lunedì 14 giugno 2021

DAVID GRISSOM

 


David Grissom

Trio Live 2020

(Wide Lode Records, 2020)

File Under: Guitar Hero

Ammetto che 30 anni fa sognavo una ben differente carriera per David Grissom, chitarrista che mi folgorò nei dischi e sul palco a fianco di Joe Ely, e che nella prima parte degli anni 90 divenne uno dei session-man più richiesti dal mondo del rock americano. A sponsorizzarlo fu John Mellencamp, che sulla sua chitarra poggiò praticamente tutto il suono dell’album Whenever We Wanted del 1991 (e anche dei primi due album di James McMurtry prodotti da Mellencamp stesso), salvo poi pentirsene un poco, viste le vendite insoddisfacenti di un disco troppo grezzamente rock per essere radiofonico (in una intervista dirà senza mezzi termini di considerarlo un errore di percorso). Il progetto degli Storyville era nato proprio per capitalizzare tanta buona reputazione in una band che suonava un roots-soul-rock molto radio-friendly e mainstream, tanto che il secondo album A Piece Of Your Soul del 1996 entrò nella Billboard americana, ma il progetto finì poco dopo. Da allora Grissom vive soprattutto di una caparbia carriera solista, in cui la sua chitarra continua a risultare una vera gioia per le orecchie, ma la sua vocalità, non particolarmente significativa, l’ha via via spostata dal rock di marca texana alla Joe Ely abbracciato nei primi titoli, sempre più verso un blues elettrico potente ma senza troppa originalità. Ho avuto modo di ammirare dal vivo il trio in azione in questo nuovo album in una sfortunatamente troppo piovosa sera di due anni fa, e l’impressione fu che la spettacolarità di vedere quelle dita scivolare con una naturalezza davvero rara sulle corde, non potesse essere facilmente trasferita in un album live di vero interesse. In questo va detto che questo Trio Live 2020 sembra essere una operazione riuscita, vuoi per la sua durata non esagerata che impedisce di arrivare ad annoiarsi, vuoi perché comunque il disco conserva il calore di una serata sul palco del Saxon Pub di Austin, con un pubblico più che partecipe (va notata infatti nei credits la presenza di una “Enthusiasm Coordinator”, e credo che sia la prima volta che vedo ufficializzata la mansione, qui affidata ad Aliya Rosegreen). Resta però il rammarico di vedere un simile talento ridotto a numeri da ordinario chitarrista blues come Lucy G o Crosscut Saw, con Grissom che trova modo di stupire, ma certo senza portare nulla che non avevamo già nella nostra discografia blues. Il che potrebbe non costituire un guaio se siete fan del personaggio, ma resta che senza un frontman che aggiunga voce, canzoni e un minimo di pathos in più, la sua bravura finisce per non risaltare come dovrebbe. Insomma, non è Trio Live 2020 che convincerebbe qualcuno che non lo conoscesse che facciamo bene a conservare di lui un ricordo quasi mitico, ma ancora una volta lo indirizzeremmo all’ormai lontano nel tempo Live At Liberty Lunch di Joe Ely, credo la summa del Grissom-pensiero. In ogni caso anche qui se la cava bene con grande professionalità, come anche i compari Bryan Austin alla batteria e Chris Maresh al basso, sostituito in tre brani proprio da quel Glenn Fukunaga che lo segue dai tempi doro. C’è tanta tecnica e tanto amore per il blues qui dentro, per le emozioni aspetteremo che si trovi un nuovo compagno.

