mercoledì 27 ottobre 2010

DELTA SPIRIT - History From Below


Il mondo delle produzioni indipendenti è servito anche a riaprire gli occhi su quanti ragazzi negli USA ancora vivono vagabondando come gli hippie d'un tempo, vuoi perché portano in giro la loro musica, vuoi perché dopo gli anni 70 ci si è dimenticati di questo popolo che vive perennemente fuori dal mondo e on the road. I Delta Spirit vivono in questo limbo giovanile da tempo, si sono affacciati al mondo nel 2006 con un EP e nel 2008 con il primo album (Ode To Sunshine…e già se non è un titolo da flower power questo…), vengono da San Diego ma potevano arrivare dalla Luna che sarebbe stato lo stesso. History From Belowè il loro secondo disco, e nasce da tutto il genuino stupore di chi si affaccia sul mondo reale e scopre all'improvviso che i potenti sono cattivi mentre le "storie dal basso" del titolo parlano di povera gente e buoni sentimenti. Così come il brano che apre il disco (9/11) nasce dalla presa di coscienza di come accadono cose come quelle di quel maledetto 11 settembre e il testo è un'unica lunga domanda "perché accade?", tipica di chi in cuor suo sente che non troverebbe alcuna umana ragione per giustificare tanto orrore, ma si rende conto che per alcuni (troppi) non è davvero così.

Ci sarebbe da sorridere beffardi per i testi del leader Matthew Vasquez, perché sembra davvero di leggere certi proclami umanitari alla Jefferson Airplane, in ritardo di quasi 40 anni, ma poi alla fine ti rendi conto che tutto nasce da una tradizione folk che i Delta Spirit sembrano in grado di tramandare e rinnovare con grande capacità, anche se ancora troppa poca esperienza. Il disco si chiude infatti con la straordinaria Ballad Of Vitality, una lunga intro da folk da Greenwich Village seguita da un esplosione orchestrale, tutto per raccontare la storia (vera e recente) di quel padre russo che ha perso la figlia in un incidente aereo e ha ucciso il controllore di volo svizzero che l'ha causato, una storia dal basso che definisce amaramente la natura umana. Ma è un finale oscuro che serve a rendersi conto che le storie di questo album ci servono ancora, che lo sguardo innocente di questi ragazzi è utile per ricordarci come dovremmo essere, anche se non lo saremo mai, e il bagno purificatore della copertina sembra essere un invito rivolto a tutti più che una semplice foto.

Il tutto ci viene raccontato attraverso un album musicalmente molto studiato (6 mesi di gestazione si sentono) e drammatico (la presenza di Bo Koster dei My Morning Jacket in sede di produzione si sente ancor di più), con momenti di stravolto folk noir alla Felice Brothers (Salt In The Wound, ma ancor più la splendida White Table li ricordano molto), freak-folk alla Okkervil River (Devil Know's You're Dead) o semplice folk e basta (all'orchestrata Randsom Man fa da contraltare la scarna resa di Scarecrow). Definirli è dura, 9/11, Bushwick Blues e Golden State (un giro di piano rubato ai Counting Crows) ad esempio hanno strutture classicissime ma suonano ugualmente moderne, tanto da portarci a dire che se il folk classico ha ancora speranza di poter scandire il ritmo delle nostre coscienze, questa è la via giusta per riuscirci.
(Nicola Gervasini)

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domenica 24 ottobre 2010

ALEJANDRO ESCOVEDO - Street Songs Of Love


Morire giovani per non dover invecchiare senza rock and roll: era questo il sogno di molte rockstar degli anni ‘60, e mai desiderio si è rivelato più vano. Addirittura per Alejandro Escovedo la vera festa è iniziata a sessant’anni, dopo che ha passato i cinquanta a gestire una pericolosa e malcurata epatite C, quasi a voler ribadire che la vera vita si trova solo sulla soglia della morte. Street Songs Of Love è il finale epico che mancava al precedente Real Animal, dove Escovedo esternava il suo amore per il rock fracassone e tutto lustrini dei suoi anni 70. Là si narravano i ricordi di un rocker maturo, qui si parla di voglia di nuova vita, di epopee da strada, di storie d’amore nate nella polvere, di schitarrate senza troppi pensieri (quelle dell’ex Green On Red Chuck Prophet) e dolci romanze rock. Partecipano convinti due rifugiati del rock anni 70 come Bruce Springsteen e Ian Hunter, gente che di rock and roll parties sembra proprio non averne abbastanza, magari anche ricorrendo a trucchetti e soluzioni che fanno arrossire per ovvietà. Come tutto ciò possa ancora generare un album irresistibile come questo è un mistero che neppure questi indomabili veterani sapranno mai spiegarci, se non forse con quel vecchio detto di Jagger che diceva “è solo rock and roll, ma…”.

