giovedì 15 luglio 2021

THE THE

 

Da giovane quando compravo un disco mi creavo nella mente un film o un musical tipo Broadway da immaginare ogni volta che ascoltavo quel disco. Alla sera mi mettevo da solo in camera al buio e sentivo il disco sognando la mia storia, ogni volta con pochissime variazioni. Vi racconto quella che mi inventai per Dusk. Era un film che iniziava ad una festa, tutti eleganti, il disco infatti inizia con un vociare confuso di gente che fa baccano. Poi tutto si interrompeva, la folla si apriva e apparivo io in mezzo con una chitarra che facevo partire il canto sofferto di True Happiness This Way Lies guardando fisso in camera con l’aria un po’ da pazzo di Matt Johnson. Per Love Is Stronger than Death la scena si spostava nella mia camera, dove io nudo cantavo questo pezzo immerso in una tragica solitudine. La scena spiegava da dove derivava il disagio che mi aveva portato ad interrompere una festa dove mi sentivo pesce fuor d’acqua. Ma il disagio si trasformava in rabbia, così in Dogs Of Lust saltavo sui tavoli imbanditi di cibo e buttavo giù tutto a calci suonando l’armonica. Ma a quel punto la fuga: This is The NIght mi vedeva trasformarmi in una sorta di Fred Astaire che saliva sui tetti seguito da chi nella folla della festa aveva riconosciuto in me un’anima gemella e sul tetto cantavo il pezzo ballando con tutti un un tip tap oldstyle con tanto di cilindro e bastone. E qui partiva un ricordo, un omaggio al gruppo di amici dell’università con cui ero riuscito a trovare piena sintonia, e Slow Emotion Replay era un video di scene di noi nei nostri migliori momenti, un attimo di felicità che si spostava nel campo dell’amore e del sesso con Sodium Light baby, in cui immaginavo scene di coppia. Ma la felicità è effimera, e lo strumentale Lung Shadows mi vedeva ripiombare nella depressione e nella solitudine di rendermi conto che i due brani precedenti raccontavano scene lontane nel tempo, con il canto disperato “Save me, from myself” di Bluer Than Midnight a chiudere la storia con una constatazione di impossibilità a realizzarsi (“never find peace in this life”), con me che la cantavo in mezzo ad una piazza vuota. Ma il finale vero era di me in un teatrino accompagnato da vari freaks e disadattati che facevo intonare ad un pubblico alquanto sparuto il coro finale che sapeva di morale della storia, quel “If you can't change the world. Change yourself.” che di fatto suonava come una richiesta a prendere atto di una sconfitta e conviverci. Il film nella mia testa aveva una versione lunga con l’inserimento di altre canzoni dei The The (da Soul Mining e e Mind Bomb principalmente). Dusk è uscito nel 1992, avevo 20 anni, ed era dal 1984 che per ogni disco io comprassi creavo storia così per ascoltarlo. E’ stata una delle ultime storie che mi sono creato legata ad un disco. Oggi i dischi non mi ispirano più fantasia, oggi probabilmente li ascolto 😊 )- Ma quando riascolto quelli di un tempo la storia riparte nella testa, uguale a sempre, anche oggi, anche se sono costretto a immaginarmi nel film con i capelli bianchi. Non so se mai ascolterò Dusk per quello che veramente è, so solo raccontarlo così.

lunedì 12 luglio 2021

DEPARTURE LOUNGE

 

Departure Lounge – Transmeridian

Violette Records, 2021

Tim Keegan è uno di quegli strani personaggi da dietro le quinte del gande show della musica britannica che meriterebbe una retrospettiva a parte. Collaboratore, tra gli altri, anche di Robyn Hitchcock (ad esempio nell’album Moss Elisir del 1996), ha dato vita anche a vari progetti personali, fin dal primo, quello dei Ringo, autori di un unico disco nel 1993. I più duraturi furono i Departure Lounge, band con cui realizzò 3 album tra il 1999 e il 2002, con il terzo, Too Late To Die Young, che ottenne anche parecchie critiche entusiastiche, nonostante la band fosse già ormai sciolta quando venne pubblicato. Sarà per questo che la notizia di una loro reunion fa poco rumore, perché di fatto di loro ci si era anche un po’ dimenticati. Eppure, i quattro membri originali (a Keegan si sono riuniti Jake Kyle al basso, Daron Robinson Drugstore alla chitarra e Lindsay Jamieson alla batteria e tastiere) non hanno mai smesso le loro attività di turnisti, ma si sa che poi la voglia di riprovarci da soli viene sempre.

