giovedì 26 settembre 2013

OKKERVIL RIVER


Okkervil River 
The Silver Gymnasium
[
ATO 
2013]
www.okkervilriver.com

 File Under: biopic rock

di Nicola Gervasini (02/09/2013)
Scusate se insistiamo con un concetto più volte già espresso su queste pagine, ma anche nel 2013 gli Okkervil River si confermano come una delle realtà di punta degli anni 2000. Serviva forse un'ulteriore prova? "Non sono mai abbastanza" diranno i più scettici, ma anche The Silver Gymnasium, che pur si preannunciava come la loro prova più ardua, li conferma a livelli d'eccellenza. Se l'accoppiata The Stage Names/ The Stand Ins aveva ben chiuso un ciclo di crescita impressionante (con almeno quattro titoli fondamentali dell'indie-rock anni zero), I Am Very Far nel 2011 aveva dato inizio al difficile peregrinare negli anni dieci e nel loro insaziabile bisogno di una svolta stilistica che aprisse nuove strade per tutti. Il disco ha diviso non poco pubblico e critica: non a tutti è piaciuto quell'abbracciare convinto (anche se alla loro maniera) l'Ottanta-sound-revival imperante negli ultimi anni, ma alla fine l'album sta reggendo il confronto del tempo e ha al suo interno alcuni episodi fondamentali del songbook di Will Sheff. >

The Silver Gymnasium va oltre però, perché compie il piccolo miracolo di non essere un progetto sperimentale che abbraccia un singolo suono, ma elabora una nuova era dove i vecchi Okkervil River convivono benissimo con quelli nuovi. Spaventatevi pure per la combinazione puramente mainstream-rock di chitarre e tastiere di Down Down the Deep River, o per il techno-synth che apre Stay Young (che però si trasforma in una tipica ballata alla Will Sheff) e che tiene in piedi tutta la seguente Walking Without Frankie fino a quando non si trasforma in un roots-rock vecchia maniera. Oppure rilassatevi nel ritrovare i cari vecchi Okkervil River nelle ballate stralunate di Pink-Slips e All The Time Every Day. The Silver Gymnasium rappresenta un nuovo tassello nel grande racconto personale di Will Sheff, che arricchisce quella immensa seduta psicoanalitica che è la sua carriera di autore andando stavolta a sondare i suoi anni pre-adolescenziali, chiaramente evocati e raccontati nel singolo It Was My Season. Nel testo viene evocata un'estate del 1986 passata nella sua piccola città (Meriden, poche anime perse nel nulla del New England) tra i giochi Atari e la voglia di crescere in fretta di un tipico nerd dei tempi (lo stesso Will si descrive come un ragazzino insignificante con occhiali e asma).

La cosa divertente è che questa giovinezza assolutamente ordinaria nelle sue mani diventa una grande storia, con tanto di mappa interattiva della cittadina e foto d'epoca incluse in una app che vi aiuterà a seguire le vicende del piccolo Will (apps.npr.org/okkervil-river/). Tanta autoreferenzialità non irriti, Sheff tratta sé stesso come un autore classico, dove l'elemento autobiografico è mezzo e non fine dell'arte. La produzione di John Agnello non fa mancare nulla: fiati, orchestre, chitarre e sintetizzatori, ma in mezzo ci sono un nuovo pugno di canzoni importanti e particolarmente malinconiche come Where The Spirit Left Us e Black Nemo e pochissimi momenti di stanca (Whitepassa un po'senza lasciar traccia). Ancora una volta, applausi.