 

Nicola Gervasini

 

 

                                                    

lunedì 7 giugno 2021

GIULIO LAROVERE

 


Giulio Larovere

Road Sweet Home

(Giulio Larovere,2021)

File Under: On The Road Again

L’idea di libertà assoluta che porta un giovane ad alienarsi dal mondo civile non smetterà mai di avere il suo fascino, letterario o cinematografico che sia (pensate al successo di Into The Wild di Sean Penn), ed è proprio su una storia simile, quella dell’americano John Knewock che raccontò il suo viaggio in solitaria per la nazione, che si poggiano i testi di Road Sweet Home, nuovo album del milanese Giulio Larovere. Il titolo parla chiaro sullo spirito che aleggia sul disco, quasi che l’abbracciare poi una grammatica roots-rock americana di stampo decisamente classico sia quasi un naturale “di cui” della motivazione filosofica. Larovere ha scritto questi brani in due notti, registrando i demo sottovoce per non svegliare i vicini. Un amore verso storia di rotture radicali che in fondo trova riscontro anche nella sua vita, visto che a 38 anni ha deciso di abbandonare la vita lavorativa “normale” per perseguire la sua vocazione artistica.  Un’idea forse legata ad ideali letterari del secolo scorso, come anche non certo moderna è stata la scelta di registrare in analogico “come ai vecchi tempi” grazie anche all’aiuto degli esperti Giuliano Dottori e Larsen Premoli, che si è occupato di far suonare organo Hammond e il piano Fender Rhodes come in un vero disco degli anni 70. Retro-mania motivata comunque dallo stile di questi brani, come i singoli Rain e To See A Lonely Hart o la programmatica What’s The Use On Being Free e Rambling Boy, tutte legate da un concept ben preciso legato alle poesie scritte sulla strada da Knewock. A Milano nel 2021 tutto ciò potrebbe sembrare anacronistico e fuori contesto, ma in fondo Road Sweet Home vuole solo ricordarci che là fuori esiste un’alternativa, e che a volte anche solo sognarla può aiutarci a sopportare il nostro scomodo status di persone “civili”

 

lunedì 31 maggio 2021

ALESSANDRO TOMASELLI

 


Alessandro Tomaselli

Guarda Come Ti Guarda

(2021, XOLA Factory)

File Under: In Berlin

Viene dalla Puglia Alessandro Tomaselli, autore che giunge con Guarda Come Ti Guarda al secondo album dopo l’esordio registrato in solitaria nel 2015 (Dove Andiamo Noi Niente a Che Fare), ed è sicuramente un giovane autore da seguire. I dieci brani che compongo il disco infatti dimostrano la presenza di un preciso progetto artistico e una propria idea di suono da sviluppare, dove il punto di partenza è sempre quell’indie-folk intimo e mai troppo allegro che ha preso piede ormai da anni anche nel nostro paese, ma con qualche interessante variazione sul tema. Il disco infatti è stato registrato principalmente a Berlino, e dei sapori musicali di quella città si nutre, sia per la copertina che è un dettaglio di un’opera esposta nella città (Cut temporare lage egal di Birgit Hölme), sia  in certe aperture strumentali quasi “ambient” (l’iniziale title-track) o in certi tappeti di tastiere (Dadat – che è l’acronimo della frase in ritornello, "Dell’Astronauta, Dell’Acqua Trovata" - o il bel finale di La Plastica, brano a tema ecologico che ospita nel finale il famoso discorso sul tema tenuto nel 1992 da Severn Cullis Suzuki alla Conferenza dell’ONU). Altrove invece resta la sua vocazione alla scarna canzone acustica (Se Bastasse Restare A Galla), ma i brani migliori sono propri quelli dove l’abito da songwriter classico si risolve in arrangiamenti più elaborati (Fai Finta Che). I testi, sospesi tra storie intime e ironia, sono poi spesso giocati sull’alternanza tra italiano e inglese (Blue Jay o About Six Years No Smoking Wow), con l’eccezione della totalmente anglofona Paramount Pix.

lunedì 24 maggio 2021

CASSANDRA JENKINS

 


