lunedì 31 ottobre 2011

MICHAEL CHAPMAN - Fully Qualified Survivor

Michael Chapman
Fully Qualified Survivor
[Light In The Attic 2011]




Nel 1970 la diatriba tra tradizionalisti e modernizzatori era ancora accesissima nel mondo del folk britannico (andate a rileggervi dei litigi tra Nick Drake - conservatore - e John Martyn - rivoluzionario - descritti nel libretto del cofanetto Fruit Tree dedicato al primo). In molti erano pronti ad accettare che un grande chitarrista come Richard Thompson rigenerasse le antiche gighe britanniche in chiave elettrica, o che venissero rivisitati i songbook di autori americani come Dylan o Joni Mitchell, ma la scena conservava ancora una chiusura rispetto al mondo del nuovo rock inglese, visto come rozzo e commerciale. Il 1970 fu dunque un anno che fece da spartiacque nel cambiamento di rotta, e se nel 1969 un Al Stewart ancora lontano dai fasti dell'anno del gatto guadagnò solo parecchi insulti affidando ad un Jimmy Page fresco di esordio con i Led Zeppelin le parti di chitarra del suo album Love Chronicles (titolo da rivalutare), già nel 1971 Roy Harper, con la stessa identica mossa per il suo capolavoro Stormcock, sdoganò l'idea che il folk potesse imbastardirsi non solo con le sonorità del rock, ma anche con i suoi stessi eroi. Fully Qualified Survivor di Michael Chapman si pone esattamente in mezzo. Il disco era nato per la Harvest, etichetta che spingeva volentieri i propri protetti a sperimentazioni e fratellanze spesso ardite con altri generi, e che puntò molto su questo album dopo i buoni riscontri dell'ottimo Rainmaker del 1969.

E così, accanto alle evoluzioni acustiche del titolare, il disco presentava una produzione decisamente radiofonica affidata a Gus Dudgeon e alle orchestrazioni di Paul Buckmaster, vale a dire le due menti che avevano appena creato il suono del secondo vendutissimo album di Elton John. Ma l'elemento di rottura era la chitarra di Mick Ronson, che ancora non era una superstar, e che registrò le sue parti proprio mentre lavorava anche a The Man Who Sold The World di David Bowie, il disco che lo lancerà definitivamente. E basta ascoltare Postcards Of Scarborough, brano che ottenne anche un certo successo (l'album rimane il suo unico ad essere entrato nelle classifiche di vendita inglesi), dove ad un incipit acustico in stile classico, segue una splendida canzone di gusto decisamente rock, in cui l'elettrica di Ronson e le orchestrazioni di Buckmaster creano un atmosfera sinistra e splendidamente profonda. Nonostante sia rimasto un cult tra gli appassionati, il disco non è diventato uno di quei classici che tutti consigliano al primo colpo, perché al pari di altri colleghi votati alla sperimentazione (lo stesso Roy Harper o Shawn Phillips), Chapman non sfruttò il breve successo, sia per la sua mancanza di physique du role da rockstar, sia perché il suo stile e la sua voce un po' sgraziata restavano difficili da vendere a grandi lotti.

E' significativo che l'album sia stato ristampato in cd negli Stati Uniti solo lo scorso febbraio dalla Light In The Attic (in Inghilterra ne era uscita già una buona edizione nel 1997 da parte della Repertoire), edizione degna e consigliata per scoprire le due facce del folk britannico, capaci di riff indiavolati (Soulful Lady) o ballate soffici come Rabbit Hills che sarebbe davvero un sacrilegio dimenticare. Riscopritelo, anche perché poi l'ultima parola su come portare il folk inglese alla modernità la dirà poi John Martyn, ma le prime frasi sono tutte qui.
(Nicola Gervasini)


www.michaelchapman.co.uk
www.tompkinssquare.com
www.lightintheattic.net


martedì 25 ottobre 2011

TOM MORELLO THE NIGHTWATCHMAN - World Wide Rebel Songs

inserito 03/10/2011

Tom Morello 'The Nightwatchman'
World Wide Rebel Songs
[
New West
2011]



