venerdì 15 luglio 2022

BASIA BULAT

 

Basia Bulat - The Garden

(Secret City Records, 2022)

 


Esiste un sottogenere di prodotto discografico che ho deciso di definire “Ho una intera orchestra a disposizione, perché non ne approfitto per rifare i migliori brani del mio catalogo in versione orchestrale? Mi pare una buona idea!”. Poi, se volete, troviamo un acronimo alla definizione per mere questioni di brevità, ma il succo è quello, ed è una tentazione a cui non sono sfuggiti grandi e piccoli nomi, non ultimo recentemente anche Sir Paul Weller. Ora è il turno di Basia Bulat, autrice che arriva a questo appuntamento con solo cinque album all’attivo, e con una carriera che, dopo il botto iniziale di Oh, My Darling del 2007, ha vissuto fasi altalenanti, non sempre all’altezza delle grandi aspettative che aveva innescato. Di fatto lei è una bravissima artista che si muove con grande delicatezza nelle trame del folk e della canzone d’autore, potremmo dire la vera figlia del matrimonio artistico tra la sua connazionale Joni Mitchell e Sandy Denny. Uscita soddisfatta ma non del tutto rinfrancata dall’esperienza del suo ultimo sofferto album Are You in Love?, prodotto con il suo solito gusto un po’ barocco dal My Morning Jacket Jim James, Basia Bulat pubblica ora questo The Garden, sorta di personale Greatest Hits rivisitato in chiave sinfonica, in verità punto di arrivo di una serie di concerti in cui si è fatta accompagnare da ensamble classici con grandi applausi. Non è un vero live però questo, semmai un disco registrato in presa diretta da Mark Lawson (già ingegnere del suono degli Arcade Fire) con la sola aggiunta delle chitarre e del basso di Andrew Woods e Ben Whiteley. Il risultato è sicuramente affascinante, e concede alla Bulat anche la giusta occasione per dimostrare doti vocali non indifferenti, e magari non fa male a nessuno riascoltare alcune gemme del suo repertorio che la voracità produttiva di questi anni 2000 rischia di gettare nel dimenticatoio come Heart Of My Own, The Shore, Fables o la più tradizionale The Pilgriming Vine. Quello che purtroppo però non accade è il miracolo di sorpassare gli originali o affiancarsi come irrinunciabile alternativa, quello che riuscì ad esempio, con gran sorpresa di molti, ai Portishead ai tempi del loro splendido Roseland NYC Live. Più che altro nella fredda comunicazione di un disco ascoltato da lontano nel nostro vivere quotidiano (a casa, in treno, in ufficio, ovunque poi voi abbiate occasione di ascoltarlo), pare evidente che ci si perda qualcosa del calore comunicativo di una proposta così intensa nei suoni, ma nel suo complesso inevitabilmente omogenea e poco idonea a catturare l’attenzione di un orecchio distratto. Resta comunque un punto della situazione importante per lei, sperando possa essere preludio per quel salto di maturità anche le ultime prove discografiche avevano lasciato un po’ in sospeso. E mi raccomando, “play it low” e in silenzio.

Nicola Gervasini

VOTO: 7

giovedì 7 luglio 2022

MIKE CAMPBELL

 

Mike Campbell & The Dirty Knobs
External Combustion
[Mike Campbell/ Bmg 2022]

 Sulla rete: thedirtyknobs.com

 File Under: The Show Must Go On


di Nicola Gervasini (05/04/2022)


Una buona idea per uno speciale per una rivista musicale sarebbe scrivere la storia del rock attraverso i dischi solisti dei chitarristi normalmente abituati ad essere la spalla di un artista in particolare. Buona per il valore storico probabilmente, ma sicuramente non per attirare tanti lettori, visto che questa storia percorrerebbe inesorabilmente un sentiero fatto di dischi minori, curiosi nel migliore dei casi, trascurabili nel peggiore. Nessuno metterebbe in dubbio l’importanza di un Mick Ronson per la musica di David Bowie, un po’ meno quella delle sue sortite soliste, e credo che nemmeno Joe Perry consideri i suoi lavori personali importanti quanto quelli fatti con gli Aerosmith, per arrivare magari a citare Keith Richards, che spesso ha ribadito che i suoi dischi solisti (che sono comunque tra i migliori di questo sottogenere) servivano solo a tenerlo occupato mentre Jagger aveva altro da fare.