Cassandra Jenkins - An Overview on Phenomenal Nature
 

Ba Da Bing Records, 2021

La storia triste che si cela dietro questo secondo album della newyorkese Cassandra Jenkins è che la cantautrice sarebbe dovuta partire in tour con i Purple Mountains nel 2019, ma la morte del loro leader David Berman ha sconvolto i suoi piani, ma soprattutto lei stessa, che ha avuto bisogno di un periodo di inattività. E non è stato facile ripartire poi con una pandemia a peggiorare la situazione, e con l’imperativo di dare un seguito al suo esordio ormai datato 2017 (Play Till You Win), e così lei ha scelto la politica dei piccoli passi. Si fa a fatica oggi a capire se un album di 7 brani e poco più di 30 minuti debba essere considerato un album corto (ma in fondo negli anni 60 questa era la normalità in termini di durate) o un EP lungo, ma bando ai discorsi di formato, godetevi questo An Overview on Phenomenal Nature, timido ri-approccio alla vita dopo un periodo critico di una artista da seguire. Voce soffice ed eterea, strumentazioni minimali fatte di loops, tastiere, chitarre acustiche, e l’uso alquanto insolito del suadente sax di Stuart Bogie, questi sono gli elementi principali della sua musica, fin dall’iniziale Michelangelo. Pezzo forte dell’album è il singolo Hard Drive, che inizia con un talking e si sviluppa in un grande brano che sottolinea anche l’importanza dei testi, dove Cassandra ama raccontare tramite nutrite gallerie di personaggi i propri disagi. Solo in Crosshairs, infatti, sembra voler affrontare direttamente il proprio periodo di isolamento dal mondo e dalle amicizie. Non sono da meno comunque gli altri brani, in bilico tra folk (New Bikini) e melodie da colonna sonora cinematografica (Ambiguous Norway con le sue storie di fantasmi nordici, Hailey, e lo strumentale conclusivo The Ramble). Il disco è prodotto da Josh Kauffman, membro dei Muzz e della superband Bonny Light Horseman, ma producer ormai richiestissimo nel mondo dell’indie, che la Jenkins ha conosciuto suonando con Craig Finn nelle sue sortite soliste dagli Hold Steady, autore che con Kauffman ha instaurato un ormai duraturo rapporto artistico. Tra i musicisti coinvolti invece vanno segnalati Ben Seratan, cantautore che l’anno scorso ha ben impressionato con il suo album Youth Pastoral, le percussioni di JT Bates, anche lui autore con già molti titoli all’attivo, e la chitarra di Will Stratton, artista protetto di Sufjan Stevens. Un piccolo incontro tra tanti colleghi conosciuti sui palchi di tanti festival insomma, quasi un piccolo remake nello spirito di quello che fu If I Could Only Remember My Name di David Crosby per la scena West Coast dei primi anni 70, una piacevole e rilassata suonata tra amici del mondo indie newyorkese.

Voto: 7,5

Nicola Gervasini

lunedì 17 maggio 2021

ISRAEL NASH

 


Israel Nash

Topaz

(Israel Nash, 2021)