venerdì 20 settembre 2013

The O's - Thunderdog

The O's 
Thunderdog
(Punch Five Records  2013)
 songs from the street

Taylor Young e John Pedigo vengono da Dallas e già da qualche anno girano il mondo come veri buskers con il bizzarro e ermetico nome d'arte diThe O's. Li avevamo già incontrati nel 2009 in occasione del loro disco d'esordio (We Are the O's), acerbo ma frizzante trattato di old-time roots music. Con Thunderdog, terzo capitolo della loro "saga", val la pena riprendere il discorso. Non perché ci sia da gridare al miracolo, ma perché indubbiamente il duo è cresciuto sia nel songwriting (Levee Breaks e Outlaw cominciano a far intravedere una penna e non solo una carta carbone) e nella registrazione. D'altronde non è facile per loro riportare su disco la veemenza di un duo da strada, abituato ad auto-accompagnarsi con una kick-drum, ma il produttore Chris "Frenchie" Smith ha lavorato bene con gli innesti elettrici. Sicuramente c'è la consapevolezza che se ottengono consensi i dischi degli Avett Brothers e dei Mumford & Sons, allora quella è la direzione, e forse addirittura si può azzardare una ricerca della scanzonata hit alla Lumineers in brani comeCiceroneRearranged e Running Games. Ma la loro dimensione resta più rurale, meno atteggiata, più da vera strada che da iPod della ragazzina che fa finta di ascoltare musica colta. Non ancora imprescindibile ma già di buon livello, Thunderdog potrebbe anche portar loro qualche ribalta in più se saranno bravi a gestirlo. Altrimenti la strada è sempre lì, è l'unico palco di questo mondo dove il pubblico non smette mai di esistere e rigenerarsi, e gli O's continuano ad appartenervi anche quando provano a sfuggirle.
(Nicola Gervasini)

wearetheos.com

mercoledì 18 settembre 2013

ADAM KLEIN

Adam Klein Sky Blue Deville(Broken Hill/Cowboy Angel 2013)
 stoned in a southern way
Artigiano della canzone innamorato di storia e letteratura (da recuperare i suoi concept-records Western Tales & Trails del 2008 e Wounded Electric Youth del 2010), torna sulle nostre pagineAdam Klein da Athens con i suoi Wild Fires, band che vede nel tastierista e sassofonista Randall Bramblett (proprio quello che suonò spesso con gli Allman Brothers e recentemente ritrovato con l'album The Bright Stops) l'elemento di punta. Sky Blue Deville è il suo quinto album, ed è un prodotto di puro cantautorato americano: suoni elettroacustici vagamente southern-oriented, accento sulla canzone, e produzione di Bronson Tew attenta a non uscire ma i dalle righe. Il classico prodotto medio, ben fatto e ben registrato, che offre pochi motivi di entusiasmo se non l'antico piacere di gustarsi la buona scrittura di brani come In A Southern Way ("Forse ho fatto errori e ho reso molto meno del dovuto, ma ero ubriaco alla maniera del Sud") o Jesse's Mind. La sua voce, calda e rilassata, offre il meglio nei brani più riflessivi (Restless Soul), ma una ballata soul con tanto di fiati come Goodnight Nobody avrebbe magari necessitato di un approccio più aggressivo. In ogni caso nulla da eccepire sulla bontà di questi nove brani che leggono l'America rurale attraverso le storie dei suoi sfortunati e non sempre incolpevoli protagonisti, con poche concessioni ad atmosfere più spensierate (magari nella poppish Where Our Love Is) e una gran dose di mestiere.
(Nicola Gervasini)
www.adam-klein.com

domenica 15 settembre 2013

M.G. Boulter

 
 M.G. Boulter The Water Or The Wave 
[
Harbour Song Rec., 2013]

www.mgboulter.co.uk

 File Under: sad and blue music

di Nicola Gervasini (26/08/2013)
Ama le parentesi M.G. Boulter. Le mette ovunque, ci contiene il suo nome in copertina, quello dei musicisti che lo seguono, i titoli delle canzoni e in modo più figurato anche la sua musica. Perché anche la sua carriera musicale è una parentesi tra l'attività di addetto alla pedal steel nella ditta dei Felice Brothers e quella di frontman dei Lucky Strikes (li avevamo segnalati nel 2011 per il disco Gabriel, Forgive My 22 Sins), ma The Water Or The Wave, suo terzo album dopo l'omonimo del 2008 e The Whispering Pines dello scorso anno, ha tutta l'aria di essere l'inizio di un percorso più serio e duraturo. Peccato però che questi undici brani, ineccepibili per forma e spesso anche per sostanza (interessanti alcuni testi), arrivino davvero tardi, quando gli stessi Felice Brothers si sono già arenati in un cambio di suono che ne ha frenato l'ascesa verso la serie A, e quando sempre da quelle parti Simone Felice ha già proposto dischi molto simili ma ben più importanti sotto il nickname di The Duke And The King.