La storia per Mike Campbell è un po’ diversa, visto che purtroppo non ha più un Tom Petty da aspettare, uno che davvero non poteva fare a meno di lui tanto da chiamarlo a suonare e produrre anche i dischi non attributi agli Heartbreakers come Wildflowers, Full Moon Fever o Highway Companion. Mike ora fa vita da session-man puro, ma dal 2019 ha dato vita anche una band, i Dirty Knobs, con i quali ha esordito nel 2020 con l’album Wreckless Abandon. È significativo che il loro secondo sforzo cambi la sigla in Mike Campbell and The Dirty Knobs, segno che forse non tutti i fans di Petty si sono accorti che dietro i Dirty Knobs si celava il loro vecchio guitar-hero. Questioni solo di intestazione, perché poi External Combustion cambia davvero poco le carte in tavola, a partire dai partners che restano gli ex Five Easy Pieces Jason Sinay (chitarra) e Matt Laug (batteria), session man visti anche alle spalle di grandi nomi come Alanis Morrissette e Neil Diamond, e il bassista Lance Morrison, già chiamato in causa anche da Don Henley.

Al secondo giro Campbell chiama anche qualche amico, il vecchio leone Ian Hunter che porta adrenalina in Dirty Job, la bella voce di Margo Price che impreziosisce la ballad State of Mind e qualche intervento del vecchio amico “spezzacuori” Benmont Tench. Le novità sono queste, perché per il resto Campbell ha una sua filosofia di rock americano buono sia per una garage-band (Lightning Boogie), sia per una american-band da grandi arene (Cheap Talk) che qui trova buona rappresentazione soprattutto nei brani iniziali del disco come la “petttianissima” Wicked Mind o Brigitte Bardot. Resta però quel gusto amaro di un qualsiasi disco di un chitarrista in libera uscita dalla strada principale, e cioè che troppo spesso si sente più la mancanza di un vero cantante (e magari anche di un grande autore, anche se la finale Electric Gypsy regala qualche soddisfazione in quel senso), piuttosto che la presenza del suo immortale e sempre perfettamente dosato tocco chitarristico.


venerdì 1 luglio 2022

DELINES

 

The Delines - The Sea Drift

2022, Decor/ Audiglobe 2022


 

Ci vorrebbero non uno, ma almeno dieci speciali per spiegare al pubblico italiano quanto importante stia diventando sempre più Willy Vlautin per la cultura americana. Noto (sempre troppo poco purtroppo) nel mondo musicale per la sua creatura ormai abbandonata nel 2016 (i Richmond Fontaine, una sorta di appendice ancor più letteraria della lezione degli Uncle Tupelo), Vlautin è diventato uno dei più importanti e prolifici romanzieri statunitensi, vero e proprio erede di una tradizione alla Steinbeck fatta di province desolate e antieroi in fuga. Ma se ad un certo punto pareva quasi che il mondo della musica non fosse più di suo interesse, ecco che un progetto nato quasi per caso come i Delines lo ha riportato in prima linea. Eppure ai tempi del loro esordio, l’ancora molto consigliabile Colfax del 2014, la sigla doveva servire a lanciare più che altro la vocalist Amy Boone, già nel giro dei musicisti da tour dei Richmond Fontaine fin dal 2003, ma ora che siamo arrivati al quarto album (dopo Scenic Sessions, distribuito solo online nel 2015, e The Imperial del 2019) è evidente che l’ensemble, ormai assestatosi in una numerosa formazione di sette elementi, ha assunto un ruolo stabile di primo piano nel mondo della musica americana più legata alle radici. Di fatto anche questo The Sea Drift non cambia le carte messe in tavola dai suoi tre predecessori, puntando su un suono etereo, cinematografico (gli strumentali The Gulf Drift Lament e Lynette’s Lament parlano chiaro in questo senso), ma soprattutto sempre appoggiato sul sensibile tocco di Vlautin nella composizione dei brani, piccoli episodi di una ipotetica serie tv sul tema della fuga nella cultura americana, topic che pare essere ancora ben attuale nell’imaginario d’oltreoceano. Musicalmente, oltre alla voce della Boone, rinfrancata dopo il brutto indicente d’auto che l’ha tenuta ferma per tre anni, è però Cory Gray il vero perno su cui poggia tutto, sia quando puntella i brani con le sue tastiere dando un tocco quasi soul, sia quando li ricama con la tromba. Non è certo un disco per chi cerca energia, anzi, più si addentra nella parte centrale, più rallenta e si fa sognante, con un rimando sonoro che può anche rievocare il country da camera dei Cowboy Junkies dei tempi d’oro. Ma sono ancora una delle poche band che pensa la musica come racconto, che crede nella letteratura come base di un testo, e che le canzoni migliori che parlano di noi, di un mondo, di una nazione e di una maniera di vivere sono quelle che lo fanno attraverso personaggi di fantasia che non hanno mai nulla di particolare se non quello di vivere intensamente la loro voglia di riscatto, o semplicemente il loro modo di arrendersi ai rimpianti e alla malinconia. Quello che questo album ha reso perfettamente.