Padrino di questi Transmeridian, quarto album della loro storia, è Peter Buck dei R.E.M., che compare nelle sessions a dare manforte ad un gruppo di musicisti che conosce bene da tempo, e che sicuramente alla band di Athens devono molto anche come eredità artistica. L’album è dedicato al padre di Keegan, ex pilota dei Cargo Transmeridian ormai pensionati negli USA, ed è stato registrato nell’arco di 24 ore, un tour de force venuto spontaneo per catturare un momento di particolare stato di grazia dei musicisti, riuniti nello studio del produttore Peter Miles. Il che spiega perché in questi 13 brani spiri aria da side-project di altri tempi, dove canzoni pienamente finite si alternano a idee abbozzate, lasciate nella loro natura primordiale per preservarne l’immediatezza.

Dopo l’apertura ambient di Antelope Winnebago Club arriva Australia, pezzo puramente remmiano con chitarre jingle-jangle e assoli acidi alla Dream Syndicate, segno inequivocabile dell’appartenenza ad una cultura rock nata nei bassifondi degli anni 80. Timber invece si poggia su dolce dialogo tra chitarra acustica e organo, mentre nello strumentale Harvest Mood entrano in gioco un piano e una batteria un po’ sbilenca, suggestivo preludio all’indie-pop di Mercury In Retrograve. Insomma, pare evidente che ai Departure Lounge piaccia variare molto la loro proposta, mischiando strumentali che sanno di riuscita improvvisazione da studio (Al Aire Libre, Paging Marco Polo), soluzioni di vecchio stampo (la baldanzosa pop-song Mr. Friendly) o più moderne (la piano-ballad Don’t Be Afraid), inframezzate da qualche velleità da vecchia elettronica new wave (Frederic’s Ghost, Gurnard Pines). Il sognante folk di So Long chiude un ritorno gradito, seppur con una inevitabile aria nostalgica per un mondo musicale che non c’è più.

VOTO: 7

Nicola Gervasini

lunedì 5 luglio 2021

ANDERS OSBORNE

 

Anders Osborne

Orpheus and the Mermaids

(2021, 5th Ward Records)

File Under: Folkways


Forse abbiamo fatto bene a non perdere di vista Anders Osborne in questi anni, un autore che negli anni 90 si era fatto valere con alcuni dischi in puro stile New Orleans Sound come Which Way to Here o Living Room, che avevano avuto anche un buon ritorno di critica. Successivamente Anders aveva spesso provato nuove strade, a volte più cantautoriali, entrando anche in area Van Morrison/Astral Weeks (Coming Down del 2007), o altre volte tornando al primo amore, come Buddha and the Blues del 2019 o la collaborazione con i North Mississippi Allstars del 2015 (l’album era Freedom & Dreams). La sua discografia si è fatta però via via sempre più nascosta dai riflettori, quasi che il personaggio abbia preferito rimanere nelle retrovie e comunicare solo con una ristretta cerchia di appassionati di un certo mondo musicale, nonostante, anche nei suoi lavori meno ispirati, abbia sempre dimostrato quella grande cura nella produzione che non lo ha mai fatto slittare nel facile home-record fatto per sopravvivenza. Per questo salutiamo con piacere questo Orpheus and the Mermaids, perché alla fine il risultato di tanto peregrinare di questo svedese trapianto in terra statunitense è l’essere arrivato a poter maneggiare una materia così “vecchia” come il folk con la sicurezza, e direi anche la “statura”, del nome di primo livello. In questi nove brani non c’è una nota o un giro di armonica che non richiami Bob Dylan (Forced To), ancora una volta Van Morrison (Pass on By) o Neil Young nella sua veste acustica (Jacksonville to Wichita), eppure nonostante le soluzioni siano quelle che già vi potete immaginare, a 55 anni Osborne dimostra piena padronanza del proprio songwriting, con testi anche molto interessanti. Il disco ha infatti tutta l’aria della confessione intima a partire dalla produzione, con un suono acustico e cantautoriale molto rigoroso, al quale Anders concede poche soluzioni alternative in sede di arrangiamento (molto azzeccato il coro muto che commenta la bella Dreamin’ ad esempio). Osborne ha qualche storia personale da raccontare (Light up the Sun e Rainbows), ma soprattutto qualche sassolino nelle scarpe da togliersi, come quando ricorda l’amico Neal Casal prendendosela più o meno direttamente con quanti lo avevano lasciato solo proprio in quel momento di debolezza che lo ha portato al suicidio (Last Day in the Keys). Non so quanto un disco così visceralmente legato al mondo della musica tradizionale americana possa aiutarlo ad evitare di essere ancora una volta ignorato da praticamente quasi tutte le più note testate musica che non siano di marca strettamente roots/americana, ma voglio credere che la bontà di questi nove brani possa davvero farci ritrovare il suo nome in qualche classifica di fine anno in più. Perché questo vecchio folk non è solo puro manierismo, è la canzone d’autore americana che si ravviva ancora una volta, pur partendo sempre da lì, da una chitarra, un’armonica, e qualcosa che valga ancora la pena essere raccontato.

