sabato 31 gennaio 2015

Little Angel & The Bonecrashers

Little Angel & The Bonecrashers
J.A.B.
(Little Angels & The Bonecrashers, 2014)
File Under: “It’s fucking country western”
C’è un motivo preciso per considerare i varesotti Little Angel & The Bonecrashers un gruppo decisamente controcorrente nel ribollente panorama roots italiano. Nella scelta se prediligere l’aspetto autoriale del fare rock delle radici (i Lowlands , ma anche i Mandolin Brothers più recenti, vanno in quella direzione) o lasciarsi andare ad un plateale yankee re-make a misura di pubblico, loro scelgono una via intermedia. Bando alle cover di facile richiamo (pegno di riconoscenza già pagato nel loro primo album), bando al facile jumpin’-country da sagra per finti-cowboy padani, ma anche bando a personali variazioni sul tema da un punto di vista stilistico. Cristiano Carniel è un cultore del rock americano severo e rigoroso, e se rispetto all’ormai lontano esordio del lontano 2006 ha avuto il tempo di crescere come autore e assemblare dieci brani che si stampano nella mente fin dal primo ascolto, è anche regista attento a non uscire mai dal seminato della tradizione. Gli Uncle Tupelo restano il loro faro (li si sente parecchio quando rallentano il ritmo in Birdies o nell’ottima ballata Poor John), il tocco alla Drive-by Truckers la massima concessione alla modernità (viaggiano in quei paraggi l’ironica Harry’s Wife e la conclusione a elettriche spianate di Troubles Everyday), ma, appena possono, si rifugiano volentieri nella rassicurante prevedibilità di giri country alla Johnny Cash (Johnny Lee Blues o anche Cowboy’s Prayer, impreziosita dalla fisarmonica Gianmarco Banzi) con una inflessibilità espressiva che potrebbe sembrare in contraddizione con il modo decisamente ironico e scanzonato che hanno nel presentarsi fin dalla copertina. J.A.B. è un disco maturo anche nel modo di raccontare le storie , sia quella della prostituta di 1000 Miles Amelia (brano che esalta la voce di Stefano Tosi e testo che ricorda un po’ la Veronica di Jannacci), sia il “family drama” di My Last Ride (testo del chitarrista Gianluca Lavazza, arrangiamento pensato in collaborazione con Davide Buffoli) o lo sfogo esistenziale di Regrets (Sweet Revenge Song). Sono solo un’altra band dalla provincia (come cantano in Just Another Band), ma J.A.B. li elegge a rari paladini nostrani di una disciplinata rilettura della tradizione americana.

Nicola Gervasini

mercoledì 28 gennaio 2015

BARZIN

BARZIN
TO LIVE ALONE IN THAT LONG SUMMER
Ghost Record
***1/2
Ci ha messo ben cinque anni Barzin a dare un seguito all’acclamato Notes to an Absent Lover, ma il ragazzo fin dagli esordi non è mai stato uno che ha fretta (quattro album in dodici anni non sono un gran bottino). In  più i suoi dischi sono sempre brevi ed essenziali, e non sfugge alla regola nemmeno questo atteso To Live Alone in That Long Summer, titolo quanto mai esplicativo dello stato d’animo che ha dato vita a questi nove nuovi piccoli bozzetti. Il primo impatto in verità potrebbe anche essere deludente: cinque anni di tempo per trentadue minuti di musica, che oltretutto non aggiungono nulla di nuovo a quanto già detto con i due album precedenti, non fanno certo gridare al miracolo, ma il canadese Barzin pretende dal proprio pubblico la stessa non-fretta che ci mette lui a confezionare dischi. Per cui prendetevi tempo, trovate il giusto momento, lasciate che queste canzoni vi entrino pian piano nelle vene. Perché fin dal singolo All The While la musica di Barzin è una bomba a scoppio ritardato, perché gli elementi che la riempiono (ad esempio, in questo caso, il violino) appaiono timidamente, e non sempre al primo ascolto. Il mood triste e autunnale della sua musica resta il marchio di fabbrica, e il tema della luce (o della sua assenza) come metafora dell’umore umano affiora prepotente in tanti brani (Without Your Light, In The Dark You Will Love This Place). Nonostante la produzione sia stata lunga e (pare) anche costosa, e nonostante anche i tanti ospiti del mondo indie coinvolti nel progetto (Tamara Lindeman dei Weather Station, Daniela  Gesundhet degli Snowblind e Sandro Perri e Tony Dekker dei Great Lake Swimmers), il disco conserva il taglio lo-fi delle sue produzioni precedenti, anche se il maggiore lavoro sui suoni appare subito evidente. Ma al di là delle considerazioni sulla produzione, dietro c’è un autore che resta uno dei più interessanti della scena, capace di grandi prove di scrittura come Stealing Beauty e bravo a dosare momenti drammatici (Fake It Til You Make It con il suo bel piano) e romantici (It’s Hard To Love Blindly). Non ci sono punti deboli, quanto semmai si potrebbe lamentare una certa ripetitività di soluzioni, normalmente basate su un ipnotico arpeggio che fa da base ad una lenta melodia e ad uno strumento sempre diverso a fare da contraltare (ad esempio uno xilofono in We are Made for All of This). Sono tutte canzoni che raccontano le sensazioni di un momento (Lazy Summer, In The Morning) e non di storie di uomini, per cui necessitano un ascolto insolito. La certezza è che To Live Alone in That Long Summer sia un disco che avrete voglia di riascoltare anche fra molti anni, perché non smetterai mai di dire ogni volta qualcosa in più che non avevate colto la volta precedente. Come solo i bei dischi sanno fare.

