mercoledì 5 dicembre 2012

IL MEGLIO DEL 2012

Tanti dischi, con un appiattimento non verso il basso, ma verso il medio. I vecchi reggono ma sono sempre più quelli che mostrano la corda, nuovi fenomeni non ne escono, ma ormai sono tanti quelli che sanno fare un buon disco. A chi serva tutto ciò ce lo chiederemo nel 2025, ora è presto e c'è lIMU da pagare.

Il Podio

Che dire, premio 2012 al Dottore e al suo giovane (?) specializzando Dan Auerbach che lo rivitalizza. Secondo premio a Biill Fay, uno zombie dei settanta che ritorna giusto per dire che "quelli di quella generazione" avevano ben altra classe. Terzo ad un Lanegan finalmente convincente e a suo agio tra i suoni anni 80 che tornano alla ribalta. Ode To Sad Disco è anche il brano del 2012

1 DR. JOHN Locked Down
2 BILL FAY Life Is People
3       MARK LANEGAN    Blues funeral


Il resto della Top 10

Laddove i vecchi scrivono ancora grandi canzoni registrandole male (Dylan) o scrivono come al solito registrandole bene (Knopfler), laddove la Merritt trova finalmente l'equilibrio giusto tra country e pop (ci ha messo 3 dischi, ma chi l'ha dura...), dove Hunter ormai è quasi banale dirlo, dove gli Shearwater danno un buon esempio di come suoni anni 80 e indie 2000 possono davvero convivere, dove il rock and roll da strada vive ancora con il sorprendente Lee Bains III e dove i Giant Sand raddoppiano per quella che è probabilmente il loro greatest hits di stili di una carriera

4 MARK KNOPFLER Privateering
5 BOB DYLAN Tempest
6 TIFT MERRITT Traveling Alone
7 IAN HUNTER When I'm President
8 SHEARWATER Animal Joy
9 LEE BAINS III & THE GLORY FIRES There Is A Bomb In Gilead
10 GIANT GIANT SAND Tucson

Dischi Caldi (ordine sparso)
Laddove sorprende il primo disco della O'Connor che mi convince dai tempi dei due primi dischi, laddove gli Avett Brothers restano una delle giovani realtà più vive, laddove Chesnutt torna dopo 11 anni per fare il disco black del 2012 (ma sulla nera l'annata è stata povera devo dire), laddove la doppietta del corvo nero Robinson convince, Tom Jones fa il cover-record dell'anno, Kevin Gordon il loser-record dell'anno, Fagen fa il solito Fagen ma lo fa sempre meglio di altri, Escovedo si conferma, la Cahoone cresce e la DeMent torna convinta e di gran livello

11 SINEAD O'CONNOR How About I Be Me And You Be You
12 AVETT BROTHERS The Carpenter
13 CODY CHESNUTT Landing On A Hundred
14 CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD The Magic Door / Big Moon Ritual
15 KEVIN GORDON Gloryland
16 TOM JONES Spirit in the Room
17 ALEJANDRO ESCOVEDO Big Station
18 DONALD FAGEN Sunken Condos
19 SERA CAHOONE Deer Creek Canyon
20 IRIS DEMENT Sing The Delta

Top 50: applausi, mi avete accompagnato, divertito, allietato e vi ricorderò (ordine più o meno sparso)

21 JIM JONES REVUE The Savage Heart
22 ANDREA SCHROEDER Blackbird
23 CRAIG FINN Clear Heart, Full Eyes
24 PATTERSON HOOD Heat Lightning Rumbles
25 FATHER JOHN MISTY Fear Fun
26 WALLFLOWERS Glad All Over
27 MARTIN ZELLAR Roosters Crows
28 BUTCH WALKER The Spade
29 DAMIEN JURADO Maraqopa
30 DWIGHT YOAKAM 3 Pears
31 GLEN HANSARD Rhythm and Repose
32 LEE RANALDO Between The Times And The Tides
33 PAUL KELLY Spring And Fall
34 COWBOY JUNKIES Wilderness (Demon 4)
35 BOB MOULD Silver Age
36 ZACHARY RICHARD le Fou
37 CHUCK PROPHET Temple Beautiful
38 RY COODER Election Special
39 HOWLIN RAIN The Russians Wilds
40 RYAN BINGHAM Tomorrowland
41 SEAN ROWE The Salesman And The Shark
42 BRUCE SPRINGSTEEN  Wrecking Ball
43 DEEP DARK WOODS The Place I Left Behind
44 HISS GOLDEN MESSENGER Poor Moon
45 LEONARD COHEN Old Ideas
46 BUFORD POPE Matching Numbers
47 JOHN MURRY The Graceless Age
48 STAN RIDGWAY Mr Trouble
49 DAN STUART The Deliverance of Marlowe Billings
50 ANAIS MITCHELL Young Man in America

Premio speciale "Italians do it better"  
FRANCESCO DE GREGORI Sulla Strada


Menzioni speciali per gli italiani e il loro mondo di radici americane
LOWLANDS Better World Coming e Beyond
MARIA OLIVERO - Anyway
MATT WALDON - Oktober
CHEAP WINE - Based On Lies
e ancora Alex Cambise, The Lady & The Reverend, Veronica Sbergia, Miami & The Groovers, e tanti altri che animano sempre i nostri ormai pochi locali, compresi quelli che non ho potuto sentire e ho dimenticato 

The Best Live Album 2012
1 JASON ISBELL & THE 400 UNIT Live in Alabama


Premio Pensione Mariuccia 2012 (Vecchi che guardano i lavori in corso)
- Ordine Inverso dal peggiore al migliore