I Rage Against The Machine esistono ancora, anche se dalla reunion del 2007 non hanno prodotto nuovi dischi e vivono facendo tour "elettorali". L'esperienza con gli Audioslave è ufficialmente terminata nello stesso anno, con anche qualche delusione per i risultati ottenuti da quello che era uno dei più promettenti supergruppi dell'era post-grunge. Ma lui, Tom Morello, sempre dallo stesso anno non vive solo di proclami e revival, ma si alimenta attraverso il suo alter-ego, The Nightwatchman, il guardiano notturno che vigila sui mali dell'America attraverso canzoni e mille iniziative dove non esiste più un vero confine tra musica e politica. Più che la chitarra, negli ultimi anni Morello ha sventagliato la sua laurea ad Harvard in Scienze Politiche, finché una sera Bruce Springsteen lo ha chiamato sul palco per una versione elettrica di The Ghost Of Tom Joad e lui si è convinto che la chitarra acustica ucciderà anche i fascisti quando partorisce folk di razza, ma il suo DNA resta legato ad un amplificatore.

World Wide Rebel Songs
nasce dunque come ulteriore evoluzione del progetto Nightwatchman, dopo che il secondo album The Fabled City aveva fatto solo una gran confusione in tal senso, e trova finalmente un buon equilibro tra toni da vero folker (The Dogs of Tijuana) e voglia di tornare a scatenare anche qualche roccioso riff contro i padroni del mondo (It Begins Tonight). Altra saggia mossa quella di non ricorrere più alla ingombrante produzione di Brendan O'Brien, ma fare tutto da solo, alla ricerca di un sound il più possibile vicino a quello di un concerto. Il risultato è schiavo dell'ondivagare della sua ispirazione, ma nel complesso regge, soprattutto quando il buon Tom azzecca fin da subito un brano come Black Spartacus Heart Attack Machine, primo singolo dedicato alla sua nuova chitarra con corde di nylon, o quando limita le inutili comparsate di tanti ospiti al solo opportuno intervento di Ben Harper nella worksong Save The Hammer For The Man.

Insomma, l'eroe non è più solo (in copertina si guadagna anche una compagna di lotta), ma ben accompagnato da una band battezzata Freedom Fighter Orchestra, e continua una guerra che non è stata certo l'elezione di Obama a rendere superflua. Il disco conferma che il chitarrista si trova ormai pienamente a suo agio quando si seguono strutture classiche (Speak and Make Lightning, The Whirlwind), mentre magari mancano ancora le spalle larghe da grande autore quando prova vie improbabili come la tribale Facing Mount Kenya o quando scivola un po' nell'inno populista Stray Bullets. Tanto chiasso però finisce comunque con un numero per solo voce e chitarra (God Help Us All) che sa più di Kris Kristofferson che dei Clash, il che evidenzia solo come il sol dell'avvenire di questa nuova rivoluzione stilistica è ancora lontano.
(Nicola Gervasini)

www.thegourds.com


venerdì 21 ottobre 2011

Donald & Jen MacNeill with Lowlands

inserito 13/10/2011

Donald & Jen MacNeill with Lowlands
Fathers And Sons
[Route 61
2011
]



