domenica 27 giugno 2010

LONE WOLF - The Devil & I


Domanda: si può essere dei completi cloni di altri e produrre un buon disco? Me ne esco subito poco elegantemente con il più ruffiano dei "dipende" e potrei anche chiudere la recensione qui, lasciandovi da soli a riflettere sull'argomento (confido esista ancora qualcuno che spende anche 5 minuti a cogitare su simili problematiche, altrimenti la recensione manco l'avrei iniziata…). Dipende da quello che cercate: volete un disco nuovo che vi sorprenda? The Devil And I dei Lone Wolf non fa per voi allora. Volete invece un disco al passo con i tempi e perfettamente calato nel clichè del miglior indie-rock anni 2000? Allora ci siamo in pieno. Sono svedesi, e questo già aiuta molto se è vero che un altro super-clone come il connazionale The Tallest Man On Earth è stato accettato dal gotha critico senza troppi problemi. Sono al primo disco, un esordio voluto da un'etichetta decisamente "trendy" come la Bella Union (Fleet Foxes, Andrew Bird, John Grant, Midlake, per citare i più à la page del momento) per far risaltare le potenzialità del giovane Paul Marshall, sconosciuto songwriter con all'attivo un disco acustico e solitario speso nel 2007 (Vultures), senza troppi ritorni economici, ma con tanti complimenti dai critici in patria.

Per la propria crescita musicale Marshall ha unito le forze con Kristofer Jonson, un veterano dell'attivissima scena svedese fin dai primi anni 90 con i suoi Jeniferever, e il risultato potrebbe essere il lato b inedito di The Sheperd's Dog di Iron & Wine. Di quel disco The Devil And I ha la stessa maniacale ricercatezza nell'utilizzo di mille strumenti, il far sembrare poco e scarno quel che è in verità tanto e polposo, l'insistenza sulle svariate percussioni come elemento di diversificazione tra un brano e l'altro, l'impianto acustico di base coperto da archi e tastiere di ogni tipo (molto bello il wurlitzer che apre
This Is War) e anche qualche piccola sorpresa (nel finale di Keep Your Eyes On The Road affiorano pure delle elettriche incattivite e cori freak alla Port O'Brien, mentre i testi mistico-invasati sanno più di David Eugene Edwards dei Woven Hand). Ma al di sopra di tutto ciò c'è sempre quel folk morbido alla Nick Drake prima, alla Belle & Sebastian o alla Mojave 3 in seguito, alla Amandine (giusto per tornare in Scandinavia) dopo ancora, alla… (inviate il resto dell'elenco in redazione, vi regaleremo una recensione personalizzata con la vostra scelta).

Eppure sapete qual è il problema del vostro fidato recensore ora? E' dover giustificare il fatto che The Devil And I sia pur sempre un bel disco, che è vero che fra dieci anni ricorderemo altri artisti come capofila, e che forse dei Lone Wolf ce ne rammenteremo solo per stilare un elenco dei seguaci di (Will Oldham? Sufjan Stevens? Jens Lekman? Josè Gonzalez?…l'elenco s'ingrossa.), ma il disco gira che è un piacere, e la parte seconda della title track che chiude l'album entra di diritto nella playlist preferenziale di questo 2010. Se ve li vendono come un nuovo fenomeno diffidate pure, ma non fategli il torto di ignorarli solo per quello.
(Nicola Gervasini)

