mercoledì 29 luglio 2009

JOE PURDY - Last Clock On the Wall


10/07/2009
Rootshighway

VOTO: 7


Vista la tanta attenzione e i non pochi riconoscimenti che sta mietendo Joe Purdy, immaginiamo che siano tanti i cantautori indipendenti e "home-made" che ne invidiano la certa notorietà conquistata in questi ultimi anni. Eppure questo atteso Last Clock On The Wall, ufficialmente il suo decimo album in dieci anni di attività, conferma che la sua posizione comincia ad essere parecchio scomoda. Spieghiamoci meglio: chi si è già innamorato del personaggio, magari per le canzoni ascoltate in famosi serial televisivi o per l'acclamato Take My Blanket And Go dello scorso anno, continuerà a trovare emozionante il lamento triste e strascicato della sua voce, e quel suo stile sempre sospeso a metà tra un country di younghiana memoria e melodie da New Dylan anni 2000. Esattamente la ricetta che viene riproposta senza alcun stravolgimento anche in questo nuovo lavoro. Per contro i detrattori (e ce ne sono parecchi) continueranno a trovarlo stucchevole, pesante, e, in soldoni, mortalmente noioso e sempre uguale a sé stesso, visto che anche le nuove piccole gemme sparse in questo album (la lunga title-track ad esempio, o le bellissime Brown Suits And Cadillacs e Been Up So Long) insistono nel piagnucolare più che raccontare storie di border-heroes da letteratura americana d'ordinanza senza darsi troppa pena nel cercare nuove strade da battere.

Prendere o lasciare per ora dunque, Joe Purdy continua ad essere il nuovo poeta minore che tratta la materia tradizionale country/folk con quello spleen da malinconico indi-folker moderno che è tanto di moda, compresa la barba d'ordinanza alla Bonnie Prince Billy/Ray Lamontagne/Sam Bean/ecc/ecc/…Al di sopra di queste considerazioni, volte forse a voler avvertire lo stesso artista che da qui in poi o si cambia registro, o difficilmente riuscirà a non ammorbarci o perlomeno a sorprendere ancora, resta anche il fatto che Last Clock On The Wall palesa e conferma sia un indubbio talento nel scrivere ottime sad-songs per nottate insonni, sia una scarsa fantasia nel trovare lo sviluppo vincente in ogni occasione (soprattutto nella faticosa sequenza centrale Dead End Kids, Dress Is Too Long e Miss Me, che vanta pure un giro rubacchiato a Mr Bojangles di Jerry Jeff Walker).

Lo spessore resta alto, come nell'apertura di Let Me Sing To You e nel finale affidato a Too Young, produzione e suoni sono di primo livello, così come la sua autoindulgenza nel non limitare mai i tempi e nel non cercare mai il brano più brioso che spezzi tensione e incantesimo, come usava fare anche Jackson Browne nei suoi dischi più epici e crepuscolari. Tanti difetti per un disco maturo che suona molto bene e riesce comunque ad emozionare ed incuriosire: davvero non vorremmo essere nei panni di Joe Purdy quando entrerà di nuovo in studio di registrazione e dovrà affrontarli una volta per tutte.
(Nicola Gervasini)