File Under: Wall of Nash

Dodici anni sono forse pochi per fare resoconti di una carriera, ma Topaz, il sesto album di Israel Nash, sembra già voler suggerire la fine di un percorso che abbiamo seguito fin dal suo esordio del 2009 (New York Town). Quello che ai tempi ci sembrò essere solo un buon clone di Ryan Adams, ci aveva poi ben impressionato con il passo successivo Barn Doors and Concrete Floors del 2011, in cui la produzione dell’ex Sonic Youth Steve Shelley aveva trovato un perfetto equilibrio tra la struttura classica delle sue canzoni e la necessità di dimostrare una personalità propria. Album tra i migliori del decennio scorso per quanto ci riguarda, al quale fece seguito un comunque convincete Israel Nash's Rain Plans nel 2013, in cui prendeva piede una certa voglia di ripercorrere le strade di Neil Young anche nella dilatazione dei tempi. Ma a quel punto Nash deve aver deciso di voler uscire dalla gabbia dell’immagine del cantautore post-classic rock, e così, tagliato anche il secondo cognome usato per firmare i suoi primi lavori (Gripka) quasi a voler ribadire una nuova identità, ha provato a far crescere la propria musica. Israel Nash's Silver Season del 2015 allargava gli orizzonti e i minutaggi strumentali nella direzione di uno rock lisergico che invadeva il campo di Jonathan Wilson o dei Chris Robinson Brotherhood, perdendo di vista però le canzoni, difetto che Lifted del 2018 ha provato a correggere, non trovando però la perfetta quadratura, nonostante gli abbia però portato i primi riconoscimenti anche al di fuori del mondo della roots-music.  Topaz, album che già era stato in parte anticipato da un ep, pare invece ritrovare la strada. Nash non è più il rauco cantautore degli esordi, e permane in  queste canzoni quello stile un po’ “dark” e levigato “alla War On Drugs” che ha fatto da padrone nelle produzioni indie più di successo di questi ultimi anni, ma la svolta arriva dall’inserimento di una sezione fiati nel grande magma strumentale ancora una volta proposto, che fin dalla iniziale Dividing Lines suona non tanto come elemento di continuità con la tradizione, quanto come un puro oggetto di disturbo, se non proprio di rottura. L’effetto all’inizio stordisce, perché le atmosfere da cantautore involuto di Closer o Howling Wind sembrerebbero richiedere essenzialità, e non certo l’effetto maestoso che una sezione fiati inevitabilmente porta ad un arrangiamento, ma questo è proprio quello che rende speciali questo pugno di canzoni. Nash ha prodotto tutto da solo in uno studio di registrazione in casa, in cui ha fatto stare a fatica i tanti musicisti coinvolti a registrare in diretta, con pochissime sovra-registrazioni in post-produzione, e ha fatto davvero le cose per bene, perché brani come Canyonheart, Stay o Southern Coasts non perdono di vista l’importanza della scrittura (i testi sono molto personali e pieni di dolore, anche se non si fa mancare qualche polemica di stampo politico come in Indiana) e della melodia, ma osano qualcosa in più in termini di arrangiamenti, con il risultato di una sorta di wall-of sound sospeso tra rock e gospel (non mancano anche i cori d’altronde…), che è in fondo solo l’estremizzazione di quello che già aveva accennato così brillantemente nel suo secondo album. È probabile che un giorno Nash sentirà nuovamente la necessità di quella semplicità del suo ancora oggi godibilissimo esordio, ma il suo percorso pare voler aggiungere un nuovo elemento ad ogni tappa senza mai voler rinunciare alle precedenti, e Topaz ci sembra essere il capitolo più riuscito di questa escalation verso una sua concezione di “rock totale” che potrebbe anche non essere finita qui.

Nicola Gervasini                              

lunedì 10 maggio 2021

RUBEN MINUTO

 


