sabato 23 febbraio 2013

TED MORRIS

Ted Morris
It's All About You And The Rest's About Me 
(Blonde & Monkey Music  2012)
 songs for the cold

A dispetto del nome americano, Ted Morris viene da Stoccolma. Artista tardivo che ha deciso di diventare songwriter a tempo pieno solo a 23 anni, Morris prova il grande salto nel mondo della roots-music con questo suo secondo album dal lungo titolo. It's All About You And The Rest's About Me è un album che segue la via dolce ma sofferta del Ryan Adams stile Ashes And Fire, con intrecci di chitarre acustiche, elettriche e pianoforti a seguire una voce melodica e tendente ad un tono lamentoso. Nulla che non si era già sentito dieci anni fa ai tempi dell'esplosione di Damien Rice, ma pur sempre godibile quando, come in questo caso, il compito è ben svolto. Tra le tante si evidenziano la tesissima I Wish, brano che parte etereo grazie ad una voce femminile si sviluppa in una cavalcata che ricorda tanto i suoi connazionali Washington. Tra alti (bella la piano-song God Knows) e bassi (noiosetta I'd Love To Be You), il disco potrebbe essere una piacevole scoperta per gli amanti degli outsider cupi ma romantici alla Alan Gregory Isakov.
(Nicola Gervasini)

www.tedmorrismusic.com

giovedì 21 febbraio 2013

MARC CARROLL

MARC CARROLL
STONE BEADS AND SILVER
One Little Indian/Self
***1/2

Pare un esordiente, ma Marc Carroll fa di mestiere l’hobo e l’outsider fin dal 1989.  Ex leader degli Hormones, oscura band inglese attiva tra il 1995 e il 1999, e poi solista giunto con questo Stone Beads And Silver al sesto album, Carroll sta faticosamente guadagnando riscontri grazie ad una serie di prodotti ben scritti e confezionati (da recuperare Dust Of Rumour del 2009 e In Silence del 2011). La One Little Indian lo sta promuovendo a gran voce, forte di un apprezzamento della sua musica espresso “nientepopòdimenochè” da sua Maestà Bob Dylan e pare pure da Brian Wilson. Tutto credibile visto che a suonare in questo disco ci troviamo lo storico collaboratore di Mr. Zimmerman Larry Campbell e altri musicisti come Nelson Bragg e Propbyn Gregory che vengono dal mondo Brian Wilson. Anche il produttore (Marc Testa, un Grammy Award vinto per i servigi resi ai Band Of Horses) sa di scelta non proprio economica e da outsider, ed è anche abbastanza strano, perché se è vero che il nome di Carroll è fino ad oggi circolato più nei mondi indie-rock alternativi, le dieci canzoni che compongono questo disco più che l’ovvio rimando a Dylan, fanno tanto tornare in mente le migliori produzioni di un loser per eccellenza come Tom Ovans, per chi là fuori ancora si ricorda di lui (in particolare nel singolo The Fool Disguised in Beggars Clothes, che ha una strofa che ricorda molto The Ghost Of Tom Joad di Springsteen). Ma Carroll non si limita ad un rock-folk urbano alla Ovans (gli manca in session un chitarrista di taglio puramente rock per poterlo fare), ma allarga il raggio macinando generi e stili diversi, come la giga brit-folk di Sat Neath Her Window (pare di sentire il Bob Geldof innamorato del folk di fine anni ottanta) o l’oscura partenza di Muskingum River.  Ma anche jingle-jangle rock alla Tom Petty (Lust Not Love e If Only To remind Her), i cori evocativi di The Silcence I Command (che cercano Brian Wilson ma trovano più che altro i Fleet Floxes). Il Dylan più recente lo si ritrova semmai nei sette minuti di You Can Never Go Home, bel tour de force lirico e brano in due tempi con un sound che non avrebbe stonato neppure in Tempest, mentre la conclusiva Delicate Grace potrebbe essere un demo acustico di Matthew Ryan. I riferimenti li avete, nella sua assoluta prevedibilità Stone Beads And Silver si rileva come una delle prime uscite da notare del 2013 in termini di cantautorato rock.
Nicola Gervasini