lunedì 27 luglio 2009

KING CREOSOTE - Flick The Vs


06/07/2008
Rootshighway


VOTO 5,5
Avete tutti in mente come si svolge scena: un amico vi invita ad uscire con lui per fare da galante accompagnatore alla solitaria amica della sua fidanzata, e alla vostra naturale domanda su come sia d'aspetto la suddetta amica, il furbo compagno di avventure vi risponde "è simpatica". Ecco, il giustificato timore che questa risposta incute in qualsiasi esemplare di sesso maschile dovrebbe essere equipollente a quello che vi dovrebbe sorgere quando, leggendo una recensione, trovate la parola "interessante" tra i giudizi. State in guardia dal termine, perché potrebbe celare il forte imbarazzo del recensore, che non riesce davvero a farsi piacere quello che sente, ma in qualche modo è sovrastato dall'impegno morale di dover riconoscere gli indiscutibili meriti dell'artista in questione. E arriviamo dunque a King Creosote, un tipico eroe "indie" del nostro tempo, uno scozzese ovviamente sotto pseudonimo che ha pubblicato talmente tanti titoli ufficiali che diventa impossibile anche per lui dire che numero di album sia questo Flick The Vs (lo stesso sito della Fence Records, etichetta di cui è proprietario, lo definisce "il milionesimo album di King Creosote"). Artista pieno di iniziative e progetti paralleli, dotato di quell'anarchia tipica di chi ha la possibilità di seguire sempre e solo il proprio istinto, King Creosote nasce dallo stesso ambiente del nuovo brit-folk che ha generato James Yorkston o l'ex Ararb Strap Malcolm Middleton, ma con una fama più da schizzato genialoide che lo accompagna ormai da più di 10 anni. La musica di Flick The Vs vorrebbe nascere dal paradosso tra vecchio e nuovo, seppellendo semplici folk-song come Fell An Ox o scanzonate pop-song come il singolo Coast On By, sotto una cortina di drum-machines che oggi suonano alquanto datate. Qui sta il primo grosso limite del disco: l'unione di sonorità acustiche e fisarmoniche con il battito robotico generato dal computer poteva essere "interessante" molti anni fa, ma nel 2009, se usato a sproposito come nella ipnotica Rims, fa solo rimpiangere l'utilizzo di una normale sezione ritmica. Si prenda l'iniziale No One Had It Better: dopo qualche ascolto si rivela anche essere una buona canzone, peccato che bisogna attendere due minuti buoni di inutile paccottiglia elettronica prima di poterne godere, comunque disturbati da batterie che sparano fastidiosamente nelle casse. Two Frocks At The Wedding invece promette tanto, ma non mantiene mai, fornendo cinque minuti monotoni e ripetitivi fino all'ossessione. E così, dopo l'"interessante" che evita al recensore di fare la figura dell'incompetente in fatto di musica alternativa e intellettualoide, arriviamo al canonico "pretenzioso" e a parlare della solita "occasione persa". Non vi faremo perdere troppo tempo stavolta: Flick The Vs è pieno di belle idee (Curtain Craft), testi mai banali (Camels Swapped For Wifes) e un paio di brani sopra la media (Saw Circular Prawess ad esempio), ma nel complesso fa spendere una sola, terrificante, e da sempre evitata dai più corretti recensori, parola: noioso. (Nicola Gervasini)