Nicola Gervasini

lunedì 26 gennaio 2015

NICOLE ATKINS

NICOLE ATKINS
SLOW PHASER
Oh Mercy!
***
Personaggio davvero interessante e poco conosciuto da noi Nicole Atkins (qualcuno la ricorderà a seguito degli EELS in un tour dello scorso anno), cantautrice del New Jersey tra le più amate sia dal mondo della roots-music da cui proviene, che da quello più indie-oriented, che ne ha sempre apprezzato le sue stravaganze sparse qua e là nei due dischi precedenti (Neptune City del 2007 e Mondo Amore del 2011). Slow Phaser è il suo terzo album, e fin dal primo ascolto mostra una decisa svolta verso suoni più moderni, potremmo anche dire radiofonici (nel senso buono del termine). Who Killed The Moonlight? ad esempio unisce ritmo, suoni moderni (qualche inserto di elettronica) ad una struttura decisamente rock che lo rende un potenziale singolo buono per tutti i palati, così come il divertente up-tempo al limite della disco-music di Girl You Look Amazing. L’abbandono delle atmosfere più rootsy di Mondo Amore è sancito anche dal ritorno in cabina regia del produttore del suo esordio Tore Johansson, più avvezzo ai toni pop (la sua mano si sente pesante nelle soluzioni barocche di Cool People). Qualche scivolone nell’easy-listening c’è (We Wait Too Long esagera con i coretti), e forse l’uso improprio dell’elettronica rovina un bel brano come What Do You Know?, ma nell’insieme il disco è piacevole e frizzante, e nella seconda parte dell’album la Atkins non rinnega comunque le sue radici (Gasoline Bride è di base una bella ballata folk), magari mischiandole sapientemente con altri elementi, come il suadente giro da musica balcanica di Red Ropes o lo strano ma convincente numero corale di It’s Only Chemistry (un brano che piacerebbe molto a Bjork). Poi in The Worst Hanghover si ritraveste da cantautrice classica con un numero di matrice gospel-blues che sfocia nell’irriverente e sboccato spiritual di Sin Song. Chiude l’album la dolce riflessione di Above As Below, lasciando il gusto amaro di aver assistito ad un campionario di tante, forse troppe idee senza un vero filo logico. Sarà forse la sua incostanza la vera origine del suo innegabile fascino?