lunedì 18 febbraio 2013

GRANT LEE PHILLIPS


GRANT LEE PHILLIPS
WALKING ON THE GREEN CORN
Magnetic Field
**

Non è facile sbagliare completamente un album oggigiorno. Esperienza e manierismo imperano in quest’era di opere medie, eppure ci sono ancora artisti che hanno il coraggio di provarci, e dunque di sbagliare. Stavolta tocca a Grant Lee Phillips, uno che a metà anni novanta dopo la strepitosa doppietta iniziale a nome Grant lee Buffalo (Fuzzy e Mighty Joe Moon) pensavamo destinato all’olimpo dei grandi, e che invece da allora si barcamena come può tra alti e bassi, che, a parte qualche raro caso (l’ottimo Virginia Creeper del 2004), hanno sempre e solo fatto rimpiangere quei due riuscitissimi album. Ultimamente con gli album Strangelet (2007) e Little Moon (2009) si è era fatto prendere da una neanche troppo fastidiosa vena poppish che lo rendeva leggero ma ancora gradevole visto che la voce resta quella di un tempo, ma con questo nuovo Walking in the Green Corn Phillips tenta una via indie-roots da cantautore triste e disturbato che non gli appare poi troppo congeniale. A questi dieci brani manca volutamente ritmo, luce, vita, e non basta ad animarli la poesia cercata dai testi che narrano del suo sentirsi americano attraverso l’amore per la vita rurale (la title-track è una sorta di dichiarazione filosofica in tal senso), qualche stoccata politica in vista delle ormai passate elezioni statunitensi e molta descrizione del proprio isolamento in una dimensione di copia (vive con la cantante/fotografa Denise Siegel). Quello che un po’ spiace è proprio che sia l’insieme che non regge, perché poi magari prese ad una ad una si scopre che The Straighten Outer potrebbe far  parte del songbook dei suoi giorni migliori, e che alcune interpretazioni vocali che cercano non poco certe cose più intimiste di Eddie Vedder lo attestano come uno dei migliori interpreti sulla piazza. Quello che manca è una costruzione musicale che vada al di là della sua chitarra acustica e qualche mandolino mai troppo invadente, con la voce e il violino di Sara Watkins a rappresentare l’unica variazione sul tema. Resta la classe e la capacità comunque di piazzare quel paio di colpi che valgono comunque lo scomodarsi a dargli retta, ma il ricordo del potente muro del suono che erano i Grant Lee Buffalo dal vivo negli anni d’oro è ancora troppo vivo per poter accettare a cuor leggero un disco del genere.
Nicola Gervasini

mercoledì 13 febbraio 2013

BEN HARPER & CHARLIE MUSSELWHITE


Ben Harper with Charlie MusselwhiteGet Up!
[Stax/ Concord 
2013]
www.benharper.com
www.charliemusselwhite.com

 File Under: back to the roots 

di Nicola Gervasini (30/01/2013)

Tra i nomi più in auge negli ultimi quindici anni in termini di musica delle radici, quello di Ben Harper è sicuramente uno dei più discussi. Grazie alla notorietà acquisita ai tempi del vendutissimo Diamonds On The Inside, la sua arte ha collezionato sì miriadi di fans improvvisati (che sono gli unici che possono "fare mercato" oggigiorno), ma ha richiamato anche l'attenzione di tanti accaniti detrattori. E' il destino inevitabile di chi ce l'ha fatta ad uscire da una nicchia senza aver poi particolari meriti né demeriti, se non magari quello di essere arrivato molto prima di altri ad anticipare un modo di fare roots-music che più che agli anni 90 appartiene al duemila. Chi lo tratta con sufficienza si fa forte di una discografia che, dopo il buon livello tenuto per i primi cinque titoli, si è barcamenata con prove non sempre degne del suo buon nome.

Fa riflettere soprattutto che l'unico album dei suoi anni zero ad aver convinto tutti sia stata la collaborazione con i Blind Boys Of Alabama nel gospel-oriented There Will Be a Light del 2004 (vale a dire il suo disco teoricamente più classico e prevedibile), mentre quando il nostro ha tentato vie più rivolte al nuovo indie-rock, i risultati hanno raggiunto anche il disastroso (Give Till It's Gone ). Lo conferma anche Get Up!, collaborazione a lungo cercata con l'armonicista Charlie Musselwhite, arrivata a confermare che forse Harper dovrebbe arrendersi all'evidenza di essere un ottimo performer di gospel-blues e non certo un innovatore o un grande autore rock. Qui non siamo ai livelli d'intensità di There Will Be a light, ma appare subito chiaro che questi dieci brani ristabiliscono un contatto più umano tra la sua musica e le nostre orecchie, grazie soprattutto alla scelta di non voler strafare e di seguire giri blues classici (I'm In I'm Out And I'm Gone) e spaziare dal blues più nero (la lunga e strascicata title-track) a soluzioni più "bianche", quasi da "brit-blues" alla John Mayall (She Got Kick).