1 LYNYRD SKYNYRD Last Of A Dying Breed
l'aggravante è che poi loro sono giovani, ma devono far finta di essere vecchi se non non vendono più
2 BEACH BOYS That's why god made the radio
va bene che i Fleet Foxes gli hanno rubato il copyright, ma potevano anche farlo notare con una semplice 456esima ristampa di Pet Sounds
3 JOE COCKER Fire It Up
premio "ma è ancora in giro?"
4 PATTI SMITH     Banga
premio "brava, ma dopo un po' rompe er c...."
5 IAN ANDERSON Thick As a Brick 2
ti hanno tolto la pensione anche a te eh? L'Imu? Le lezioni di flauto?
6 VAN MORRISON Born to Sing: No Plan B
premio "ma non l'avevi già fatta questa?"
7 JOE JACKSON The Duke
qualcuno gli spieghi che jazz e classica non fan per lui, aridatece il pop
8 NEIL YOUNG & CRAZY HORSE    Psychedelic pills
premio "15 minuti di buon disco per 60 minuti di noia"
9 JOHN HIATT Mystic Pinball
premio "c'eravamo tanto amati 1"
10 GRAHAM PARKER & THE RUMOUR  Three Chords Good
premio "c'eravamo tanto amati 2"

Premio speciale "Quest'anno ho scampato il premio bollito dell'anno e non so neanche io come ho fatto, pure in top 50 sono entrato!..."
BRUCE SPRINGSTEEN Wrecking Ball


Premio "Rocker that still sucks!" del 2012 (Giovani che crescono e si faranno con il rock)

CULT Choice Of Weapon
Fare un bel disco con un Atsbury spompato non era facile.
ZZ TOP La Futura
Decentissimi e quasi divertenti, copiano loro stessi e glielo si perdona
AEROSMITH Music From Another Dimension
viste le premesse meglio del previsto. Dovrebbero però fare una legge che gli vieti di registrare altre ballate alla Crazy
VAN HALEN A Different Kind Of Truth
il tempo è passato inesorabile, si impegnano, ma...
SOUNDGARDEN King Animal
non è tempo per noi! lassa stà Chris....



Fantozziane Cagate Pazzesche del 2012

1 IGGY POP Apres
se voleva coprirsi di ridicolo ci è riuscito appieno
2 RICKIE LEE JONES The Devil You Know
il significato della parola "irritante"
3 PAUL MC CARTNEY Kisses On The Bottom
potrebbe far rivalutare le opere di musica classica e dance
4 DELTA SPIRIT Delta Spirit 2012
Peggior secondo album del decennio dopo un buon primo album
5 NEIL YOUNG & CRAZY HORSE Americana
Esistono modi migliori per passare il tempo quando si è in pensione
6 GRANT LEE PHILLIPS Walking on The Green Corn
Premio "due coglioni così 2012"
7 MATTHEW RYAN In The Dusk Of Everything
Secondo Premio "due coglioni così 2012"
8 PAUL WELLER Sonik Kicks
Qualcuno lo avverta che può anche passare alla fase "Sono vecchio ma me ne vanto" senza per forza far finta di essere giovane
9 GASLIGHT ANTHEM Handwritten
Qualcuno mi ricorda perchè mi erano piaciuti?
10 STEVE FORBERT Over With you
e se facessimo una colletta per mantenerlo senza che debba più fare dischi?


Delusioni 2012 (non brutti, ma mi aspettavo molto, ma MOLTO di più)

JACK WHITE Blunderbuss
CAT POWER Sun
DAVID BYRNE & St. VINCENT Love This Giant
LUCERO Women & Work
BETTYE LAVETTE Thankful n'Thoughtful
KATHLEEN EDWARDS Voyageur
COUNTING CROWS Underwater Sunshine
BRANDI CARLILE       Bear Creek



The Others (Vi ho ascoltato, a tratti anche con piacere, e di tanto in tanto vi ricorderò)



BEN KWELLER Go Fly A Kite
NENEH CHERRY The Cherry Thing
CHELSEA CROWELL Crystal City
MICHAEL KIWANUKA Home Again
DEXYS One Day I’m Going To Soar
JIM CUDDY Skyscraper Soul
MELISSA JAMES Day Dawns
WHITE BUFFALO Once Upon a Time In The West
JIMMY CLIFF Rebirth
BENJAMIN GIBBARD Former Lives
BETH JEANS HOUGHTON Yours Truly, Cellophane Nose
CHRIS KNIGHT Little Victories
CORY CHISEL & THE WANDERING SONS Old Believers
ELEPHANT MICAH Louder Than Thou
JIMMY LAFAVE Depending on the distance
KRIS KRISTOFFERSON Feeling mortal
LISA MARIE PRESLEY Storm & Grace
LUMINEERS The Lumineers
MALCOLM HOLCOMBE Down The River
MARTY STUART Nashville Volume 1: Tear The Woodpile Down
WOVENHAND The Laughing Stalk
BAP KENNEDY Sailor's Revenge
CAROLINA CHOCOLATE DROPS Leaving Eden
CHRIS SMITHER Hundred Dollar Valentine
DAVE STEWART The Ringmaster General
DINOSAUR JR. I Bet On Sky
Jay Farrar, Will Johnson, Anders Parker, Yim Yames New Multitudes
JOHN FULLBRIGHT From the Ground Up
MATTHEW E. WHITE Big Inner
WALLIS BIRD Wallis Bird
ANI DI FRANCO Which side are you on?
BONNIE RAITT Slipstream
CUFF THE DUKE Morning Comes
dB's Falling Off The Sky
JOHN CALE Shifty Adventures...
JAKE BUGG Jake Bugg
JAMES YORKSTON I was a Cat from a Book
LIGHTSHIPS Electric Cables
LIZ GREEN o devotion
LOUDON WAINWRIGHT III Older than my old man now
ROBERT CRAY Nothing But Love
RUTHIE FOSTER Let It Burn
ALVIN LEE Still On The Road To Freedom
BAND OF SKULLS Sweet Sour
BETH ORTON Sugaring Season
BRAD United We Stand
LYLE LOVETT Release Me
SIMONE FELICE Simone Felice
GRACE WOODROOFE Always Want
MARK EITZEL Don't be a stranger
PAUL BUCHANAN Mid Air
ANDRE WILLIAMS Hoods And Shades
BOBBY WOMACK The Bravest Man in the Universe
DAN BERN Doubleheader
EDWARD SHARPE & the Magnetic Zeros Here
JUSTIN TOWNES EARLE Nothing's Gonna Change the Way...
NICK CAVE & WARREN ELLIS Lawless (colonna sonora)
PETER BUCK Peter Buck
DAVE MATTHEWS BAND Away From The World
JOHN MAYER Born and Raised
KELLY JOE PHELPS Brother Sinner and the Whale
REGINA SPEKTOR What We Saw from the Cheap Seats
RAY WYLIE HUBBARD The Grifter's Hymnal
MUMFORD & SONS Babel
ALABAMA SHAKES Boys & Girls




