lunedì 19 gennaio 2015

HAMILTON LEITHAUSER

HAMILTON LEITHAUSER
BLACK HOURS
Ribbon
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Hamilton Leithauser era fino ad oggi noto come leder dei Walkmen, band newyorkese dedita ad un garage-rock  virato ad indie che ha avuto sempre buoni riscontri di pubblico e critica dal 2002 ad oggi. Black Hours è la prima pausa di riflessione che si concede, ed è un disco che, fin dalla copertina, fa il verso ad una via decisamente classicista di fare lo chansonnier, che si pone a metà tra i primi lavori di Scott Walker per il gusto barocco degli arrangiamenti, e uno stile vocale da crooner alla Frank Sinatra già maturato nelle ultime prove con il gruppo. Che Leithauser fosse un appassionato di un certo pop estetico degli anni passati non era un mistero, sia per quel che hanno fatto sentire i Walkmen in questi anni, e ancor più per quel loro strano (anche se fallimentare in termini di successo) progetto del 2006 di remake integrale di un discusso album di Harry Nilsson (Pussy Cats del 1974, disco prodotto dall’amico John Lennon). Black Hours è senza dubbio una piccola sorpresa: è un album ben scritto, con i santini di Burt Bacharach e Lee Hazlewood sul pianoforte e qualche volume del “corso per autori di classe” di Randy Newman nello stereo (basta ascoltare St. Mary’s County per trovare i suoi compiti a casa in materia), e ben prodotto da un team che comprende  Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend e l’amico Paul Marron degli stessi Walkmen. Le comparsate di altri nomi “in” del mondo indie (Amber Coffman dei Dirty Projectors e Richard Swift degli Shins) sono solo una questione di cronaca, quando la gran varietà di stili, ritmi e suoni sono invece l’aspetto più mirabile dell’album. La dark-piano-song alla Nick Cave che apre l’album (5 AM), il sixty-pop di The Silent Orchestra, la baldanzosa grancassa del singolo Alexandra, le marimba alla Paul Simon di 11 O’Clock Friday Night, le orchestrazioni di Self Pity, il country un po’ ubriaco di I Retired, il riff rock di I Don’t need Anyone, le trame acide di Bless Your Heart e il consolatorio finale pop di The Smallest Splinter: è questo il programma di un disco volutamente kitsch e a volte forse fin troppo ridotto a mero esercizio di stile. Ma è anche vero che anche per fare una buona imitazione, quello stile bisogna pur avercelo.

Nicola Gervasini

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