Vive una storia tutta particolare nel backstage di questo album, un racconto che vede il giovane Edward Abbiati, leader dei pavesi Lowlands, passare un periodo negli anni 90 su una sperduta isola della Scozia, dove scopre che Donald MacNeill, l'uomo che lo ospitava, si dilettava a scrivere e a suonare canzoni folk per la gente del posto. C'è un epilogo felice quindi, che vede i due ritrovarsi dopo quasi vent'anni per dare vita ad un songbook fatto di tutte le storie di quelle isole dimenticate dal tempo e dagli uomini. Sapevate, ad esempio, che nel 1940 una nave piena di emigranti italiani venne fatta affondare davanti all'isola di Colonsay, sulle cui spiagge oggi ancora si possono trovare lapidi in loro onore? Colonsay come Lampedusa insomma, con situazioni storiche ovviamente ben diverse, ma un unico senso, quello di scoprire come spesso mondi lontani vengano sempre, prima o poi, volenti o nolenti, uniti da un filo indissolubile. E' questo il tema centrale di Fathers And Sons, sia la canzone che narra questi avvenimenti, sia l'album che vede Abbiati e il chitarrista Roberto Diana produrre un disco davvero sorprendente (registrato negli studi "Little Pink" di Pavia), alla scoperta di un vecchio cantautore che non ha una grande carriera da raccontare, ma molte buone canzoni da cantare, brani che seguono le coordinate del più classico brit-folk, influenze americane comprese.

Non è un caso che l'unica cover del disco sia The Morning Lies Heavy di Allan Taylor, uno degli autori che meglio ha incarnato il rifiuto di abbandonare le melodie tradizionali, non negando mai comunque il debito di riconoscenza verso la scena folk americana di Dylan e Tom Paxton. Il vecchio MacNeill viene aiutato dalla figlia Jen, voce e flauto, che da sempre segue il padre nella costante attività dal vivo anche con il violino, in questa occasione lasciato in dote a Chiara Giacobbe, vera mattatrice del sound del disco. Il risultato è un disco di taglio decisamente classico, che forse apprezzerete solo se siete già sintonizzati su queste coordinate, ma Fathers and Sons conferma che quella del brit-folk non è una lingua morta, ma una tradizione ancora in grado di generare nuove grandi storie come queste.

E sarebbe bello raccontarvele nel dettaglio, come il lontano ricordo del primo giorno di scuola (The School Room), il senso di appartenenza ad una terra che fa sì che la fuga sognata da tutti i giovani del posto si trasformi presto in una dolorosa lontananza (Fair Tides), o la capacità di rendere epica anche la descrizione di una vita umile e fatta di semplici sentimenti (Wear Something Simple). I Lowlands stanno attenti a non invadere troppo il campo, non portano in dote il loro rock ma una sensibilità folk che rende anche gli strumentali (Farewell To Govan e la quasi bluegrassBouncing Babies) non dei semplici riempitivi, mentre i due scozzesi tradiscono a volte la poca dimestichezza con gli studi di registrazione, ma basta anche solo la splendida interpretazione di What'll We Do per capire che sanno davvero come toccare le corde giuste.
(Nicola Gervasini)

Tour italiano - Ottobre 2011: 18 - Pavia, Spaziomusica// 19 - Roma, Lord Lichfield Pub // 21 - Cantù, All'una e 35 circa // 22 - Bergamo, L'Ottagono

www.route61music.com



martedì 18 ottobre 2011

WATERBOYS - An Appointment With Mr Yeats

inserito 26/09/2011

The Waterboys
An Appointment With Mr Yeats
[
Proper
2011]



Il peso di William Butler Yeats sulla cultura irlandese (o anglosassone in generale) è forse pari a quello del Manzoni sul romanzo italiano. Poeta del misticismo, del recupero delle tradizioni e dell'armonia uomo-natura, le sue poesie si sono sempre prestate ad essere ispirazione e riferimento di molti artisti rock nord-britannici (Van Morrison su tutti, ma brani a lui dedicati appaiono anche nei repertori dei Cranberries, Loreena McKennitt e tanti altri). I Waterboys lo avevano già tradotto in musica con The Stolen Child su Fisherman's blues, e da allora Mike Scott ha cominciato a lavorare su un progetto ambizioso, un intero disco di brani derivati dai testi del sommo poeta di Dublino. Una traccia del suo lavoro era già finita nel disgraziato Dream Harder del 1993 (Love And Death), ma solo oggi possiamo finalmente ascoltare il frutto di vent'anni di paziente studio della metrica yeatsiana, un progetto che i Waterboys stanno portando in tour già da un anno. Registrato con formazione alquanto allargata (vanno notati i felici innesti della voce di Katie Kim e della tuttofare Kate St John), An Appointment With Mr Yeats è un disco che recupera il suono più classico dei Waterboys, a sorpresa non tanto quello tradizionale di Fisherman's Blues, quanto quello più pop e anni 80 di This Is The Sea (Politics o i brillanti sette minuti di September 1913 sono l'esempio più lampante), con grande sfoggio di tastiere a duellare con i vari strumenti tradizionali (flauti, violini, oboe, corni).

