lunedì 25 maggio 2009

SCOTT MILLER - For Crying Out Loud


06/05/2009
Rootshighway
VOTO: 7
A metà degli anni settanta il termine "blue-collar" ha rappresentato soprattutto la massa di neo-diplomati americani, tagliati fuori dal ricambio generazionale dell'occupazione a causa della crisi economica, e costretti ad arrangiarsi con lavori da manovali. Oggi l'espressione ha perso questa connotazione storica, anche perché oggi i neo-diplomati non trovano più posti da operaio, ma al massimo finiscono a dare risposte vaghe in qualche call-center o a pigiare tasti come programmatori in qualche software-house. Un senso che si è perso anche nella sua connotazione artistica, anche se la "blue-collar music" continua ad esistere come quel rock dei sogni, del "fun-time" e delle grandi emozioni che riescono anche solo per due ore a trasformare il più squallido pub di provincia nella Promised Land di springsteeniana memoria. A Scott Miller ancora oggi dobbiamo uno dei pochissimi grandi dischi del settore in questo nuovo secolo, quel Thus Always to Tyrants del 2001 che lo lanciava come nuova speranza del proletariato rock, dopo che il ragazzo aveva passato gli anni 90 sotto l'ala protettrice di Steve Earle a farsi le ossa con i V-Roys. Poi però i conti si fanno anche con il proprio limitato talento e con il grosso guaio che scrivere una blue-collar-rock-song è cosa semplice e alla portata di tutti, un'irresistibile tentazione ad accontentarsi di poco che ha portato Scott, così come un po' tutto il genere, ad una progressiva banalizzazione e stereotipizzazione. For Crying Out Loud arriva a tentar di far ri-decollare una carriera che si era già subito arenata con i deludenti Upside Downside (2003) e Citation (2006), e se non ci riesce pienamente, per lo meno ridona al personaggio una dignitosa collocazione nello scenario roots moderno. Modernità che ha costretto il povero Scott a stampare 1000 pre-release del disco (tutti venduti on-line e "on-stage" con il bel titolo Appalachian Refugee) per finanziare la pubblicazione della versione definitiva, ma che almeno porta nelle nostre case un lavoro frizzante come si richiede al personaggio. Come stile siamo sempre dalle parti di Joe Gruschecky, con forse meno smog del New Jersey nei polmoni (anche se l'apertura di Cheap Ain't Cheap o Iron Gate escono da lì) e più voglie di ruralità nashvilliane (la debole versione di I Can't Dance di Tom T.Hall, il delizioso duetto I'm Right Here My Love con Patty Griffin, la bucolica danza acustica di Let You Down). In più qualche piacevole variazione sul tema, come il ben riuscito Mississippi-blues di Sin In Indiana, la trascinante cover Wildcat Whistle degli Taoist Cowboys (garage-band del Tennessee di vent'anni fa) o il tumultuoso strumentale Feel So Fair to Midland che introduce al bellissimo finale bluesy Double Indemnity. Luci (le schitarrate rock di Claire Marie) e ombre (routine come Heart in Harm's Way) fanno di For Crying Out Loud un gradevole disco da sottobosco rock senza troppe pretese. (Nicola Gervasini)



