20/09/2006
Rootshighway
VOTO: 7
C'è da riflettere sulla parabola artistica e umana di Shawn Colvin. Agli inizi della carriera condivideva i palchi del Greenwich Village con Suzanne Vega con egual fama e successo locale. Quando la collega trovò fortuna con il secondo disco i discografici si accorsero di lei giusto in tempo per un acclamato disco d'esordio (Steady On -1989), che ascoltato oggi suona un po' datato proprio perché originariamente pensato per essere un altro Solitude Standing. Ironia della sorte, il successivo Fat City, che era invece un ottimo disco, mancò il successo. La ragazza così dovette iniziare da capo, si ripropose nei palchi dei club (da cui uscì anche parte del delizioso Cover Girl) e si prese tempo 4 anni per licenziare A Few Small Repairs e fare il botto: ottime vendite, buone critiche e addirittura dei Grammy Awards (disco dell'anno del 1997!). La regola numero uno del buon discografico a questo punto sarebbe "batti il chiodo finchè è caldo", ma lei no, avuto il giusto riconoscimento alle sue fatiche, si è trasformata in una "family girl" chiusa tra le quattro mura della vita matrimoniale, sorda alle sirene della gloria che la chiamavano a gran voce. Richiami che sembravano essere andati a buon fine nel 2001 quando pubblicò l'easy-pop di A Whole New You, un album che sapeva di preconfezionato da altri per lei ad uso e consumo del popolo di MTV. Con il nuovo These Four Walls, invece, la Colvin sembra finalmente tornata a tenere le redini del proprio lavoro e ci regala un disco di buon livello, pienamente coerente con il suo marchio di fabbrica: atmosfere acustiche, arrangiamenti sempre non invadenti e il suo caratteristico cantato a metà tra i sussurri della Vega e i vocalizzi di Rickie Lee Jones. Uno stile che rende tutto così uniformemente piacevole da poter far convivere sullo stesso disco due brani originariamente agli antipodi come Even Here We Are di Paul Westerberg e Words dei Bee Gees facendoli sembrare farina dello stesso sacco. Dal suo cappello stavolta escono anche piccoli gioiellini come Fill Me Up, Cinnamon Road e soprattutto la bella title-track ("I'm gonna die in these four walls, I've had enough and I've tried it all, I'll watch the day break and I'll see the night fall, In these four walls...Now I can see the life I have to make" - non certo una bella pubblicità alla vita matrimoniale -). Produce, come al solito, l'esperto John Leventhal, suo factotum artistico (è co-aoutore e praticamente "one-man band" di tutte le sue opere), e vanno registrati i cameo vocali di Marc Cohn, Patty Griffin e Teddy Thompson. Il tutto per una perfetta colonna sonora delle malinconie autunnali che forse ci aspettano anche tra le nostre quattro mura… (Nicola Gervasini)
Rootshighway
VOTO: 7
C'è da riflettere sulla parabola artistica e umana di Shawn Colvin. Agli inizi della carriera condivideva i palchi del Greenwich Village con Suzanne Vega con egual fama e successo locale. Quando la collega trovò fortuna con il secondo disco i discografici si accorsero di lei giusto in tempo per un acclamato disco d'esordio (Steady On -1989), che ascoltato oggi suona un po' datato proprio perché originariamente pensato per essere un altro Solitude Standing. Ironia della sorte, il successivo Fat City, che era invece un ottimo disco, mancò il successo. La ragazza così dovette iniziare da capo, si ripropose nei palchi dei club (da cui uscì anche parte del delizioso Cover Girl) e si prese tempo 4 anni per licenziare A Few Small Repairs e fare il botto: ottime vendite, buone critiche e addirittura dei Grammy Awards (disco dell'anno del 1997!). La regola numero uno del buon discografico a questo punto sarebbe "batti il chiodo finchè è caldo", ma lei no, avuto il giusto riconoscimento alle sue fatiche, si è trasformata in una "family girl" chiusa tra le quattro mura della vita matrimoniale, sorda alle sirene della gloria che la chiamavano a gran voce. Richiami che sembravano essere andati a buon fine nel 2001 quando pubblicò l'easy-pop di A Whole New You, un album che sapeva di preconfezionato da altri per lei ad uso e consumo del popolo di MTV. Con il nuovo These Four Walls, invece, la Colvin sembra finalmente tornata a tenere le redini del proprio lavoro e ci regala un disco di buon livello, pienamente coerente con il suo marchio di fabbrica: atmosfere acustiche, arrangiamenti sempre non invadenti e il suo caratteristico cantato a metà tra i sussurri della Vega e i vocalizzi di Rickie Lee Jones. Uno stile che rende tutto così uniformemente piacevole da poter far convivere sullo stesso disco due brani originariamente agli antipodi come Even Here We Are di Paul Westerberg e Words dei Bee Gees facendoli sembrare farina dello stesso sacco. Dal suo cappello stavolta escono anche piccoli gioiellini come Fill Me Up, Cinnamon Road e soprattutto la bella title-track ("I'm gonna die in these four walls, I've had enough and I've tried it all, I'll watch the day break and I'll see the night fall, In these four walls...Now I can see the life I have to make" - non certo una bella pubblicità alla vita matrimoniale -). Produce, come al solito, l'esperto John Leventhal, suo factotum artistico (è co-aoutore e praticamente "one-man band" di tutte le sue opere), e vanno registrati i cameo vocali di Marc Cohn, Patty Griffin e Teddy Thompson. Il tutto per una perfetta colonna sonora delle malinconie autunnali che forse ci aspettano anche tra le nostre quattro mura… (Nicola Gervasini)
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