E ORA
LET'S ROCK THE MAYAS!









giovedì 29 novembre 2012


 Paul Kelly
Spring and Fall
[
Cen
2012]
www.paulkelly.com.au

File Under: Love songs for the Fall

di Nicola Gervasini (26/11/2012)
Ci vorrebbe uno speciale di dieci pagine per raccontare la storia di Paul Kelly, cantautore che sta all'Australia come Bruce Cockburn sta al Canada, e cioè un intoccabile mito locale. Attivo fin dal 1981 con una serie di album ben venduti in patria e apprezzati all'estero senza aver mai avuto troppo successo, Kelly è uno di quelli che difficilmente sbaglia un colpo. Se la vostra discografia ancora non lo contempla, andate almeno a recuperare alcuni suoi piccoli classici come Under The Sun del 1987 (disco di platino in Australia) o il più intimista Words And Music del 1998. Spring And Fall arriva dopo cinque anni di silenzio, giusto il tempo di dedicarsi ad un po' di sana e fruttuosa retrospettiva (nel 2010 è uscito un cofanetto live di ben otto cd), ed è probabilmente il miglior modo che potreste avere per addentrarvi nel songwriting di questo validissimo autore.

Strutturato come un concept sulle svariate visuali che uno stesso problema di cuore può avere a seconda di chi l'osserva, il disco potrebbe anche sembrare fin troppo lento e adagiato su un impianto elettro-acustico che non lascia spazio alla spettacolarità, ma a lungo andare la validità delle canzoni fa vincere l'insieme. Registrato con il nipote Dan Kelly e il produttore Greg J Walker (che in patria è noto per un progetto one-man-band chiamato Machine Translations, che ha prodotto non pochi album), l'album è breve ed essenziale, undici brani che non si buttano via grazie a delicati arrangiamenti d'archi e tocchi di piano e mandolino che impreziosiscono piccolo gemme come None Of Your Business Now o I'm On Your Side.

Nei testi non si nascondono particolari misteri, Kelly si limita ad usare le parole dell'amore per seguire le melodie e costruire una sorta di diario di una vita assieme (For The Ages non specifica se il rapporto è di tipo matrimoniale, ma sicuramente si parla di amori per la vita), soffermandosi sulle difficoltà di comunicazione (Cold As Canada), le dichiarazioni d'amore (New Found Year), i tradimenti (Someone New), i dolori (Little Aches) e i pentimenti (Gonna Be Good). Alla fine dire che "vince l'amore" fa magari un po' libro di Moccia, ma è la sensibilità e la voce nasale (ricorda tanto quella di Jeff Finlin) dell'autore che danno all'insieme quel tocco melodicamente sofferto che lega Spring And Fall a filo diretto con i grandi cantautori degli anni settanta (Gordon Lightfoot uno dei primi che vengono in mente). Consigliato a chi non ha mai smesso di cercare la folk-love-song perfetta.


   

lunedì 26 novembre 2012

MARIA OLIVERO - ANYWAY





Maria Olivero Anyway
[Maria Olivero  2012]


(a cura di Nicola Gervasini)

Tra Varese e Novara quello di Maria Olivero è un nome già noto nei (pochi) locali che ospitano ancora folk-music tra una cover band di Vasco e un karaoke, logico dunque che la si aspettasse già da tempo al varco di una produzione in studio di un certo livello. E lei non ha davvero deluso, perché Anyway suona subito come una bella rivelazione, soprattutto grazie ad un suono decisamente elettrico creato con il produttore Giorgio Bellossi. Oh Boy If You Were Mine ad esempio è un semplice roots-rock che farebbe invidia a Brandi Carlile, con l'elettrica di Rudolf Minuto che gioca su rumorismi alla Nels Cline, mentre con Nameless la Olivero si spinge addirittura in un irriverente FM-rock da Riot Girrrl d'altri tempi, e anche Still In Our Yesterdays si appoggia su un muro di chitarre che sta tra l'Alanis Morrisette degli esordi e i Cranberries. Tra questi episodi di roccioso mainstream-rock si stagliano una serie di ballate acustiche che risaltano il suo lato più folk come The Last Child, il bell'intreccio con il piano di Come Of Age o la tenue All We Need Is Time. Fin dalle prime note Anyway appare perfettamente equilibrato tra ispirazione pop (la stessa title-track ha una melodia decisamente radiofonica) e velleità autoriali (Be Your Own, una vera dichiarazione d'indipendenza fin dai versi "Canterò la mia canzone, non ho bisogno delle tue parole"). I testi in verità si avvalgono della penna dell'inglese Matt Lindsay, suo collaboratore da lungo tempo, il che aiuta non poco a rendere il prodotto più genuino e lontano dall'inglese scolastico di certe produzioni anglofone nostrane. Otto brani e breve durata per un disco che fa il paio con Prices di Davide Buffoli dello scorso anno nel mostrare idee chiare su come si possa puntare ad un easy-listening di qualità anche nel difficile mondo delle produzioni indipendenti.

sabato 24 novembre 2012

RUPERT STROUD


 Rupert Stroud Chasing the Night
[Rupert Stroud 2012
]
www.rupertstroudmusic.com


 File Under: self made indie-rock

di Nicola Gervasini (12/11/2012)
Ricordo che un tempo (tante ere discografiche fa) per un artista parlare dei colleghi era tabù. L'idea che la propria arte fosse indipendente da qualsiasi modello era sacra, così come il concetto che trovare riferimenti fosse un esercizio fine a se stesso riservato ai critici rock. Al massimo, proprio quando l'artista era in vena di confidenze, si arrivava a dichiarare qualche lontana influenza, normalmente un nome degli anni quaranta che nessuno aveva ancora indicato, giusto per spiazzare ulteriormente coloro che scrivevano di musica solo perché incapaci di crearne una propria (grazie ancora Zappa per l'illuminante scoperta…). Things have changed ha giustamente notato Dylan un decennio fa rispondendo a se stesso, e così capita che il sito di Rupert Stroud (Chi? Lo vediamo dopo, calma…) abbia la sezione Influences messa più in evidenza di quella della propria musica (relegata ad un linkino in alto, manco fosse solo il forum).

