovo Rosso, primo brano scritto dalla band, che dall’arrangiamento new wave degli esordi si era trasformato in una ballad per archi e piano nel disco d’esordio del 2000, e che qui trova invece una vena quasi pop decisamente più moderna. Oltre ad una doverosa autocelebrazione, quindi c’è anche la volontà di aprire il proprio suono nuove influenze, che pescano sempre soprattutto nel mondo musicale del post-punk dei primi anni 80 ma non solo, con un taglio moderno utile a rilanciare il nome anche tra i giovani che di quel rock sono ancora assetati. Così brani come Terra Libera, Corto Maltese o Frontiera, dei piccoli classici per il loro seguito, assumono un taglio più maturo, frutto anche dell’esperienza del gruppo come backing-band del cantautore Filippo Andreani (con il quale hanno registrato due album). La conclusiva Rumore è l’unico vero inedito del disco, un brano che rende chiaro come le intenzioni del gruppo siano quelle di non mollare la battaglia a suon di rock (“viaggio ancora insieme a te“), perché anche una canzone come Campesinos, altro brano della loro prima ora dedicata ai contadini sudamericani, suona modernissimo sia nel testo che nella sua nuova veste che aggiorna il reggae che era ad un taglio dub. Non mancano brani anche più recenti come L’ultimo Re (dedicata al giudice Falcone) o il nuovo tocco morriconiano dato a The Correct Use of Religion, brano del 2008. Se dovessimo fare l’elenco degli stili e delle influenze presenti in queste riletture dovremmo fare un lungo elenco, ma nella title-track loro stessi ci ammoniscono contro “questo etichettare, poi catalogare, e discriminare per buttarti fuori”, per cui prendete i Linea come una vera rock-band a tutto tondo, dove troverete la storia di Milano, dell’Italia, e del mondo, vista con gli occhi da chi fuori ci è rimasto per scelta, per necessità e, purtroppo, anche per costrizione.

 

Voto: 7,5

lunedì 8 febbraio 2021

TIM BURGESS

 

Madchester è lontana, ma ritroviamo in grande forma uno dei protagonisti: Tim Burgess – I Love the New Sky.

A vederlo sulla copertina di questo I Love the New Sky, Tim Burgess ha tutto fuorché la faccia di un cinquantatreenne con ormai una lunga carriera alle spalle, ma ha più lo sguardo sicuro e strafottente del ragazzino al disco di esordio.

Tim Burgess - I Love the New Sky

Invece lui è ormai un veterano della musica britannica, protagonista con i suoi Charlatans di quella stagione di grande fermento musicale che ruotò intorno alla scena di Manchester nei primi anni 90 (o, come si diceva ai tempi, “Madchester”), un’epoca dove non era affatto un sacrilegio unire la lezione strambo-folk di Syd Barrett con i ritmi della House che impazzavano nei club del Regno Unito. Nei 2000 ha affiancato alla mai interrotta storia della band (il loro tredicesimo album, Different Days, è datato 2017) una pigra e timida carriera solista, perlopiù improntata a provare generi e soluzioni diverse da quelle rese possibili dal processo creativo dei Charlatans.

Disco solista perfezionato durante il lockdown

I Love the New Sky è il quinto album a suo nome, ed esce dopo un periodo di quarantena che lo ha visto protagonista su Twitter come animatore di “Listening Party” che hanno coinvolto colleghi e pubblico in attesa della fine del lockdown. Un periodo in cui Burgess ha anche affinato la produzione per nulla banale di questi brani, nati su una chitarra acustica con l’intento di un disco da songwriter classico, ma poi finiti per diventare una variopinta e quasi sovraprodotta (senza dare un senso spregiativo al termine) esplosione di colori pop.

Alla fine ha vinto il suo background fatto del Paul McCartney meno prevedibile e delle sperimentazioni da studio di Brian Eno, come affiora nella costruzione non certo canonica di brani come The Mall, che tra soluzioni Prog e cori alla Beach Boys piacerebbe persino a uno come Steven Wilson, o la barocca Comme D’Habitude. Persino il pop alla Cure dell’iniziale Empathy ricorda con prepotenza la sua appartenenza musicale, così come l’indie-pop alla Blur di Sweetheart Mercury.

Tim Burgess eccelle in I Love the New Sky

Il disco è stato co-prodotto da Daniel O’Sullivan dei Grumbling Fur, che si sobbarca anche le parti di batteria e di pianoforte (alla chitarra invece resta il fido Mark Collins dei Charlatans), dimostrandosi fine e mai scontato cesellatore di soluzioni sicuramente retrò e citazioniste, ma che chissà come mai suonano davvero fresche anche in questo 2020.

Il disco prosegue con la più casalinga e volutamente sgangherata Sweet Old Sorry Me, brano che introduce alle distorsioni di Warhol Me, sorta di omaggio in salsa british ai Velvet Underground. La passione per il muro di suoni orchestrali ritorna in Lucky Creatures, bella pop-song in zona Verve, mentre l’intima Timothy e la leggera Only Took A Year portano a quel piccolo gioiello di arte dell’arrangiamento che è I Got This, che poteva anche chiudere l’album. La durata invece raggiunge i 53 minuti grazie ad una Undertow immersa negli archi e al dolciastro finale di Laurie. Piacevole sorpresa questo album, ottimamente suonato e prodotto, a dimostrazione che ancora esiste qualcuno che considera l’album in studio come punto di arrivo della vita d’artista, e non come scusa per un tour.

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...