Ruben Minuto – The Larsen's Sessions - Live in Studio

2021, Delta Promotion

La domanda che ogni musicista si è posto in questo perpetuo lockdown artistico a cui siamo costretti da un anno ormai è stata “che fare intanto?”. C’è chi si è buttato online in una serie continua di streaming per non perdere il contatto anche visivo col proprio pubblico, chi ne ha approfittato per scrivere nuovo materiale, chi purtroppo si è lasciato andare ad una cupa depressione. Oppure chi, come il milanese Ruben Minuto, ha sentito l’urgenza di fare un punto sulla sua carriera, quasi un auto-regalo per i suoi 50 anni, chiudendosi comunque in uno studio di registrazione, quando è stato possibile, per suonare una sorta di Live in Studio alla Neil Young con qualche amico raccolto in tanti anni di musica sui palchi (spiccano le tastiere di Riccardo Maccabruni dei Mandolin Brothers e il gran lavoro del chitarrista Luca Andrea Crippa, oltre alle voci di Sophie Elle e Lucia Lombardo ). Nascono così queste The Larsen’s Session, così chiamate perché registrate nei RecLab di Larsen Premoli, sorta di The Best personale con qualche nuova cover a condire il tutto, che va a rendicontare una carriera arrivata a tre dischi solisti, ma anche tante partecipazioni a band e progetti (tra cui anche una cover-band dei Lynyrd Skynyrd, i Mr. Saturday Night Special). Un modo per conoscere uno dei musicisti di casa nostra più richiesti dagli artisti americani (ad esempio Ashleigh Flynn o Don DiLego) quando vengono dalle nostre parti, per il suo feeling decisamente adatto ad un genere, che bisogna saper maneggiare con cura, come la musica americana. Dieci brani, come al solito sospesi tra blues e ogni tipo di tradizione folk e rock USA, come dimostrano le riletture decisamente vintage-style di Molly & Tenbrooks, uno standard bluegrass reso celebre da Bill Monroe nel 1947 e dagli Stanley Brothers l’anno successivo, o il puro country di Why Should I Be So Lonely?, brano di Jimmie Rodgers che fu anche un cavallo di battaglia di Merle Haggard. Altrove invece si rileggono brani propri come una Be Alive che sa tantissimo di Radio americana FM anni 70, e altri episodi puramente roots-rock come Who Cares o In The Hands of Time, mentre le sue origini blues affiorano prepotenti nella veemente High Heel Shoes o in This Our of the Day e Jimmy Two Steps. Voce fuori dal coro stilistico è una terza cover, proprio quella You’re the One That I Want (scritta da John Farrar, personaggio noto agli amanti della musica garage anni 60 per aver militato in band come i Mustangs, gli Strangers, il trio Marvin, Welch & Farrar e infine nei più noti Shadows), che rappresentava il punto di incontro delle schermaglie amorose tra John Travolta e Olivia Newton-John nel  musical Grease, e che qui, cantata in coppia con la soul-singer americana Jane Jeresa, si trasforma in una curiosa e molto originale ballata suadente e rallentata, che rappresenta la chicca di un album consigliato agli amanti del genere.

 

VOTO: 7

lunedì 3 maggio 2021

LUCA ROVINI

 

         

Luca Rovini & Companeros

L’ora del Vero

[Luca Rovini 2021]

File Under: Aspettandoci a casa

Se l’antica filosofia del “No Surrender” di springsteeniana memoria ha ancora senso di esistere nel 2021, credo che oggi in Italia nessuno più di Luca Rovini la stia impersonificando nella vita come nella musica. Di autori della nostra terra che si sono ispirati ad un certo tipo di rock americano, sia nel suono che nell’etica/epica dell’uomo da strada che non rinuncia al proprio sogno di una Terra Promessa (nonostante le tante bastonate e delusioni date da un mondo che sembra fatto apposta solo per uccidere ogni sogno possibile), ne sono state piene le cronache fin dagli anni 80, e, non ultime, le pagine della nostra webzine, ma alla fine questo indomito pisano, che dal 2013 ad oggi continua imperterrito ad offrire un rock in lingua italiana completamente fuori moda, credo sia l’”eroe” più fresco e ancora combattivo. Otto anni fa, al termine della recensione di Avanzi e Guai, il suo disco di esordio, caldeggiavo una maggiore attenzione alla produzione, e oggi con questo L’Ora del Vero, già il suo sesto disco in poco tempo, direi che il processo di maturazione sia arrivato a velocità di crociera, per quanto ovviamente possibile per una produzione indipendente. Rovini ha suonato tanto e soprattutto ha avuto il merito/fortuna di allestire una band (i Companeros) che ruota intorno ad un pezzo da 90 come Peter Bonta, chitarrista e tuttofare con nobili trascorsi da session man in Usa fin dagli anni 70 (era nei Rosslyn Mountain Boys, e ha suonato tra gli altri con Mary Chapin Carpenter), per cui quella che suona anche in questa nuova fatica è una band rodata e che, come si suol dire, “suona a memoria”, compresa la rocciosa sezione ritmica formata da Emiliano Baldacci e Andrea Pavani. D’altronde il rock di Rovini non cerca di sorprendere nessuno, ama un suono e una filosofia e lo ripropone con fierezza attraverso una serie di canzoni al solito sanguigne e dirette. Al solito il menu prevede canzoni che si lasciano andare all’emotività di un momento (spiccano Dove Brillano le Barche e lo speranzoso finale di Aspettiamoci a Casa), e altre che invece danno voce alla sua vis polemica (Un Altro Inganno e L’Ora del Vero) o all’esibizione della propria etica (Coi Tacchi Sporchi). Non mancano anche questa volta le riletture del suo mondo musicale, guarda caso molto vicino al nostro, e quindi ecco una coraggiosa rilettura in italiano di The Rain Came Down, uno dei migliori brani dello Steve Earle della prima ora, che qui diventa La Pioggia Viene Giù, e una Billy del Bob Dylan di Pat Garrett & Billy The Kid resa con un evidente pensiero alla versione di Willy DeVille. Disco fieramente dedicato al rock americano quindi, con poche variazioni sul tema (il tocco “black” di Quasi Mezzanotte), e un disperato bisogno di riassaporare la polvere della strada, che è l’unico luogo dove queste canzoni andrebbero ascoltate.