VOTO: 8

 

lunedì 27 giugno 2022

CENTRAL UNIT

 

Central Unit – Parallelism

Snowdonia, 2021


La storia dei Central Unit ha origini lontane, fin dal 1980 e dai primi esperimenti di new wave synth-oriented fatti nella allora fervente scena bolognese. Il loro primo EP del 1982, Living Machinery, è un piccolo cult-record della scena italiana dell’epoca, e conteneva anche una cover di What Use? dei Tuxedomoon, giusto per indirizzarvi subito sulle influenze. Nel 1983, all’epoca dell’uscita del primo album omonimo per la CGD (il bassista dei Tuxedomoon Peter Principle restituì l’omaggio producendo il disco), con il nucleo storico formato da Alberto Pietropoli, Alvise Cristinelli, Enrico Giuliani, Natale Nitti e Roberto Caramelli, divisero anche il palco con band come Einstürzende Neubauten e aprirono persino i concerti degli Spandau Ballet nella loro fase di passaggio dalla new wave al pop new-romantic. Poi però la loro storia si era fermata, fino al 2004, epoca in cui si riesumò la sigla per l’album Internal Cut, a cui hanno poi fatto seguito I See You (2010) e Whatever Day Suits You Best (2018). Arriviamo così a Parallelism, disco nato come semplice colonna sonora, ma poi finito per essere un progetto discografico indipendente. Le musiche, infatti, fanno riferimento ad un film di Marco Bolognesi dallo stesso titolo, a cui è abbinata anche una installazione dello stesso artista (da anni un gigante dell’arte multi-mediale, paradossalmente forse più riconosciuto all’estero che da noi, vista la pletora di premi internazionali che l’opera ha già avuto). La pellicola è un corto che sperimenta l’unione di immagini e musica, suoni che però hanno una potenza sperimentale tale da risultare interessanti e suggestivi anche se suonati dal vostro stereo senza interventi visivi. La musica di Parallelism, infatti, è pura elettronica come genere di riferimento, ma spazia in diversi ambiti. Del nucleo storico sono rimasti Petropoli (sax e voce) e Giuliani (basso), a cui si è aggiunto ormai da tempo il produttore e tastierista Riccardo Lolli (impegnato anche al theremin) e per l’occasione la violinista Isabella Bui, il cui ruolo è stato abbastanza determinante in alcuni momenti dell’album (Modern Pioneers o Codex, ad esempio, che vede l’intervento di Andrea Ventura alla batteria). Il tutto per un viaggio che vi consigliamo di fare in ore notturne e ancora meglio in cuffia per apprezzare le suggestioni- di brani come Exit Freedom of Thought, The Rest of our Lives o Sit Here and Dream. Per quanto intervenga anche l’uso delle voci, il disco è da considerarsi come strumentale, ma se non è la forma canzone che state ricercando, Parallelism è sicuramente uno dei prodotti nostrani più interessanti del momento.

VOTO: 7

lunedì 20 giugno 2022

BIG THIEF

 

Big Thief
Dragon New Warm Mountain
I Believe in You

[4AD 2022]

 Sulla rete: bigthief.net

 File Under: Moonlight in Vermont


di Nicola Gervasini (24/02/2022)

Che siano due album usciti nello stesso anno o un unico doppio, la mole non cambia: a distanza di tre anni dall’accoppiata che ce li fece amare (U.F.O.F e Two Hands), tornano i Big Thief. Dragon New Warm Mountain I Believe in You è il frutto di queste tre stagioni di scrittura in reclusione da parte della cantante Adrianne Lenker, il che ha fatto deviare un poco dal progetto iniziale pensato nel 2019 dal batterista e produttore dell’album James Krivchenia, che era quello di registrare in quattro studi differenti, in quattro posti tra loro molto diversi per ispirazione e suoni (New York, il Topanga Canyon in California, il Sonoran Desert in Arizona e la zona montuosa del Colorado), col fine di catturare così la musica della band in ogni suo aspetto e sfumatura. Poi l'arrivo del Covid li ha costretti a rinchiudersi prima nel Vermont, ma alla fine il disco è il risultato della scelta di 20 pezzi sui 45 registrati in 5 mesi, il che fa pensare che forse per il prossimo capitolo non si dovrà aspettare tanto.