Nicola Gervasini

lunedì 28 giugno 2021

JULIEN BAKER

 


Julien Baker

Little Oblivions

(2021, Matador)

File Under: Relative Fiction

 

La prima volta che ho sentito Julien Baker era il 2016, era una delle artiste che omaggiava Elliott Smith nel disco tributo Say Yes!, e la sua versione di Ballad of Big Nothing colpiva subito per espressività, pur nella sua semplicità di arrangiamenti. L’anno prima era uscito il suo album di debutto, Sprained Ankle, disco che grazie ad un forte passaparola era diventato uno dei titoli più importanti dell’annata. Complimenti le erano arrivati da mondi di ascoltatori anche molto diversi tra loro, e bene o male il secondo capitolo Turn Out The Lights confermava il suo stile semplice ma intenso, senza troppi orpelli in sede di arrangiamento. Ma Little Oblivions, fin dall’iniziale Hardline, fa capire che è tempo di svolte. La Baker viene da una lunga pausa di riflessione, in cui ha comunque trovato tempo per qualche collaborazione, ma in cui si è anche dovuta riprendere dai guai della depressione, con conseguenti problemi di dipendenza da farmaci. Un elemento importante per capire come mai dallo scarno sound dei suoi primi album, si passa a questo vero e proprio muro di tastiere e chitarre che lascerebbero intendere l’apertura a svariate collaborazioni in studio, se non fosse che invece lei resta l’unica musicista presente, eccezion fatta per qualche intervento (anche strumentale) in post-produzione dell’ingegnere del suono Calvin Lauber. È probabile che la Baker abbia ritenuto queste dodici canzoni fin troppo dolorosamente personali anche solo per condividerle con altre sensibilità musicali, ma è innegabile che il risultato pare ancor più strabiliante se pensato come il risultato del lavoro di una one-woman-band. E forse anche involontariamente il disco ha la struttura di un concept album, che da riflessioni sulle proprie difficoltà a venire a patti con il mondo che la circonda e le proprie debolezze (Heatwave, Relative Fiction), si apre sempre più a riflessioni sul modo in cui la gente si relaziona con chi come lei mostra evidenti difficoltà (Favor, Song of E). Quasi che la Baker abbia voluto farci provare il suo percorso che dal fondo toccato e ben raccontato nella parte centrale dell’album (dalla pessimistica visione dell’amore come possibile ancora di salvezza di Bloodshot ai non troppo velati accenni all’autolesionismo della stessa canzone e di Ringside) abbia comunque voluto chiudere il disco con qualche spiraglio di ottimismo. Unica osservazione che mi permetto di fare è che da un punto di vista stilistico questa nuova veste da pop etereo che abbandona con decisione gli elementi folk (il piano sostituisce la chitarra acustica come elemento base) finisce un po’ per farla confondere con altre artiste contemporanee che si muovono sullo stesso terreno (Angel Olsen, ma anche l’ultima fatica di Laura Veirs è assimilabile per i suoni), ma sono forse sottigliezze che per ora che spariscono davanti ad un disco che mostra come ancora si possa usare la musica come terapia, con la triste constatazione che non siamo ma veramente gli unici a vivere nel dolore (gli ultimi versi del disco sono “Sono rimasta delusa nello scoprire quanto tutti mi assomiglino”).