Nicola Gervasini

venerdì 23 gennaio 2015

ELVIS PRESLEY

Un sottovalutato viaggio nel migliore songwriting americano, o solo un lungo capriccio di una star scoppiata? La disputa sul valore degli anni settanta del King Elvis Presley è sempre aperta, anche ora che tira aria di rivalutazione, e magari ci si vergogna meno a scrivere bene di un uomo che nel 1970 beveva il tè al fianco di Richard Nixon mentre il rock, quello “serio”, contestava nelle piazze. Certo, la nuova edizione rimasterizzata e ampliata di Elvis Recorded Live on Stage in Memphis (Sony) ci ricorda che nel 1974 il disco uscì esibendo senza ritegno la sfarzosa entrata della sua villa di Graceland, dimenticandosi di una nazione ridotta in rovine da una guerra persa e da un economia in piena implosione. Sarà per quello che l’album non è mai stato troppo amato (unico suo live a non aver raggiunto lo status di disco di platino), vuoi anche per una scaletta sbrigativamente tagliata, vuoi perché per molti fu l’ultimo fuoco prima della discesa verso l’inferno. La nuova edizione però ripropone l’intero concerto, riportando alla luce alcune perle come Steamroller Blues di James Taylor, le sempre imperdibili Suspicious Minds e Polk Salad Annie, e evergreen come Love Me Tender, Fever e Teddy Bear/Don’t be Cruel. Nel secondo cd ci vengono invece offerte le prove del concerto e qualche spezzone di una quinta serata del tour. Chicche per collezionisti a parte, sentita nella sua versione completa, la performance dimostra ancora una volta quanto Elvis avesse ancora molto da dare come interprete, e come anche solo la scelta di affrontare l’American Trilogy di Mickey Newbury (una piccola suite antirazzista sulla Guerra civile americana) era segno che non fosse proprio così rimbambito. Certo, il suo pubblico nel 1974 era ormai quello delle conservatorissime madri di famiglia e non più quello dei teenagers affamati di rivoluzione, ma se oggi provate a contare i capelli bianchi ad un qualsiasi concerto dell’altro rock, vi renderete conto di quanto la cosa fosse perdonabile già allora.

Nicola Gervasini 

martedì 20 gennaio 2015

FOUR SEASONS: THE JERSEY BOYS

Pare che nel New Jersey il 25% della popolazione sia di origine italiana, per cui il fatto che la regione abbia fornito tante rockstar italo-americane (da Bruce Springsteen a Jon Bon Jovi) è solo una questione di calcolo delle probabilità. Nel caso dei Four Seasons fu però anche una mera questione di marketing: nei primi anni sessanta l’Italia e la sua musica erano di moda negli Stati Uniti (e lo dimostrò bene Dean Martin nel 1962 con il celebre Italian Love Songs), per cui l’etichetta Vee-Jay fece il colpo quando decise di lanciarli come il primo gruppo italo-americano di doo-wop. Furono i primi artisti bianchi del loro catalogo. Lo stesso Frankie Valli aveva esordito come Frankie Valley prima di scegliersi un nome d’arte più coerente alle sue origini (il suo vero nome è Francesco Castelluccio), e così anche i cognomi di Tommy DeVito, Nick Massi e Bob Gaudio si adattarono bene all’immagine di novelli latin-lovers della canzone pop. Dal 1962, con l’enorme successo di Sherry, fino al 1967, i Four Seasons spedirono più di venti singoli epocali nei piani alti della Billboard americana (vanno ricordate perlomeno Stay, Rag Doll e Walk Like a Man), e in qualche modo riuscirono più di altri loro coetanei a resistere al contraccolpo della British Invasion lanciata dai Beatles. Se non suonasse troppo riduttivo (visto che il loro gusto melodico ha fatto scuola anche nelle classi alte della musica), potremmo anche definirli dei precursori delle moderne boy-band per la sapiente costruzione dell’immagine e la conseguente isteria delle fans. Ebbero anche un felice ritorno di fiamma nel 1975 con la famosa December 1963 (Oh What A Night), ma fu l’ultimo momento di gloria. Frankie Valli, dopo aver riassaporato le alte classifiche con Grease, continuerà una carriera da entertainer per comitive di pensionati in gita a Las Vegas, ma la sua voce non ha mai dimenticato di essere nata nella polverosa patria del blue-collar.

