venerdì 26 giugno 2015

STORNOWAY

STORNOWAY
BONXIE
Cooking Vinyl
***

Sono di Oxford gli Stornoway, anche se il nome deriva dal piccolo capoluogo delle isole Lewis e Harris in Scozia, città che i quattro non hanno mai visitato, ma che pare sia nota in tutto il Regno Unito perché sempre citata nelle previsioni del tempo nazionali. Sono attivi dal 2006, e Bonxie è il loro terzo album dopo Beachcomber's Windowsill del 2010 e il ben accolto Tales from Terra Firma del 2013. Una storia breve ma radicata quanto basta perché la realizzazione di questo album sia stata totalmente finanziata dal crowdfunding (ci tengono a far sapere che hanno raggiunto il 222% di quanto sperato inizialmente). Dediti ad un folk di marca indie un tempo votato agli strumenti acustici, sono visti in patria come una valida alternativa ai più noti Lumineers (ma avere una hit folk che finisce negli ipod dei quattordici anni è un caso talmente anomalo che non capiterà più per almeno i prossimi trent’anni).  Il combo è formato dal cantate/autore/chitarrista Brian Briggs, dal tastierista Jonathan Ouin e dalla sezione ritmica formata dai fratelli Oli e Rob Steadman. Dopo una partenza tutto sommato coerente con lo stile degli album precedenti (Between the Saltmarsh and the Sea), Bonxie si rivela subito come un ulteriore salto avanti nella creazione di uno stile proprio. Lo scanzonato e divertente dance-pop di Get Low e la beatlesiana Man On The Wire infatti virano il suono verso un brit-pop anni 90 di marca Blur, nonostante la voce di Briggs sempre più sembra un mix tra Colin Meloy dei Decemberists e un Damon Albarn in versione più folk. Molto bella The Road You Didn’t take, folk song di stampo classicissimo, che apre ad un ulteriore cambio di stile con la scanzonata e quasi ska Lost Youth (siamo in zona Madness qui), mentre Sing With Our Sense torna a citare modelli brit-pop come i James. Dopo i primi frizzanti colpi il disco si siede leggermente con una We Were Giants che non trova una propria personalità, una ripetitivamente troppo poppish When You’re Feeling Gentle e un numero alla Pulp un po’ confuso come Heart of The Great Alone. Si torna in carreggiata con il folk corale di Josephine e si chiude con il muro di fiati della bella Love Song of The Beta Male. Troppe idee e voglia di fare troppe cose, ma in ogni caso Bonxie è una buona occasione per conoscerli e apprezzarli.

Nicola Gervasini

lunedì 22 giugno 2015

DANNY SCHMIDT

DANNY SCHMIDT
OWLS
Live Once Records
***1/2
Danny Schmidt fa parte di quella nuova schiera di cantautori anni 2000 che vivono ai margini del mercato discografico ma tengono alta la bandiera del buon songwriting d’altri tempi. E’ anche uno di quelli che ancora , dopo ben 8 album solisti, cerca una conferma definitiva del proprio talento, uno alla John Gorka per dire, che fin dagli esordi è sempre vicino al fare il disco della vita, ma alla fine non ci riesce mai. Se volete recuperare qualche puntata precedente buttatevi senza remore su Instead The Forest Rose To Sing del 2009, sicuramente il suo lavoro più maturo e rappresentativo, piuttosto che sul scialbo seguito del 2011 Man Of Many Moons o sul disco a due mani prodotto nel 2014 con la neo-moglie Carrie Elkin (For Keeps). Owls arriva giusto a confermare la caratura del personaggio, sia nel bene che nel male: non è un campione di serie A Danny Schmidt, ma resta una penna capace di emozionare un vocalist davvero notevole, al quale manca solo forse un po’ del fascino che rende Ray Lamontagne più efficace, per citare uno che viaggia sullo stesso binario stilistico. Prodotto in Texas da David Goodrich e suonato da una schiera di fidati amici (tra cui va notata perlomeno la steel guitar di Lloyd Maines), Owls è un buon disco che non cerca di strabiliare con effetti speciali, ma punta dritto al cuore delle canzoni. Se l’apertura di Girl With Lantern Eyes non abbaglia, il livello si alza con la bella The Guns & the Crazy Ones e con la tesissima Soon The Earth Shall Swallow, sei minuti che partono come un blues oscuro e si trasformano in un triste canto strada facendo. Si ritorna su stilemi più classici con l’incedere alla Neil Young di Faith Will Alway Rise, o con il folk minaccioso di Bad Year For Cane, che porta invece al momento più rilassato e spirituale di Looks Like God. La band non suona una nota che non sia men che meno prevedibile e fuori posto, ma il sound è pieno e perfettamente calibrato, e ricorda molto anche i dischi più recenti di Amos Lee. Magari gli si potrebbe far notare che la ballata Cries Of Shadows è davvero simile a mille altre, ma sembrerebbe anche fuori luogo quando pare evidente che lui è artista che si accontenta dell’espressione senza voler fare impressione. Nel finale il disco rallenta ritmo e livello, ma c’è tempo ancora per godere di brani come All The More To Wonder (davvero bella), la semplice Cry On The Flowers, la folkish Paper Cranes, per chiudere dopo 45 minuti con la dylanianissima Wings Of No Restraint. Buon ritorno e disco imperdibile solo per gli amanti della canzone d’autore più soft ed elegante.