giovedì 24 giugno 2010

GREAT LAKE SWIMMERS - The Legion Sessions


Arrendiamoci al vizio odierno di dover dire sempre qualcosa in più del necessario e accogliamo da bravi appassionati questo The Legion Sessions, uscita discografica “only for fans” dei canadesi Great Lake Swimmers. Per capire la ragione di questo cd dobbiamo però fare un piccolo passo indietro, e tornare all’epoca delle registrazioni del loro ultimo album, il sempre consigliato Lost Channels da noi recensito l’anno scorso. Prima di chiudersi in uno studio di registrazione sulle Thousand Islands (arcipelago che si trova tra Toronto e Montreal), Tony Dekker e compagni si sono infatti ritrovati nel febbraio del 2009 alla Royal Canadian Legion Hall, una associazione di veterani di svariate divise canadesi, istituzione presente in molte città e che è divenuta ormai una sorta di centro sociale di riferimento per la cultura del luogo, e lì hanno offerto un assaggio delle nuove canzoni ad un piccolo pubblico. Venduto online sul loro sito già dall’ottobre scorso, la grande richiesta avuta nel corso dei loro concerti di questo EP ha spinto la band ha pubblicare “la versione rigida” con tutte le ufficialità del caso. Il consiglio è ovviamente quello di munirsi del disco finale prima di accedere a queste 9 “raw versions”, innanzitutto per apprezzare da una parte il fine lavoro di studio operato durante le registrazioni di Lost Channels, ma in questo caso per appurare come gli impasti vocali tipici della band, sempre sospesi tra Neil Young, Byrds e atteggiamenti indie-folk, sono genuini e perfettamente riproducibili anche in un’improvvisata sessions per pochi intimi. In ogni caso la performance di poco più di mezz’ora è più che buona e alcuni brani come Palmistry e Concrete Heart acquisiscono di fatto una nuova luce. Non perdete dunque l’occasione di riascoltare piccole perle come Everything Is Moving So Fast, Stealing Tomorrow o la splendida Still, potrebbero farvi innamorare della band tanto da recuperare altri validi dischi come Ongiara (2007) e Bodies And Minds (2005).

martedì 22 giugno 2010

VARI - In My Room


Se i tribute e i benefit album sono prodotti destinati a contare poco nella storia (a parte qualche lungimirante caso), è anche vero che è oggi ancora possibile assemblare progetti che possiamo definire “intelligenti”. In My Room fa parte di questa schiera, è un disco pensato per raccogliere fondi per la ricerca sulla sclerosi multipla ed è promosso dalla National Multiple Sclerosis Society. Lasciamo da parte i discorsi sul fine dell’operazione, che servirebbero solo a ribadire l’importanza della causa anche per chi non è affetto da questo male, e passiamo ai complimenti per la regia del progetto affidata a D.C.Anderson, un personaggio tutto da scoprire, nato nel mondo del cabaret e del teatro di Broadway, ma da anni protagonista di una carriera da songwriter d’ispirazione folk e di spettacoli che riscuotono molto successo negli Stati Uniti, unendo gags, canzoni autografe e rivisitazioni in chiave tradizionale di classici. Anderson ha riunito una serie di artisti della nuova scena folk statunitense, crogiolo sempre più brulicante quanto sorprendente di artisti votati ad un ritorno moderno, quanto mai rispettoso, delle tradizioni della madrepatria britannica. Venti artisti, tra cui lo stesso Anderson, che sono stati liberi di scegliersi un brano altrui con l’unico criterio della solidarietà e dell’altruismo come denominatore comune, un esperimento interessante che ha portato qualcuno a scegliersi pezzi di grandi nomi. E così il country-oriented Mike Reid insegna a Billy Joel come s’interpreta al piano To Make You Feel My Love di Dylan, la veterana Catie Curtis pizzica le corde dell’incoraggiante If I Should Fall Behind di Bruce Springsteen, Roy Zimmerman trova il lato romantico di Octopus’s Garden dei Beatles versione Ringo Starr, ma qualcun altro ha provato ad affrontare brani meno noti al grande pubblico (bella ad esempio la Nobody’s Crying di Patty Griffin offerta da Lori Lieberman). Il clima generale lo intuite, sound rigorosamente acustico, voci sussurrate, qualche episodio inevitabilmente zoppicante e qualche mancanza di personalità (Sally Fingerett rifà People Get Ready di Curtis Mayfield esattamente come se la immaginerebbe Joni Mitchell), ma anche bei diversivi come la vena gospel di Teresa Tudury nel rifare You Don’t Miss Your Water di William Bell, il bel bluegrass improvvisato dai Modern Man per The Last Thing On My Mind di Tom Paxton, la Picture In A Frame di Tom Waits ribaltata da Ritt Henn, per finire con la splendida Jolene di Ray Lamontagne offerta dagli Arlington Priest. E ci sarebbe da scrivere pagine intere su questi artisti minori di vecchia e nuova generazione che sarebbe bene approfondire approfittando di queste sfide apparentemente impari con songbooks di alto rango, a cominciare da quel Peter Bradley Adams che abbiamo recensito su queste pagine solo pochi mesi fa, che conferma di essere avanti a tutti con una toccante rivisitazione di una difficile I Hear Symphony di Matthew Ryan (epoca East Autumn Grin) che apre alla grande un disco davvero carico di spunti di ricerca musicale.