 

Nicola Gervasini

lunedì 21 giugno 2021

LORETTA LYNN

 


Loretta Lynn – Still Woman Enough

2021, Legacy Records

Ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte sulle copertine in stile di quasi tutte le ultime uscite di Loretta Lynn, perlomeno per la splendida di galleria di lunghi abiti che ne verrebbe fuori, ma credo sia giusto ricordare perché questa signora, che l’anno prossimo compirà 90 anni, è, e continua ad essere, uno dei cardini fondamentali della country-music americana. Un genere spesso considerato chiuso in sé stesso, poco conosciuto anche dagli amanti del rock tradizionale, tanto che di lei molti sentirono parlare per la prima volta solo nel 2004, quando l’ex White Stripes Jack White approfittò della sua raggiunta notorietà per riportarla in auge con il bellissimo Van Lear Rose, vero punto di incontro tra nonna e nipote di una tradizione musicale nobile e molto sottovalutata anche in terra nostrana. Stranamente la Lynn non diede seguito a quel riuscito esperimento, ma da qualche anno, nonostante l’età non sia ormai clemente con le sue possibilità di fare concerti (nel 2017 si è rotta l’anca durante una delle sue tradizionali apparizioni al Grand Ole Pry, spettacolo radiofonico live di Nashville che dura fin dal 1925, e ha chiuso l’attività sul palco), ha ripreso una costante attività discografica. Still Woman Enough mantiene lo stesso team produttivo dei precedenti Full Circle (2016) e Wouldn't It Be Great (2018), capitanato da John Carter Cash, il figlio di Johnny Cash e June Carter che porta avanti caparbiamente la tradizioni di famiglia di un country che concilia sempre perfettamente amore per la tradizione e per i “good old times”, come amano chiamarli a Nashville, e per un suono comunque moderno, che ha ancora qualcosa da insegnare a molti giovani, E’ questo il senso anche di questo nuovo album, che sebbene non abbia uno scolaro attento come lo fu Jack White a portare un tocco di contemporaneità, unisce riletture di suoi vecchi cavalli di battaglia come Coal Miner's Daughter, You Ain't Woman Enough (con Tanya Tucker) e One's On The Way (dove l’aiuta Margo Price), standard di genere ormai immortali come I Saw the Light di Hank Williams, e qualche canzone nuova come la title-track (dove intervengono alla voce altre regine della country-music come Reba McEntire e Carrie Underwood) o traditionals del 1800 che fanno parte delle basi di tutta la musica americana come Old Kentucky Home o Keep On the Sunny Side. Insomma, ancora una volta la vecchia maestra sale in cattedra con il suo stile inconfondibile, con i suoi testi che affrontavano con coraggio temi scomodi per il mondo conservatore americano come alcool, droga e violenza domestica, ribadendo quanto questa musica, che molti ancora si ostinano a considerare lontana e diametralmente opposta a quanto espresso dal mondo rock alternativo, sia invece uno degli elementi imprescindibili della formazione di tanti giovani artisti, anche quelli che certo non condividono stile e visioni di vita della Lynn (che è anche un personaggio politicamente molto esposto nelle campagne a favore dei candidati Repubblicani). Still Woman Enough non è forse un disco fondamentale nella sua carriera, ma è un valido riassunto per iniziare a conoscerla.

VOTO: 6,5

Nicola Gervasini

lunedì 14 giugno 2021

DAVID GRISSOM

 


David Grissom

Trio Live 2020

(Wide Lode Records, 2020)