Basta ascoltare la paradisiaca Song Of The Wandering Aengus per rendersi conto di come Scott abbia finalmente trovato la giusta quadratura al suono Waterboys, evitando gli scivoloni di strani ed improbabili sound radiofonici alla A Rock In The Weary Land (2000), ma nemmeno cadendo nella ripetizione di sè stesso del precedente Book Of Lightning. La difficoltà di seguire fedelmente la ritmica di poesie altrui rende inevitabilmente alcuni episodi fin troppo funzionali solo al progetto (The Hosting Of The Shee, Before The World Was Made o la teatrale News For The Delphic Oracle), un difetto difficilmente evitabile in queste operazioni (ci è caduta anche la Natalie Merchant recente di Leave Your Sleep, progetto davvero simile nella forma), ma quando Scott trova la giusta sincronia tra melodia e parole, ne escono piccole gemme come Sweet Dancer, A Full Moon In March o White Birds, vale a dire i titoli migliori del loro repertorio dai tempi di Room To Roam.

Limitati all'essenziale gli azzardi stilistici (il blues di The Lake Isle Of Innisfree è davvero insolito per il marchio, ma l'esperimento tutto sommato funziona bene nel contesto), Scott viaggia sul sicuro su terreni che gli sono congegnali, sempre in bilico tra tradizione e modernità (Mad As The Mist And Snow, tra gighe irlandesi e voci filtrate, esalta al massimo questo matrimonio). I tempi d'oro restano forse lontani, ma sentirli così ispirati è sempre un enorme piacere.
(Nicola Gervasini)


www.mikescottwaterboys.com


venerdì 14 ottobre 2011

MARISSA NADLER

Marissa Nadler
MarissA Nadler
(Box Of Cedar 2011)


Ormai convinta di seguire la carriera di musicista dopo essere stata pittrice e insegnante di pittura a New York, Marissa Nadler capitalizza i tanti consensi ricevuti dai suoi quattro album precedenti, inaugurando una propria etichetta (Box Of Cedar), e intitolando con il suo semplice nome il primo self-made album, a testimonianza di una ripartenza e di una nuova fase artistica. Non potendo più avvalersi di grandi collaborazioni Marissa Nadler riporta tutto ad una essenzialità folk levigata e apparentemente priva di particolari slanci creativi in sede di arrangiamenti, piuttosto contando molto sulla forza delle canzoni. Scelta supportata dal bravo produttore Brian McTear, che limita all'essenziale l'uso dei sintetizzatori (forse soloWedding ne abusa troppo), e lascia che siano le parole e la voce della Nadler a riempire il tutto. Da sempre concentrata a raccontare di amori che non sono mai né tragici né felici, ma solo stanchi e consumati, Marissa dal punto di vista lirico è ormai un'autrice matura. Equamente diviso tra momenti ispirati e periodi di stanca, Marissa Nadler è l'ennesima testimonianza di un'artista che forse non è cresciuta abbastanza per entrare tra le grandi, ma resta un nome da seguire sempre con attenzione.
(Nicola Gervasini)

www.marissanadler.com

lunedì 10 ottobre 2011

RY COODER - Pull Up Some Dust and Sit Down

inserito 16/09/2011

Ry Cooder
Pull Up Some Dust and Sit Down
[
Nonesuch
2011]