sabato 25 luglio 2009

SLEEPY SUN - Embrace


Luglio 2009,
Buscadero

voto: 6,5


Rivolta ormai su se stessa, la storia del rock si nutre spesso della propria ciclicità e ritorna sui propri passi ad ogni nuova generazione. Giovanissimi e pieni di tante belle idee, gli Sleepy Sun vengono da Santa Cruz, e già ancor prima della pubblicazione di Embrace, il loro atteso disco d’esordio, sono stati da più parti indicati come la nuova frontiera dell’hard psichedelico della West Coast. Grateful Dead meets Black Sabbath potremmo dire, o per chi bazzicava più approfonditamente la scena alternativa della Los Angeles dei primi anni 90, si può azzardare che abbiamo qui i nuovi Tool, per quanto ancora acerbi e da svezzare. Basterebbe anche solo ascoltarsi l’iniziale New Age, programmatica epopea lisergica tra bassi iper-amplificati, voci filtrate, batterie martellanti e chitarre acide da summer of love 67, vale a dire il riassunto perfetto del mix stilistico del gruppo. O semplicemente basta anche vedere un video di una loro performance dal vivo: due front-man, i cantanti Bret Constantino e Rachael Williams, si dimenano improvvisandosi anche danzatori all’occorrenza, mentre due chitarristi addetti al catatonico wall of sound (Evan Reiss e Matt Holliman) e una sezione ritmica spesso in primo piano e per nulla penalizzata dall’impasto sonoro del gruppo (Brian Tice alla batteria e Jack Allen al basso) fanno più che degnamente il resto. E sulla band un turbinio di luci, proiezioni di film direttamente sui musicisti, insomma tutta quella serie di trucchetti scenici da Pink Floyd prima ora o da concerti prodotti da Andy Warhol che fanno sempre il loro bell’effetto. Nonostante i fumi da LSD-sound regnino sovrani per tutte le 8 tracce dell’album, gli Sleepy Sun riescono anche a dimostrare una certa varietà d’argomenti, grazie alla bella piano-song Lord o al blues con sapori indiani di Golden Artifact. Ma a caratterizzare il gruppo sono i lunghi pastiche psichedelici come Red/Black o Sleepy Son, fino alla splendida cavalcata trip-metal White Dove, che regala davvero momenti spettacolari. In Snow Goddess la band cerca nei cambi di tempo e nelle improvvise esplosioni che trasportano la musica dall’onirico alla selvaggia invasione di riverberi e distorsioni la via più breve per non annoiare mai, con un risultato molto vicino a quanto fattoci sentire dai Black Mountain o dai Comets On Fire in questi ultimi anni. Piacevole il finale a sorpresa con il dialogo acustico tra i due vocalist di Duet With The Northern Sky. Disco non per tutti i palati e sicuramente frutto di una moda di ritorno per soluzioni musicali che si pensavano ormai perse nel tempo, Embrace è comunque consigliato perché riassume alla perfezione dove stanno andando quelli che ormai non sono più i figli, ma i nipoti e i pronipoti dei fiori.
Nicola Gervasini

lunedì 20 luglio 2009

ELVIS COSTELLO - Secret, Profane & Sugarcane


17/06/2009
Rootshighway

VOTO: 7


Dice il saggio: mai riprovare a vivere le belle sensazioni del passato, la delusione sarebbe assicurata. Parole al vento per Mr. Elvis Costello, che da qualche anno pare sia entrato in una fase di nostalgia per i tempi d'oro e sembra stia cercando in tutti i modi di ricreare i dischi passati. E così dopo la ricerca del fervore giovanile del precedente Momofuku, ecco che il paio di occhiali più strafottenti del rock sono andati di nuovo a ricercare quelle radici di american-music scoperte ai tempi del cover-album Almost Blue, e espresse più personalmente con l'epocale King Of America del 1986. Secret, Profane And Sugarcane, con la sua scelta di riproporre il team con T-Bone Burnett, nasce destinato a dover sopportare il peso di questa eredità, e probabilmente non meritava questo triste destino. Se Momofuku infatti trovava un paio di zampate vincenti degne dei giorni migliori, ma nel complesso si risolveva in un disco davvero nostalgico per l'Elvis che fu, qui Costello fa forse il primo passo in avanti dopo più di dieci anni di album di pregevole routine.

E se Costello dimostra di avere ancora in corpo la stessa scintilla che nel 1986 lo trasformò in un credibile roots-singer con Gram Parsons nel cuore, è T-Bone Burnett a non essere più quello di un tempo. Allora era un produttore alle prime armi, con molte buone idee su come adattare alla tradizione americana i suoni degli anni 80; oggi invece con lui si va sul sicuro, grazie a quel suono caldo e pieno che gli ha permesso in anni recenti di trasformare Robert Plant in un credibile country-singer e il rockettaro John Mellencamp in un perfetto interprete blues e folk. Paragonare questo disco a King Of America è dunque fargli un ingiusto torto, perché oltre a non poterci competere per questioni storiche, prima ancora che artistiche, semplicemente non ne ricalca affatto lo stile e lo spirito. Un brano come My All Time Doll ad esempio è "100% Pure Costello", ma l'intreccio di chitarre e mandolini porta decisamente il marchio di fabbrica del nuovo Burnett, e il matrimonio appare davvero nuovo e inedito.