File Under: Guitar Hero

Ammetto che 30 anni fa sognavo una ben differente carriera per David Grissom, chitarrista che mi folgorò nei dischi e sul palco a fianco di Joe Ely, e che nella prima parte degli anni 90 divenne uno dei session-man più richiesti dal mondo del rock americano. A sponsorizzarlo fu John Mellencamp, che sulla sua chitarra poggiò praticamente tutto il suono dell’album Whenever We Wanted del 1991 (e anche dei primi due album di James McMurtry prodotti da Mellencamp stesso), salvo poi pentirsene un poco, viste le vendite insoddisfacenti di un disco troppo grezzamente rock per essere radiofonico (in una intervista dirà senza mezzi termini di considerarlo un errore di percorso). Il progetto degli Storyville era nato proprio per capitalizzare tanta buona reputazione in una band che suonava un roots-soul-rock molto radio-friendly e mainstream, tanto che il secondo album A Piece Of Your Soul del 1996 entrò nella Billboard americana, ma il progetto finì poco dopo. Da allora Grissom vive soprattutto di una caparbia carriera solista, in cui la sua chitarra continua a risultare una vera gioia per le orecchie, ma la sua vocalità, non particolarmente significativa, l’ha via via spostata dal rock di marca texana alla Joe Ely abbracciato nei primi titoli, sempre più verso un blues elettrico potente ma senza troppa originalità. Ho avuto modo di ammirare dal vivo il trio in azione in questo nuovo album in una sfortunatamente troppo piovosa sera di due anni fa, e l’impressione fu che la spettacolarità di vedere quelle dita scivolare con una naturalezza davvero rara sulle corde, non potesse essere facilmente trasferita in un album live di vero interesse. In questo va detto che questo Trio Live 2020 sembra essere una operazione riuscita, vuoi per la sua durata non esagerata che impedisce di arrivare ad annoiarsi, vuoi perché comunque il disco conserva il calore di una serata sul palco del Saxon Pub di Austin, con un pubblico più che partecipe (va notata infatti nei credits la presenza di una “Enthusiasm Coordinator”, e credo che sia la prima volta che vedo ufficializzata la mansione, qui affidata ad Aliya Rosegreen). Resta però il rammarico di vedere un simile talento ridotto a numeri da ordinario chitarrista blues come Lucy G o Crosscut Saw, con Grissom che trova modo di stupire, ma certo senza portare nulla che non avevamo già nella nostra discografia blues. Il che potrebbe non costituire un guaio se siete fan del personaggio, ma resta che senza un frontman che aggiunga voce, canzoni e un minimo di pathos in più, la sua bravura finisce per non risaltare come dovrebbe. Insomma, non è Trio Live 2020 che convincerebbe qualcuno che non lo conoscesse che facciamo bene a conservare di lui un ricordo quasi mitico, ma ancora una volta lo indirizzeremmo all’ormai lontano nel tempo Live At Liberty Lunch di Joe Ely, credo la summa del Grissom-pensiero. In ogni caso anche qui se la cava bene con grande professionalità, come anche i compari Bryan Austin alla batteria e Chris Maresh al basso, sostituito in tre brani proprio da quel Glenn Fukunaga che lo segue dai tempi doro. C’è tanta tecnica e tanto amore per il blues qui dentro, per le emozioni aspetteremo che si trovi un nuovo compagno.

 

Nicola Gervasini

 

 

                                                    

lunedì 7 giugno 2021

GIULIO LAROVERE

 


Giulio Larovere

Road Sweet Home

(Giulio Larovere,2021)

File Under: On The Road Again

L’idea di libertà assoluta che porta un giovane ad alienarsi dal mondo civile non smetterà mai di avere il suo fascino, letterario o cinematografico che sia (pensate al successo di Into The Wild di Sean Penn), ed è proprio su una storia simile, quella dell’americano John Knewock che raccontò il suo viaggio in solitaria per la nazione, che si poggiano i testi di Road Sweet Home, nuovo album del milanese Giulio Larovere. Il titolo parla chiaro sullo spirito che aleggia sul disco, quasi che l’abbracciare poi una grammatica roots-rock americana di stampo decisamente classico sia quasi un naturale “di cui” della motivazione filosofica. Larovere ha scritto questi brani in due notti, registrando i demo sottovoce per non svegliare i vicini. Un amore verso storia di rotture radicali che in fondo trova riscontro anche nella sua vita, visto che a 38 anni ha deciso di abbandonare la vita lavorativa “normale” per perseguire la sua vocazione artistica.  Un’idea forse legata ad ideali letterari del secolo scorso, come anche non certo moderna è stata la scelta di registrare in analogico “come ai vecchi tempi” grazie anche all’aiuto degli esperti Giuliano Dottori e Larsen Premoli, che si è occupato di far suonare organo Hammond e il piano Fender Rhodes come in un vero disco degli anni 70. Retro-mania motivata comunque dallo stile di questi brani, come i singoli Rain e To See A Lonely Hart o la programmatica What’s The Use On Being Free e Rambling Boy, tutte legate da un concept ben preciso legato alle poesie scritte sulla strada da Knewock. A Milano nel 2021 tutto ciò potrebbe sembrare anacronistico e fuori contesto, ma in fondo Road Sweet Home vuole solo ricordarci che là fuori esiste un’alternativa, e che a volte anche solo sognarla può aiutarci a sopportare il nostro scomodo status di persone “civili”