 

Nicola Gervasini

lunedì 26 aprile 2021

BELLE AND SEBASTIAN

 

Belle and Sebastian

What to Look for in Summer

(2020, Matador)

File Under: Summer in the city

Più di 25 anni di carriera cominciano ad essere tanti per una band, soprattutto se poi importante come lo sono stati i Belle And Sebastian nella fine degli anni 90, probabilmente il vero punto di passaggio dall’era delle grandi produzioni radiofoniche delle major di quel decennio all’era della indie-music improntata al “less is better” degli anni 2000. 25 anni sono infatti passati dal loro esordio Tigermilk, con qualche piccola pausa di riflessione, e un consenso forse un po’ calato in questo ultimo decennio, anche per via di alcune produzioni occhieggianti al pop più danzereccio che non sono state ben accettate dalla vecchia fanbase. In ogni caso se l’iconica figura di Isobel Campbell aveva abbandonato la barca nel momento di maggiore gloria, sono ben cinque i componenti che non hanno mai smesso di dare vita alla sigla fin dalla fondazione (Stuart Murdoch, Stevie Jackson, Sarah Martin, Chris Geddes e Richard Colburn), il che fa di loro uno dei combo più stabili e duraturi di questi anni duemila. Giusto festeggiare quindi queste nozze d’argento con un disco live, ufficialmente il quarto della loro storia se si considera tale anche le BBC Sessions del 2008. Uscito giusto sul finire del 2020, What To Look For In Summer ha però l’evidente aspetto dell’autocelebrazione di una carriera, con il suo formato doppio e una durata di quasi 100 minuti che serve a rileggere un po’ tutte le fasi della loro discografia attraverso 23 brani. Anzi, Stuart Murdoch si spinge anche più in là, citando Yessongs degli Yes e Live and Dangerous dei Thin Lizzy come modello del disco, denotando una nostalgia di un’era in cui il doppio album live veniva visto come il punto di arrivo di una carriera (e per molti, vedi anche gli esempi di Bob Seger, Kiss, Cheap Trick o Peter Frampton, anche l’occasione di maggiori vendite). Nell’era dello streaming e del ritorno all’egemonia del singolo rispetto all’album. la scelta appare quindi anacronistica quanto una pubblicazione su audiocassetta, ma il contenuto giustifica il giochino. Ci sono i grandi classici come If You're Feeling Sinister o My Wandering Days are Over, c’è una band che dimostra ancora tutta la freschezza del suo suono, e soprattutto una gioiosa interazione col pubblico. I brani provengono da diverse serate registrate nel corso del 2019 in alcuni teatri degli Stati Uniti (Solo Little Lou, Ugly Jack, Prophet John è stata registrata a Barcellona). Così come la grandi band degli ani 70, anche i Belle & Sebastian provano dunque a capitalizzare la propria carriera con un disco che può davvero essere un doveroso punto della situazione per chi come noi li segue da sempre, ma anche il punto di partenza per i più giovani, che magari troveranno in questa versione di oltre sette minuti di The Boy with the Arab Strap quanto di più moderno ancora offre quella che per anni abbiamo chiamato indie-pop.