I doppi album nell’era dello streaming suonano ormai come una provocazione, ma va detto che la band vive un momento di evidente grazia che è giusto sfruttare al massimo, dato che ci sarà tempo poi per riscendere nella normalità, come è naturale che accada per qualsiasi gruppo dopo qualche anno di rodaggio. Per cui, fin dal primo ascolto, Dragon New Warm Mountain I Believe in You dona subito la sensazione che qui siamo all’apice artistico e al massimo delle loro possibilità, con episodi di puro folk rurale con la Band nel cuore (Change, Sparrow), a momenti in cui invece si spingono più in là abbracciando suoni più prodotti, e, se volgiamo, anche più radiofonici (Little Things). Dunque alla fine sì, il risultato è quello voluto, e cioè di offrire un piatto ricco e composito che potrebbe suscitare le reazioni più disparate (dalla noia all’entusiasmo, o al classico commento ”se fosse stato un singolo album sarebbe stato meglio” che accompagna qualsiasi doppio album da Blonde on Blonde in poi), ma che con più equilibrio potremmo definire un disco di conferma per una delle realtà musicali più vive del momento.

Piace in particolare il loro essere una combo davvero rodata, con contributi paritari di tutti i membri (le chitarre di Buck Meek restano il fulcro di tutto, mentre il bassista Max Oleartchik gioca un po’ un ruolo alla John Paul Jones, spargendo tastiere e elettronica laddove gli è concesso, come in Blurred View o Wake Me Up to Drive), e il fatto che sappiano passare con disinvoltura da brani intimi (Simulation Swarm) ad altri che ti si incollano addosso come Love Love Love. Il tutto con testi che raccontano con grande semplicità il continuare a vivere l’amore e le solitudini di artisti, o semplicemente di persone, del nostro tempo. Quello che i Big Thief stanno raccontando decisamente bene.


lunedì 13 giugno 2022

EELS

 




Eels

Extreme Witchcraft
[E Works/ Pias 2022]

 Sulla rete: eelstheband.com

 File Under: Extreme (F)eels


di Nicola Gervasini (18/02/2022)

Ho visto gli Eels in azione nel 2019 a Milano e ne conservo un bel ricordo, la sensazione di aver sentito anche solo una piccola parte di quello che la band (o Mr. E. se vogliamo sposare la tesi che il nickname rappresenti solo lui) abbia espresso in 25 anni di carriera. Chitarre elettriche in primo piano, musica ad alto voltaggio, e rocciosi riff da vecchio hard-blues a farla da padrone: il set fu divertente e scanzonato, ma rispecchiava quella voglia di classic-rock che ogni tanto prende un artista che invece è forse più riconosciuto per il suo indie-pop decisamente introverso e cantautoriale.

Quando nel 2001 pubblicò Souljacker, sorprendendo tutti con questo suono dopo tre album iper-acclamati, Everett si prese anche non poche pernacchie da fans e critica, e le cronache ancora oggi parlano di un disco deludente, ma il nuovo Extreme Witchcraft riparte esattamente da lì. Innanzitutto dalle riff-songs, piazzando fin dall’inizio un 1-2 formato da Amateur Hour e Good Night on Earth che potrebbe ricordare i Black Keys dei tempi d’oro, e secondariamente dallo stesso collaboratore d’allora, John Parish, produttore (ma anche co-autore) di tutto il nuovo album, quasi a voler ribadire con forza la bontà di certe scelte. Oggi però l’album viene accolto meglio, il che forse potrebbe dare occasione di rivalutare Souljacker per quello che era (un discreto disco di indie-hard potremmo definirlo), e questo è forse segno di tempi meno legati a visioni settarie anche nel campo musicale.

Il quattordicesimo album della sigla, comunque, dopo una partenza che fa capire subito che si riprende un discorso interrotto vent’anni fa, cerca stavolta più variazioni sul tema, con innesti pop (Strawberries & Popcorn) e di elettronica, e un alternarsi di brani che virano prepotentemente sull’hard-blues (Steam Engine) e altri che camminano su altri lidi come So Anyway. Il problema, a volerlo trovare, è che si ha la stessa sensazione della sua produzione dal 2009 ad oggi, e cioè che non tutto il materiale viaggi allo stesso livello, e che ogni tanto il Signor E pecca un po’ di fretta e superficialità tirando via una seconda parte del disco che non si fa ricordare quanto il frizzante inizio. Ma chi ama il personaggio sa che in verità sarebbe sbagliato giudicare i singoli album, quanto pensare alla sua opera come ad un unico diario personale (qui siamo al capitolo “cosa sto facendo dopo la fine del mio secondo matrimonio”) in cui compaiono racconti finiti e meravigliosi, ma spesso anche appunti e idee appena abbozzate.

