28/04/2007
Rootshighway
VOTO: 6,5
Non nascondiamo tutta la nostra delusione per questo nuovo e atteso lavoro di Grant Lee Phillips. Non perché il disco sia un disastro (…anzi, esaurita la fase di sconforto, queste dodici canzoni prestano già il fianco a successive rivalutazioni), ma semplicemente perché dopo anni ad attendere che il ragazzo trovasse finalmente la quadratura di un cerchio rimasto aperto e insoluto fin dai tempi di Mighty Joe Moon, nel 2004 il più che buono Virginia Creeper aveva dato l'impressione che i tempi fossero maturi per il salto di qualità. Purtroppo Phillips invece che cercare la ciliegina da mettere su una torta finalmente cotta a puntino, ha deciso di rimpastare tutto, con leggeri cambiamenti alla ricetta di base, fatta di un piacevole cocktail di chitarre acustiche ed elettriche, questa volta appesantite però da una sezione d'archi arrangiata da Eric Gorfain che vorrebbe ricordare i R.E.M. dei primi anni novanta (la presenza in session di Peter Buck alimenta il sospetto…). Potrebbe essere un problema di personalità e scarsa fiducia nei propri mezzi, perché il limite maggiore di Strangelet è proprio quello di mettersi a inseguire stili e modelli che non gli appartengono, come dimostra il singolo Soft Asylum (No Way Out), che sembra un pezzo degli ultimi U2, o il complessivo strizzare l'occhio al lato più mainstream del movimento "quietcore" (Turin Brakes, Kings of Convenience, ecc…). Quando azzecca la melodia giusta, come in Fountain Of Youth o la bella Dream In Color, è davvero un piacere sentirlo e conferma che vale ancora la pena scommettere su di lui, ma quando si impasta in un indefinibile "wall of sound" di spectoriana memoria quale Chain Lightning o in melensaggini degne del George Harrison più deleterio come Return To Love, l'album deraglia un po'. I brani migliori faticano ad emergere proprio perché il sound generale tende ad ovattare il tutto, anche quando si affronta un bel blues come Hidden Hand o una tesa murder ballad come Killing A Dead Man, che nonostante debba qualche royalty a Nick Cave, rimane forse il brano più notevole del disco. E non è certo con canzoni come Johnny Guitar o la marcetta Raise The Spirit (per cui la critica americana ha scomodato, non proprio a sproposito, un paragone con i T-Rex), godibili ma al tempo stesso un po' banalotte, che il nostro si guadagnerà un posto nel paradiso del rock, quanto magari con la ballata So Much che chiude bene l'album lasciandoci come al solito con l'idea che il meglio debba ancora venire. Se il Papa ha recentemente dichiarato che il Limbo dei cristiani non esisterà più, quello dei rockers invece esiste ancora ed è anche molto frequentato…e Grant Lee Phillips è li dentro che fluttua da tanto, troppo tempo... (Nicola Gervasini)
Nessun commento:
Posta un commento