Ammassati su un ipotetico tavolo ritroviamo copertine di classici per nulla oscuri, divisi in tre significative sezioni: quello che ascoltava lui (Red Hot Chili Peppers, Nirvana, Radiohead, pure i Simply Red), quello che ascoltavano i suoi genitori (da Elvis ai Police passando per tutto quello che dovrebbe avere in casa qualsiasi buon papà-rocker) e quello che ascolta lui oggi (David Gray, Ray Lamontagne, Damien Rice, e qui cominciate a capire dove si andrà a parare). Dalla sua Bio (un delizioso libro con disegni che pare il Diario di una Schiappa) apprendiamo intanto che Chasing The Night è il suo secondo album, che scrive, suona, canta tutto lui tranne la batteria affidata a Mick Bedford e qualche aiutino del produttore Will Jackson, che aveva pronte ben 25 canzoni per tirare fuori queste 13, che vuole crearsi una solida base di fan tramite facebook, twitter (ecc…) che gli permetta di cantare e suonare per tutta la vita.

Fin qui al posto di Rupert Stroud avremmo potuto mettere almeno un milione di giovani songwriter indipendenti che si accontentano di una nicchia di un migliaio di seguaci, lasciando che la storia appartenga ad altri, in sezione apposita naturalmente. Nessuno scandalo che ciò accada nel 2012, a noi il compito di segnalarvene uno tra i tanti di tanto in tanto, forse perché in Chasing The Night ci sono abbastanza idee e buone canzoni da giustificare un giro dalle sue parti tra un nuovo imprescindibile lavoro di Dylan e un disco storico dei Nirvana. Ad esempio la title track e No Love Lost, non a caso scelte per commentare i due video ufficiali confezionati per favorire la self-promotion. Il resto viaggia tra il medio e l'interessante, che per una produzione semi-casalinga già non è poco, con qualche lungaggine (Sunday Night Blues dovrebbe suonare mefistofelica ma finisce per essere solo faticosa) e momenti ispirati (Take Your Time).



mercoledì 21 novembre 2012

RYAN BINGHAM - Tomorrowland

Ryan Bingham Tomorrowland
[
Axster Bingham Records 
2012]
www.binghammusic.com


 File Under: new Texas-Prog

di Nicola Gervasini (29/10/2012)

Sono fermo ad un incrocio, e ci sono molte strade da prendere, ma io me ne sto lì in silenzio per paura di sbagliare. Una strada porta al paradiso, una al dolore, una alla libertà. Ma sembrano tutte uguali! Le parole sono quelle liberamente tradotte da Crossroads del compianto Calvin Russell. Nulla che c'entri con Ryan Bingham in verità, se non fosse che ascoltando Tomorrowland sembra quasi di vederselo il povero Ryan a quell'incrocio. Laddove le sue tre strade portano una alla rassicurante reiterazione dei riuscitissimi clichè dei suoi primi due album, una alla conferma della quieta dimensione acustica di Junky Star (e del brano che gli ha regalato Oscar e successo), la terza è invece la strada dell'ignota sperimentazione. Non era certo da Ryan Bingham che ci aspettavamo chissà quali voli pindarici nelle nuove frontiere della roots-music, e, anzi, la paura di sentirne solo la stanca ripetizione di sé stesso era alta.

Invece Tomorrowland si guadagna il primo punto a favore proprio sotto questo aspetto, perché se voleva sorprendere, ci è riuscito in pieno. Dove crolla però è nell'insieme finale, perché Bingham alla fine, scegliendo tutte le strade possibili, non ha in verità operato nessuna scelta, se non tirare colpi a cerchi e botti senza troppa idea di un perché che non sia la sbandierata libertà della sua prima auto-produzione al di fuori dell'abbandonata Lost Highway che lo aveva lanciato. E così la terza via si risolve in sorprendenti lunghi tour de force come Western ShoreNever Far Behind o l'encomiabile Rising Of The Ghetto, brani maestosi, persino pretenziosi nel loro essere volutamente barocchi (dal pastiche sonoro - non certo finemente prodotto - affiorano anche archi, mellotron e tastiere), eppure affascinanti proprio perché fino a ieri impensabili nel suo songbook. Per non parlare della drammatica tensione tenuta nei quasi sette minuti di No Help From God, splendida ballata che però svela un Bingham più prossimo ad un predicatore da strada che al profeta di sventure politiche per la sua nazione prossima alle elezioni che vorrebbe evidentemente incarnare.

Ma accanto a queste evidenti prove di coraggio albergano veri e propri momenti in cui Ryan se la fa letteralmente sotto, rifugiandosi in testi di analisi sociale che pestano lo stesso terreno dell'ingenua enfasi dell'ultimo Springsteen, e in schemi risaputissimi come quelli della zoppicante I Heard'em Say o The Road I'm On. Completano il quadro alcuni brani acustici che non lasciano il segno (Too Deep To Fill), e quella scellerata incapacità di tagliare l'inutile, inserendo troppi riempitivi in una scaletta che poteva anche terminare dopo nove tracce e non trascinarsi a tredici con non qualche fatica. Le zampate ci sono (la devastante Heart Of Rhythm , l'essenziale Keep It Together, la scioltaNeverending Show), ma è proprio la somma finale che sa di gran confusione mentale. Occasione persa, forse a causa di quella paura di cui parlava Russell. A volte prendere una strada senza pensarci troppo è la scelta migliore, costi quel che costi.