Il pregio dell'album è quello di riuscire a non bearsi troppo delle sue perfette sonorità, ma di ridarci un Elvis in piena forma anche come autore in brani come Red Cotton o le struggenti She Was No Good e She Handed Me A Mirror, o perfettamente a suo agio con il linguaggio più puramente country (The Crooked Line e I Felt The Chill, con le divine Emmylou Harris e Loretta Lynn) e pure parecchio divertito in Hidden Shame e il bellissimo lungo blues Sulphur To Sugarcane. Il risultato finale è buono, anche se manca sempre la freschezza e il genio dei giorni migliori, e qualche frettoloso errore rende il tutto perfettibile (la nuova versione di Complicated Shadows fa rimpiangere quella di All This Useless Beauty, mentre nella parte centrale il disco si siede e perde un po' di ritmo). Ma sempre come dice il saggio: chi fa, sbaglia.
(Nicola Gervasini)

venerdì 17 luglio 2009

JASON LYTLE - Yours Truly, The Commuter


08/06/2009
Rootshighway


VOTO: 7,5


"Esagera l'essenziale e lascia l'ovvio nel vago". La frase è di Vincent Van Gogh, ma Jason Lytle se l'è scritta con un pennarello su un foglietto e appesa nel suo studio di registrazione in Montana. Una regola d'oro per ogni attimo della gestazione di questo suo primo album solista, disco assolutamente da non sbagliare, visto che il mondo del rock alternativo era pronto a fargli la pelle se non fosse valsa la pena di dismettere quell'oliato meccanismo indie che sono stati i suoi Grandaddy. Lytle risponde direttamente alle aspettative intitolando il disco Yours Truly, The Commuter (letteralmente "Sinceramente vostro, il pendolare"), come dire che si rende conto che la sua solitaria reclusione nello chalet di montagna mostrato nel libretto del cd è un viaggio che avrà un ritorno, esattamente come alla sera tornano a casa i pendolari dal lavoro, ma che comunque il trasloco gli era quanto mai necessario. Lytle qui esagera davvero l'essenziale, presenta dodici brani che fanno di fragilità virtù e li ammanta con suoni di sintetizzatori ed echi sintetici maestosi e teatrali, quasi da grandeur del progressive inglese di un tempo. Prima di poter citare i King Crimson dell'esordio bisognerebbe passare attraverso anni di esperienze di intimo folk sperimentale alla Sparklehorse, ma qui il gioco dei rimandi non funzionerebbe comunque, lo stile di Lytle è ormai talmente inconfondibile che fa si che la sua opera solista suoni ne più ne meno come un disco dei Grandaddy. Un paradosso non da poco per un disco che non nasconde affatto lo spettro della vecchia band neanche nei testi, risolvendosi in una sorta di concept sulla fine di un era e sulle incolmabili crepe nei rapporti che portano a qualsiasi tipo di rottura, un disagio evidente nelle splendide Brand New Sun, Rollin'Home Alone e I Am Lost (And the Moment Cannot Last), titoli che da soli bastano a rendere l'idea della desolazione umana in cui si naviga in queste note. Lytle è stato davvero bravo a rispettare anche la seconda parte del dogma vangoghiano, lasciando nel vago strutture ovvie come quelle di It's The Weekend, non definendo troppo piccoli e semplici valzer al piano come This Song Is The Mute Button o non scivolando troppo nell'atmosfera da salotto quando azzarda uno strumentale d'ambiente come Furget It. Prendete a simbolo del disco Ghost Of My Old Dog, un brano dedicato ai cagnolini avuti nella propria infanzia, persi nel tempo esattamente come la propria innocenza, lamento triste ma cadenzato da una base da alternative-rock d'altri tempi, con chitarre elettriche ipnotizzanti e ossessive, e quel suo canto/sussurro che suona quasi come le tante tastiere utilizzate nel disco. Lytle ha fatto tutto da solo nel suo rifugio di montagna, quasi a tentare il piccolo miracolo riuscito a Bon Iver in condizioni simili: forse Yours Truly, The Commuter farà meno rumore di For Emma, Forever Ago, ma sicuramente è stato in grado di toccare gli stessi bassifondi dell'anima con pari efficacia. (Nicola Gervasini)

