mercoledì 8 aprile 2026

Langhorne Slim

 

Langhorne Slim

The Dreamin’ Kind

Dualtone

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Ci sono dischi di autori sconosciuti che ad un certo punto diventano importanti grazie al continuo passaparola tra appassionati, probabilmente il genere di distribuzione “low cost” più auspicata da un autore esordiente o quasi. Accadde ad esempio al disco When the Sun's Gone Down di Langhorne Slim alla fine del 2005, disco che la piccola label newyorkese Narnack Records era riuscita a distribuire un po’ ovunque nel globo, grazie ad una costante promozione degli ascoltatori. Probabilmente ci mise troppo tempo a dargli un seguito (uscito poi nel 2008), tra l’altro con un album senza titolo, quasi a voler intendere una nuova ripartenza dopo gli anni di gavetta indipendente, ma quel disco e il successivo Be Set Free del 2009 non vennero accolti con lo stesso calore. Da allora Langhorne Slim ha pubblicato solo 3 album prima di questo nuovo The Dreamin’ Kind, rimanendo sempre in quella sfera di artisti con un fedele seguito di appassionati, ma mai abbastanza capaci di quel passo in più per diventare personaggi di primo piano, anche nel panorama indie-folk odierno. E questo nuovo album ne conferma pregi e difetti, così come la sua unicità e i suoi limiti.

L’impianto da una parte è sempre quello classico dell’indie-folk di vent’anni fa: da una parte brani malinconici, spesso basati su chitarra acustica o mandolini (Stealin’ Time insegue addirittura la lezione melodica di Cat Stevens), tante orchestrazioni (Dance On Thru), atteggiamento dimesso e nessuna ostentazione di tecnica, ma dall’altra anche un nuovo registro più rock grazie alla produzione di Sam Kiszka dei Greta Van Fleet, che si traduce in brani come l’iniziale Rock N Roll, con i suoi riffoni da hard-rock band anni Settanta, il giro più electric-blues di Loyalty, il southern rock di Haunted Man, o il quasi punk-rock da cantina di Strange Companion. A tratti sembra quasi di risentire gli Eels del periodo Souljacker per come anche Langhorne Slim abbia voluto provare a stravolgere la grammatica rigida, e poco avvezza a stranezze, del rock da radio FM, e in parte ci riesce, anche se resta la sensazione che sia un pesce fuor d’acqua nel genere. Altrove prova a darsi al tex-mex (la morriconiana Rickety Ol' Bridge), al gospel (Lord, un numero in zona Dylan epoca Shot of Love), ma poi è più incisivo quando fa cose più semplici come la bella ballad in up-tempo di Possessive o l’orchestrata Dream Come True. Il tentativo di fare un disco al di fuori della sua routine è palese, e il risultato sicuramente è godibile, per quanto l’appuntamento con il disco che svolta una carriera mi pare mancato.

 

Nicola Gervasini

 

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