Prendere o lasciare insomma, Extreme Witchcraft non sarà il titolo che ricorderemo subito degli Eels, ed entra nell’elenco degli album che amerete da irriducibili fan, ma vi potrebbero lasciare indifferenti se invece cercate nuove vibrazioni.

lunedì 6 giugno 2022

MAISIE

 


Maisie - 2013-2021 Dal diario di Luigi La Rocca, cittadino. Cronaca di un viaggio troppo allucinante dalla tenebra della barbarie alla luce troppo meravigliosa della civiltà

Snowdonia, 2022

Il titolo 2013-2021 Dal diario di Luigi La Rocca, cittadino. Cronaca di un viaggio troppo allucinante dalla tenebra della barbarie alla luce troppo meravigliosa della civiltà è lungo, vero, ma è decisamente proporzionato alla mole di questo doppio album, composto da 62 brani con titoli non certo sintetici. Ma loro, i Maisie, giurano che sarà l’ultima volta, e che da qui in poi entreranno in un percorso di tagli di formato fino ad arrivare ad un 45 giri registrato su un lato solo. Ad Alberto Scotti e Cinzia La Fauci piace da sempre scherzare, fin dal 1994 quando formarono la band a Messina, e se già il precedente Maledette Rockstar era un chilometrico album dedicato alle nostre ipocrisie moderne, qui l’idea di concept album è ancora più centrale, e segue le immaginarie vicende di un “medioman” italiano chiamato Luigi La Rocca che cerca nei mille rivoli del facile opinionismo da social (ma anche in quello degli stessi rappresentanti politici che dovrebbero molto teoricamente navigare al di sopra da questo mare di idee alla rinfusa), una propria via di pensiero che sia allo stesso tempo politically correct ma alternativa, non allineata ma collaborativa, e così via, di contraddizione in contraddizione (loro stessi definiscono il suo percorso come “un viaggio che da invasato fascistoide lo condurrà a diventare invasato progressista, rimanendo purtroppo lo stesso cretino di sempre”). E così basta leggere la tracking list, sorta di antologia dei più comuni “topic” letti nei post degli ultimi anni, per capire che in un certo senso l’autore della band Alberto Scotti, lui stesso un attivo animatore di discussioni “tuttologhe” sui social, si è immaginato una propria antitesi che segue “come un boccalone” tutto ciò che lui abitualmente esamina minuziosamente e spesso polemicamente nei suoi post quotidiani. Gioco che pare riuscire, perché sebbene gli intenti siano tutt’altro che comici (di fatto dal disco traspare la loro visione alquanto critica ed estrema della nostra società a tutti i livelli), i testi finiscono per essere spesso spassosi. Sulla lunghezza del disco poi non c’è molto da dire di nuovo, tutti i prodotti della Snowdonia, etichetta discografica che loro stessi dirigono, sono fondamentalmente più delle opere teatrali da portarsi in casa attraverso lussuose confezioni a libro dei cd, più che un semplice album da ascoltare distrattamente via streaming (nel booklet Scotti si fa fotografare con un cartello “No Streaming “, giusto per ribadire il concetto). Quello che rende però l’opera di valore, al di là del suo moderno e ironico storytelling (si dice così oggi no?), è il fatto che dietro titoli provocatori si celano anche canzoni ben scritte e un caleidoscopio di generi e suoni davvero ammirevole, con i tanti strumentali che ricordano quelli del Lucio Battisti di Amore non Amore nella scelta di lunghi titoli, e che spesso si buttano verso un jazz-rock di “Zappiana” memoria (l’uso dei fiati- ad esempio) e sperimentazioni di larghissimo raggio. Come potrete immaginare, inutile citare titoli, a meno di scriverci un libro, ma a garanzia che qui quando si suona non si scherza mica, c’è sia il nucleo della band (che ha imbarcato anche Cristiano Lo Mele dei Perturbazione), ma anche una lista di collaboratori lunga quanto due pagine di booklet, tra artisti della Snowdonia, e musicisti di ogni tipo di estrazione, oltre al produttore deluxe Riccardo Lolli. Non posso elencarveli, ma potrete ritrovarli anche loro, come noi, in quel mondo online fatto di chi crede, dubita, segue, banna, si infervora, ignora, declama, si esalta, si indigna, riflette, si mostra e si nasconde, che i Maisie hanno qui rappresentato perfettamente.