(Nicola Gervasini)

giovedì 21 ottobre 2010

ED KOWALCZYK - Alive


Magari di primo acchito il nome di Ed Kowalczyk potrebbe non dirvi nulla, ma c'è stato un (breve) momento negli anni 90 che questo signore ha dominato le classifiche con la sua band, i Live. Di loro oggi forse val la pena ricordare solo l'esordio Mental Jewelry e il successivo million-seller Throwing Copper, bel disco del 1994 (produceva Jerry Harrison dei Talking Heads) che li vedeva barcamenarsi con grinta e anche molte buone canzoni tra il mainstream da MTV, le chitarre dure da post-grunge e uno storico singolo sornione e un po' REM-like come Selling The Drama. Da allora la band è sopravvissuta con una serie di dischi dignitosi quanto non imprescindibili, ma nel 2009 questioni contrattuali hanno fatto esplodere una guerra tra Kowalczyk e i suoi compagni di viaggio, con inevitabile litigio e scioglimento del gruppo. Da tempo fuori dal grande giro negli Stati Uniti, i dischi dei Live hanno continuato a vendere bene in Europa, per cui questo Alive (non sfugge il doppio senso del titolo, che può anche essere letto come "senza i Live") esce con un occhio speciale sul nostro continente. Ed Kowalczyk ha puntato su una band ben definita intorno a Ramy Antoun (batteria), James Gabbie (chitarre) e Chris Heerlein (basso), formando un quartetto roccioso che ha un unico, fondamentale, difetto: quello di suonare esattamente come i Live, creando un continuum artistico tra le opere della band e questa sua carriera solista che comincia davvero a dare l'idea che altro il nostro non sappia fare. In ogni caso sapete cosa aspettarvi: rock radiofonico fatto da un artista con un background da alternative-rock di primi anni 90 che gli consente sempre di tenere il tutto dentro i confini del buon gusto, senza però approdare mai a nulla di veramente degno di nota. Alive resta un disco per nostalgici della X Generation, oggi forse non più giovani, un po' meno carini e probabilmente ancora disoccupati.
(Nicola Gervasini)

martedì 19 ottobre 2010

TOM JONES - Praise and Blame


Se nel mondo dell'industria discografica esistesse una giustizia, gli album uscirebbero sempre con il nome del produttore in copertina, scritto a caratteri grandi quanto quelli dell'artista magari, e non affogato nei credits leggibili solo con lente d'ingrandimento. Discorsi ovviamente da ossessionati del rock come noi, perché al pubblico che sente una bella voce o una bella melodia non è mai fregato nulla di quale mente creativa o quali semplici processi industriali si nascondo dietro un suono. Eppure anche se oggi le grandi industrie della canzone non esistono quasi più, i nomi che sanno fare la differenza sui dischi ci sono ancora (Rick Rubin, T-Bone Burnett,… l'elenco è facile). Anzi, fanno anche di più, ora fanno anche dischi in proprio, e poi ci aggiungono un nome, una voce che eviti che il disco cada nell'oblio, come è successo a praticamente tutti i dischi solisti dei produttori (chiedete a Daniel Lanois se ha guadagnato di più a sorbirsi una giornata di sessions degli U2 o a fare i dischi a suo nome). Praise And Blame è un disco di Ethan Johns, sicuramente annoverabile tra i dieci producers più importanti degli anni 2000 (curriculum disponibile mettendo il suo nome nel "cerca" del nostro sito). E' la sua idea di una musica legata alle radici, moderna e sempre adatta per un passaggio in radio come per una vostra serata di godurioso ascolto solitario.

Ma Praise And Blame è anche il suo trionfo personale, perché in mezzo ad una marea di inutili cover-album, lui ne confeziona uno pieno di traditionals o brani già sentiti mille volte, e con questo riesce a tenervi incollati fino alla fine alle casse dello stereo. Johns ha fatto tutto alla perfezione, ha affittato gli attrezzati studios di Peter Gabriel, li ha riempiti di splendidi session men (Booker T Jones, Benmont Tench, la coppia David Rawlings-Gillian Welch, per dirne solo alcuni), ha trasformato brani non certo inediti (a What Good Am I di Bob Dylan ci aveva già pensato recentemente Solomon Burke, Ain't No Grave è nell'ultimissimo capitolo degli American Recordings di Johnny Cash), ha giocato con le chitarre (ruggiscono forte nella Burning Hell che fu di John Lee Hooker) e ha ottenuto con Lord Help, Run On, Don't Knock e altri brani, lo stesso gospel-roots della Mavis Staples di questi tempi.