sabato 23 maggio 2009

THE DEEP DARK WOODS - Winter Hours


Buscadero,
Maggio 2009

VOTO: 7


Molto volentieri vi introduciamo nel mondo dei Deep Dark Woods, ultimo grido in fatto di band rurali provenienti dal Canada, zona tradizionalmente ad alta densità di grandi musicisti. Loro vengono da Saskatoon, la cosiddetta ”Bridge City”, per i suoi tanti ponti che scavalcano le placide acque del fiume Saskatchewan, e il ritmo delle acque è lo stesso della loro musica. Un country che oscilla tra reminiscenze dei Blue Rodeo e gli oscuri presagi di un certo dark-country di marca statunitense. Winter Hours è il loro terzo disco, dopo quel Hang Me, Oh Hang Me di due anni fa che fu ben accolto nel settore, ed è un manifesto di tutte le nuove tendenze del country-rock moderno, fatto con il gusto di una band che non ama pensare in grande e si accontenta del proprio giro di appassionati. Ryan Boldt, cantante e autore del gruppo, dimostra di avere un orecchio attento e a largo raggio, se è vero che riesce a passare dall’elettrico heartland rock di Three Time Loser, al country tutto ritmo e violini di Nancy, dalla sofferta apertura di Farewell, che potrebbe appartenere al Bonnie Prince Billy recente, alla ballata alt-country “vorremmo-essere-come-gli-Uncle-Tupelo” All The Money I Had Is Gone. Il sound è piuttosto omogeneo, la varietà arriva nella struttura delle canzoni: quando Boldt lascia il timone di canto e songwriting al bassista Chris Mason, costui tira fuori dal cilindro la lunga The Birds On The Bridge, uno di quei folk sognanti e onirici che per qualcuno potrebbe richiamare i Fleet Foxes, mentre probabilmente rappresenta un omaggio ai conterranei Great Lake Swimmers. Altra ispirazione invece arriva quando i quattro (Burke Barlow e Lucas Goetz sono gli altri due membri) costruiscono coralmente la simpatica Polly, nata direttamente in studio durante le registrazioni. La musica dei Deep Dark Woods non inventa nulla, ma segue le regole di un genere tenendo il passo con molto mestiere e facendosi venire raramente il fiatone. E così l’epica ballata da country gotico As I Roved Out reggerebbe bene il confronto con un numero simile offerto dai ben più scafati Willard Grant Conspiracy, e sulla stessa strada corre The Gallows, che appare però come una stanca ripetizione dello stesso schema melodico. C’è spazio anche per rovistare nel grande scatolone della tradizione americana e pescare When First Into This Country, traditional reso in maniera scarna ed essenziale. L’album si chiude con la title-track, sofferta ballata acustica che si aggira dalle parti del country indolente di Mark Olson, mentre gli ultimi 8 minuti di The Sun Never Shines ci trascinano in una lenta improvvisazione alla Neil Young, un doveroso omaggio finale al connazionale più illustre. Prodotto da Steve Dawson negli studi Factory di Vancvouver, Winter Hours è un disco che consigliamo agli appassionati di un suono “americana” vecchio stampo. E chissà mai che un giorno queste piccoli produzioni indipendenti non riescano a rilanciare e riportare in alto un genere a noi caro. (Nicola Gervasini)