Nicola Gervasini

lunedì 19 gennaio 2015

HAMILTON LEITHAUSER

HAMILTON LEITHAUSER
BLACK HOURS
Ribbon
***
Hamilton Leithauser era fino ad oggi noto come leder dei Walkmen, band newyorkese dedita ad un garage-rock  virato ad indie che ha avuto sempre buoni riscontri di pubblico e critica dal 2002 ad oggi. Black Hours è la prima pausa di riflessione che si concede, ed è un disco che, fin dalla copertina, fa il verso ad una via decisamente classicista di fare lo chansonnier, che si pone a metà tra i primi lavori di Scott Walker per il gusto barocco degli arrangiamenti, e uno stile vocale da crooner alla Frank Sinatra già maturato nelle ultime prove con il gruppo. Che Leithauser fosse un appassionato di un certo pop estetico degli anni passati non era un mistero, sia per quel che hanno fatto sentire i Walkmen in questi anni, e ancor più per quel loro strano (anche se fallimentare in termini di successo) progetto del 2006 di remake integrale di un discusso album di Harry Nilsson (Pussy Cats del 1974, disco prodotto dall’amico John Lennon). Black Hours è senza dubbio una piccola sorpresa: è un album ben scritto, con i santini di Burt Bacharach e Lee Hazlewood sul pianoforte e qualche volume del “corso per autori di classe” di Randy Newman nello stereo (basta ascoltare St. Mary’s County per trovare i suoi compiti a casa in materia), e ben prodotto da un team che comprende  Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend e l’amico Paul Marron degli stessi Walkmen. Le comparsate di altri nomi “in” del mondo indie (Amber Coffman dei Dirty Projectors e Richard Swift degli Shins) sono solo una questione di cronaca, quando la gran varietà di stili, ritmi e suoni sono invece l’aspetto più mirabile dell’album. La dark-piano-song alla Nick Cave che apre l’album (5 AM), il sixty-pop di The Silent Orchestra, la baldanzosa grancassa del singolo Alexandra, le marimba alla Paul Simon di 11 O’Clock Friday Night, le orchestrazioni di Self Pity, il country un po’ ubriaco di I Retired, il riff rock di I Don’t need Anyone, le trame acide di Bless Your Heart e il consolatorio finale pop di The Smallest Splinter: è questo il programma di un disco volutamente kitsch e a volte forse fin troppo ridotto a mero esercizio di stile. Ma è anche vero che anche per fare una buona imitazione, quello stile bisogna pur avercelo.

Nicola Gervasini

venerdì 16 gennaio 2015

BLAIR DUNLOP

Blair Dunlop
House oF Jack
(2014, Rooksmere Records)
File Under: songwriters d’Albione

Due sono i dati interessanti da dire presentando il secondo album del ventiduenne britannico Blair Dunlop: il primo è che si tratta di un figlio d’arte (suo padre è  Ashley Hutchings, monumento del brit-folk con i Fairport Convention e l’Albion Band), mentre il secondo è che, prima di darsi alla musica, il ragazzo ha avuto una precoce carriera d’attore che lo ha visto interpretare il Willy Wonka da bambino nella Fabbrica di Cioccolato di Tim Burton, oltra ad altre interpretazioni. Esaurite le curiosità, veniamo a House of Jack, disco che arriva dopo l’acclamato esordio Blight and Blossom (vincitore dei Folk Awards della BBC lo scorso anno), album che nelle intenzioni vuol gettare lo stesso ponte tra folk inglese e musica americana dei dischi di Richard Thompson, riuscendoci  però solo in parte. Sicuramente è giusto il mix di melodie tradizionali e suoni da locanda persa nel Texas di un brano come Something’s Gonna Give Way o episodi di puro american-songwriting come 45s (c.'69) e la ancora più yankee canzone sorella 45s (c.'14), ma al ragazzo manca ancora personalità nella voce, e lo si percepisce chiaramente non appena i ritmi si abbassano e si passa a ballate che necessiterebbero ben altra potenza interpretativa come Fifty Shades of Blue o la title-track. Va comunque notata una The Ballad of Enzo Laviano, dedicata al Conte Vincenzo Valentino, personaggio politico italiano (e scrittore) dell’ottocento e la deliziosa Viola’s Reverie. Ma sono ancora troppi i brani non lasciano il segno, come Chain By Design o The Station, e in generale manca il guizzo vincente. Comunque da tenere d’occhio.