La bravura di Harper in questo caso sta tutta nel far risaltare una voce non certo potente e da vero bluesman, mentre Musselwhite come al solito conferma di essere uno dei pochi armonicisti blues ad aver capito quanto "less is better" con uno strumento che, se abusato, può stancare facilmente. Nell'economia del buon risultato manca forse il brano killer, ma nel complesso il mix di episodi rilassati (Don't Look TwiceYou Found Another Lover) alternati a veementi sfuriate (l'incattivita I Don't Believe A Word You Say e la rauca Blood Side Out) piace non poco, soprattutto se condito con qualche variazione gospel (We Can't End This Way) che non guasta mai. Normalmente se un artista si rifugia in un disco "di genere" non è mai un buon segno di vitalità artistica, ma nel caso di Harper potremmo fare un'eccezione e consigliare un più frequente "back to the roots" .

   

venerdì 8 febbraio 2013

LOCAL NATIVES - HUMMINGBIRD


LOCAL NATIVES
HUMMINGBIRD
Frenchkiss
***
Autori di uno di quegli smash-first-records che hanno ravvivato la scena indie-folk nel 2009 (Gorilla Manor), i Local Natives sono un quartetto di Salt Lake City formato da Taylor Rice, Kelcey Ayer, Ryan Hahn e Matt Frazier. Anticipato dal singolo Breakers, dopo ben quattro anni di travagliata gestazione arriva finalmente il secondo album, semplicemente intitolato Hummingbird. Fin dall’iniziale You And I (ma ancor più evidente nella successiva Heavy Feat) appare l’intenzione di spostare il sound della band da il psych-folk dell’esordio che ha portato complimenti ma anche qualche buona vendita (sono comunque entrati nella billboard americana, anche se solo al centosessantesimo posto), verso un suono più sofisticato, dove stavolta sono le tastiere a prendere spesso il sopravvento. Fate conto una versione meno radiofonica dei Coldplay odierni con qualche influenza Fleet Foxes o dei Grizzly Bear. Forse solo la logica conseguenza di aver affidato la produzione ad Aaron Dessner dei National, l’uomo giusto per confezionare suoni perfetti per accontentare un pubblico giovane ma esigente e al tempo stesso avere possibilità di airplay nelle radio americane. Voce eterea, grande attenzione alle melodie, abile intrecci tra tastiere e chitarre, basi ritmiche che cercano spesso una via alternativa (il singolo Breakers appare decisamente elaborato in tal senso), Hummingbird è un disco sognante e per sognatori, dove c’è spazio per momenti di sofferta riflessione (Black Spot, Three Months) ma anche per lo spensierato svago di un motivo da fischiettare (Mt Washington) o per cavalcate evocative che ricordano anche gli Shearwater (Wooly Mammoth). Manca forse il brano che rompe il ritmo, ma è elemento comune del genere quello di non spaziare troppo tra i generi in nome di un’identità stilistica ben precisa, e la produzione di Dessner a volte esagera con qualche svolazzo estetico di troppo, ma è innegabile che i Local Natives si confermano come una delle realtà più vive e in prospettiva più promettenti del mondo sotterraneo della West Coast. Magari ripartendo dal fondo, da quella Bewday che chiude il disco lasciando intravedere con i suoi cambi di ritmo nuovi intriganti sviluppi.
Nicola Gervasini

mercoledì 6 febbraio 2013

RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER - LITTLE DEATH SHAKER


RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER
LITTLE DEATH SHAKER
Asthmatic Kitty Records
***1/2
E avanti un altro. Non si placa la moda tutta anni 2000 del frontman che si fa crescere una lunga barba da eremita e si veste di nuovi panni in puro indie-style (copertina da manuale in questo senso…). Stavolta tocca a Raymond Raposa, leader (se non unico one-man band) dei Castanets (anche qui la moda 2000 dell’eterno dubbio “ma è un gruppo o una persona sola?” lo ha colto fin dal suo esordio del 2003), che cambia nome e fonda i Raymond Byron and the White Freighter , nickname probabilmente estemporaneo nato per dare paternità ad una manciata di brani che sembravano essere fuori contesto rispetto alla sua solita produzione.  Little Death Shaker è un bell’insieme di dark-songs lente e spesso alquanto elettriche nel sound, qualcosa che più che dall’indie-folk degli anni 2000 va a pescare nell’underground degli anni precedenti, prendendo un po’ a prestito la strascicata elettricità di Jason Molina e certa poesia da blues distorto dei Gun Club. Tra country obliqui (Don’t That Lake , Just Shine, con un toy-piano decisamente alla Neil Young), folk disturbati (Turnpike Bedsheet) e brani rauchi basati su una chitarra elettrica iper-amplificata (Allegiance), l’album evidenza buona ispirazione e una penna spesso notevole (ad esempio l’ottima Some Of My Friends, riflessione sulle false amicizie di superficie che popolano la nostra esistenza, con un testo che non lesina battute di spirito come “alcuni miei amici sono gelosi l’uno del manager dell’altro”). La lezione da folk intimista (se non proprio “depresso”) affiora più nella parte centrale, con l’intensa Whipporwill, cantata con voce rotta e impreziosita da una crescente sezione fiati. Quello che più si apprezza di Little Death Shaker è che proprio nella sua monolitica assenza di ritmo, non è comunque avaro di soluzioni e strumenti, con alcuni importanti interventi come quello di Matthew Houck alias Phosphorescent che ingentilisce l’incedere oscuro di Some Kind OF Fool e Meridian,MS., oppure la soffice voce di Talia Gordon  che ridona nuova linfa alla bella You’re Not Standing Like You Used To di Kate Wolf (l’altra cover presente è You’ll Never Surf Again del folksinger Dan Reeder). Talvolta si esagera, come in una State Line che pare registrata negli inferi in compagnia di un giovane Nick Cave e che risulta un po’ faticosa, ma sono particolari. Disco intrigante per la sua tetra veste sonora,  Little Death Shaker è opera da suonare rigorosamente di notte, stando però bene attenti che i vicini siano già in sonno profondo. Potreste essere causa dei loro incubi.
Nicola Gervasini