martedì 14 luglio 2009

PETER HAMMILL - Thin Air


Buscadero
Luglio 2009


VOTO: 6


Dici Peter Hammill e pensi subito ad una specie di “the dark side of Peter Gabriel”, uno dei pochi veri geni sopravvissuti allo sgretolarsi dei sogni del progressive inglese, ma anche uno dei personaggi più oscuri e inafferrabili del rock classico. Se le sue opere con i Van Der Graaf Generator restano ancora oggi osannate e riconosciute, la sua carriera solista è da sempre oggetto di culto di una ristretta setta di adepti con la mente aperta ad accettare non poche eresie musicali. Thin Air è il secondo album registrato dopo l’infarto del 2003, che l’ha quasi fatto mancare alle nostre brame di musicofili (ma nel frattempo c’è stata anche una positiva reunion con i vecchi compagni che ha fruttato ben due nuovi album), e come il precedente Singularity del 2006, è stato registrato in totale solitudine. Hammill è oggetto ostico per chi non sia già abituato a circolare nei suoi mondi: da uno che in una carriera è riuscito ad essere considerato sia il padre del punk (suo il primo utilizzo del termine in Inghilterra) che della musica elettronica, (per non parlare del peso che ha avuto sulla new wave e sul dark degli anni ’80), ci si può aspettare di tutto, e Thin Air suona infatti come una piccola summa delle sue maggiori ispirazioni, fin dall’iniziale The Mercy che mischia davvero tutto, dal rock all’avanguardia al progressive in una sorta di piccola pièce teatrale. Hammill traffica con gli intrecci tra tastiere e chitarre (The Top Of The World Club), con il piano (Your Face On The Street o Undone), ammicca alla new age fin dalla copertina e dal suggestivo libretto fotografico, ma poi si butta con profitto nel brit-folk tradizionale (l’acustica e sofferta Stumbled), per finire a risolvere l’unico strumentale del disco in una distorsione elettrica quasi da Metal Machine Music alla Lou Reed (Wrong Way Around). Il risultato va dal geniale (Ghosts Of Planes) al pretenzioso (Diminished cerca atmosfere alla Roy Harper finendo però solo per annoiare), come a volte succede alle sue produzioni, ma questo è un giudizio che poco importa ad uno dei pochi artisti che può davvero dire di aver prodotto la propria musica senza nessun tipo di condizionamenti artistici ed economici, e che men che meno si curerà come al solito dei riscontri avuti dai suoi dischi al di fuori della cerchia di sostenitori. Pur con i suoi limiti, resta il fatto che Thin Air potrebbe essere un modo interessante per iniziare un percorso di scoperta della sua opera: sarebbe come iniziare un libro leggendo il sommario.
Nicola Gervasini

sabato 11 luglio 2009

DAVE MATTHEWS BAND - Big Whiskey and the GrooGrux King


29/06/2009
Rootshighway
VOTO: 7
Lo avremo citato in mille occasioni, ma fatto sta che è la prima volta che questo sito si occupa direttamente di Dave Matthews. Un vero paradosso per uno dei nomi più importanti e osannati della musica americana degli ultimi 15 anni, regolarmente nella top 10 annuale dei tour più seguiti degli States, e uno dei pochi artisti "rock" a conquistare ancora le vette delle charts. Non è che siamo sbadati, ma semplicemente la produzione discografica della Dave Matthews Band aveva smesso da tempo di offrire spunti interessanti di discussione o argomenti che non fossero già stati detti in altre recensioni, complice l'indirizzo molto mainstream e radio-like delle loro registrazioni in studio, ormai troppo distanti dall'energia sprigionata sul palco. Big Whiskey and the GrooGrux King esce a quattro anni dal grande successo del debolissimo Stand Up, e finalmente ci regala la possibilità di riassaporare quella variopinta tavolozza che era il sound della DMB ai tempi d'oro dei loro ruggenti anni novanta. Più specificatamente questo disco sembra essere il seguito mai uscito di Before These Crowded Street, con cui condivide la grande varietà di stili e il ritorno della chitarra di Tim Reynolds, ormai quasi un membro fisso della band.

