domenica 14 settembre 2008

TANYA DONELLY - This Hungry Life


24/11/2006
Rootshighway


VOTO: 7



Sembra quasi che Tanya Donelly abbia sempre bisogno di avere un punto di riferimento per potersi esprimere. Quando militava nelle Throwing Muses viveva all'ombra di Kristin Hersh, poi come una fiera Sancho Panza al femminile ha seguito i mulini a vento della mente di Kim Deal dei Pixies nell'avventura delle Breeders, e nel 1997, dopo aver dato vita per due album ai Belly, finalmente ha provato a nuotare con le proprie braccia. Beautysleep del 2002 è probabilmente il suo album più interessante, poi, nel 2004, quando con Whiskey Tango Ghosts ha osato un salto di qualità da grande autrice, ha riscosso consensi ma non ha lasciato il segno che forse si aspettava. Così nell'estate dello stesso anno ha deciso di dare un calcio alle sofisticate atmosfere della sua ultima creazione chiudendo per due notti la sua band in un Hotel abbandonato e ha registrato in presa diretta un album intero davanti ad un piccolo e paziente pubblico di amici. Quello che risulta subito evidente è che stavolta il riferimento musicale è Lucinda Williams, omaggiata in un significativo verso di World On Fire ("I want in on Lucinda's sweet old world if it's there, I swear to God there are days that song's what gets me out of bed "), ma richiamata anche dal diverso modo di cantare, più rauco e strascicato, e dal sound country-oriented caratterizzato dal violino di Joan Wasser (già sentita alle spalle di Lou Reed) e la pedal steel guitar di Rich Gilbert. Un nume tutelare di primo ordine che ispira un disco "derivativo" ma sicuramente interessante. Gli album di nuovo materiale registrati on stage hanno sempre il vantaggio di un suono caldo e immediato, ma l'handicap di arrangiamenti dipendenti dalla strumentazione della band, cosa che spesso manca di valorizzare i brani più riflessivi rispetto a quelli più energici. Per questo la Donelly ammette di aver ceduto alla tentazione di qualche sovraincisione in fase di mixaggio, ma l'effetto "reality" del disco è comunque salvo. Tra le canzoni si segnalano sicuramente Days of Grace, inebriante descrizione di un momento di euforia ("quasi come quando accetti le caramelle da uno psicopatico o come quando catturi un pesce in mezzo ad una burrasca…"), a cui fanno da contraltare la disperata Kundalini Sleep o la poetica Littlewing. Efficace anche l'attacco dell'iniziale New England o la lunga title-track, mentre non convince appieno Long Long Long, cover del brano di George Harrison dal White Album. This Hungry Life non sarà forse il punto più alto della carriera della Donelly (Beautysleep riservava più sorprese), ma è sicuramente il suo disco più sinceramente ispirato, ed essendo anche il più "rootsy", non possiamo che consigliarlo. (Nicola Gervasini)

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