  

lunedì 19 novembre 2012

DINOSAUR JR - I Bet On Sky


Dinosaur Jr.
I Bet on Sky
[Jagjaguwar
2012]
www.dinosaurjr.com

File Under: alternative classic rock

di Nicola Gervasini (22/10/2012)
Nessuno osi toccare J Mascis! Lui è l'indiscutibile della musica che conta, da qualsiasi lato lo si prenda. Piace ai tradizionalisti come ai progressisti, è nato quando esisteva il termine "alternative" e riesce a sembrare un guru alternativo pure oggi che non esiste più troppa distinzione tra ciò che è mainstream e ciò che è "altro". E, soprattutto, alla fine pure lui è diventato semplice "Classic rock". E lui di questa impunità critica gode da più di vent'anni senza troppo vantarsene, anche se forse questo terzo capitolo della reunion dei suoi Dinosaur Jr comincia a far affiorare una certa riluttanza a rimanere chiuso negli steccati di uno stile che resta sempre inconfondibile e imitatissimo. D'altronde ci aveva già provato ai tempi di Hand It Over (1997) a sperimentare un poco, inserendo strumenti e nuovi ritmi che spezzassero l'equilibrio del sound della band, ma fu proprio quello l'unico loro disco che non ricevette troppi elogi e sancì oltretutto la chiusura dell'atto primo della loro storia.

I Bet On Sky sembra subito ritentare quell'esperimento, dopo che due album come Beyond e Farm presentavano una formula decisamente "100 % Dinosaur Jr", ma molto più timidamente, senza chiamare session-man o produttori alla moda, ma con lo stesso Mascis che si cimenta con le tastiere per provare a infarcire il suono di nuovi sapori. I Don't Pretend You Didn't Know partè così, con un tappeto alla King Crimson e un giro di piano che esalta la melodia di un brano che senza simili orpelli risulterebbe solo essere l'ennesima versione distorta di Neil Young. Poi però Watch The Corners riporta subito tutto a casa con il suo incedere di hard zoppicante e svisate elettriche da primi anni novanta. Mascis ci ritenta con Almost Fare, dove si inventa una strana base fatta di acustiche e sintetizzatori: buona l'idea, un po' meno però non averle dato uno sviluppo, lasciando infine che il brano appoggi su un motivo un po' troppo monotono. Ovvio quindi rinculare subito in una ballata puramente younghiana come Stick A Toe In.

Insomma, I Bet On Sky si risolve troppo spesso in un "vorrei ma non posso" (o forse proprio "non so fare"?), dove i tentativi di invertire la rotta (ci riprova Lou Barlow con il country-punk di Rude, oppure Mascis con l'heavy-riff di Pierce The Morning Rain) alla fine non riescono a tenere il passo dei pezzi più classici (What Was That o I Know It Oh So Well). Ci pensa il finale di See It On Your Side a mettere d'accordo tutti e tutto, sia sul fatto che i Dinosaur Jr restano una istituzione del rock che ci guardiamo bene dal toccare, sia che I Bet On Sky rientra però nel novero dei loro album minori. Capita, anche agli intoccabili.


    

martedì 13 novembre 2012

JAMES YORKSTON - I was a Cat from a Book

James Yorkston
I Was A Cat From A Book
(Domino 2012)
new folk for the Fall
Seguiamo da tempo con interesse la carriera di James Yorkston, probabilmente il miglior erede della tradizione cantautoriale brit-folk fin dal suo ottimo esordio del 2002 (Moving Up Country). Tra alti e bassi, questo novello Christy Moore sembra essere riuscito a diventare un punto di riferimento per le nuove (sorprendentemente tante) nuove leve dedite alla musica acustica britannica, e il fatto che fin dal suo album precedente (il bellissimo When the Haar Rolls In) la sua musica abbia avuto una evidente svolta che occhieggia all'indie-folk americano, fa capire come le sue produzioni godano di un respiro che ben oltre gli steccati della tradizione. I Was A Cat From A Book segue la stessa linea, lanciandosi in una serie di delicate folk-song impreziosite dal gioco di voci con le vocalist Kathryn Williams e Jill O'Sullivan degli Sparrow & The Workshop, e a trame finemente costruite con i membri della Lamb and the Cinematic Orchestra. I brani sono nati in un periodo di malattia del figlio, e l'aspetto giocoso e fiabesco della collezione risulta infatti la novità principale, effetto della necessità di trovare un terreno comune di discussione con il bimbo nei lunghi periodi di degenza. Per molti Yorkston continua a risultare noioso, ma perdervi alcune gemme moderne come Border Song o Just As Scared potrebbe davvero essere un peccato.
(Nicola Gervasini)
www.jamesyorkston.co.uk

martedì 6 novembre 2012

BILL FAY - Life is People


 Bill Fay Life is People
[
Dead Oceans 
2012]
www.deadoceans.com

 File Under: lost gems from the Golden Age of Rock and Roll 

di Nicola Gervasini (01/10/2012)
In certi casi bisogna fare molta attenzione prima di spellarsi le mani in sonori applausi. L'esaltazione collettiva obbligata è una malattia che attanaglia la letteratura rock da più di dieci anni, più o meno da quando in mancanza di una grande storia da raccontare si scivola spesso nella tentazione di crearsene qualcuna ad hoc. Un metodo ad esempio è stato quello di scandagliare il grande mare di artisti minori di quarant'anni fa, una lunga lista di one-chance-artists (ad esempio Paul Pena o Rodriguez) che le crudeli leggi del mercato avevano condannato all'oblio dopo uno o due titoli. Storie oggi inimmaginabili in una scena rock dove chiunque pubblica quello che vuole, dove vuole e quando vuole, e dove magari anche un giovane Bill Fay a questo punto avrebbe già prodotto una decina di album a spron battuto. Invece il povero Bill nel 1967 era un giovane autore che la Decca mise sotto contratto senza troppo pensarci, salvo poi scoprire di non saper bene cosa farsene. Ebbe la sua occasione con il disco d'esordio nel 1970 e un secondo tiro pubblicato solo per necessità contrattuali nel 1971 (persin più bello del primo e sibillinamente intitolato Time of the Last Persecution), e poi il dimenticatoio.