C'è come al solito da perdersi nella marea di materiale e idee profusa in questi dodici brani, prodotti da un buon professionista come Rob Cavallo (Green Day e Alanis Morrissette tra i suoi assistiti) . Si parte con Shake Me Like A Monkey, piccolo plagio di Word Up dei Cameo o semplice omaggio alla funky-music anni '80, si continua con Funny The Way It Is, tipica ballata nervosa alla Matthews che strappa già qualche applauso, e si va avanti con molto ritmo e qualche insolito riff particolarmente rock (Why I Am e Seven). Quello che è più apprezzabile del disco è l'evidente intento di Matthews di riuscire a far convivere la voglia di affermarsi come autore (Dive In o la dolce My Baby Blue vanno in quella direzione) e la necessità di tornare ad esaltare lo spirito da jam-band dei suoi comprimari (il divertente mezzo cajùn di Alligator Pie), anche se la prima componente alla fine risulta quella vincente e si traduce in alcune tra le migliori scritture del suo repertorio (la conclusiva You And Me o anche Lying In The Hands Of God).

Resta sempre la sensazione che voglia spesso fare troppo, che alcuni episodi come Squirm, brano che si risolve in un confuso e pomposo finale, non sappiano bene in che direzione andare, o che semplicemente a volte si scada un po' in quell'ordinario che aveva pericolosamente minato i dischi precedenti. Ma un brano come Time Bomb, che parte come una delle sue solite ballate acustiche, ma si traduce in un'indiavolata esplosione di rabbia, fa capire che l'artista è vivo e voglioso di tornare ad essere una mente creativa trainante, e non più uno stanco generatore di ovvietà da radio FM americana. Per ora ci può bastare anche solo questa buona notizia.
(Nicola Gervasini)

lunedì 6 luglio 2009

EDDI READER - Love is The Way


15/06/2009
Rootshighway


VOTO 6,5


Impossibile non ricordarsi di quando Eddi Reader cantava allegramente su un barcone sotto una fitta pioggia, con i suoi improbabili occhialini e quell'abbinato cappotto-cappellino così fortemente british. Correva l'anno 1988 e il suo gruppo, i Fairground Attraction, indovinò con Perfect uno dei più trapananti e memorabili tormentoni radiofonici degli '80, exploit alquanto meritevole per una simpatica canzonetta con suoni retrò, quasi rockabilly. La storia dice che la band si dissolse nel nulla a metà della registrazione del secondo album, che fu completato sotto altro nome (gli Sweetmouth) da Brian Kennedy (proprio il vocalist caro a Van Morrison), e che la vivace Eddi ha intrapreso una carriera solista molto apprezzata in patria, ma pressoché sconosciuta al di fuori del Regno Unito.

Trasformatasi ormai in una stimata e autorevole folk singer, la Reader ha percorso con grande serietà le strade che dal pop inglese degli esordi l'ha portata a riabbracciare le tradizioni scozzesi (tra i suoi album figura anche un disco tributo al poeta di lingua "scots" Robert Burns), fino ad arrivare a questo Love Is The Way, nono album che arriva a chiudere il cerchio del suo pellegrinaggio musicale grazie al suo delizioso e maturo stile cantautoriale. Il disco è stato registrato con un ampio campionario dei migliori musicisti di Glasgow, tra i quali non possiamo far notare la presenza di Roddy Hart al piano (da recuperare il suo Bookmarks del 2006, album nel quale compariva la stessa Eddi ai cori), e fa parte di quella categoria di album che riescono ad andare oltre la tradizione senza però scordarsela quando serve, grazie ad una serie di brani che recuperano la leggerezza vocale della Joni Mitchell degli esordi e la classe delle folk singer più marca newyorkese. E proprio la Grande Mela è la protagonista di uno dei brani più belli del disco (New York City), e gli atti d'amore per la musica americana non si fermano qui, ma trovano la propria apoteosi nelle personali riletture di Never Going Back Again dei Fleetwood Mac (quelli emigrati oltreoceano nelle mani di Lindsay Buckingham ovviamente) e Sweet Mountain Of Love di Brian Wilson.