Nicola Gervasini

lunedì 19 aprile 2021

BEN BEDFORD

 

Ben Bedford

Portraits


(2020, Cavalier Recordings)

File Under: History Lesson




Era il 2009 e tra i dischi di outsiders dagli Usa mi capitò di recensire l’esordio di Ben Bedford, giovane cantautore proveniente da Springfield, disco in verità uscito più di un anno prima, ma recuperato per segnalare un autore che già allora notavo come particolarmente dotato nella scrittura, sebbene musicalmente fedele a ai canoni rigidi della canzone americana. Da allora abbiamo seguito la sua carriera, che nel 2018 con The Hermit’s Spyglass è arrivata a cinque album, tutti molto interessanti, sebbene rimasti comunque un fenomeno da sottobosco della roots music. Ma il segnale che qualche riconoscimento perlomeno in patria gli sia arrivato è la pubblicazione di questo Portraits, prima raccolta della sua carriera che serve anche un po’ a sopperire alla difficile reperibilità dei suoi primi 3 titoli. I dodici brani scelti partono proprio da dove lo avevamo incontrato, dagli 8 minuti di Lincoln’s Man, il suo principale biglietto da visita lirico. The Sangamon, contenuta nel secondo disco Land of the Shadows del 2009, dimostra invece come all’inizio Beford cercava nella lezione di cantautori come Townes Van Zandt o Gordon Lightfoot quel mix di asprezza lirica e dolcezza melodica su cui basare la sua musica. Il suo cantato un po’sgraziato e monotono è stato un po’ il suo tallone d’Achille nei suoi primi anni, ma già What We Lost, tratta dall’omonimo terzo album del 2012, mostra i chiari segni di maturazione da perfomer. Col tempo la sua scrittura si è fatta più asciutta, ha perso forse un po’ della verbosità da professore quale è stato (insegnava storia), in favore di una forma canzone più classica e snella che ha fatto si che i suoi due ultimi album abbiano avuto un po’ più di buoni riscontri, ma questa raccolta già mostra, riassumendo il suo primo periodo quanto in fondo già ci stava lavorando bene. E se le storie tipiche del folk più classico restano la sua prima passione (Amelia), già Land Of The Shadows (For Emmett Till) e John The Baptist o Guinevere Is Sleeping mostrano un amore per la letteratura e le citazioni che quasi me lo farebbero paragonare al nostro Roberto Vecchioni in vena di lezioni liceali. In ogni caso se vi viene voglia di recuperare album più maturi come The Pilot And The Flying Machine ‎del 2016, questo Portraits è davvero un valido riassunto delle puntate precedenti di un autore la cui statura resta di nicchia, ma pur sempre di quella nicchia che per noi non smetterà mai di destare interesse, finché l’America raccontata da questi autori sarà presente prepotentemente nelle nostre vite con le sue storie sospese tra grandezza e follia, nel bene e nel male parte anche del nostro background culturale.

 

Nicola Gervasini

lunedì 12 aprile 2021

AARON FRAZER

 


Aaron Frazer - Introducing...

Dead Oceans, 2021.