Due album che non avrebbero comunque mai cambiato le sorti di un rock che allora viaggiava troppo veloce per attendere la maturazione di un ragazzotto dalla voce sgraziata, ma ugualmente consigliatissimi anche oggi. Il mondo li ha scoperti nel 2005, quando Uncut osannò le ristampe in cd presentandoli come "l'anello mancante tra Nick Drake, Ray Davies e Bob Dylan". Il rischio che il nuovo mondo indie-rock si fosse innamorato più della barba decisamente fashion sfoggiata nella copertina del secondo capitolo che di quelle incerte ma toccanti canzoni era alto, ma in verità la riscoperta è stata opportuna e doverosa. La paura però era che l'insistenza di Jeff Tweedy perché l'arrugginito Bill tornasse in studio fosse più un atto di devozione che una vera necessità, visto che il materiale inedito inevitabilmente pubblicato nel frattempo non aveva dato l'idea che poi ci potesse essere molto di più. Invece sarà che Life Is People nasce ben pensato e confezionato nella veste sonora pensata da Joshua Henry, ma alla fine questo ritorno convince decisamente di più di altre analoghe riesumazioni sentite in questi anni (Vashti Bunyan o Gary Higgins ad esempio). Niente di speciale in verità: solo un uomo che sorprendentemente dimostra un gran mestiere e una capacità di rendere meravigliosa un voce secca e poco espressiva, quasi che avesse passato gli ultimi decenni a calcare le scene e non occupato in chissà quale lavoro per campare.

Tweedy viene a trovarlo e gli lascia in eredità una Jesus, etc, che lui stravolge al piano e rende pienamente sua come solo le grandi personalità sanno fare. Ma sono le sue composizioni a colpire, profondamente tragiche (There Is A Valley The Healing Day), ma anche piene di una gran serenità (la maestosa Cosmic Concerto), quasi a voler dirci che poi l'assenza dal music-business è vissuta come una condanna più da noi fans che da lui che l'ha subita con gran compostezza. Brani straordinari come This World ricordano molto la collaborazione tra Roky Erickson e gli Okkervil River, mentre le intricate orchestrazioni di City Of Dreams testimoniano la gran modernità della sua musica. Non tutto è perfetto (la faticosa Big Painter, posta in seconda posizione, rompe subito un po' la tensione ad esempio), e soprattutto spesso non si va poi molto oltre la registrazione casalinga fatta con vecchi amici (il chitarrista Ray Russell e il batterista Alan Rushton erano con lui anche nel 1971), se non fosse per quella strana bonus track (Home Was The Place) che lo vede perfettamente a suo agio in un sofisticato arrangiamento quasi da lounge-music che potrebbe anche far intravedere un diverso sviluppo della sua carriera. Che a questo punto ci auguriamo davvero possa ripartire da qui con più regolarità.


giovedì 25 ottobre 2012

PETER BRODERICK


PETER BRODERICK

THESE WALLS OF MINE

Erased Tapes/Self

***


Se siete dei cultori della musica indie europea (“intenditore” è troppo vista la mole di materiale che circola nel genere) non vi saranno sfuggiti a suo tempo i dischi degli Efterklang, band danese molto apprezzata anche negli Stati Uniti. Tra i musicisti che si sono uniti alla loro epopea sia in studio che live c’è anche Peter Broderick, violinista dell’Oregon trapiantato a Berlino (ha suonato anche con M Ward) che da qualche anno ha intrapreso anche una nutritissima carriera solista sotto l’egida della Bella Union, etichetta specializzata nel dare voce agli artisti più originali e sperimentali dei nostri anni. Ma che nel caso di These Walls Of Mine deve essersi tirata indietro, se è vero che questa “Esplorazione dal gospel al soul attraverso il parlato, il rap e il beatboxing” (che, per la cronaca, è l’imitazione delle percussioni fatta con la voce tipica dei rapper da strada) esce per le vie ancor più indipendenti della Erased Tapes. Un esperimento folle in effetti questo album, tanto da apparire persino affascinante e curiosamente ascoltabile. Come recitano le note di copertina: “non ho ancora deciso de These Walls Of Mine è genio o solo sregolatezza. Mi sconvolge alquanto, ma è anche maledettamente piacevole” . Registrato praticamente in solitaria nel corso di tre anni di tournee tra Copenahghen e Berlino, i dieci brani che lo compongono hanno la particolarità di avere testi di varia provenienza della vita di tutti i giorni, come ad esempio quelli di Freyr! o I Do This, dove Broderick si limita a recitare/cantare le parole di alcune email su basi folk. La vita quotidiana entra nella musica, come un unico social network, o per dirla con le parole di una delle mail recitate, “Ascoltare una canzone è come caricare una foto su Flickr, scegliersi una maglietta per uscire, parlare con qualcuno, guardarlo”. L’arte diventa il nostro quotidiano, roba da fare orrore a chiunque si sia detto “artista” con la A maiuscola nel novecento, ma che oggi appare quantomai attuale in un era in cui davvero ascoltare musica non è più considerato un fatto straordinario. E forse questo album, pieno di provocazioni ma anche di buone canzoni (la title track ad esempio), potrebbe essere ricordato come un precursore di una nuova via di fare musica dalla propria camera, con il proprio pc. E, fortunatamente, ancora con i propri strumenti musicali.
Nicola Gervasini