Sette: ma dovrebbe essere otto o cinque, dipende tutto da quale parte state, da cosa avete deciso di aspettarvi dalla roots music e dai suoi vecchi eroi per questi anni dieci. Nel caso di Ry Cooder il discorso è semplice: il grande cercatore d'oro della tradizione americana ha messo su casa, si è impiantato con i mille bauli di ricordi raccolti in più di quarant'anni di onorata carriera, e da lì sembra proprio che non abbia più l'intenzione di muoversi. La grande presenza di Ry Cooder in fondo stava tutta nella sua assenza, perchè nei vent'anni circa in cui ha rinunciato a produrre opere a suo nome (se non in coabitazione), lui ha scandagliato tutte le possibili infiltrazioni che potevano aiutare la musica rurale americana a fare nuovi passi avanti. La riscoperta di Cuba (Buena Vista Social Club), dell'Africa (Ali Farka Toure), del soul (Mavis Staple), del blues (Terry Evans) - e potremmo andare avanti per molto - sono tutte state funzionali alla creazione di un suono delle radici che fosse universale e omnicomprensivo. In questa ottica perfino il recente viaggio in Irlanda con i Chieftains (che ha prodotto l'album San Patricio) è sembrato solo una tardiva dimenticanza, un buco rimasto scoperto di una tela che il nostro ha lavorato per anni come una vera Penelope. A partire da Chavez Ravine (2005) però il nostro Ulisse è tornato, e questo Pull Up Some Dust And Sit Down è solo il quarto capitolo di una nuova discografia volta a riassumere e mettere ordine nelle mille idee raccolte nel suo vagare.

Minestra riscaldata o piatto di alta cucina, a voi la scelta, a noi il dovere di rimarcare che la recente carriera di Cooder sta producendo dischi indubbiamente interessanti sia come argomenti che come realizzazione (buoni voti erano piovuti anche per My name is Buddy e I, Flathead), ma che oggettivamente Ry è definitivamente entrato nel club degli artisti immobili, quelli che ripropongono brani come No Banker Left Behind (fotografia della crisi econimica americana e mondiale del dopo "Lehman Brothers") o esercizietti tex-mex come El Corrido di Jesse James (e con Christmas Time This Year siamo quasi alla parodia di se stessi) dimenticandosi che in album come Boomer's Story o Chicken Skin Music questa materia era già stata sviscerata in maniera più che soddisfacente. O semplicemente quelli che ancora sperano di poter candidare John Lee Hooker per le prossime presidenziali (il programma elettorale è chiaramente illustrato in John Lee Hooker For President: one bourboun, one scoth, one beer...).

Di nuovo c'è solo qualche rimando in più al blues-rock metallico di un album come Get Rhythm (un piacere risentire numeri come Lord, Tell Me Why o I Want My Crown), e in genere un migliore dosaggio della miscela rispetto ai due dispersivi predecessori, tra il solito invece tanta classe (ma c'era da dubitarne?), ma anche poca voglia di essere ancora un musicista da prima linea. Non è un sacrilegio, parecchi suoi colleghi hanno fatto questa scelta molti anni prima di lui, però ora anche i dischi di Ry Cooder non riservano più l'eccitazione del primo giorno di scuola, ma al massimo il sapore amarognolo di una reunion tra vecchi compagni di classe.
(Nicola Gervasini)


www.nonesuch.com/artists/ry-cooder


giovedì 6 ottobre 2011

Fairport Convention with Sandy Denny - Ebbets Field 1974

Fairport Convention with Sandy Denny
Ebbets Field 1974
[ItsAboutMusic.com 2011
]