Nicola Gervasini

mercoledì 10 giugno 2015

SONNY AND THE SUNSETS

SONNY AND THE SUNSETS
TALENT NIGHT AT THE ASHRAM
Polyvinl Record
***

Sonny Smith è un personaggio davvero particolare, uno storyteller di penna e pentagramma che viene da San Francisco. Ha già all’attivo parecchie pubblicazioni discografiche (ma anche alcuni libri di storie), molte su commissione (incideva canzoni per una rivista letteraria che era solita allegare cd con canzoni ispirate dai racconti pubblicati nel mese), più svariati progetti trasversali e meta-artistici. Il più importante lo ha visto nel 2010 invitare 100 pittori a disegnare le copertine di 100 dischi immaginari, ementre lui si prodigava nel comporre i brani per questi dischi sulla base dell’immagine di copertina (compose in totale 200 canzoni). Curiosità a parte, Talent Night At The Ashram, sebbene sia un home-record autoprodotto, è il tentativo di dare corpo organico alla sua vasta produzione. Lo accompagnano nell’impresa i Sunsets, band della West Coast nata a pane e Beach Boys, benedice con un intervento ai cori il cantautore (e leader degli Honeycut) Bart Davenport. Fin dall’apertura di The Application, tra organetti e cori alla Fleet Foxes, si respira una leggiadra aria indie, incalzata dalla voce del padrone di casa che ricorda, a seconda di casi, quella di M Ward o di Bon Iver. Album musicalmente vario, ma che bene o male richiama gli eroi dell’indie-rock anni 2000: Cheap Extensions sembra un brano uscito dall’ultimo album dei War On Drugs,  con i suoi toni decisamente new wave, oppure la brillante Alice Leaves For The Mountains, puro pop per giornata di surf. L’album è breve e non annoia, anche se il tono ironico e scanzonato di testi e interpretazione (la lunga Happy Carrot Health Food Store sembra una lunga parodia di un brano degli Eels) lascia tutto nella dimensione del divertissement. Per certi versi brani come Blot Out Of The Sun con il suo piano pulsante ricorda le pop-song stralunate di Ben Folds, mentre Icelene’s Loss è un palese omaggio al sound del flower power anni sessanta (siamo in zona Spirit). Pop songs leggere e intelligenti, con forse troppi elementi ed ispirazioni diverse buttate a casaccio in un patchwork di indie moderno…un disco specchio dei tempi che vale la pena ascoltare, anche se non lascerà un gran segno.

Nicola Gervasini

giovedì 4 giugno 2015

FOY VANCE

FOY VANCE
LIVE AT BANGOR ABBEY
Glassnote Record
***1/2

Per sapere chi sia Foy Vance andate pure alla voce “miracolati delle tv-series” della nuovissima enciclopedia della storia del rock (una qualsiasi..). Irlandese doc, Vance ha due soli album all’attivo (Hope del 2007 e Joy Of Nothing del 2013), senza contare un buon numero di EP, ma deve i suoi canonici 15 minuti di notorietà al fatto che nel 2006 ben due sue canzoni finirono in un episodio di Grey’s Anatomy. Era sconosciuto allora (se non per una curiosa partecipazione ad un talent show televisivo in una imitazione di Andrew Strong dei Commitments), non è conosciutissimo oggi se non in patria, eppure per lui è già tempo di live-record antologico. Ben venga, perché Live At Bangor Abbey ci permette di scoprire un cantautore di stampo american-rock tradizionale davvero valido, per quanto non originalissimo. Per darvi coordinate classiche siamo dalle parti di un Willie Nile quando ha velleità d’autore (come ad esempio nell’ultimo album If I Was a River), un Michael McDermott quando s’innamora, momenti di folk-riflessivo alla John Gorka (Be My Daughter, Two Shades Of Hope)  o parecchie affinità ha con il James Maddock  più recente. L’album assembla il meglio di due serate in cui Foy Vance è stato accompagnato da un intera orchestra d’archi oltre che dalla sua band, e questo rappresenta davvero un’opportunità speciale per una produzione indipendente. Il suono infatti è pieno, gli archi fanno davvero il loro mestiere nel l’estetizzare un pugno di valide canzoni, e Vance, conscio della grande occasione, canta con forza e trasporto. Qualcuno magari lamenterà l’assenza di un taglio più rock, il fatto che praticamente tutti i brani mantengano un tono epico-romantico (Regarding Your Lover ad esempio gira  dalle parti di David Gray),  ma è innegabile che il disco abbia un impatto emotivo davvero suggestivo e una registrazione talmente perfetta che lascia qualche dubbio sul fatto che ci siano state o no qualche sovra-registrazione di studio (il pubblico normalmente si sente solo a fine brano). C’è anche uno dei brani finiti in Grey’s Anatomy (Homebird, numero solo voce e chitarra), momenti di sentita partecipazione del pubblico (il coro e battimani finale di Guiding Light), per il resto la scaletta offre davvero il meglio della sua produzione e costituisce un punto di partenza ideale per poterlo seguire. Vi basta avere ancora un cuore-rock che pulsa sul lato romantico della strada, lasciarvi andare alla grandeur in melassa di brani come Feel For Me o You And I, dimenticarvi il rock da barricata, e questo album vi entrerà nel cuore.

Nicola Gervasini

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