martedì 23 ottobre 2012

MARRY WATERSON E OLIVER KNIGHT


MARRY WATERSON E OLIVER KNIGHT

HIDDEN

One Little ndian/Self

***1/2


A chi si è distratto e pensa che il brit-folk abbia esaurito le sue cartucce prima del 1975, ci sarebbe da far notare come gli anni duemila hanno visto regnare i suoi schemi base, sia a livello indipendente che spesso di grande produzione. E che oltretutto i confini del genere sono stati decisamente larghi, con gruppi statunitensi come Vetiver, Midlake o gli Espers intenti a diffondere il verbo. Certo: oggi è riveduto, corretto, rinnovato, ma anche sul terreno più “classic” le Unthanks ad esempio hanno riscontrato successi e consensi insperati. Alla rinascita dell’ala più oltranzista del genere partecipano sicuramente anche Marry Waterson e Oliver Knight, fratelli (a dispetto del cognome diverso) e figli d’arte (i Watersons sono una famiglia mito del brit-folk, soprattutto la vocalist Lil Waterson). Già notati da molti con il disco d’esordio del 2011 The Days That Shaped Me, il duo confeziona con Hidden un album che ha davvero tute le carte in regola per piacere anche al di fuori dagli ambienti più reazionari del folk. Registrato con l’aiuto di musicisti di settore (ma non solo, vista la presenza del batterista Pete Flood dei Bellowhead e il polistrumentista Reuben Taylor degli Athletes), Hidden ha un bel suono fresco e brillante nonostante le atmosfere autunnali dei brani. Basta ascoltare l’iniziale I’m in a Mood , splendida folk-pop-song alla Aimee Mann, l’indolenza freak di Going, Going, Gone (non è quella di Dylan per la cronaca), il lavoro alla Richard Thompson dell’elettrica di Oliver in Gormandizer. Inizio scoppiettante che ben dispone anche per una parte centrale dove, calato l’effetto sorpresa, si rientra nei ranghi della normalità con brani come I Won’t hear e Scarlet Starlet, prima di arrivare alle complicate e raffinate trame piano-voci di Professional Confessionals. Atmosfere fosche (Russian Dolls) , spesso anche cupe (Sustained Notes), ma anche una buona capacità di trovare la melodia ariosa fanno di Hiddden una raccolta perfettamente equilibrata anche se timida (nascosta appunta) nel suo non voler mai alzare i toni o provare il colpo spettacolare. Lo sarebbe la finale Starveling, pezzo davvero straordinario, ma come tutti i gran finali è riservato solo chi possiede pazienza, sensibilità e una stanza di ascolto silenziosa per poter apprezzare appieno questo album.
Nicola Gervasini



giovedì 18 ottobre 2012

MATT WALDON - Oktober


 Matt Waldon Oktober[Arkham  2012] 

www.mattwaldon.com


 File Under: singer-songwriter


di Nicola Gervasini (24/09/2012)

Seguiamo già da qualche tempo le gesta del giovane storyteller rodigino Matt Waldon, nome ormai non più nuovo della folta scena degli AmericanMusic-lovers italiani. Scoperto prima con i Miningtown, sorta di remake in salsa veneta dei Whiskeytown, e poi da solo con l'ep Amnesia, Matt Waldon (che altro non è che la versione "rootsata" del suo vero nome) prova il gran salto conOktober, album annunciato in rete con certosina costanza già da qualche mese (qualcuno gli dia una laurea ad honorem in Web and Social Network Marketing). Album breve ed essenziale nonostante i tanti ospiti, Oktober continua a prediligere le tinte oscure fin dalla copertina e l'immagine sempre un po' accigliata del padrone di casa.

Dopo l'interlocutorio strumentale Like A Secret ,si parte forte con Dirty Roads, incisiva car-song impreziosita dal controcanto di Reto Burrell che fa da apripista al giro di piano di I Know, bella ballad impreziosita dall'ugola dolce della parigina Paloma Gil. Lo spettro di Ryan Adams, padre spirituale di Matt fin dagli esordi, affiora prepotente in Born To Be Alone, e non solo perché tra le frequenze si aggira la voce di quella Caitlin Cary che può ben dire "Io c'ero" in quel 1997 quando i Whiskeytown incisero il loro capolavoro Strangers Almanac. Forse conscio di non avere grandi mezzi vocali per alzare troppo toni e volumi, Matt si spinge al massimo fino al bel mid-tempo rock della title-track (qui l'ospite, oltre alla Cary che rispolvera il suo mitico violino, è l'amico Cesare Carugi, uno che come lui nel 1997 Strangers Almanac se lo divorava quotidianamente), oppure cerca di alzare il ritmo con la latineggiante Promises (siamo dalle parti di The Sadness del Ryan Adams di 29). C'è giusto il tempo di tirare il fiato con il coinvolgente bozzetto acustico di Nasty Mind prima di arrivare a Sad Song, brano che vanta la presenza della chitarra di Kevin Salem, e qui il "vanta" è valido proprio solo per chi, come noi e lui, tanti anni fa ha amato i pochi dischi di questo sfortunato chitarrista con l'orgoglio di chi sa che il mondo si sta perdendo qualcosa di grande.

Il brano rockeggia quanto basta senza scadere troppo nel mainstream e prepara il campo al finale di Can You Feel The Silence e della tenue Will, brano scelto come singolo per commentare un malinconico video girato da Federico Temporin. Probabilmente neppure negli States si fanno più dischi così (a parte qualche reduce che non manchiamo mai di scovare), follemente innamorati di una way of music appartenente perlomeno a due decenni fa, ma che proprio l'Italia faccia da capofila di una rinascita (o se preferite una semplice conservazione) della filosofia del root-songwriter è in fondo motivo di orgoglio.




martedì 16 ottobre 2012

PATTERSON HOOD - Heat Lightning Rumbles in the Distance


 Patterson Hood Heat Lightning Rumbles in the Distance
[
ATO 
2012]
www.pattersonhood.com


 File Under: book-rock 

di Nicola Gervasini (12/10/2012)

La dipartita di Jason Isbell dai Drive-By Truckers non è stata affatto indolore. Se Brighter From Creation's Dark nel 2009 aveva dato questa illusione, il seguito ha evidenziato come l'assenza di uno degli elementi portanti del gruppo (oltretutto già titolare di una carriera solista decisamente al di sopra dell'ultima fase del gruppo) stia pesando sul lungo periodo. Corretta dunque la mossa di Patterson Hood di rinverdire una mai troppo sviluppata storia solista (due album di abbozzati esperimenti casalinghi) per riordinare le idee in assenza di compagni che si erano forse fatti troppo ingombranti. Perché potrebbe essere proprio l'eccessiva democrazia che vige nella band il suo nuovo tallone d'Achille, visto che una volta libero di esprimere il proprio songwriting in solitaria, Hood ha riacquistato freschezza e voglia di lavorare con più attenzione agli arrangiamenti.

