Langhorne
Slim
The
Dreamin’ Kind
Dualtone
***
Ci sono dischi di autori sconosciuti
che ad un certo punto diventano importanti grazie al continuo passaparola tra
appassionati, probabilmente il genere di distribuzione “low cost” più auspicata
da un autore esordiente o quasi. Accadde ad esempio al disco When the Sun's
Gone Down di Langhorne Slim alla fine del 2005, disco che la piccola
label newyorkese Narnack Records
era riuscita a distribuire un po’ ovunque nel globo, grazie ad una costante
promozione degli ascoltatori. Probabilmente ci mise troppo tempo a dargli un
seguito (uscito poi nel 2008), tra l’altro con un album senza titolo, quasi a
voler intendere una nuova ripartenza dopo gli anni di gavetta indipendente, ma
quel disco e il successivo Be Set Free del 2009 non vennero accolti con
lo stesso calore. Da allora Langhorne Slim ha pubblicato solo 3 album prima di questo
nuovo The Dreamin’ Kind, rimanendo sempre in quella sfera di artisti con un fedele
seguito di appassionati, ma mai abbastanza capaci di quel passo in più per
diventare personaggi di primo piano, anche nel panorama indie-folk odierno. E
questo nuovo album ne conferma pregi e difetti, così come la sua unicità e i
suoi limiti.
L’impianto
da una parte è sempre quello classico dell’indie-folk di vent’anni fa: da una
parte brani malinconici, spesso basati su chitarra acustica o mandolini (Stealin’
Time insegue addirittura la lezione melodica di Cat Stevens), tante
orchestrazioni (Dance On Thru), atteggiamento dimesso e nessuna
ostentazione di tecnica, ma dall’altra anche un nuovo registro più rock grazie
alla produzione di Sam Kiszka dei Greta Van Fleet, che si traduce in
brani come l’iniziale Rock N Roll, con i suoi riffoni da hard-rock band
anni Settanta, il giro più electric-blues di Loyalty, il southern rock
di Haunted Man, o il quasi punk-rock da cantina di Strange Companion.
A tratti sembra quasi di risentire gli Eels del periodo Souljacker per
come anche Langhorne Slim abbia voluto provare a stravolgere la grammatica
rigida, e poco avvezza a stranezze, del rock da radio FM, e in parte ci riesce,
anche se resta la sensazione che sia un pesce fuor d’acqua nel genere. Altrove
prova a darsi al tex-mex (la morriconiana Rickety Ol' Bridge), al gospel
(Lord, un numero in zona Dylan epoca Shot of Love), ma poi è più
incisivo quando fa cose più semplici come la bella ballad in up-tempo di Possessive
o l’orchestrata Dream Come True. Il tentativo di fare un disco al di
fuori della sua routine è palese, e il risultato sicuramente è godibile, per
quanto l’appuntamento con il disco che svolta una carriera mi pare mancato.
Nicola
Gervasini
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