Nicola Gervasini


Buscadero Giugno 2010

giovedì 17 giugno 2010

ROKY ERICKSON & Okkervil River - True Love Cast Out All Evil


Abbiamo solo l'imbarazzo della scelta se intrattenervi con i mille aneddoti che girano sulla sindrome schizofrenica che da anni attanaglia il buon Roky Erickson, se elencare i tanti problemi con la giustizia avuti fin dal suo esordio nel 1965 (si va dal canonico possesso di droga al furto della posta dei vicini di casa) o sprecare buona metà della recensione per ricordare a tutti chi diavolo sia quest'uomo che pubblica dischi con pigra cadenza quindicennale. Sull'ultima parte la facciamo breve indicandovi quali frasi cercare su google (13th Floor Elevators, garage rock, psichedelia e rumorismo) per farvi da soli un minimo di cultura, così possiamo subito andare oltre e far finta di avere per le mani un disco di un vero e proprio esordiente, che, come molte opere prime, nasce nel corso di tanti anni e non testimonia un singolo periodo creativo. Il cassetto di Erickson era pieno di almeno 60 canzoni scritte tra il 1970 a oggi, e se ora possiamo finalmente scoprire che l'uomo di You're Gonna Miss Me è anche un autore straordinariamente maturo, è solo perché questi spartiti sono finiti nelle mani diWill Sheff, leader degli Okkervil River.

Un'unione tutt'altro che improbabile la loro, visto che sono tutti concittadini ad Austin, in Texas, nonostante Erickson venga comunemente identificato con un sound sporco ed elettrico che non è certo quello degli Okkervil River, ma già nel 2008 quando suonarono tutti assieme sul palco degli Austin Music Awards si era intuita l'esistenza dell'alchimia giusta. Sheff, che qui figura anche come produttore, si conferma ancora una volta una delle menti portanti della musica dell'ultimo decennio, perché il vero successo del disco, al di là del materiale di straordinario valore, è proprio il fatto che gli Okkervil River si sentono eccome, e non hanno dovuto per nulla stravolgere e adattare il loro suono, esattamente come accadde anni fa quando i Pearl Jam si travestirono da cavallo pazzo per Neil Young senza cambiare faccia o più recentemente quando i Drive-By Truckers riuscirono a rimanere una southern band anche alle spalle di una dea della black-music come Bettye Lavette. Eppure
True Love Cast Out All Evilnon potrebbe essere un disco degli Okkervil River, la poetica di Erickson s'indirizza altrove, nel disincanto di Goodbye Sweet Dreams, arioso mid-tempo che apre il disco dopo gli interlocutori episodi di Devotional Number One (o "del come iniziare male un disco"…) e Ain't Blues So Sad (un demo acustico, probabilmente volutamente mal registrato come la conclusiva God Is Everywhere). La grandezza di questi brani però sta tutta nell'essersi prestati ai giochi di stile di Sheff, che per Roky s'inventa una soul-ballad con tanto di fiati (Be And Bring Me Home, qualcosa dalle parti di un Sam Cooke con la raucedine), un giro a 12 corde "à la Byrds" (Bring Back The Past, melodia con Tom Petty nel cuore), e persino una romanza come Please, Judge, più o meno quello che potrebbe essere un ipotetico esperimento rumorista di Neil Diamond.