Roots-folk sofferto e strascicato, uso molto melodico della voce, il controcanto di Lizzy O'Connor piazzato un po' ovunque a dare quel tocco alla Belle and Sebastian che serve per strizzare l'occhio al mondo dell'indie-folk: Boulter mette in campo tutti gli strumenti a lui noti, concentrando nella prima parte del disco quei brani che catturano l'attenzione se ascoltati singolarmente (soprattutto Gold King), perfetti per un giro su YouTube o Spotify, ma che messi in un insieme che noi vecchia generazione ci ostiniamo a chiamare "disco", finiscono a dar vita ad una creatura a volte stanca e ripetitiva. E' comunque un album da ascoltare The Water or The Wave, magari a spizzichi e bocconi, giusto per non tediarsi troppo per episodi come The Thistles & The Thorns o Mountain Sickness e meglio apprezzare una Above The Cafè Curtain che sembra uscita da uno dei dischi del Bonnie Prince Billy più addomesticato al country.

Fortuna comunque che l'uomo ha il dono della sintesi (36 minuti e via, cioè l'intelligenza di capire quando si è già detto abbastanza…), e che la scaletta ha episodi ma non lunghi periodi di stanca, per cui si arriva alla fine contenti di trovare all'alba della traccia nove un pezzo che potremmo (con buon coraggio) definire allegro e baldanzoso comeConfetti Hearts che rompe finalmente il ritmo sofferto dell'album. In ogni caso talento e ragione di essere come artista solista sono confermati anche da brani quali Think You Free Maryche stanno in piedi anche se scarni e acustici. Ma i grandi artisti sanno già andare oltre questo livello: se ne ricordi quando ci vorrà riprovare.

   

domenica 8 settembre 2013

PET SHOP BOYS




Quando esordirono nel 1984 con West End Girls era difficile immaginarsi che trent’anni dopo si sarebbe parlato ancora dei Pet Shop Boys, eppure è innegabile che Neil Tennant e Chris Lowe, oltre a rappresentare un raro caso di duo inossidabile ai cambi di moda, hanno più volte riscritto e rideterminato il mondo dell’elettronica. La stampa inglese li paragona non solo al nostro Giorgio Moroder (tornato di moda anche grazie a Daft Punk, altra band che a loro deve parecchio), ma ormai tira in ballo nomi altisonanti dell’universo synth come Kraftwerk, Tangerine Dream e Jean Michel Jarre. Sicuramente quelli che sembravano solo due poppettari come se ne sono sentiti tanti negli anni ottanta, hanno avuto la capacità di rigenerarsi e segnare la via sia negli anni novanta, sia nei giorni nostri con il nuovo album Electric (Kobalt Label Services). Che li vede abbandonare le sperimentazioni  e il mood quasi malinconico degli ultimi album e tornare prepotentemente alla loro dimensione più naturale: quella della pura dance music. Energia, ritmo, melodia, qualche citazione colta (Love Is a Bourgeois Construct riprende musiche di Henry Purcell) e la cover che non ti aspetti (Last To Die di Bruce Springsteen) sono il cocktail che sta spopolando nelle radio, ottenendo il placet anche delle testate musicali più musical-snob. Sono diventati degli eroi del classic-rock anche loro insomma. Proprio come Springsteen.