Nicola Gervasini

mercoledì 14 gennaio 2015

COUNTING CROWS

L’aspetto triste e dimesso non lo dimostra, ma Adam Duritz è un personaggio cardine del rock statunitense. Sospesi tra mainstream radiofonico e tradizione roots, i suoi Counting Crows avevano in qualche modo anticipato il lato più lamentoso del lo-fi style della scena indipendente degli anni duemila, trasformandosi nel tempo in una sua personale creatura, che lui risveglia solo dopo lunghi letarghi e crisi depressive. Somewhere Under Wonderland (Capitol) è solo il sesto album di inediti in più di vent’anni di carriera, ed è stato anticipato da un bellissimo film-video a commento di Palisides Park, forse la composizione più springsteeniana della sua carriera. Il focus del disco è infatti deviato su un rock semplice e chitarristico, con testi che raccontano di un cinquantenne bisognoso di fare il punto su un’esistenza tribolata da malattie psichiatriche, relazioni complicate (Jennifer Aniston, Courteney Cox e Nicole Kidman quelle più note), e una promettente ma mal sfruttata carriera. E’ il loro disco più corto e nervoso, quasi una piccola graffiata isterica da parte di un artista che fa di tutto per farsi dimenticare pur soffrendone. Anche se la mano non è più quella felicissima dei primi quattro album, tra molto materiale ordinario troverete anche brani come Dislocation o John Appleseed’s Lament, quanto basta per ricordarsi di loro anche quando Duritz tornerà nel suo antro oscuro.


Nicola Gervasini

lunedì 12 gennaio 2015

HOYEM


 Höyem
Endless Love 
[
Hektor Grammofon/ Audioglobe 
2014]
www.siverthoyem.com

 File Under: 90s in Norway

di Nicola Gervasini (26/09/2014)
Cercare di proporre anche i nomi più interessanti dell'immenso sottobosco discografico mondiale fa parte della missione, se non proprio del DNA, del nostro sito, ma, credeteci o no, il compito è sempre più arduo, vista la vastità di materiale in cui dobbiamo pescare. Anche perché poi capita che a volte le cose più interessanti arrivino da dove meno te lo aspetti, magari dalla Norvegia, dove Sivert Hoyem è ormai una sorta di leggenda del rock alternativo locale. Prima a capo dei mitici Madrugada (da ricercare il loro Industrial Silence del 1999), band che ha avuto anche i suoi momenti di notorietà in Europa (soprattutto in Inghilterra), e da qualche anno con una carriera solista che merita una riscoperta.

Partendo magari da Endless Love, quinto album della sua carriera solista che fa tesoro di mille influenze antiche e moderne. Intanto quello che impressiona parecchio è la pienezza del suono (produce Ulf Rockis Ivarsson, già produttore di Nicolai Dunger): ascoltate la gospel-like Handsome Savior e riassaporate un muro di suono fatto di cori, organi hammond e chitarre decisamente anni 90 che si intuisce nato non pensando ad una riproduzione su pc o smartphone, ma su uno stereo come si comanda. E poi c'è la qualità dei brani: sia che si tocchino le corde tragiche di un certo indie scandinavo (Inner Vision) o che si viaggi anche su corde più mainstream (la title track potrebbe essere un brano dei Live più ispirati di metà anni novanta), Hoyem fa sentire tutta la sua esperienza ventennale sia nella penna che nella costruzione di melodie in grado di prendere al primo colpo.

Niente ritornelli facili comunque, ma tanti brani di forte impatto emotivo: Hoyem non si inventa nulla ma riutilizza tutto l'ABC del rock anni novanta alla perfezione, sia quando usa un tocco leggero (l'acustica Free As A Bird/Chained To The Sky), sia quando va sul melodrammatico (Little Angel) o quando lascia le chitarre a briglia sciolta nella murder ballad Wat Tyler (che pare un brano dei Willard Grant Conspiracy). Endless Love è quindi un piccolo trattato su dove è andata la musica indipendente negli ultimi vent'anni, compreso una splendida e tesissima Gorlitzer Park che nei toni potrebbe tranquillamente appartenere a Bill Callahan. Disco dedicato alla leggenda della musica norvegese Eirik Johansen, scomparso pochi mesi fa, Endless Love pur essendo nato tra Oslo e Stoccolma con artisti locali, ha un respiro internazionale decisamente forte che è giusto non perdere di vista.