E punto in più anche per non essere mai scaduti nel clichè del rocker casinaro e psichedelico che è stato, tanto che la rauca cavalcata rock di
Johnny Lawman è troppo ben costruita per poter essere catalogata come semplice garage-rock. E il meglio deve ancora venire: la title-track è una sontuosa country-ballad con tanto di steel guitar che potrebbe tranquillamente essere prestata a Willie Nelson, Forever continua sulla stessa strada e ci aggiunge archi e tastiere, Think As One si ciba ancora di soul music e Bird'd Crashè un maestoso finale folk-rock che persino il Dylan odierno se lo sogna (non sfugge infatti la somiglianza generale del sound del disco con le creazioni del team Dylan-Lanois di vent'anni fa). Dimenticate dunque il suo passato, True Love Cast Out All Evil è un disco del miglior "classic-rock"che gli Okkervil River hanno reso straordinariamente attuale, e questo è forse la più grande impresa che si possa compiere nel confuso scenario musicale odierno.
(Nicola Gervasini)

martedì 15 giugno 2010

PEGGY SUE - Fossils And Other Phantoms


"Come Laura Marling, ma con più sesso e humour". Così l'edizione on-line del magazine NME ha tentato di presentare al mondo questo Fossils And Other Phantoms, disco d'esordio delle Peggy Sue, duo di Brighton che già da tre anni bazzicava i palchi suscitando quell'interesse che vien naturale quando due belle ragazze si presentano con chitarra acustica e mandolino ribaltando schemi folk con tanta facilità. Rosa Slade e Katy Young sono solo l'ultimo risultato dell'evoluzione folk di questi anni, l'ennesimo innesto di elementi classici (dalle parti delle loro canzoni transitano anche blues e new wave) con quella sregolatezza indie odierna che non guasta mai. Nu-folk o freak-folk che dir si voglia, le canzoni di questo duo non riescono mai ad essere banali, semmai a volte peccano di troppa voglia di strabiliare e di uscire dai canoni, ma in questo caso stiamo già parlando di maturità, e forse per loro è materia ancora prematura da maneggiare.

In ogni caso è indubbio che questo esordio (negli States pubblicato con il benestare della Yep Roc), per quanto ancora lontano dal diventare un titolo (im)portante di un intera scena, mostra due talenti su cui si può puntare per il futuro, sempre che la smisurata rabbia sviscerata in questi testi così cupi e pessimisti verso quelle che possono essere le gioie dell'amore non le faccia diventare delle semplici macchiette da teatrino dark.
Long Division Blues o Yo Mama e soprattutto la murder ballad Matildaricordano infatti nello spirito certe oscurità di Nick Cave, per non dire forse ancor più PJ Harvey, ma a colpire è il cinismo con cui affrontano le quotidiane storie da teenagers come il ricordo di amori finiti (The Shape We Made) o l'analisi impietosa della perversione dei rapporti umani (Watchman).