Dura la vita dei batteristi, da sempre relegati nelle retrovie della ribalta, e considerati spesso braccio ma non mente di un processo artistico, Le eccezioni nella storia ovviamente si sprecano, ma ogni volta c’è sempre una certa immotivata sorpresa quando si scopre che chi batte le pelli in una band tutto ritmo e soul come ad esempio gli Indications, abituale backing-band di Durand Jones, possa esordire con un proprio disco e dimostrare doti da frontman navigato. È questa la storia deI newyorkese Aaron Frazer e del suo Introducing... che sta riportando in questi primissimi giorni del 2021 il soul di nuovo al centro della discussione musicale. Di fatto il buon Frazer arriva ormai ultimo, e pure parecchio in ritardo, rispetto al revival innescato dalla scena New Soul degli anni zero, eppure ogni volta c’è sempre da meravigliarsi come certe lezioni di grandi nomi come Marvin Gaye o Curtis Mayfield siano davvero dure a morire, dopo che gli anni ottanta e novanta parevano averle messe in crisi e definitivamente archiviate. E per Frazer vale un discorso che torna poi buono per tutti, se cercate ancora l’uomo che possa ancora portare avanti il discorso della black music continuate a rivolgervi altrove, perché il suo retro-sound è puro diletto per vecchi cultori della materia, o, se vogliamo, per giovani che si sono persi molte puntate del passato e magari possono ripartire da qui e andare a ritroso per recuperare tutte le lezioni. E chi meglio di Dan Auerbach dei Black Keys nelle sue vesti di produttore poteva cucirgli addosso un sound fatto di soul levigato e fiati sixties. Con riferimenti ogni volta chiari e precisi, nonostante lui giuri che non era sua intenzione fare un disco ancorato al passato. Ma lo smentiscono una You Don't Wanna Be My Baby che riparte là dove Isaac Hayes aveva finito con la cover di Walk on By, una If I Got It (Your Love Brought It) che è puro Mayfield-pensiero, mentre altrove in affiorano chitarre più bluesy che lo portano in zona primo Lenny Kravitz, e così via. Gli danno manforte i Memphis Boys, riuniti a Nashville da Dan Auerbach, gente che era lì a suonare quando Aretha Franklin si sentiva una donna normale e Dusty Springfield flirtava con il figlio del predicatore, per cui capite già bene lo spirito del disco, che segue poi la linea di alternanza tra ballate come Have Mercy, e momenti più movimentati come Ride with Me o Done Lyin’. Insomma, un bigino sospeso tra Stax e Motown che Frazer dimostra di gestire al meglio quasi fosse un veterano, mettendoci se non altro la passione di chi segue con attenzione insegnamenti altrui. Potrebbe essere magari solo il primo seme di un grande albero, come lo fu il timido ma già significativo esordio del 2012 di Michael Kiwanuka (Home Again), preludio ad uno sviluppo di idee che a questo punto attendiamo con giustificate aspettative alte.

 

VOTO: 7,5

lunedì 5 aprile 2021

FRANZONI ZAMBONI

 Franzoni Zamboni

La signora Marron
[Bluefemme StereoRec 2020]


 File Under: frammenti persi di due carriere

bluefemme.it

di Nicola Gervasini

Marco Franzoni e Manuele Zamboni sono due veterani del rock italiano, già assieme nella band dei Noverose tra il 2002 e il 2007. Ed è proprio in quegli anni che erano nate le prime canzoni e idee di questo La Signor Marron. Manuele Zamboni aveva poi seguito una sua carriera solista (tre album tra il 2006 e il 21012), mentre Marco Franzoni ha sviluppato, oltre a quella di session-man tuttofare, anche una carriera di fonico e produttore, nata facendosi le ossa con Hugo Race tra gli altri, e che lo ha portato a seguire dischi per i Superdownhome e Omar Pedrini. E proprio quest’ultimo è stato uno degli artisti che più ha sponsorizzato la necessità di registrare questo album, dove i due confessano tutto il loro amore per la musica d’autore americana, tirando in ballo Bob Dylan e Townes Van Zandt come numi tutelari. Eppure dal punto di vista della scrittura queste dieci canzoni attingono alla grande anche nella tradizione ormai di lungo termine della scena alternativa italiana, ma con un tocco sonoro che loro stessi vedono molto vicino ai Calexico. Registrato a distanza, in pieno “covid-time”, con l’ausilio del batterista statunitense Jonathan Womble, la suggestiva tromba di Francesco Venturini e tanti altri session-men (tra cui anche Claudia Ferretti alias Claudia Is On The Sofa ai cori) , i brani del disco sono ben arrangiati in puro stile da band roots americana, ma descrivono nei testi in italiano una disillusione sulla situazione di casa nostra. La cover di Vicenzina e La Fabbrica di Enzo Jannacci è dunque un significativo tuffo in una visione pessimista della società che era buono nel 1975 quanto ora, ma anche brani come Non Fa Rumore La Primavera (con un bel gioco di fiati), Arida, Controluce, con il suo teso finale, e Oltre il cortile sanno di disincantata riflessione di mezz’età.

KURT VILE

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