Ah, dimenticavo, ha anche scelto Tom Jones per dare un padre famoso all'album. Scelta straordinariamente felice, perché il vecchio leone ha dimostrato di essere un vero professionista, capace di cantare perfettamente Delilah come Kiss di Prince o Sex Bombs, oppure calare in piena chiave spiritual un brano di Billy Joe Shaver (If I Gave My Soul, da brividi) con una perfezione interpretativa che va ben al di là delle sue indiscutibili doti naturali. Ora il mondo della musica si sorprende di questa svolta, ma provate a mettere sul piatto un disco di Ray Lamontagne e successivamente guardatevi un DVD di un concerto di Tom (magari lo spettacolare Live At Cardiff Castle del 2001), e poi provate scandalosamente a pensarli assieme. Non vi sarà poi così difficile immaginare che possa esistere Praise & Blame.
(Nicola Gervasini)

giovedì 14 ottobre 2010

US RAILS


Nel glossario rock il supergruppo è quella formazione - spesso estemporanea - composta da artisti con carriere personali già ben avviate. Il glossario però non specifica quanto famosi poi devono essere questi artisti per poter parlare di vero SUPERgruppo (alla Blind Faith o alla Traveling Wilburys per intenderci), oppure solo di una semplice bevuta tra amici del settore senza troppe pretese. La Blue Rose ultimamente si sta beando dei suoi supergruppi, e dopo gli Slummers di Dan Stuart e del nostro Antonio Gramentieri, s'inventa gli US Rails, vera accolita di "sfigati" del mondo della canzone roots (nel senso buono ovviamente…), tutti talmente poco di moda da rendersi necessaria una piccola rinfrescata sulle loro gesta. Quello a noi più caro è probabilmente Ben Arnold, uno che nel 1996 la Columbia lanciò con grandi speranze con un disco (Almost Speachless, lo recuperate per pochi euro senza problemi se non lo conoscete) che rappresentava un punto d'incontro tra il grunge e la musica d'autore americana (siamo dalle parti di Pete Droge insomma), salvo poi abbandonarlo ad un destino di pochi e dimenticati album indipendenti.

Sorte simile quella di Scott Bricklin, un album per major nel 1986 con la band di famiglia (i Bricklin, dimenticati ma bramati dai collezionisti) e poi un'infinita gavetta da session.man. Loser di più recente nascita invece è Joseph Parsons, passato quest'anno anche sulle nostre pagine con il bel live Slaughterhouse Live, così come altra nostra vecchia conoscenza è il chitarrista Tom Gillam (con dischi a suo nome e per le produzioni per Marah e Frog Holler). Manca da dire del batterista Matt Muir (viene dalla Scott Silipigni Band) e soprattutto resta poco spazio per esaminare a fondo un disco lungo 62 minuti e con ben 14 canzoni che raccontano praticamente tutto quello che c'è da dire sul rock americano di matrice texana.

Registrato tra Austin e un cottage di Parigi, il disco vede tutti i presenti coinvolti alla scrittura, ognuno con le proprie peculiarità (Tom Gillam ad esempio sposta sempre il baricentro verso suoni elettrici, o veleggia sul southern rock con Shine Your Light) ma sempre tenendo conto di voler essere una band. Il modello è quello di Crosby, Stills, Nash & Young, e non solo perché l'album si conclude con una coraggiosa versione da bar-band di Suite: Judy Blue Eyes che fa onore a tutti anche solo per il fatto di esserne usciti vivi, ma perché comunque i cinque amano molto il lavoro corale. E così anche quando Arnold rispolvera il suo rock urbano (New Gold Rush, Rainwater), lo fa senza mai uscire dal seminato, e così si allineano anche gli altri, sia Parsons quando si cala nei panni del cantautore West Coast (Burning Fire) o Bricklin quando cerca la via del blues in Rockin Chair. Non manca nulla insomma, anche se il risultato finale ricorda quasi una versione meno pompata degli Arc Angels (erano un supergruppo anche loro no?). Se i veri supergruppi scrivevano la storia, qui si è solo scritta una piacevole paginetta di american music.
(Nicola Gervasini)