 

lunedì 31 maggio 2021

ALESSANDRO TOMASELLI

 


Alessandro Tomaselli

Guarda Come Ti Guarda

(2021, XOLA Factory)

File Under: In Berlin

Viene dalla Puglia Alessandro Tomaselli, autore che giunge con Guarda Come Ti Guarda al secondo album dopo l’esordio registrato in solitaria nel 2015 (Dove Andiamo Noi Niente a Che Fare), ed è sicuramente un giovane autore da seguire. I dieci brani che compongo il disco infatti dimostrano la presenza di un preciso progetto artistico e una propria idea di suono da sviluppare, dove il punto di partenza è sempre quell’indie-folk intimo e mai troppo allegro che ha preso piede ormai da anni anche nel nostro paese, ma con qualche interessante variazione sul tema. Il disco infatti è stato registrato principalmente a Berlino, e dei sapori musicali di quella città si nutre, sia per la copertina che è un dettaglio di un’opera esposta nella città (Cut temporare lage egal di Birgit Hölme), sia  in certe aperture strumentali quasi “ambient” (l’iniziale title-track) o in certi tappeti di tastiere (Dadat – che è l’acronimo della frase in ritornello, "Dell’Astronauta, Dell’Acqua Trovata" - o il bel finale di La Plastica, brano a tema ecologico che ospita nel finale il famoso discorso sul tema tenuto nel 1992 da Severn Cullis Suzuki alla Conferenza dell’ONU). Altrove invece resta la sua vocazione alla scarna canzone acustica (Se Bastasse Restare A Galla), ma i brani migliori sono propri quelli dove l’abito da songwriter classico si risolve in arrangiamenti più elaborati (Fai Finta Che). I testi, sospesi tra storie intime e ironia, sono poi spesso giocati sull’alternanza tra italiano e inglese (Blue Jay o About Six Years No Smoking Wow), con l’eccezione della totalmente anglofona Paramount Pix.

lunedì 24 maggio 2021

CASSANDRA JENKINS

 


Cassandra Jenkins - An Overview on Phenomenal Nature
 

Ba Da Bing Records, 2021

La storia triste che si cela dietro questo secondo album della newyorkese Cassandra Jenkins è che la cantautrice sarebbe dovuta partire in tour con i Purple Mountains nel 2019, ma la morte del loro leader David Berman ha sconvolto i suoi piani, ma soprattutto lei stessa, che ha avuto bisogno di un periodo di inattività. E non è stato facile ripartire poi con una pandemia a peggiorare la situazione, e con l’imperativo di dare un seguito al suo esordio ormai datato 2017 (Play Till You Win), e così lei ha scelto la politica dei piccoli passi. Si fa a fatica oggi a capire se un album di 7 brani e poco più di 30 minuti debba essere considerato un album corto (ma in fondo negli anni 60 questa era la normalità in termini di durate) o un EP lungo, ma bando ai discorsi di formato, godetevi questo An Overview on Phenomenal Nature, timido ri-approccio alla vita dopo un periodo critico di una artista da seguire. Voce soffice ed eterea, strumentazioni minimali fatte di loops, tastiere, chitarre acustiche, e l’uso alquanto insolito del suadente sax di Stuart Bogie, questi sono gli elementi principali della sua musica, fin dall’iniziale Michelangelo. Pezzo forte dell’album è il singolo Hard Drive, che inizia con un talking e si sviluppa in un grande brano che sottolinea anche l’importanza dei testi, dove Cassandra ama raccontare tramite nutrite gallerie di personaggi i propri disagi. Solo in Crosshairs, infatti, sembra voler affrontare direttamente il proprio periodo di isolamento dal mondo e dalle amicizie. Non sono da meno comunque gli altri brani, in bilico tra folk (New Bikini) e melodie da colonna sonora cinematografica (Ambiguous Norway con le sue storie di fantasmi nordici, Hailey, e lo strumentale conclusivo The Ramble). Il disco è prodotto da Josh Kauffman, membro dei Muzz e della superband Bonny Light Horseman, ma producer ormai richiestissimo nel mondo dell’indie, che la Jenkins ha conosciuto suonando con Craig Finn nelle sue sortite soliste dagli Hold Steady, autore che con Kauffman ha instaurato un ormai duraturo rapporto artistico. Tra i musicisti coinvolti invece vanno segnalati Ben Seratan, cantautore che l’anno scorso ha ben impressionato con il suo album Youth Pastoral, le percussioni di JT Bates, anche lui autore con già molti titoli all’attivo, e la chitarra di Will Stratton, artista protetto di Sufjan Stevens. Un piccolo incontro tra tanti colleghi conosciuti sui palchi di tanti festival insomma, quasi un piccolo remake nello spirito di quello che fu If I Could Only Remember My Name di David Crosby per la scena West Coast dei primi anni 70, una piacevole e rilassata suonata tra amici del mondo indie newyorkese.