sabato 10 gennaio 2015

BIG WRECK

BIG WRECK
GHOSTS
Anthem/Warner Bros
**
Riassunto delle puntate precedenti: avevamo incontrato I Big Wreck non più tardi di due anni fa con il non disprezzabile disco-reunion Albatross (ma, visto l’ingente rimpasto della formazione, sarebbe più corretto parlare di rifondazione). Ora la creatura del canadese Ian Thornley prova a bissare con Ghosts, un monumentale tour de force di 69 minuti decisamente d’altri tempi. I Big Wreck, che qualcuno ricorderà per il brillante esordio del 1997 In Loving Memory Of... , sono un combo che un po’ tardivamente aveva assemblato l’esperienza grunge dei Soundgarden con certe svisate psichedeliche dello stoner-rock alla Kyuss e un appeal radiofonico alla Foo Fighters. 17 anni dopo la ricetta non è cambiata, anzi, semmai amplia il proprio raggio d’azione nostalgico a nuovi elementi, comunque sempre riconducibili agli anni 90. Vista la portata mastodontica di questo nuovo progetto, Thornley ha giocato sulla varietà, per cui se il riffone heavy metal dell’iniziale A Placed Called Home potrebbe scoraggiare gli animi più gentili, abbiate pazienza di aspettare I Digress, che è uno di quei brani che Chris Cornell dovrebbe ricordarsi di saper fare, ma ancor più la sorprendete title-track, chiaro omaggio alla Dave Matthews Band (imitato anche nella voce) e alla loro varietà di ritmi. Peccato solo che nel menu di tanta varietà capitano anche episodi furbi e poppettari come My Life (forse loro pensavano di fare un numero di cabaret alla Faith No More, ma il risultato è più simile ai Maroon 5), subito perdonata dal rauco blues lisergico alla Robert Plant di Hey Mama (perlomeno le imitazioni le sanno fare bene). Il gran limite del disco è tutto qui: ha la strafottenza della lunga durata, ma propone solo riedizioni di mondi musicali già sentiti e ormai abusati. E se la prima parte regge bene, nell’ipotetitico lato B il livello cala vistosamente, e si fa fatica ad arrivare alla fine. Inutili ad esempio le pesanti Diamonds e Friends, più aperta e melodica invece Still Here, sospesa tra rock e pop, ma anche qui la durata di quasi otto minuti non aiuta. Non male la ballata Break, ma su questo terreno abbiamo già sentito di meglio. Il problema di Ghosts è l’aver sprecato alcune buone idee per un progetto troppo più grande di loro, e nell’era in cui gli album si sono accorciati per le esigenze dei nuovi modi di fruizione, questo rappresenta un peccato non più perdonabile.

Nicola Gervasini


venerdì 9 gennaio 2015

Danny & The Champions Of The World

Danny & The Champions Of The World
What Kind Of Love
(Loose Music, 2015)
File Under: Soul Survivors
Se chiedete a Londra di Danny Wilson vi risponderanno se intendete forse  la vecchia gloria calcistica nordirlandese, oppure l’attuale difensore dei Rangers di Glasgow. Qualcuno magari si ricorderà che negli anni 80 c’era una band scozzese con quel nome (un loro brano sarà ripescato per la colonna sonora di Tutti Pazzi Per Mary). Forse qualcuno vi dirà pure “ma non è uno dei Beach Boys?” confondendo lo spelling, ma nessuno probabilmente vi parlerà dei Danny & The Champions Of The World. Forse perché questa band britannica, capitanata appunto da un Danny Wilson qualsiasi, sta riportando in auge un sound che persino in New Jersey stanno cominciando a dimenticarsi, ma che non è mai morto in una qualsiasi bettola irlandese dove la Guinness te la servono sempre alla temperatura giusta. Fiati soul, american-rock di pura marca Springsteen quando si ricorda dei dischi di Van Morrison, storie da working-class, piglio da Commitments con una sezione fiati strabordante in puro stile Southside Johnny (la voce lo ricorda molto). Lo stile di Wilson è presto detto, e ci sarebbe quasi da archiviarlo subito tra gli inguaribili, e forse anche un po’ patetici, nostalgici, se non fosse che What Kind Of Love è un bel disco, come già era riuscito ad esserlo il precedente Stay True. Niente di nuovo, ma neanche troppo di inutile, perché un brano come Precious Cargo è esattamente quello che cerchiamo quando sentiamo la necessità di una perfetta car-song da viaggio verso il tramonto, foste anche gli unici a transitare sulla Brebemi. Quello che piace è però che Wilson è i suoi ragazzi non pensano solo al sudore, ma ci mettono anche un po’ di sostanza, con una bella soul-ballad come This Is Not A Love Song, wall of sound spectoriani come Can I Change My Mind, eleganti smooth-soul come The Sound Of A Train. In più l’elemento di una steel guitar suadente e martellante, a volte persin invadente (come nella title-track), a dare quel tocco country-oriented che riporta tutti ai tempi del pub-rock e dell’amore dei pub britannici per la musica di Nashville. In un certo senso potremmo definirli come la risposta inglese a JJ Grey & The Mofro, con una bella guerra a suon di fiati soul in cui southern rock da una parte e jersey-sound in questo caso fanno a gara a chi meglio si adatta alle regole della soul-music. Forse al momento vincerebbero ancora i Mofro, ma What Kind Of Love diminuisce sicuramente il divario tra le due band con una serie di canzoni brillanti pur nella loro banalissima struttura (Words On The Wind), soluzioni musicali stra-battute, e musicisti che badano all’impatto e non molto ai particolari. Lasciate stare quindi i mille rimandi sparsi nel disco (Just Be Yourself fa subito pensare a Beautiful Vision di Morrison), mettete What Kind Of Love nell’autoradio e mangiate l’asfalto a suon di romantiche ballate soul e rock da dopolavoro…non ci sono più così tante occasioni di poterlo fare senza sentirsi troppo vecchi e sorpassati.