Tra episodi mezzo-blues (It's Magic), mezzo-jazz (Dandelion) e mezzo-folk (qui l'elenco si allunga…) il disco alterna momenti felicissimi (la stessa title-track ad esempio) ad altri più superflui (My Shining Star). Pesa sul risultato finale la necessità della Reader di affidarsi sempre ad altri autori (lei è spesso accreditata per gli arrangiamenti), tra cui spiccano Bob Hewerdine dei Bible e Jack Douglas dei Trash Can Sinatras, e il poco coraggio nel tagliare tempi e canzoni per rendere il tutto più incisivo e fulminante. Consigliato anche ai rockettari più estremi per un sano momento di dolcezza e riposo prima di nuove battaglie.
(Nicola Gervasini)

sabato 4 luglio 2009

SLAID CLEAVES - Everything You Love Will Be Taken Away


03/06/2009
Rootshighway

VOTO: 7


"Ci sono ancora i bar dei vecchi tempi nelle strade della Downtown, con dentro vecchie signore che servono da bere senza colore sulle loro guance, e dove sentendo una canzone di Merle Haggard puoi metterti il tuo vecchio colletto blu: la vecchia Milwaukee la vigilia di Natale è difficile da credere". Non è difficile capire come mai Stephen King (non nuovo a questo genere di sponsorizzazioni) si sia così esaltato per la musica e il songwriting di Slaid Cleaves. Chi mastica letteratura americana non può che rimanere stregato quando uno splendido brano come Hard To Believe spende subito nelle sue prime righe "old time bars", "Haggard songs" e "old blue collar", o quando si raccontano storie di donne in fuga da uomini brutali (Run Jolee Run, un brano di Ray Bonneville), autostoppiste disperate alla ricerca di un passaggio verso il luogo di lavoro (Black T-Shirt) o macabre impiccagioni di piazza (Twistin'). Nelle note di copertina King dice di aver sentito parlare di Slaid Cleaves quando un camionista con "un accento del sud più duro del pollo d'asporto dell'Alabama" (sic) ne ha richiesto una canzone alla radio.

Da qui capirete da dove vengono le canzoni e la poesia di questo cantautore trapiantato nel calderone musicale di Austin fin dal suo esordio del 1990. Già apprezzato su queste pagine in occasione del precedente Wishbones (in mezzo è uscito anche un disco di cover intitolato Unsung), Cleaves con questo Everything You Love Will Be Taken Away (titolo più pessimista non poteva esistere) ritrova un team di musicisti rodato e inossidabile, capitanato dal produttore Gurf Morlix. Un album che lo conferma come uno degli autori più interessanti della generazione dei nuovi troubadour dei primi anni '90, qui spesso aiutato in sede di scrittura dai collaboratori di una vita come l'amico Rod Picott, Eric Blakely e Adam Carroll, e che porta alla ribalta ancora una volta quella strana contraddizione tra i testi forti e stradaioli delle sue canzoni, e il suo stile vocale tenue e gentile. Una certa monotonia della sua voce, bella quanto priva di possibilità di alzare da sola toni e ritmo, che è da sempre un po' il suo tallone d'Achille, e se da un lato la grande professionalità di Morlix contribuisce a raggiungere la perfezione formale a questi undici brani, dall'altro non lo aiuta a trovare l'intuizione vincente per esaltare a dovere tanta buona sostanza d'autore.

Peccato veniale comunque, la romantica Beyond Love, il quasi bluegrass Green Mountains And Me e la tipica Texas-song Tumbleweed Stew riescono comunque a fare breccia nei nostri cuori, e in generale il disco non conosce cadute di tono. Mentre scriviamo l'album è già al secondo posto dell'Americana Charts, dietro i Flatlanders e prima di Earle e Dylan, a riprova della statura di primo livello del suo nome in patria. Dalle nostre parti invece resta la sensazione che non sarà neanche questo il titolo che lo farà uscire dalla nicchia di quegli sconosciuti che val sempre la pena riscoprire.
(Nicola Gervasini)

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