Sebbene dal vivo il loro sia un set prettamente acustico (spesso accompagnate solo da un batterista), in studio le due ragazze non si sono fatte mancare nulla, soprattutto con l'intelligente scelta di ammettere qualche chitarra elettrica nelle griglie delle loro melodie, oltre che una sezione ritmica spesso martellante. Disco da sviscerare ascolto dopo ascolto, Fossils and Other Phantoms non ha ancora forse la statura del breakthrough record che fa gridare al nuovo miracolo, ma l'impressione è che davvero siamo solo all'inizio.
(Nicola Gervasini)

venerdì 11 giugno 2010

JOSH RITTER - So Runs The World Away




"Senza direzione e alla deriva da qualche parte nell'oscurità". Basta leggere i versi di Change Of Time che aprono il sesto disco di Josh Ritter per capire subito che stavolta non avremo a che fare con il suo famoso "bright smile", quella sua inconfondibile delicatezza che ha reso dischi come Hello Starling o The Animal Years dei "must" di questo decennio. Qualcosa sta cambiando anche negli umori di questo timido songwriter, se è vero che So Runs The World Away è forse il suo disco più sofferto, fin dal titolo che parla di un mondo che sfugge e dalla malinconica copertina. E la storia insegna che è proprio da questi momenti di passaggio della vita, dolorosi ma necessari, che nascono o dei capolavori, o come in questo caso dei dischi emotivamente stravolgenti quanto spigolosi e non risolti, perché appunto viaggiano "senza direzione e alla deriva …". "Sei maledetto?" gli chiede la protagonista nel finale della bellissima ballata pianistica The Curse, "No, penso di essere guarito" risponde lui, e poi la bacia sperando però che lei abbia già dimenticato la domanda.

Ed è proprio questo senso di dannazione nascosta e incomunicabile che si respira in queste canzoni, dove Ritter ha dato sfogo a mille sentimenti contrastanti, lasciandosi cullare dalle dolci note di Southern Pacific per poi non darsi pace con il blues di Rattling Locks ("c'era un tempo in cui avevo la chiave giusta…"). Ed è lo stesso Ritter che abbandona subito l'insolita spavalderia di arrangiamenti e soluzioni esposta nel precedente The Historical Conquest per trincerarsi nella triste e classicissima giga di Folk Bloodbath, melodia già scritta mille volte nel tempo, stavolta al servizio di una delle più riuscite dark-story del suo repertorio. Eppure a volte appare anche fin troppo indeciso sulla strada da intraprendere, e viaggiando a tentoni nel buio inciampa in qualche episodio davvero minore per i suoi standard (l'accoppiata Lark e Lantern uccide non poco la splendida tensione tenuta fino a quel momento dal disco), sperimentando senza trovare sempre la formula giusta (la monotona The Remnant poteva trovare sviluppi migliori) o cercando nuovi giochi vocali perdendo un po' di vista la canzone (See How Man Was Made).

Ma il tormento lavora così, spinge Josh a creare l'inizio di una grande opera per poi farlo piombare nel più classico degli album di transizione, ma ci pensano i sette minuti e passa di Another New World a togliere qualsiasi insano dubbio sulla sua tenuta artistica: solo uno dei grandi può infatti scrivere un brano così perfetto, calandosi nei tormenti di un Cristoforo Colombo in cerca di un nuovo mondo, che ha tutta l'aria di non essere neppure quello descritto in questo diario di bordo. Sul futuro, come sul finale di Long Shadows, calano le lunghe ombre dell'ignoto, ma noi marinai dobbiamo solo avere fiducia in questo giovane capitano, sembra che abbia un po' perso la rotta, ma nel brano conclusivo ci tranquillizza cantando "non ho paura del buio, ci sono già stato prima".
(Nicola Gervasini)

Rootshighway, 10/5/2010

martedì 8 giugno 2010

DAVID FORD - Let The Hard Times Roll


Tra i tanti piccoli indipendenti che popolano queste pagine riteniamo l'inglese David Ford uno dei più meritevoli di attenzioni, e il suo Songs For The Road del 2007 uno di quei dischi che ricorderemo volentieri anche fra qualche decennio (e non è poco.) Ford è un artista di culto, vale a dire uno di quelli che fa innamorare chi lo incontra, ma che purtroppo invoglia poco a farlo, vuoi per quel nome banalissimo e poco accattivante che suona un po' come il nostro Mario Rossi, vuoi per quel tono dimesso da inglese da pub che mostra nelle foto e quello spirito umile evidente fin dal fatto che nel 2005 esordì con un disco intitolato "Mi scuso per il disturbo che ho causato". Provatelo invece, con il suo bel disco precedente, ma magari anche con questo atteso (speriamo da tanti) Let The Hard Times Roll, che del personaggio regala un'idea forse ancora più ampia e completa.