Voto: 8

Nicola Gervasini

mercoledì 1 giugno 2022

GRACE CUMMINGS

 


Grace Cummings

Storm Queen
[ATO 2022]

 Sulla rete: gracecummings.bandcamp.com

 File Under: aussie folk


di Nicola Gervasini (08/02/2022)

Grace Cummings viene da Melbourne, ed è una delle più interessanti e direi particolari nuove leve del cantautorato al femminile, giunta con questo Storm Queen al suo secondo album. Chi l’ha conosciuta con l’esordio Refuge Cove sa già cosa aspettarsi, visto che qui si respira aria di conferma più che di cambio di rotta (e, per il momento, direi meno male), ma i neofiti vanno avvertiti che il timbro vocale potrebbe sorprendervi, se non anche infastidirvi, per quel suo essere molto impostato e persino sopra le righe a volte, ma che superato lo shock iniziale, c’è davvero molto da apprezzare nella sua proposta musicale. Quest'ultima di fatto guarda all’America del folk, del country e del blues, trovando una sorta di sintesi moderna alle vecchie lezioni impartite da Odetta o Nina Simone, per citare le voci forse più vicini a lei, anche se certo non sempre assimilabili nello stile.

Il nuovo disco è breve ma centra l’obiettivo, non ha frenesie di stupire musicalmente (persino l’assolo finale di theremin di Fly a Kite è un qualcosa che non sorprende troppo, visto quanto è di moda questo particolare strumento in questi ultimi anni), perché basta già il suo canto a creare l’effetto novità, e così il tutto viaggia su canonici standard da canzone americana, con citazioni dylaniane (in Raglan cita Highway 61 Revisited) e tanto amore per i grandi songwriters (lei stessa cita Townes Van Zandt nella title-track). I testi sono molto personali, sospesi tra amori e visioni spirituali a metà tra religione tradizionale e misticismo, un mix letterario un po’ melodrammatico (sarà forse anche merito o colpa della sua formazione da attrice teatrale), ma decisamente adatto allo spirito di canzoni come Heaven, Here is The Rose o i bozzetti folk di Dreams e Freak.

Il tutto però regge grazie alla sua interpretazione, talmente piena da non avere bisogno di grandi arrangiamenti, di base scarni, a parte qualche intervento di sax o violino, tutti offerti da una serie di musicisti della scena australiana orbitanti intorno all’etichetta Flightles, che aveva creduto subito nel suo album d’esordio, ma che ha ceduto alla più internazionale ATO la licenza di distribuzione per questo secondo disco, su cui evidentemente si punta molto. E infatti speriamo che basti a farla conoscere quanto per esempio una Weyes Blood, che proprio lei volle come artista di apertura per un suo tour australiano, perché sebbene non scompigli le carte della scena folk moderna, questo Storm Queen è sicuramente un disco che spero di rivedere spesso nelle classifiche finali di questo 2022.


mercoledì 25 maggio 2022

ELVIS COSTELLO

 


Elvis Costello & The Imposters

The Boy Named If

(Capitol/EMI)

File Under: Pump it Up Again

Anno 1978, Elvis Costello realizza This Years Model, forse il massimo punto di arrivo di tutto il pub-rock inglese dell’epoca, con quel suo mix di rock americano, ritmi tarantolati della nuova new wave, e pop inglese, che ha reso unico il suo stile. A suonare con lui c’erano Stevie Nieve al piano, e Pete Thomas alla batteria, cioè il 66% degli Attractions.

Anno 2022, Elvis Costello realizza The Boy Named If, un deciso ritorno, 44 anni dopo, al pub-rock, con quel suo classico mix di rock americano, ritmi tarantolati della new wave che fu, e pop inglese, che conferma come unico il suo stile. A suonare con lui ci sono ancora Stevie Nieve al piano e Pete Thomas alla batteria, cioè il 66% degli Imposters (al basso oggi c’è Davey Faragher).