lunedì 4 febbraio 2013

SACRI CUORI - Rosario


Sacri Cuori Rosario
[Decor Records/Interbang 
2012]
www.sacricuori.com

 File Under: Lido's Rock

di Nicola Gervasini (14/01/2013)
Partiamo dai convenevoli da recensione: Sacri Cuori è una sigla che cela le personalità di Antonio Gramentieri (chitarre) Francesco Checco Giampaoli (basso) Christian Ravaglioli (tastiere e fiati) e Diego Sapignoli (batteria), più altri collaboratori estemporanei ((Denis Valentini e Enrico Mao Bocchini), hanno già realizzato un album nel 2010 (Douglas and Dawn) e da almeno due anni sono una delle backing-band preferite da artisti dai nomi (per noi) altisonanti come Dan Stuart (compreso il progetto degli Slummers), Hugo Race Fatalists, Richard Buckner e altri. Da qualche mese stanno facendo molto rumore grazie a Rosario, il loro secondo album, registrato tra Richmond e Hollywood con uno stuolo di ospiti da sogno. Ora passiamo a quello che non vorremmo essere costretti a dirvi perché tanto ve lo hanno già detto tutti: non vorremmo ad esempio farvi passare questi quasi 60 minuti di musica per "la versione italiana dei Calexico", nonostante si tratti di un disco principalmente strumentale, nonostante la capacità evocativa di questi brani conservi lo stesso taglio cinematografico della band di Joey Burns (ascoltate Fortuna ad esempio), nonostante il medesimo amore per le melodie di frontiera e il suono del deserto. E aggiungiamoci nonostante la presenza di John Convertino a dare la benedizione al tutto.

Gramentieri e soci sono evidentemente nati masticando roots-music e film di Quentin Tarantino (che tranquillamente avrebbe potuto usare brani come El Gone o El Conte per commentare la sua ultima fatica Django), ma Rosario si spinge oltre, in un orizzonte sconfinato che persino gli stessi Calexico ultimamente sembra facciano fatica a vedere. E cioè in una concezione nuova di musica a 360 gradi, dove le definizioni e gli steccati stilistici svaniscono in arditi mix culturali e dove gli elementi "americani" convivono perfettamente con quelli europei (Quattro Passi sa di tema da commedia italiana), dove la musica dei circhi dei Balcani (Sipario!) viene portata in Romagna (Lido) attraverso danze gioiose (Teresita, sorta di versione virata a liscio di Tequila) o tristi passeggiate da mare in inverno (Out Of Grace). Album da ascoltare preferibilmente sollecitati da un degno contraltare visivo (un tramonto, un quadro, una strada, il vostro partner, scegliete voi…), Rosario scorre senza intoppi, trovando varietà nella sua unitarietà sonora, con brani che via via tengono alta la tensione (SundownRosa), si fanno minacciosi (Steamer), giocosi (Lee-show) o rilassati (Where We Left).

A questo suggestivo pastiche di generi (ma non "di genere") partecipano divertiti musicisti come David Hidalgo, Jim Keltner, Marc Ribot, l'ex Long Ryders Stephen McCarthy e una Isobel Campbell che dona voce alla sognante Silver Dollar che apre il disco, ma se la lista dona prestigio all'operazione, non deve far sfuggire la bravura dei padroni di casa. Non "italiani che fanno gli americani", nemmeno "italiani che vanno in America", ma musicisti di un mondo musicale che sta diventando sempre più vasto, dove nulla più si può inventare, ma tanto ancora c'è da incontrare, scoprire, conoscere e interiorizzare.


    

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