Ford non è un innovatore, le sue canzoni pescano dalla tradizione britannica e americana in egual misura, incrociando Tom Waits (Meet Me In The Middle sembra sputata fuori dal cuore del sabato notte, l'ironica Surfin Guantanamo Bay è un blues rumoroso alla Swordfishtrombones) e David Gray (e questo disco ne evidenzia ancor più la stretta parentela), ma con un gusto molto orientato verso la ballata crepuscolare di certa West Coast. Rispetto al suo predecessore, Let The Hard Times Roll sconta il fatto di non sorprendere più, anche se laddove in Songs For The Road Ford aveva offerto un disco unitario nelle sue tinte autunnali, qui invece pigia molto più sull'acceleratore, offrendo una serie di drunken-songs rauche e sbilenche e divagazioni di vario genere come il breve intermezzo spiritual (Missouri), scanzonate beach songs alla Jack Johnson (She's Not The One), cori da ragazzini al pub dopo la famosa pinta di troppo (Nothin' At All) o addirittura arrangiamenti di folk barocco alla Decemberists (Panic).

Forse la nota di rammarico che si può fare è che in verità David ha fallito l'obiettivo di evidenziare particolari passi in avanti, ma semmai ha confermato solo quanto già si sapeva, ma potrebbe bastare se riesce comunque offrire l'epica e disperata invocazione ad una redenzione mondiale di Hurricane, brano che offre una serie di citazioni di canzoni di protesta (tra le altre si riconoscono This Land Your Land, God Save The Queen, The Times They are a-Changing) per ribadire quanto non saranno mai abbastanza visto come vanno le cose nel mondo. Altrove invece Ford si accontenta di trovare la melodia giusta senza dare troppo spessore (Sylvia), ma sono peccati veniali, e sebbene stavolta non ci abbia consegnato il disco che cambia una stagione, Ford resta sul taccuino nella colonna di quelli da seguire con attenzione.
(Nicola Gervasini)

Rootshighway 16/4/2010



venerdì 4 giugno 2010

Di Sergio Marazzi e del fare un disco americano in Italia



Capita che Sergio Marazzi (ex leader dei BlueBonnets per chi magari se li ricorda per il loro disco No Man's Land o comprava il Mucchio Selvaggio e il Buscadero tra il 1999 e il 2000) mi abbia mandato il suo album solista This Man. Capita che non avevo a chi piazzare una ipotetica recensione perchè non è previsto che sia io a recensirlo in Rootshighway (già uscita recensione) e Busca, e allora semplicemente lo dico qui. Se amate il rock e la musica d’autore americana, Sergio è uno che sa scrivere le canzoni (e le pronuncia non in inglese maccheronico, che già è cosa rara in Italia) e ha coinvolto ottimi musicisti (su tutti il chitarrista Antonio Gramentieri, presto ne riparleremo per un suo progetto molto interessante che coinvolge Dan Stuart dei Green On Red). Per cui ascoltate This Man, è un bel disco davvero nel suo genere, anche se nulla mi toglie l’idea che brani come There’s Got To Be A Land o So tired, per dire i due che mi stanno piacendo di più, me l’immagino ben più grandi non dico con un grande produttore (costano...), ma almeno con una brillantezza nei suoni in più che forse i tecnici del suono italiani non sono abituati a creare. Marazzi dimostra infatti che i nostri italiani potrebbero competere con i loro corrispettivi esteri (Lowlands, Cheap Wine, Mandolin Brothers o l'amico Lorenzo Bertocchini e tanti altri sono lì a dimostrarlo), ma in tutte queste produzioni manca sempre non le canzoni, non i musicisti, ma "il suono". Lo disse una volta il mitico Carlo Carlini (se non sapete chi è, vi siete perso qualche concerto fondamentale negli anni 90): "Quel tocco lì ce l'hanno soltanto gli americani". Non è il tocco mi sa. E' la cultura musicale dei nostri tecnici, la mancanza di abitudine nostrana a trattare questo tipo di sonorità. Ma ci arriveremo, con calma, ma ci stiamo già arrivando con dischi come questo.