Di raschiare il fondo del barile sembra proprio che i fanatici delle memorabilia rock non siano mai stanchi, ma spesso poi sono gli stessi musicisti che cercano di riproporre il proprio mito riesumando registrazioni che hanno più carattere di documento storico che di imperdibile opera artistica. Ebbets Field 1974 è sicuramente uno di questi casi. Promotore dell'edizione è Jerry Donahue, colui che dal 1972 al 1975 sostituì Richard Thompson alla chitarra solista nei Fairport Convention, prima di darsi ad una carriera da session-man e tour-musician. La storia di questo live è raccontata nelle note da Dean Sciarra, presidente della ItsAboutMusic.com che pubblica il cd. E' lui che ha ritrovato le registrazioni di due concerti tenuti dai Fairport Convention in Colorado il 23 e 24 maggio del 1974, ed è lui che li ha dati a Donahue nella speranza che riuscisse a ripulirli quanto basta per una riedizione ufficiale.

Operazione più o meno riuscita vista la discreta qualità del cd, che esce a nome Fairport Convention with Sandy Denny in quanto lei non era ancora ufficialmente rientrata nel gruppo, nonostante avesse già riallacciato i rapporti pochi mesi prima per un breve tour da cui venne tratto l'album Fairport Convention Live del 1974 (s'intitola A Moveable Feast in alcune edizioni), naturale esito del suo matrimonio con Trevor Lucas. Sono dunque queste le prove generali per la vera e propria reunion in studio che produrrà il deludente Rising For The Moon del 1975. D'altronde la situazione nel 1974 non era rosea per nessuno: persi la Denny e Thompson, i Fairport Convention rimasti (oltre a Donahue, Trevor Lucas, Dave Swabrick, Dave Pegg e Dave Mattacks) avevano dato vita ad una serie di album di poco successo (Nine e Rosie del 1973), mentre la promettente carriera solista di Sandy Denny aveva prodotto due dischi meravigliosi, ma con vendite decisamente al di sotto delle aspettative. La rimpatriata fu insomma un modo per sopravvivere e sfruttare gli ultimi fuochi di successo del brit-folk (gli Steeleye Span al contrario dominavano ancora le classifiche in quegli anni), prima di entrare nella stagione del revival.

La scaletta si alterna equamente tra derivati dei dischi di Sandy Denny (che apre la serata con la bellssima Solo, ai tempi ancora inedita perché pubblicata il mese successivo sull'album Like an Old Fashioned Waltz), e i brani della band. In ogni caso non si può notare che il prodotto rappresenta in un certo senso un doppione del live del 1974, visti i molti brani in comune, come una lunga Sloth, dove Donahue prova coraggiosamente a far dimenticare la clamorosa performance di Richard Thompson nell'originale, lo strumentale Fiddlestix, utile a tributare applausi per la bravura di Swarbrick, la stessa Solo e John The Gun della Denny, la cover dylaniana di turno di Down In The Flood e classici come Dirty Linden. Ovvio che trattandosi di una nuova registrazione di un'artista che morirà da lì a pochi anni, acquista un grande valore, ma è evidente che le lunghe versioni di Who Knows Where The Time Goes e I'll Take a Long Time qui presenti servono solo a spargere qualche lacrima in più, ma non riescono a sostituirsi ad altre presenti sul mercato sia nei dischi originali che nei cofanetti dedicati alla Denny.

Ebbets Field 1974
è dunque un prodotto che non aggiunge nulla se non un bel lavoro di ripulitura di quello che ha tutta l'aria di essere un bootleg già in circolo da tanto tempo. Serve quindi ad alimentare il feticismo degli hard-fans, ma non si pone come titolo di punta per riscoprire una fantastica epopea artistica, che qui è oltretutto catturata in pieno tramonto.

