sabato 27 maggio 2017

MAVERICKS

The Mavericks 
Brand New Day
[Mono Mundo/ Goodfellas 2017]
themavericksband.com
 File Under: una rotonda sul mare, il nostro disco che suona…
di Nicola Gervasini (04/04/2017)

Piacciano o no, i Mavericks di Raul Malo restano un caso davvero particolare nel panorama della musica roots americana. Nati in epoca di jam-bands, hanno combattuto nelle classifiche degli anni 90 statunitensi a suon di musica tradizionale, country estetizzati e influenze latine varie, arrivando a produrre titoli importanti come Trampoline (il loro disco migliore) e What a Crying Shame (il più venduto). E, come chiunque arrivi a vendere tanto partendo dal basso, hanno scatenato infinite discussioni sulla loro onestà ed effettivi meriti, complice anche una carriera solista di Raul Malo vissuta un po' all'insegna di un continuo uniformarsi alle mode del momento.

Si erano sciolti nel 2003 dopo un disco brutto e malvenduto, per poi riprendere il discorso dieci anni dopo con l'album In Time (che fu anche discretamente accolto), e ricadere subito in basso con Mono del 2015, titolo che ha venduto nella prima settimana di uscita più di quanto poi abbia venduto in totale fino a oggi (8.000 copie, a fronte di un totale di 15.000), segno di come esiste uno zoccolo duro di fans fedeli alla causa e pronti a dar loro subito fiducia alla cieca, ma anche di quanto la loro musica dipenda poi molto dagli airplay e dal grado di commerciabilità. Introduzione che serve per arrivare a capire Brand New Day, nono album con un titolo solitamente usato nella storia del rock per cambi di direzione. Nel loro caso si tratta di un disco che riduce all'essenziale tutta la loro storia, risultando sì il loro prodotto più fresco da anni, ma anche una sorta di Greatest Hits sotto mentite spoglie dei vari generi che hanno animato la loro musica.

E proprio sulla varietà giocano questi dieci brani, che partono con un bel "zumpappà" da balera messicana a suon di fisarmonica come Rolling Along, per passare a Brand New Day e al suo maestoso soul con arrangiamento vagamento "philspectoriano". E ancora, in rapida successione, seguono un easy-pop anni 60 (Easy As It Seems), la baldanzosamente jazzata I Think of You, una lenta Goodnight Waltz da struscio di fine serata, fino al tripudio di fiati e chitarre di Damned (If You Do). Si balla , ma sempre come se ci si trovasse in una balera degli anni 50 (I Will Be Yours), tanto che oggi mi chiedo chi sia ancora in grado, al di fuori delle scuole di danza, di ballare un boogie rallentato come Ride With Me, ma immagino che i giovinastri potrebbero trovare difficile persino non pestarsi i piedi a vicenda su una mattonella da mano sul sedere come I Wish You Well.

Più che 'Music for All Occasions', come definiva il tutto un altro loro bestseller dei ruggenti anni 90, oggi pare musica per ospizi. 38 minuti ben suonati che scivolano via lisci e indolori, lasciando una sensazione di positività, se non proprio di spensierata felicità, ma con un forte retrogusto di morte imminente di un modo di far dischi che non so più davvero quanto abbia senso. Saranno anche furbi, sicuramente prevedibili, ma almeno un applauso al loro coraggio di crederci ancora lo possiamo anche sprecare.