Rootshighway 15/9/2010

domenica 10 ottobre 2010

DYLAN LEBLANC - Paupers Field


“There’s a new kid in town” avrebbero cantato in questo caso gli Eagles, e il fatto che si chiami Dylan potrebbe aumentare il clamore della notizia. Ma Dylan LeBlanc con il buon Bob non ha nessuna parentela, solo un nome di battesimo impegnativo per un poco più che ventenne che si affaccia al mondo della canzone country (o pseudo-tale) con la buona credenziale della fiducia accordatagli dalla Rough Trade. Ma LeBlanc, capelli lungi e mascella in vista come l’Eric Andersen di un tempo, in verità professa un verbo che lo porta spesso a citare Townes Van Zandt e l’indimenticato Willis Alan Ramsey quando deve citare esempi di musa ispiratrice. E per questo Paupers Field, debutto annunciato e dunque atteso già da un anno, la Rough Trade ha fatto tutte le cose per bene: hanno preso una produttrice/ingegnere del suono di grido a Nashville (Trina Shoemaker, curriculum da favola fin da quando nel 1993 Malcolm Burn le insegnò il mestiere di ingegnere del suono nelle sessions di American Caesar di Iggy Pop), chiesto a Emmylou Harris di fargli da madrina artistica mettendo il suo inconfondibile controcanto nella riuscita If The Creek Don’t Rise, e prodotto un album che potremmo definire di “country moderno”. Vale a dire la perizia di un giovane chitarrista cresciuto in Louisiana tra maestri di fingerpicking e cajun melmoso, unita a tristi e indolenti country-songs cammuffate da soffici ballate da indie-folker per nulla fuori dal tempo. Difficile dare un giudizio sereno, da una parte la tensione emotiva scatenata dal duello tra violino e arpeggio in Emma Hartley, (con una steel guitar splendida a fare da arbitro nella tenzone), o la poesia dell’iniziale Low ci confermano che le giovani leve imparano presto l’arte della scrittura, e questo non può che consolare. Ma dall’altra non si può non notare che LeBlanc arriva non secondo, ma ben ultimo nel proporre una formula davvero simile a quanto già sentito da Joe Purdy in primis, e da tanti altri (si può arrivare anche a citare Ray Lamontagne prendendola alla lunga) in seconda istanza. Il disco soffre ancora dunque di una eccessiva insistenza sui toni malinconici e sull’amore per il suono degli strumenti, un vero piacere per le nostre orecchie quando dalle casse escono le soavi note di Ain’t Too Good At Losing o dei begli archi di 5th Avenue Bar, ma un po’ limitante in termini di varietà espressiva. E invece siamo convinti che il ragazzo abbia i numeri per offrire ancora di più di un esordio decisamente interessante, quanto forse troppo pensato da altri perché non fallisse l’obiettivo di captare l’attenzione. Missione compiuta, i fari sono puntati su LeBlanc, che sappiamo ora essere già in tour con Calexico, Wilco e tante altre belle compagnie. Lo rincontreremo sicuramente anche noi. Nicola Gervasini

mercoledì 6 ottobre 2010

HALFWAY - An Outpost of Promise


Gli Halfway da Brisbane (Australia) sono nostri compagni di viaggio già da qualche anno. Li avevamo scoperti nel 2005 con l'esordio Farewell to the Fainthearted, e ancora l'anno successivo con Remember The River, per qualche stampa americana una rivelazione, quando per noi era già un semplice consolidamento. Band votata ad una sorta di alternative-country ante-litteram, che chi ha qualche reminiscenza del sottobosco del genere negli anni 90 può tranquillamente assimilare allo stile dei Say Zuzu o dei Black Eyed Dog che furono, la band rompe un travagliato periodo di silenzio ritornando con grande convinzione con questo An Outpost Of Promise. La formazione è sempre quella, sette elementi capitanati da John Busby e Chris Dale che riempiono ogni strumento a corda possibile di un sound sempre alla ricerca di una personalità che non affiora mai appieno. Nei due dischi precedenti ci aveva provato Rob Younger dei Radio Birdman in veste di produttore a cercargliene uno, questa volta invece è nientemeno che Robert Forster dei Go Betweens a metterci cervello e know-how.

