sabato 2 ottobre 2010

JACKIE GREENE - Till The Light Comes


Non sono in pochi (tra i pochi che lo conoscono ovviamente…) quelli che hanno leggermente storto il naso due anni fa quando Jackie Greene ha pubblicato il suo quinto disco, Giving Up The Ghost. Il folk-singer di stampo classico e dylaniano aveva infatti lasciato il posto ad un rocker poliedrico e multidirezionale, e così colui che in questi anni duemila aveva forse preso il testimone di Todd Snider e di altri piccoli eroi dell'"americana che fu" (grazie perlomeno ad un piccolo classico dei nostri anni come American Myth) sembra avviato a diventare qualcosa di ben diverso. Till The Light Comes arriva puntuale a confermare quale sarà la nuova linea, e va palesemente a stilare un ideale parallelo con alcune svolte "easy" alla Tom Petty di metà anni 80. Per ribadire la sua scelta di rocker a tutto raggio, Greene ha chiesto la collaborazione di Tim Bluhm, che qualcuno dotato di buona memoria ricorderà come leader dei Mother Hips, mitico (per noi perlomeno…) combo della scuderia Def American degli anni 90, che qui si ripropone al gran completo per fare da backing-band. Una scelta felice quando si tratta di dare vigore ed elettricità a brani di stampo più "roots", ma che forse rappresenta il tallone d'Achille quando invece si tentano (giustamente anche..) strade nuove e meno consuete.

Il risultato è qui da sentire, laddove Giving Up The Ghost a distanza di due anni resta un disco quasi pienamente riuscito, i dieci brani di Till The Light Comes sembrano troppo spesso perdere la bussola. E così dopo una frizzante Shakey Ground che riparte da dove finiva Animal sul precedente disco, ci si arena subito nella melmosa Stranger In Sand, brano che ha qualche smussatura di troppo (un coro o una tastiera in meno forse avrebbero giovato), così come dopo essersi divertiti con le drum machine danzereccie sfoggiate con coraggio (o forse eccessiva strafottenza?) inMedecine, ci si impappina con il giro beatlesiano di Grindstone, brano non brutto in sé, ma semplicemente non "suo". Si procede a velocità alterna insomma, con una A Moment Of Temporary Color che promette molto più di quanto mantiene (anche qui qualche impasto vocale alla Beach Boys di troppo…), una Spooky Tina che sembra davvero un brano del Don Henley degli anni 80 (prendetelo sia come un complimento alla sua statura artistica, ma anche un parallelo con una discografia non proprio impeccabile).

Fallimento? Non del tutto direi, visto che l'insieme sembra comunque tenere, e che quando si ricorre alla ballatona acustica da accendino (1961) qualche emozione Greene la strappa ancora. E ci riuscirebbe bene anche con The Holy Land, se non perdesse un po' di vista il timing e la sezione d'archi. Ci pensa la title-track finale, uno di quei mid-tempo che a Petty vengono sempre tanto bene, a ridare vigore e tono ad un disco irrisolto. Cosa farà da grande Jackie Greene? Difficile rispondere quando il soggetto in questione dovrebbe già esserlo da tempo ormai…
(Nicola Gervasini)

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