domenica 14 settembre 2008

RICHARD STOOKSBURY - South


17/12/2007
Rootshighway

VOTO: 6


Il fatto che lo scenario musicale americano continui a produrre personaggi come Richard Stooksbury è un dato che ci conforta e rasserena. Parliamo cioè di qualcuno che, senza porsi tante domande su dove far andare la propria musica, si accontenta di imbracciare una chitarra e mettersi a fare lo storyteller. Ci eravamo già occupati di questo cantautore in occasione del suo disco di esordio e puntualmente lo ritroviamo invariato nelle sue convinzioni in occasione di South, il suo secondo lavoro. Di diverso c'è che questo barbuto giovanottone si è nel frattempo costruito in casa uno studio di registrazione e conta di auto-prodursi in tale sede tutta la propria carriera di musicista. Vent'anni fa la sua storia sarebbe stata probabilmente come quella di tanti artisti abbandonati dalle major in seguito alle scarse vendite del primo disco e relegati a suonare in qualche bar della contea, mentre nell'era dell'auto-produzione e dell'auto-distribuzione anche Stooksbury più progettare il proprio percorso musicale a suo piacimento. South tiene aperta la questione su quanto questa trasformazione sia davvero la panacea di tutti i mali dell'industria discografica, perché queste dodici (belle) canzoni soffrono del morbo dell'autoreferenzialità e di una indulgente sufficienza. O forse perché di questo passo le nuove generazioni di cantautori, registrando sempre nella propria casa con il solito gruppo di amici, diventeranno titolari di discografie sempre uguali a sé stesse, senza quegli errori marchiani di becero marketing discografico di un tempo, ma anche senza quello stimolante scambio di idee che avveniva nei grandi studi di registrazione delle major. Per cui accomodiamoci pure e facciamoci cullare dal suo stile alla Bill Morrissey (che qui reinterpreta nella sua 23rd Street) e i suoi racconti di tristi ritorni nelle città natali (Knoxville), di amicizie nate tra una birra e una partita a carte (Abel Or Cain) e di vite da debosciato (Boone County). A volte sembra di trovarsi di fronte ad un allievo della narrativa rock alla James McMurtry (Gulf Coast ad esempio), in altre occasioni ci troviamo di fronte ad esercizi metrici alla John Prine (Mockingbird), ma c'è anche un autore bravo a mettere insieme parole d'amore senza risultare patetico (Listen e la sussurrata On Second Thought) o a fare il cronista d'attualità (New Day). Il tutto per dire che l'autore c'è, anche se viaggia ancora lungo sentieri sicuri e non azzarda mai variazioni rischiose, ma dal punto di vista della produzione il suono dei bei ricami di dobro del chitarrista Al Goll sono l'unica frequenza che violenta il nostro equalizzatore, intorpidito per quaranta minuti scarsi sulle strimpellate del padrone di casa e dalla sua voce adeguatamente profonda, ma su cui si potrebbe ancora lavorare in termini di espressività. Rispetto all'esordio qualche passo avanti c'è stato, per cui annotiamoci il suo nome, ma per piacere, ogni tanto metta fuori la testa di casa!(Nicola Gervasini)

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