sabato 25 luglio 2009

SLEEPY SUN - Embrace


Luglio 2009,
Buscadero

voto: 6,5


Rivolta ormai su se stessa, la storia del rock si nutre spesso della propria ciclicità e ritorna sui propri passi ad ogni nuova generazione. Giovanissimi e pieni di tante belle idee, gli Sleepy Sun vengono da Santa Cruz, e già ancor prima della pubblicazione di Embrace, il loro atteso disco d’esordio, sono stati da più parti indicati come la nuova frontiera dell’hard psichedelico della West Coast. Grateful Dead meets Black Sabbath potremmo dire, o per chi bazzicava più approfonditamente la scena alternativa della Los Angeles dei primi anni 90, si può azzardare che abbiamo qui i nuovi Tool, per quanto ancora acerbi e da svezzare. Basterebbe anche solo ascoltarsi l’iniziale New Age, programmatica epopea lisergica tra bassi iper-amplificati, voci filtrate, batterie martellanti e chitarre acide da summer of love 67, vale a dire il riassunto perfetto del mix stilistico del gruppo. O semplicemente basta anche vedere un video di una loro performance dal vivo: due front-man, i cantanti Bret Constantino e Rachael Williams, si dimenano improvvisandosi anche danzatori all’occorrenza, mentre due chitarristi addetti al catatonico wall of sound (Evan Reiss e Matt Holliman) e una sezione ritmica spesso in primo piano e per nulla penalizzata dall’impasto sonoro del gruppo (Brian Tice alla batteria e Jack Allen al basso) fanno più che degnamente il resto. E sulla band un turbinio di luci, proiezioni di film direttamente sui musicisti, insomma tutta quella serie di trucchetti scenici da Pink Floyd prima ora o da concerti prodotti da Andy Warhol che fanno sempre il loro bell’effetto. Nonostante i fumi da LSD-sound regnino sovrani per tutte le 8 tracce dell’album, gli Sleepy Sun riescono anche a dimostrare una certa varietà d’argomenti, grazie alla bella piano-song Lord o al blues con sapori indiani di Golden Artifact. Ma a caratterizzare il gruppo sono i lunghi pastiche psichedelici come Red/Black o Sleepy Son, fino alla splendida cavalcata trip-metal White Dove, che regala davvero momenti spettacolari. In Snow Goddess la band cerca nei cambi di tempo e nelle improvvise esplosioni che trasportano la musica dall’onirico alla selvaggia invasione di riverberi e distorsioni la via più breve per non annoiare mai, con un risultato molto vicino a quanto fattoci sentire dai Black Mountain o dai Comets On Fire in questi ultimi anni. Piacevole il finale a sorpresa con il dialogo acustico tra i due vocalist di Duet With The Northern Sky. Disco non per tutti i palati e sicuramente frutto di una moda di ritorno per soluzioni musicali che si pensavano ormai perse nel tempo, Embrace è comunque consigliato perché riassume alla perfezione dove stanno andando quelli che ormai non sono più i figli, ma i nipoti e i pronipoti dei fiori.
Nicola Gervasini

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