giovedì 18 maggio 2017

CHUCK BERRY

Un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ad un figlio, eppure Chuck Berry di figli artistici ne aveva già visti morire parecchi. Ma ora anche il nonno del Rock and Roll ha mollato il colpo lo scorso 18 marzo, a 90 anni suonati, proprio mentre stava tornando con un disco in studio dopo ben 38 anni di silenzio (l’album Chuck uscirà comunque il prossimo 16 giugno). Agli altri padri fondatori ancora in vita dunque l’onere di chiudere la porta definitivamente su un era irripetibile (Jerry Lee Lewis, Fats Domino o Little Richard ad esempio). Il rock è dunque morto? O lo era già? Di certo non muore a causa della dipartita di un artista che ha speso gli ultimi quarant’anni fra concerti non sempre memorabili e cause legali di ogni sorta (dai diritti sulle canzoni reclamati dal suo storico pianista Johnny Johnson, alle 59 donne che sostennero di essere state videoregistrate nei bagni di un suo locale), senza più scrivere un nuovo brano. Ma in fondo serviva dire altro? Era tutto lì, nell’invenzione del concetto di riff chitarristico che sta alla base di tutto il rock che verrà dopo quel lasso di tempo tra il 21 maggio 1955, giorno in cui esordì con Maybelline, fino al 31 marzo del 1958, quando una serie di storici e fortunati singoli (tra cui Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen e Rock And Roll Music) trovarono la propria sintesi finale nella celeberrima Johnny B.Goode. L’immediatezza, l’elettricità e la carica di quell’incipit è stata la base di tutto, dai Beatles, suoi primi veri estimatori bianchi, ai Rolling Stones, e a tutto ciò che si può mettere sotto il generico cappello del “rock”. Eppure Berry non è stato solo colui che poteva permettersi di correggere l’impostazione delle dita di Keith Richards (con tanto di pugno in faccia), ma, come molti discepoli hanno fatto notare il giorno della sua morte, è stato anche un importante autore di testi, colui che ha portato nei jukebox le storie tristi, torbide e criminali dei poveri (spesso neri) d’America. Come dire che la sua grammatica era già completa di tutto il necessario per scrivere una grande rebel-song da strada. “Sono nato credendo che Arte fosse solo la pittura, finché non ho cominciato a suonare, e ho scoperto di essere un artista senza aver dipinto nulla” disse lui. E l’arte lo ringrazia ancora della scoperta.

martedì 9 maggio 2017

ROBERT RANDOLPH

Robert Randolph & The Family Band
Got Soul 
[Sony Masterworks 2017]
robertrandolph.net

 File Under: soul survivor

di Nicola Gervasini (29/03/2017)

Non ci sono molti grandi discorsi da fare quando si parla di Robert Randolph: chitarrista virtuoso e appassionato di slide-guitar, lo avevamo già incontrato in occasione dell'uscita del suo quarto album Lickety Split, un divertente party-record in salsa black. Da sempre seguito da una Family Band che ha parentele di nome e di fatto, Randolph è molto quotato sia come session-man (Los Lobos, Dave Matthews band, Elton John, Robbie Robertson, Buddy Guy tra i tanti), sia come performer, ma i suoi dischi sono rimasti sempre in bilico tra la necessità di non perdere di vista modernità e mercato (soprattutto i primi due album) e quella di dimostrare di essere un grande chitarrista.

Potrebbe essere Got Soul, il suo quinto album, il titolo giusto per guadagnare qualche riconoscimento in più anche per la sua produzione in studio. Non tanto per la qualità dei brani autografi, che restano legati ai cliché della funky-music senza troppa originalità, sia quando toccano le corde della pop-song virata a soul (Be the Change) o della ballata sentimentale accelerata a ritmo gospel (Love Do What It Do). Quello che piace di Got Soul non è quindi tanto la sostanza, quanto la forma, perché fin dalla travolgente accoppiata inziale Got Soul - She Got Soul rinverdisce con efficacia una tradizione di black music corale che riporta ai fasti di Sly and the Family Stone (con i quali ha anche collaborato, non a caso), seppur fuori tempo massimo. Per cui non sono i suoi canonici strumentali a tutta slide ad impressionare (Heaven's Side e Travelin' Cheeba Man), semmai l'ottima costruzione degli episodi più funky come Shake ItFind A Way o la rockeggiante I Want It, o la giusta carica data alla versione di I Thank You di Sam & Dave (ma fu anche una hit degli ZZTop tra gli altri). Finale tutto sudore e Hendrix con Lovesick e l'inno motivazionale di Gonna Be All Right.

Resta da capire come mai i suoi dischi non siano mai stati affiliati a tutto il movimento new-soul degli anni 2000, forse perché inizialmente ha frequentato anche il mondo pop, o forse perché il suo stile chitarristico lo ha spesso portato a toccare corde più legate alla roots-music (l'album We Walk This Road del 2010 era prodotto da T-Bone Burnett e vedeva anche cover di Bob Dylan e Peter Case in scaletta), ma in un momento in cui il genere non sta trovando grandi e significativi sbocchi creativi, anche un album come Got Soul, col suo totale e voluto spirito reazionario, può valere più di un ascolto.

DON BRYANT

Don Bryant  Don't Give Up On Love  [Fat Possum/ Goodfellas 2017]  File Under: Don't give up on Soul di Nicola Gervasini (29/0...