(Nicola Gervasini)

www.itsaboutmusic.com


martedì 4 ottobre 2011

MATT WALDON & MININGTOWN - Americana da Rovigo


Matt Waldon è uscito dal gruppo, o perlomeno al momento si è preso una pausa dopo 7 anni on the road. Avevamo da poco segnalato il cd di esordio dei suoiMiningtown (Out Of Love), che ecco che prontamente il leader di questa giovane band di Rovigo prova a tastare il terreno con un progetto a proprio nome.Amnesia è un ep di 5 brani, 3 firmati dallo stesso Waldon, uno (Ghosts) firmato dalla giovane Elisa Clementi (che si prodiga anche nelle backing vocals), e una doverosa cover-omaggio a Ryan Adams con Elizabeth, You Were Born To Play That Part (era su 29), con Matt impegnato con successo in un numero piano-voce. Il piccolo lotto mostra subito decisi miglioramenti in fase di realizzazione in studio, evidenti soprattutto nella splendida versione di Breathe, brano presente anche nell'album dei Miningtown, qui riproposto in versione ancora più calda per suoni e interpretazione, ma sempre con il piano di Stefano Boranga in evidenza. Molto buona anche la stessa Amnesia che apre le danze, mentre qualche pecca esecutiva rende ancora perfettibili Ghosts e l'alt-country di Secret Flower. Da considerarsi come prova generale per un progetto più ampio, ma già i segnali per il futuro sono più che buoni.
(Nicola Gervasini)

www.mattwaldon.com





Non mi risulta che tra le etnie presenti nel sangue di Alejandro Escovedo ci sia anche quella veneta, ma siccome Rovigo è città seria e laboriosa (così dicono…), da quelle parti hanno risolto la questione in maniera molto pratica costruendosi il loro Escovedo locale. Matteo Baldon, in arte Matt Waldon, sembra infatti aver dato vita ai Miningtown partendo dallo stesso mix del buon Alejandro: il sound della frontiera del Texas, lo spirito musicale della provincia americana più sperduta (il "bel mezzo del nulla" citato da Jeff Tweedy, e lo avrebbe detto anche del Polesine probabilmente), e il rude suono di alcune cavalcate decisamente rock. Idealmente il sound del trio (completano la formazione Albert Wallace e Robert Padovan, ma giureremmo che anche loro all'anagrafe non risultino come tali) si pone a metà strada tra i True Believers e gli Uncle Tupelo, anche se i tre nascono in verità come cover band d Ryan Adams (immaginiamo con risultati ben meno remunerativi di una cover band di Vasco Rossi purtroppo…).

Waldon dimostra di aver ben imparato tutte le lezioni dei maestri, offre ballate sapientemente costruite comeBreathe (il piano di Stefano Boranga fa la differenza), l'oscura storia d'amore dark di Dead Soul (Dan Stuart sarà sicuramente fiero di loro per questo numero alla Green On Red) o la più rassicurante Back To You. Oppure quando maneggia bene la materia country-roots con Gone ("..and together walkin on the exile main street" canta Waldon, giusto per togliere ogni dubbio sulla direzione del cd) o Sweet Girl. In alcuni casi la sua voce, un po' secca e tenuta sempre su toni bassi, sembra frenare un po' i brani più lenti (succede in July), tanto che i risultati sono decisamente più incisivi quando i suoni si induriscono ed esce quella vena quasi da garage-rock che rende Sexy N.o.i.l, She's Bad For Me (questa davvero sembra rubata da una sessions dell' Escovedo più punkettaro) o Hello Sunshine dei brani che si annunciano irresistibili alla prova del palco. Disco registrato a Ferrara da Giampietro Viola con i difetti tipici dell'opera prima e qualche piccola carenza nella cura dei suoni, Out of Love è la prima importante pietra di una casa che potrebbe divenire importante se i tre avranno voglia e entusiasmo per migliorare. D'altronde band come i Cheap Wine o i Lowlands ce lo hanno insegnato: l'America è proprio qui dietro l'angolo, anche nella nostra provincia più sperduta. Basta solo cercarla.
(Nicola Gervasini)

www.theminingtown.com

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