Nicola Gervasini

giovedì 8 gennaio 2015

BRY WEBB

BRY WEBB
FREE WILL
Idèe Fixe Records
***

Chi negli anni 2000 ha bazzicato e sguazzato nell’immenso mondo dell’indie rock conosce sicuramente i Constantines, band canadese che nel 2001 rappresentò uno dei veicoli usati dalla gloriosa etichetta Sub Pop per riaggiornare il proprio catalogo nell’era del post-grunge. Quattro album all’attivo fino al 2008, poi una lunga pausa fino al recente annuncio di una imminente reunion. Ne ha approfittato subito il cantante Bry Webb, che già nel 2011 aveva esordito con l’interlocutorio Provider, disco nato per celebrare la nascita del figlio, e che oggi torna più convinto con questo Free Will. Disco forse fuori tempo massimo, in cui il buon Bry si ispira senza troppi misteri a Mr. Smog Bill Callahan, passando tramite arrangiamenti che richiamano spesso il John Martyn più classico (Positive People), se non proprio il fingerpicking-style del solito Nick Drake (l’iniziale Fletcher o l’indolente Let’s Get Through Today). Davanti ad un disco come Free Will resta sempre un piccolo interrogativo critico: sottolineare più il fatto che quello di Bry Webb è uno stile derivativo e non sempre personale, o invece rilevare come comunque, pur modellando una materia poco originale, il nostro ha saputo realizzare un disco intenso e indubbiamente di spessore? In vena di buonismo per una volta propendo per la seconda soluzione, non fosse altro perché i testi di alcuni brani colpiscono per la semplicità con cui riescono a descrivere la terrificante noia del quotidiano di un novello padre di famiglia, e la difficoltà a navigare da indipendenti con il peso delle nuove responsabilità. In ogni caso, al di là della discreta penna, piacciono la malinconica AM Blues e l’invasione nel country  di Prove Me Wrong (qui siamo in zona Bonnie Prince Billy). Non tutto fila subito liscio (What Part Of You) e non è nella varietà che Webb trova la sua massima espressione, anche se il clima è scarno solo all’apparenza, perché anche gli arrangiamenti di brani come Policy (con la chitarra “alla Marc Ribot” di Rich Burnett in evidenza) sono tutt’altro che semplici, e l’interplay con la pedal steel di Aaron Goldstein dei Lee Harvey Osmond spesso brillante. Free Will è un classico album di genere, consigliato solo a chi cerca espressamente questa musica e questo tipo di brani autunnali alla Neil Halstead,  ed è probabilmente solo per loro che Bry webb lo ha registrato in attesa di tornare on the road con la band.