Voto: 7,5

Nicola Gervasini

lunedì 17 maggio 2021

ISRAEL NASH

 


Israel Nash

Topaz

(Israel Nash, 2021)

File Under: Wall of Nash

Dodici anni sono forse pochi per fare resoconti di una carriera, ma Topaz, il sesto album di Israel Nash, sembra già voler suggerire la fine di un percorso che abbiamo seguito fin dal suo esordio del 2009 (New York Town). Quello che ai tempi ci sembrò essere solo un buon clone di Ryan Adams, ci aveva poi ben impressionato con il passo successivo Barn Doors and Concrete Floors del 2011, in cui la produzione dell’ex Sonic Youth Steve Shelley aveva trovato un perfetto equilibrio tra la struttura classica delle sue canzoni e la necessità di dimostrare una personalità propria. Album tra i migliori del decennio scorso per quanto ci riguarda, al quale fece seguito un comunque convincete Israel Nash's Rain Plans nel 2013, in cui prendeva piede una certa voglia di ripercorrere le strade di Neil Young anche nella dilatazione dei tempi. Ma a quel punto Nash deve aver deciso di voler uscire dalla gabbia dell’immagine del cantautore post-classic rock, e così, tagliato anche il secondo cognome usato per firmare i suoi primi lavori (Gripka) quasi a voler ribadire una nuova identità, ha provato a far crescere la propria musica. Israel Nash's Silver Season del 2015 allargava gli orizzonti e i minutaggi strumentali nella direzione di uno rock lisergico che invadeva il campo di Jonathan Wilson o dei Chris Robinson Brotherhood, perdendo di vista però le canzoni, difetto che Lifted del 2018 ha provato a correggere, non trovando però la perfetta quadratura, nonostante gli abbia però portato i primi riconoscimenti anche al di fuori del mondo della roots-music.  Topaz, album che già era stato in parte anticipato da un ep, pare invece ritrovare la strada. Nash non è più il rauco cantautore degli esordi, e permane in  queste canzoni quello stile un po’ “dark” e levigato “alla War On Drugs” che ha fatto da padrone nelle produzioni indie più di successo di questi ultimi anni, ma la svolta arriva dall’inserimento di una sezione fiati nel grande magma strumentale ancora una volta proposto, che fin dalla iniziale Dividing Lines suona non tanto come elemento di continuità con la tradizione, quanto come un puro oggetto di disturbo, se non proprio di rottura. L’effetto all’inizio stordisce, perché le atmosfere da cantautore involuto di Closer o Howling Wind sembrerebbero richiedere essenzialità, e non certo l’effetto maestoso che una sezione fiati inevitabilmente porta ad un arrangiamento, ma questo è proprio quello che rende speciali questo pugno di canzoni. Nash ha prodotto tutto da solo in uno studio di registrazione in casa, in cui ha fatto stare a fatica i tanti musicisti coinvolti a registrare in diretta, con pochissime sovra-registrazioni in post-produzione, e ha fatto davvero le cose per bene, perché brani come Canyonheart, Stay o Southern Coasts non perdono di vista l’importanza della scrittura (i testi sono molto personali e pieni di dolore, anche se non si fa mancare qualche polemica di stampo politico come in Indiana) e della melodia, ma osano qualcosa in più in termini di arrangiamenti, con il risultato di una sorta di wall-of sound sospeso tra rock e gospel (non mancano anche i cori d’altronde…), che è in fondo solo l’estremizzazione di quello che già aveva accennato così brillantemente nel suo secondo album. È probabile che un giorno Nash sentirà nuovamente la necessità di quella semplicità del suo ancora oggi godibilissimo esordio, ma il suo percorso pare voler aggiungere un nuovo elemento ad ogni tappa senza mai voler rinunciare alle precedenti, e Topaz ci sembra essere il capitolo più riuscito di questa escalation verso una sua concezione di “rock totale” che potrebbe anche non essere finita qui.