Il risultato ancora una volta è quello di un significativo spaccato di songwriting "all'americana" che stenta ancora a diventare una pagina veramente importante, nonostante i sette abbiano tutte le credenziali di buoni musicisti e di autori, in grado comunque di maneggiare anche una materia non da tutti come il Pian della Tortilla di John Steinbeck che ha ispirato il testo del brano Tortilla Code. Quello che piace comunque degli Halfway è proprio l'insieme, l'idea che sette musicisti riescano a raggiungere buoni livelli di scrittura (Monster City e Oscar lo sono davvero) con un lavoro di squadra che ne dimostra un affiatamento davvero difficile da raggiungere. Ma è ovvio che un disco che promette "storie di amicizia, di ultimi bicchieri e promesse delle tre del mattino, di speranza per qualcosa di migliore e svolte del destino, di piccole decisioni e di quanto grandi possono essere i loro effetti sulle nostre vite", insomma tutte quelle cose semplici della cultura che parte dal basso, non s'inventa davvero nulla.

Non è un caso se il brano che più resta nelle orecchie sia una semplicissima ballad come It's Ok, storie di donne che fanno parte della strada, della città, di noi e che tutto sommato non smetteremo mai di raccontarci. Quello degli Halfway è solo uno dei tanti linguaggi per farlo, è un idioma che parla solo agli appassionati di musica delle radici yankee e non ha nessun ampio respiro intellettual-avanguardistico che possa interessare gli amanti di generi magari più coraggiosi, ma poi mica sempre così efficaci nel parlare di emozioni. In fondo esistono e continuano ad esistere anche quelle, e questa musica serve solo a regalarcene ancora qualcuna.
(Nicola Gervasini)

sabato 2 ottobre 2010

JACKIE GREENE - Till The Light Comes


Non sono in pochi (tra i pochi che lo conoscono ovviamente…) quelli che hanno leggermente storto il naso due anni fa quando Jackie Greene ha pubblicato il suo quinto disco, Giving Up The Ghost. Il folk-singer di stampo classico e dylaniano aveva infatti lasciato il posto ad un rocker poliedrico e multidirezionale, e così colui che in questi anni duemila aveva forse preso il testimone di Todd Snider e di altri piccoli eroi dell'"americana che fu" (grazie perlomeno ad un piccolo classico dei nostri anni come American Myth) sembra avviato a diventare qualcosa di ben diverso. Till The Light Comes arriva puntuale a confermare quale sarà la nuova linea, e va palesemente a stilare un ideale parallelo con alcune svolte "easy" alla Tom Petty di metà anni 80. Per ribadire la sua scelta di rocker a tutto raggio, Greene ha chiesto la collaborazione di Tim Bluhm, che qualcuno dotato di buona memoria ricorderà come leader dei Mother Hips, mitico (per noi perlomeno…) combo della scuderia Def American degli anni 90, che qui si ripropone al gran completo per fare da backing-band. Una scelta felice quando si tratta di dare vigore ed elettricità a brani di stampo più "roots", ma che forse rappresenta il tallone d'Achille quando invece si tentano (giustamente anche..) strade nuove e meno consuete.

Il risultato è qui da sentire, laddove Giving Up The Ghost a distanza di due anni resta un disco quasi pienamente riuscito, i dieci brani di Till The Light Comes sembrano troppo spesso perdere la bussola. E così dopo una frizzante Shakey Ground che riparte da dove finiva Animal sul precedente disco, ci si arena subito nella melmosa Stranger In Sand, brano che ha qualche smussatura di troppo (un coro o una tastiera in meno forse avrebbero giovato), così come dopo essersi divertiti con le drum machine danzereccie sfoggiate con coraggio (o forse eccessiva strafottenza?) inMedecine, ci si impappina con il giro beatlesiano di Grindstone, brano non brutto in sé, ma semplicemente non "suo". Si procede a velocità alterna insomma, con una A Moment Of Temporary Color che promette molto più di quanto mantiene (anche qui qualche impasto vocale alla Beach Boys di troppo…), una Spooky Tina che sembra davvero un brano del Don Henley degli anni 80 (prendetelo sia come un complimento alla sua statura artistica, ma anche un parallelo con una discografia non proprio impeccabile).

Fallimento? Non del tutto direi, visto che l'insieme sembra comunque tenere, e che quando si ricorre alla ballatona acustica da accendino (1961) qualche emozione Greene la strappa ancora. E ci riuscirebbe bene anche con The Holy Land, se non perdesse un po' di vista il timing e la sezione d'archi. Ci pensa la title-track finale, uno di quei mid-tempo che a Petty vengono sempre tanto bene, a ridare vigore e tono ad un disco irrisolto. Cosa farà da grande Jackie Greene? Difficile rispondere quando il soggetto in questione dovrebbe già esserlo da tempo ormai…
(Nicola Gervasini)

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