Nicola Gervasini.


lunedì 5 gennaio 2015

Stuart Vs Prophet

Stuart Vs Prophet
Quella del rock è una storia di scontri di personalità. I grandi capolavori della nostra musica sono nati da veri e propri duelli all’alba tra mondi apparentemente incompatibili come Lennon Vs McCartney, Jagger Vs Richards, Page Vs Plant, e andate avanti voi con l’elenco. Non esiste genere che non si sia cibato di litigi per raggiungere lo zenith, pensate anche nel nostro ambito quanto di buono hanno lasciato le incornate da Jeff Tweedy e Jay Farrar negli Uncle Tupelo o tra Mark Olson e Gary Louris dei Jayhawks. Per questo lo scontro che è andato in scena al Buscadero Day sapeva di avvenimento, perché la sfida a distanza tra Dan Stuart e Chuck Prophet è un caso atipico nel panorama rock, e per questo forse ancor più straordinario. A Pusiano i due si sono alternati in una gara che ha visto Stuart aprire con un suo set, proseguire con Prophet in una riedizione acustica dei Green On Red, per poi cavallerescamente lasciare il palco perché il buon Chuck proseguisse con un suo personale show in compagnia della moglie Stephanie Finch. Una par condicio perfetta, un pareggio in termini di tempo e pathos che ha avuto un arbitro italiano (ormai da tempo promosso a fischietto internazionale) nella figura del chitarrista dei Sacri Cuori Antonio Gramentieri. Il rock è ritmo, ma ancor prima è mito: lo sa bene Dan Stuart, che contro l’inevitabile ipocrisia di quel mito ha scagliato strali per un’intera carriera. Ma sarà l’età matura o una sopraggiunta saggezza, ma il buon Dan a Pusiano non ha regalato qualche sfuriata delle sue, ma tanta ironia sulla portata dell’avvenimento. Ed è così che, finito il suo intensissimo set, ha chiamato sul palco Prophet dicendo “Molti di voi mi hanno chiesto come mai quando sono arrivato non ho salutato e parlato con Chuck. Ed è perché No! Io non parlerò mai con quest’uomo! E’ solo lavoro!”. Ecco, questo è stato il suo o ironico e palesemente canzonatorio regalo al mito di due caratteri talmente inconciliabili da portare a termine una storia che ancora oggi rappresenta quanto di meglio si può trovare nei meandri degli anni 80 in termini di roots-rock . Perché la verità è che la risata e l’abbraccio con il quale i due hanno poi commentato la frase ha reso evidente che il duello in verità non c’è mai stato. E lo si era capito già giorni prima, quando su Facebook Stuart aveva lanciato un quasi-sondaggio su quali pezzi dei Green On Red scegliere per l’occasione, chiamando affettuosamente Prophet il suo  “Partner in crime”. E Chuck gli ha risposto sul palco di Pusiano, definendo Stuart “My Brother from Another Mother” e tornando ad essere solo il suo chitarrista. Perché poi su quel palco si è avuta la vera risposta: i Green On Red erano una creatura di Stuart, e lo ha reso evidente anche il fatto che il suo set solitario ha previsto comunque rivisitazioni del periodo, mentre Prophet da solo ha scavato esclusivamente nella sua carriera solista. E lo si è capito da come Prophet si è tenuto quasi in disparte anche mentre brani come Time Ain’t Nothing, Zombie For Love, Fadin’Away o That’s What Dreams Are Made for ci ricordavano l’età dell’oro, suonando l’acustica e lasciando a Gramentieri l’incombenza di assoli e elettricità. Sembrava voler dire, “Caro Dan, tieniti stretto il tuo nuovo chitarrista e la tua nuova carriera, non voglio disturbarti oltre”. Perché poi la storia è nota: Prophet è diventato un artista regolare nello sfornare dischi sempre interessanti e suonati come si comanda, mentre Stuart si era perso per strada, ed è solo recentemente che sta provando a rimettersi in careggiata proprio grazie al nostro Gramentieri. A Pusiano dunque si sono visti due grandi artisti in azione, uno più ancorato al glorioso passato, un altro invece ancora voglioso di portare avanti una propria filosofia musicale, e anche i nuovi brani presentati dal disco in uscita Night Surfer lo hanno ben dimostrato. Lasciamo dunque i duelli ad altre storiografie rock: sul quel palco è andato in onda l’incontro tra due professionisti che hanno conservato negli anni un pieno rispetto reciproco. Ed è stato davvero più bello così.


Nicola Gervasini

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