Dove sta la differenza quindi? Non è tanto sul fatto che forse questo disco chiude definitivamente il cerchio di una ricerca musicale che è arrivata a toccare anche jazz e classica prima di tornare alla base dei suoi esordi, quanto che comunque i frutti di questo percorso di 45 anni di carriera si sentono eccome, anche se lo spirito di queste canzoni e i musicisti sono praticamente gli stessi. Costello scherza sul fatto, ribadendo che in fondo una buona idea del 1978, resta tale anche nel 2022 se lo è veramente, ma è ovvio che qui dentro non possiamo più trovare l’urgenza giovanile di brani come Pump it Up o No Action, ma la ragionata esperienza di un uomo che continua a usare l’ironia come lente d’ingrandimento per descrivere la realtà che lo circonda, confermandosi, se mai ce n’era bisogno, come uno dei più intelligenti autori di testi della vecchia guardia.

Per cui se il tono inevitabilmente nostalgico e passatista del disco resta il più evidente Tallone d’Achille, che magari farà storcere il naso a chi aveva apprezzato l’ecletticità e apertura a nuovi mondi dei suoi ultimi due dischi (Look Now e Hey Clockface, ma aggiungerei anche l’esperienza con i Roots), dall’altro il Costello di The Boy Named If dimostra di essere artista tutt’altro pronto al pensionamento da routine, perché non è certo possibile raccontare le storie (camuffate da fiabe per bambini in questo caso) in bilico tra cronaca e letteratura di Paint the Red Rose Blue, The Difference, What If I Can’t Give You Anything But Love?, The Man You Love to Hate vivendo in un ritiro dorato. Costello invece continua a vivere tra dischi e concerti come se stesse ancora ricercando il suo punto di arrivo, e questi risciacqui del suo songwriting nel suo rock originario non sono certo nuovi (in fondo Brutal Youth o Momofuku erano operazioni simili), ma ogni volta ci si trova nuovi elementi nati dalle sue tante ispirazioni, e qui ad esempio non sfuggono le tracce rimaste dalle sue frequentazioni in ambito Roots/Americana del periodo di National Ransom.

Difficile dire quanto possa poi essere un disco importante nell’ambito della sua ormai cospicua discografia (arriva forse troppo tardi per esserlo veramente), ma è certo che The Boy Named If vince la grande sfida di non far sembrare vecchia e polverosa la sua “solita solfa”, e per uno che produce dischi da 45 anni, praticamente senza pause, davvero è un traguardo più che raro.

 

Nicola Gervasini

venerdì 20 maggio 2022

CAT POWER

 


Cat Power – Covers

Domino, 2022

Diciamoci la verità, sette album in 22 anni, dei quali ben tre sono di cover, non danno una immagine di grande produttuivtà creativa, ma fin dal The Covers Record del 2000, Cat Power non ha mia nascosto di considerarsi anche e forse soprattutto una interprete. E così dopo che Wanderer nel 2018 aveva un po’ riconciliato Chan Marshall con il suo pubblico, soprattutto quello della prima ora, rimasto deluso dalle non proprio riuscitissime divagazioni di Sun del 2012, la Power torna a rileggere songbooks altrui, chiudendo così una triade che aveva in Jukebox del 2008 il punto centrale. Se Jukebox era dal punto di vista produttivo una sorta di ottimo compendio al “soul-folk” di The Greatest, questo Covers (forse magari un titolo più originale lo meritava però…) si distacca dai suoi predcessori cercando di amalgamare classici vecchi e nuovi in uno stile che unisce la vena indie-folk della prima ora, con le sperimentazioni più recenti. Al di là di quello che poi uno può trovare nella singola interpetazione di brani magari già più che amati (ad esempio personalmente trovo azzeccata la These Days di Jackson Browne perché guarda con rispetto alla primissima versione di Nico, mentre invece l’epica Against The Wind di Bob Seger ne esce un po’ distrutta nello spirito), quello che un po’ infastidisce stavolta è che più che di un omaggio complessivo, si tratta di un gioco, se non quasi una sfida, a rendere propri e uniformi materiali apparentemente inconciliabili come brani di Frank Ocean o dell’amica Lana Del Rey (la sua White Mustang resta una delle cose più riuscite), con classici dei bassifondi degli anni Ottanta come Here Comes a Regular dei Replacements o il classico dei Pogues, A Pair of Brown Eyes, per non parlare di standards come I’ll Be Seeing You di Billie Holiday o il suo consueto atto d’amore per la country music con It Wasn’t God Who Made Honky Tonk Angels di Kitty Wells. Paradossalmente le cose migliori arrivano laddove non ci si aspetta nulla, perché Pa Pa Power dei Dead Man’s Bones dell’attore Ryan Goslin non se la ricordava nessuno, e qui ne esce come uno dei pezzi più notevoli, oppure anche grandi nomi come Iggy Pop o Nick Cave vengono riletti in episodi poco celebrati come Endless Sea (era su New Values del 1979) o I Had a Dream Joe, brano la cui enfatica teatralità dell’originale ben si sposa con il suo modo di cantare. C’è tempo anche per l’auto-cover di Unhate, remake della Hate che era su The Greatest, piccolo tripudio di voci sovraregistrate che esalta il suo lato più coraggioso e musicalmente autarchico. Nel complesso però se The Covers Album pareva il giusto elenco di influenze che avevano animato i suoi primi quattro album (dove comunque non erano mancate altre cover), Jukebox la dichiarazione di raggiunta maturità e padronanza dei propri mezzi (tanto da uscirne vincente anche da una rilettura di New York, New York di Liza Minelli), Covers pare più un disco in cui Cat power ha voluto sviluppare nuove idee stilistiche, ma senza rischiare di sprecare brani propri in un prodotto che appare riuscito solo in parte, e forse inesorabilmente destinato ad apparire minore nell’ambito della sua discografia.