Heat Lightning Rumbles in the Distance nasce concettualmente da un abortito progetto letterario dello stesso Hood, non certo nuovo a verbose carrellate di letteratura americana con accompagnamento di rock sudista. Il pretesto è raccontare i suoi turbolenti anni 90, quando essere una "rockstar" era lontano dai suoi progetti e la realtà era fatta di amici poi persi per strada, donne abbandonate per troppo bisogno di solitudine e ambiti famigliari tutt'altro che accomodanti. Passare attraverso questi dodici brani senza un libretto dei testi alla mano vuol dire perdersi il senso di tutto, ma stavolta fortunatamente Patterson non si è perso nei meandri dei suoi dolorosi ricordi e ha lavorato bene anche in studio di registrazione, nonostante la scelta di una presuntuosa auto-produzione (ma il lungo elenco di tecnici e aiutanti da l'idea che abbia chiesto aiuto alle persone giuste "visti" gli ottimi suoni dell'album). Alla fine quella in studio non è altro che un'edizione rimaneggiata dei Drive-By Truckers, con le tastiere di Jay Gonzalez a farla da padrone assieme al violino di Scott Danbom dei Centro-Matic e l'immancabile pedal-steel di John Neff.

I brani sono generalmente lenti, dove alla ricerca della melodia di Leaving Time o Disappear fanno da contraltare i suoi classici brani/racconto come Depression Era o After The Damage. Anche l'unico brano che esula dal racconto (Come Back Little Star, scritta e cantata con Kelly Hogan) alla fine si amalgama perfettamente nel plot, visto che l'omaggio a Vic Chesnutt del testo rende bene l'idea di come gli anni 90 abbiano riscoperto quella vena malinconica e intimista (che costituisce la caratteristica principale di questo album) proprio grazie a personaggi come lo sfortunato cantautore di Athens. Ma Betty Ford, straordinario affresco dedicato alla first lady che traghettò l'America fuori dalle paludi del Vietnam (scomparsa lo scorso anno), è esattamente uno di quei piccoli gioielli di new-indie-southern-rock che continuiamo imperterriti a cercare nei dischi dei Truckers. E sapere che ne sa scrivere ancora consola moltissimo.

giovedì 11 ottobre 2012

Robert Plant & The Band Of Joy...o dell'invecchiare con dignità



 
 
 
Robert Plant & The Band Of Joy

Live From The Artists Den   
[Universal DVD & Bue Ray, 2012]

File Under: Roots music for retired people

di Nicola Gervasini (04/09/2012)

Non so l'uomo, ma posso tranquillamente asserire che Robert Plant è un artista intelligente. Piaccia o non piaccia, è uno dei pochi (troppo pochi) nomi del classic rock che ha saputo affrontare la propria età avanzata con la dignità che si richiede ad un uomo di sessantaquattro anni. Vero, sfoggia ancora la sua bionda (bianca?) chioma lungo-riccioluta, e continua a muoversi sul palco come un'odalisca, tanto che a vederlo sembra sempre che stia cantando Kashmir anche quando non sta cantando Kashmir. Ma lui perlomeno la lezione l'ha imparata nel 1997, quando con Jimmy Page ha dato alle stampe Walking into Clarksdale, concettualmente il più brutto e inutile disco della loro carriera, proprio perché pensato per quel pubblico che ancora oggi chiede loro di essere i Led Zeppelin, quando di fare il Led Zeppelin il buon Robert non aveva già più voce e energia da almeno dieci anni. E se l'amico Jimmy da allora non ha saputo più che farsene della sua arte, lui si è reinventato una carriera nel mondo dell'american music. I suoi anni duemila non hanno scritto nessuna storia che possa valere un solo urlo dell'era Zeppelin, ma se non altro ci ha portato nei lettori una serie di titoli cantati e suonati con innegabile gusto (Dreamland e Band of Joy finiscono per essere i titoli migliori della sua solo-career dopo il sottovalutato Fate Of Nations del 1994).

E così quando ci si appresta a visionare il DVD di Live From The Artists Den la prima reazione è una grassa risata quando ci si immagina il povero ignaro metallaro rimasto fermo ai tempi del patetico Manic Nirvana, che deve fare fatica a capire che quel brano zoppicante e sussurrato che apre la serata è nientemeno che Black Dog. Dove sono i riff, gli urli, i muri che cadono dopo due note? Relegati giustamente al mito. Oggi Plant è un signorotto che può permettersi una band a dir poco stellare, dove una primadonna come Patty Griffin si presta a fargli da corista in pelle nera e minigonna e due chitarristi che qualsiasi cantautore di Nashville sognerebbe di poter avere al proprio fianco come Buddy Miller e Darrell Scott si tengono in composta disparte. E non che la sezione ritmica formata da Byron House (basso) e Marco Giovino (uno che suona la batteria con le catene) sia da meno. In questa veste i brani dei Led rivivono di nuova luce, e se magari Tangerine era già nata tarata su questa lunghezza d'onda, Ramble On e Gallows Pole ritrovano invece tutta la loro essenza folk, mentre Houses Of The Holy se ne costruisce una nuova. Forse solo Rock and Roll fa rimpiangere i duelli tra la sua ugola che fu e il drumming del Bonham che non c'è più, per il resto brani vecchi e nuovi convivono alla perfezione, come se Angel Dance dei Los Lobos provenisse davvero dallo stesso disco di una Down To The Sea.

Doveroso lo spazio concesso alle tre co-star, con un Buddy Miller che riesuma una micidiale Somewhere Trouble Don't Go dal suo Cruel Moon del 1999, un Darrell Scott che da lezioni di stile con il traditional A Satisfied Mind e una Patty Griffin che diverte con la balzellante Move Up (era sull'ottimo Downtown Church). Video statico ed elegante come il padrone di casa, uno che ha capito in tempo quando avrebbe cominciato a far davvero ridere i polli a continuare ad essere QUEL Robert Plant. Uno che molti altri suoi coetanei dovrebbero imitare.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=yiokMaodFkw
     

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