Nicola Gervasini                              

lunedì 10 maggio 2021

RUBEN MINUTO

 


Ruben Minuto – The Larsen's Sessions - Live in Studio

2021, Delta Promotion

La domanda che ogni musicista si è posto in questo perpetuo lockdown artistico a cui siamo costretti da un anno ormai è stata “che fare intanto?”. C’è chi si è buttato online in una serie continua di streaming per non perdere il contatto anche visivo col proprio pubblico, chi ne ha approfittato per scrivere nuovo materiale, chi purtroppo si è lasciato andare ad una cupa depressione. Oppure chi, come il milanese Ruben Minuto, ha sentito l’urgenza di fare un punto sulla sua carriera, quasi un auto-regalo per i suoi 50 anni, chiudendosi comunque in uno studio di registrazione, quando è stato possibile, per suonare una sorta di Live in Studio alla Neil Young con qualche amico raccolto in tanti anni di musica sui palchi (spiccano le tastiere di Riccardo Maccabruni dei Mandolin Brothers e il gran lavoro del chitarrista Luca Andrea Crippa, oltre alle voci di Sophie Elle e Lucia Lombardo ). Nascono così queste The Larsen’s Session, così chiamate perché registrate nei RecLab di Larsen Premoli, sorta di The Best personale con qualche nuova cover a condire il tutto, che va a rendicontare una carriera arrivata a tre dischi solisti, ma anche tante partecipazioni a band e progetti (tra cui anche una cover-band dei Lynyrd Skynyrd, i Mr. Saturday Night Special). Un modo per conoscere uno dei musicisti di casa nostra più richiesti dagli artisti americani (ad esempio Ashleigh Flynn o Don DiLego) quando vengono dalle nostre parti, per il suo feeling decisamente adatto ad un genere, che bisogna saper maneggiare con cura, come la musica americana. Dieci brani, come al solito sospesi tra blues e ogni tipo di tradizione folk e rock USA, come dimostrano le riletture decisamente vintage-style di Molly & Tenbrooks, uno standard bluegrass reso celebre da Bill Monroe nel 1947 e dagli Stanley Brothers l’anno successivo, o il puro country di Why Should I Be So Lonely?, brano di Jimmie Rodgers che fu anche un cavallo di battaglia di Merle Haggard. Altrove invece si rileggono brani propri come una Be Alive che sa tantissimo di Radio americana FM anni 70, e altri episodi puramente roots-rock come Who Cares o In The Hands of Time, mentre le sue origini blues affiorano prepotenti nella veemente High Heel Shoes o in This Our of the Day e Jimmy Two Steps. Voce fuori dal coro stilistico è una terza cover, proprio quella You’re the One That I Want (scritta da John Farrar, personaggio noto agli amanti della musica garage anni 60 per aver militato in band come i Mustangs, gli Strangers, il trio Marvin, Welch & Farrar e infine nei più noti Shadows), che rappresentava il punto di incontro delle schermaglie amorose tra John Travolta e Olivia Newton-John nel  musical Grease, e che qui, cantata in coppia con la soul-singer americana Jane Jeresa, si trasforma in una curiosa e molto originale ballata suadente e rallentata, che rappresenta la chicca di un album consigliato agli amanti del genere.

 

VOTO: 7

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...