giovedì 5 settembre 2013

JOHN MELLENCAMP & STEPHEN KING

Il rapporto tra rock d’autore e teatro non è mai stato idilliaco. I grandi musical di successo sono stati scritti da professionisti del genere, spesso provenienti dal mondo di Broadway, mentre le opere prodotte da firme autorevoli come Paul Simon, Randy Newman o Tom Waits, hanno sortito tour teatrali fallimentari e dischi ritenuti minori. Ultimo a provarci è John Mellencamp, uno che in Italia i giornali hanno scoperto solo come il fidanzato ufficiale di Meg Ryan (tranquilli, faranno a tempo a dimenticarsene, come è accaduto per il Lyle Lovett post-love story con Julia Roberts), e che l’anno scorso ha debuttato a teatro con Ghost Brothers of Darkland County,  libretto scritto appositamente per lui nientemeno che da Stephen King.  Sul palco la pièce vede protagonista (guarda caso) la sempre bionda (e sempre più iper-rifatta) Ryan, stella in pieno declino che si sta adattando a fatica al circuito indipendente, mentre l’album offre una serie di nuovi brani cantati da una parata di stelle del mondo roots-rock americano (Sheryl Crow, Elvis Costello, Kris Kristofferson, Ryan Bingham, i fratelli Dave e Phil Alvin, Rosanne Cash, Neko Case e Taj Mahal) e prodotto dall’ormai inseparabile compare T-Bone Burnett con una band capitanata dal chitarrista Marc Ribot. Il plot scritto da Stephen è (manco a dirlo) una novella gotica: un padre decide di portare i due figli in un vecchia casa appartenuta alla sua famiglia già da parecchie generazioni, con l’intenzione di appianare l’insanabile rivalità nata tra i due a causa di una ragazza. Il luogo invece si scoprirà abitato dai fantasmi dei due fratelli del padre, che proprio lì si erano massacrati a vicenda anni prima. Una sorta di maledizione di famiglia, una predestinazione all’odio fraterno che King porta fino alle estreme conseguenze del finale e che Mellencamp traduce in musica con atmosfere dark e decisamente bluesy.  John nella presentazione ha assicurato che il risultato a teatro non sarà un mix tra Cujo e Jack And Diane, ma un’opera in puro stile King al cento per cento. Considerando i numeri a cui sono abituati sia King che Mellencamp, i risultati di pubblico restano esigui,  ma per una volta abbiamo motivo di rammaricarcene.

Nicola Gervasini 

martedì 3 settembre 2013

MAVIS STAPLES


Mavis Staples
One True Vine (Anti)


Esistono miriadi di dischi gospel nel mondo, tutti uguali, e tutti confezionati per lo spirito e non certo per l’arte, ma non quelli di Mavis Staples. Grazie alla sua continua ricerca di collaborazioni importanti, la settantaquattrenne ex vocalist degli Staple Singers è da sempre una garanzia di qualità, con risultati a volte discutibili (l’irrisolto incontro con Prince), a volte interessanti (l’album realizzato per lei da Ry Cooder), ma ultimamente davvero di livello eccelso. Il Deus ex machina più recente è Jeff Tweedy, già al timone del precedente You Are Not Alone,  e confermato in regia anche nel nuovo One True Vine (Anti).  Un produttore che, molto meglio dei suoi predecessori, non ha commesso l’errore di imporre un suono preconfezionato, ma ha ascoltato la voce di Mavis e con riverenza l’ha vestita di suoni folk, a volte scarni e acustici (Jesus Wept), altre volte nervosi ed elaborati (I Like The Things About Me). I suoi Wilco si sentono nelle vene di Every Step, ma mai come in questo caso un nome di grido del rock ha avuto pieno rispetto per la padrona di casa, seguendola nel suo percorso che mira alla piena espressione della religiosità umana. Perché, nonostante non si sia chiusa in una chiesa come molte vecchie colleghe dell’era d’oro del soul, Mavis Staples continua comunque a cantare solo per il suo Dio, e Tweedy è stato forse il primo che ha semplicemente deciso di non disturbarla.

DON BRYANT

Don Bryant  Don't Give Up On Love  [Fat Possum/ Goodfellas 2017]  File Under: Don't give up on Soul di Nicola Gervasini (29/0...