domenica 14 settembre 2008

LEE ROCKER - Black Cat Bone


05/12/2007
Rootshighway
VOTO: 6,5
Lee Rocker è un irriducibile, un eroe del rock di altri tempi. Negli anni 80 con gli Stray Cats lui e Brian Setzer riuscirono a far diventare il rockabilly un genere di successo, un ritorno alle radici del rock and roll nell'era dell'elettronica che ha probabilmente salvato il rock dal rischio di perdere il suo senso originario. Poi, dopo lo scioglimento, Setzer è rimasto una star cavalcando l'onda dello swing revival degli anni 90, mentre Rocker porta avanti da anni una onesta e più nascosta carriera solista ostinatamente aggrappata al sound dei "gatti randagi". Black Cat Bone è il suo secondo disco per la Alligator dopo Racin' The Devil dell'anno scorso e non sposta di una virgola la proposta di questo funambolico contrabbassista: le chitarre anni 50 dell'ottimo Buzz Campbell, il tipico tlack-tlack delle corde di contrabbasso pestate alla maniera da vero rockabilly-bass-player che ci accompagna inesorabile per tutta la durata del disco, e il classico canto baritonale a metà tra Elvis Presley e un bluesman bianco. Non ci fa mancare nulla Rocker, nemmeno quel tocco un po' texas-like alla Dave Alvin prima maniera o qualche flessione verso il southern rock, ma sono venature leggere, piccoli disturbi ad un logo rigido e severo che parla solo rock and roll di origine controllata. I titoli dei brani scritti da Lee non nascondono nulla del suo senso di appartenenza ad una mitologia da ribelle da strada, basterebbe citare The Higway Is My Home o l'infiammata Rebel con le sue batterie pesanti molto anni 80, oppure la bar-song Crazy When She Drinks (scritta da Buzz Campbell) o il manifesto di intenti String Bass, Guitar And A Drum. Tutti brani che scivolano lisci come l'olio con il loro gusto vintage e la giusta carica per non scadere troppo, per quanto possibile, nella noia del dejà vu. I momenti interessanti arrivano da una devastante cover di Lost Highway, il classico di Leon Payne, che nelle mani di Lee diventa un convincente rebel-rock, e da un bel brano autografo che si chiama Sometimes You Win. Un po' meno incisiva invece è la cover di One More Night di Bob Dylan, ma qui la voglia di ricercare la chicca poco "coperta" nel songbook dylaniano lo ha spinto a scegliere uno dei brani meno significativi dell'epoca nashvilliana di Bob, e anche questo arrangiamento alla Gene Vincent non riesce a nobilitare in pieno un testo che rimane minore. Poco spazio per romanticismi (nella ballata What I Don't Know), molto per ritmo e sudore, la ricetta di Lee Rocker è semplice, collaudata e in questo caso anche ben realizzata. Non bisognerebbe neanche provare a dare un voto o una collocazione critica a Black Cat Bone, è un disco fuori dal tempo, calato in un mondo in cui Lee Rocker è sempre più solo ma sempre più convinto ad andare avanti. E ogni tanto seguirlo non fa male neanche a noi.(Nicola Gervasini)

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