VOTO 6,5

Nicola Gervasini

venerdì 6 maggio 2022

BILL FAY

 


Bill Fay

Still Some Light - Part 1

(Dead Oceans, 2022)

File Under: Lost gems

Delle tante storie di recuperi di artisti perduti nelle severe logiche discografiche dei primi anni Settanta, quella di Bill Fay resta una delle più felici, sia perché la ristampa e ricoperta dei suoi unici due album dell’epoca (l’omonimo esordio del 1970 e Time of the Last Persecution del 1971), hanno ridato luce ad un autore davvero particolare, sia perché i tre dischi realizzati negli ultimi anni, con l’aiuto di qualche cultore della materia, sono andati ben oltre le aspettative in termini di qualità e soprattutto di intensità. E così pareva logico che qualcuno si mettesse anche a cercare tra glia archivi (fortunatamente ancora esistenti) della Deram Records per cercare registrazioni inedite. Ci avevano pensato subito a dire la verità quelli della piccola label Jnana Records nel 2010, dando a David Tibet il compito di compilare un doppio CD intitolato Still Some Light, con un primo CD di demo e inediti del 1970 e 1971, e un secondo con dei demo casalinghi del 2009, con brani che verranno in gran parte recuperati nei dischi degli anni Dieci. Il problema fu che l’antologia fu poco distribuita, e soprattutto uscì prima che nel 2012 Life is People lo facesse conoscere anche al pubblico dei nostri giorni come autore più che mai vivo e vegeto. Ci pensa così la sua etichetta, la Dead Oceans, a recuperare il progetto e a ristamparlo in due parti, mantenendo il titolo originale, ma stavolta realizzando una ben più appetibile versione in doppio vinile (nonostante la breve durata, con lati che durano poco più di una decina di minuti) che mancava nella precedente edizione. Ad accompagnare l’uscita anche il primo di una serie di 7 pollici per collezionisti che vede artisti giovani impegnati a interpretare i suoi brani. Il primo 45 giri è così accompagnato dalle interpretazioni di I Hear You Calling da parte di Kevin Morby e di Dust Filled Room di Steve Gunn, sicuramente due artisti che al mondo musicale di Fay devono molto. Per il resto la raccolta ricalca perfettamente quella già edita nel 2010, con una serie di versione alternative ai brani del primo album prive delle orchestrazioni che caratterizzarono le versioni finali, e già studi sui brani del secondo. Lo accompagnano la sua band dell’epoca, composta da Daryl Runswick al basso, Alan Rushton              alla batteria, il bravo Ray Russell alla chitarra (sarà poi produttore del secondo album), con Bill impegnato sia sulle tastiere che alla chitarra acustica. Registrazioni di varia e non sempre omogenea qualità, nonostante il gran lavoro fatto dall’espertissimo mago del mastering Frank Arkwright, il che rende il disco, comunque, un evidente prodotto per completisti e collezionisti del vinile, visto che al di là della qualità di interpretazioni, sicuramente meno impostate e rigide di quelle delle versioni finali, è comunque consigliabile prima procurarsi i due album ufficiali per poter godere appieno anche di questi demos. A breve dovrebbe uscire anche il secondo capitolo con le registrazioni più recenti, e se poi volete anche perfezionare il tutto con i vari 45 giri di cover a corredo (interessanti perché presentano la versione originale di Fay sul lato B), preparate il portafoglio, perché la spesa supererà abbondantemente il centinaio di euro.

Nicola Gervasini

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...