http://www.sergiomarazzi.it/

martedì 1 giugno 2010

PAUL WELLER - Wake Up The Nation


E' irrequieto, nervoso e probabilmente anche un po' disorientato il Paul Weller di questi tempi. Buon segno forse, a 52 anni non è ancora tempo della definitiva trasformazione in Lord inglese da tè servito alle cinque, e, a giudicare dal tono incazzato e senza mezzi termini di Wake Up The Nation, quei tempi sembrano ancora ben lontani. Eppure ci aveva provato nel suo disco precedente a sedersi e a sognare, 22 sogni tra esercizi di stile, estetismi e vezzi d'artista che ammaliavano molto, ma che a conti fatti risultano essere uno dei pochissimi episodi minori della sua carriera. E così l'artista nella torre dorata ha deciso di tornare in strada, a svegliare se stesso prima ancora che un'intera nazione, urlando testi rivoluzionari che non sono già più quelli di un giovane barricadiero pieno di utopici ideali, ma bensì quelli di un vero e proprio leader politico d'opposizione. Per l'operazione Paul ha recuperato vecchi amici (spunta addirittura Bev Bevan, icona brit-rock dei Move e degli E.L.O.) e compagni di vecchie battaglie come l'ex Jam Bruce Foxton, ma soprattutto recupera sintesi, energia, rabbia.

Wake Up The Nation è un album rock and roll nello spirito, con le chitarre che spadroneggiano nonostante i mille inserti elettronici e gli arrangiamenti tutt'altro che scarni, ma se c'è un modello da prendere per questo disco è proprio quello delle punk-band di fine anni settanta: canzoni da 2-3 minuti, un paio di strofe e via dritti subito al ritornello, assoli di dieci secondi fatti su una corda, batterie sporche e tutto sommato un discreto casino generale. Weller però è artista intelligente e ne approfitta comunque per fare un buon sunto della sua carriera, per cui dopo il fulminante inizio di Moonshine con il suo piano martellante e una title-track che diventa di diritto la sua Street Fighting Man, ecco il motown-sound di No Tears To Cry e il tour de force lirico di Fast Car/Slow Trafic. Ed è qui che Paul si perde un po', perché stavolta era partito con un'idea chiara, ma l'ha confusa strada facendo inserendo strumentali che allentano solo il ritmo inutilmente (In Amsterdam), brani di stile indefinibile (Andromeda, She Speaks) e in definitiva troppa carne al fuoco che meritava più attenta cottura.

Paradossalmente dove convince di più è quando si mette a fare il capo-popolo con il coro di protesta di Find The Torch, Burn The Plans, piuttosto che quando rispolvera estetismi dance alla Style Council (Aim High), oppure quando esce decisamente dal seminato (i mille cambi d'abito di Trees, la punk disco-dance di Up The Dosage) piuttosto che quando tenta di normalizzarsi (Grasp & Still Connect, Pieces Of Dream). In ogni caso ben venga tanta vitalità, lui resta l'artista di vecchia generazione più creativamente acceso e da cui è lecito ancora aspettarsi sorprese e grandi cose. Non ci siamo ancora del tutto, ma la guerra, anche quella politica, si prospetta ancora lunga.
(Nicola Gervasini)

Rootshighway 21/05/2010

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