mercoledì 20 maggio 2009

GREAT LAKE SWIMMERS - Lost Channels


Buscadero
Maggio 2009

VOTO: 7,5


Visto che il termine “crossover” ha perduto ormai senso ed è caduto in disuso nel mondo del rock, sarebbe ora di coniare un termine adatto per quei dischi che riescono a piacere a nicchie d’appassionati spesso distanti o antitetiche. I Great Lake Swimmers nel 2007 furono uno di questi casi “across the border”, visto che il loro Ongiara era stato ben accolto anche in mondi paralleli e distanti da quelli dichiaratamente “rootsofili”. Canadesi erranti provenienti dall’Ontario, Tony Dekker e soci proponevano un mix di classico country-rock riletto con lo stesso spleen malinconico dei Red House Painters. Dekker ci ha sempre tenuto a ribadire che Gram Parsons e Hank Williams restano le uniche vere fonti di ispirazioni, e questo atteso secondo capitolo intitolato Lost Channels sembra finalmente dargli ragione. Le atmosfere plumbee ed evocative del primo disco trovano infatti in questo nuovo disco una definizione dei contorni ben più netta e riconoscibile. Laddove Ongiara sembrava un unico viaggio onirico nei meandri dell’anima, Lost Channels invece delimita bene le tappe del proprio percorso, e utilizza una dose di arpeggi da jingle-jangle rock d’altri tempi per aumentare ritmo e immediata fruibilità dei brani. Più Byrds nel motore quindi, ma soprattutto diremmo più R.E.M.. She Comes To Me In Dreams ad esempio sembra davvero una outtake di Reckoning, forse il brano dimenticato da Stipe e soci quando compilarono la raccolta di scarti Dead Letter Office. Il chitarrista Erik Arneson deve aver preso lezioni per diventare un Peter Buck moderno, ma è il mandolino dell’ospite Bob Egan (Blue Rodeo e Wilco) che finisce per richiamare la struttura sonora di Losing My Religion sia in Palmistry che in Pulling On A Line, irresistibili pop-song da tasto repeat. Ma Lost Channels non si risolve qui: Dekker infatti stavolta ha cercato di porre maggiormente l’accento sulla bontà del proprio songwriting, decisamente cresciuto in questi due anni, tanto da poter ora vantare ottimi spartiti come Everything Is Moving So Fast (c’è lo spirito di Iron & Wine che si aggira tra gli accordi). E Hank Williams cosa c’entra?. C’entra eccome, perché una sofferta ballata come Concrete Heart, che altro non è che una country-song shakerata con dosi di disperazione sottoforma di sezione d’archi, sarebbe davvero piaciuta al vecchio Hank. E allo stesso modo Gram Parsons si sarebbe riconosciuto in una The Chorus In The Underground impreziosita dal bel violino di Erin Aurich (degli A Northern Chorus, band a cui è dedicato il brano). E’ anche probabile che qualcuno resterà deluso da questa nuova voglia di comunicabilità, e magari non apprezzerà la contagiosa semplicità di un brano come Still, piccolo scherzo acustico che sarete in grado di canticchiare e riprodurre anche dopo solo un ascolto. Eppure a noi piace questa varietà di sentimenti, questo passare da un pop leggero all’indolenza autunnale di New Light, canzone che sembra quasi uno di quei brani lenti ed evocativi del miglior David Crosby, solo infarcito con qualche violino e flauto in più. Chi ha amato Ongiara potrà comunque ritrovarsi nel finale del disco, con una deliziosa River’s Edge che sembra quasi un recupero di vecchie sessions, e magari nello scarno folk casalingo di Unison Falling Into Harmony. Disco nato in studi di registrazioni scelti appositamente per il loro stretto contatto con la natura, come è abitudine della band, Lost Channels rappresenta una conferma - e forse anche qualcosa di più - di una delle migliori realtà del rock canadese odierno. (Nicola Gervasini)



lunedì 18 maggio 2009

GREETINGS FROM THE 80'S

Frammenti originariamente apparsi nello speciale 100 DISCHI DA STRADE BLU ANNI 80
Rootshighway Maggio 2008


1980
Bob Seger & The Silver Bullett Band
Against the Wind
[Capitol]

L'epica della working class di Detroit era stata dalla parte giusta della corrente proprio grazie a lui per tutta la seconda metà degli anni 70, ma negli anni 80 il vento sarebbe cambiato, e anche per Bob Seger sarebbero finiti gli anni ruggenti. Lui però nel decennio ci era entrato con tutto l'ingenuo romanticismo di questo disco, che fu anche il suo ultimo a non essere controvento e a vendere cifre da capogiro. Equamente diviso tra il suo caro "old time rock and roll" e le ariose ballate acustiche che gli diedero fama e soldi, Against The Wind fu l'epitaffio di una generazione che stava per abbandonare la scena al grido disperato di "Let The Cowboys Ride!". Purtroppo l'unico cowboy che cavalcò negli anni 80 stava alla Casa Bianca ad uccidere i sogni di tutti i bei perdenti segeriani. (NG)
Take #2, prova anche: The Distance (Capitol 1982)


1981
Garland Jeffreys
Escape Artist
[Epic]

Nel 1981 la musica era ormai preda dell'isteria futurista dell'elettronica, ma a far capire che nel sottobosco si stava organizzando una resistenza a base di sixties-sound fu l'entrata nelle charts di una cover di 96 Tears, un brano del 1966 dei dimenticati ? & The Mysterians. A proporla, in una travolgente versione caratterizzata da un organo pulsante, era Garland Jeffreys. Prodotto da un gigante del rock mainstream come Bob Clearmountain e particolarmente influenzato dal pub-rock inglese di Elvis Costello, Escape Artist faceva scorrere nei suoi solchi tutti gli umori delle strade di New York dei primi anni 80: rock, pop, reggae/ska, black music, roots-rock, persino strizzatine d'occhio alla dance. Di "crossover" se ne sarebbe parlato qualche anno dopo, ma Jeffreys ci stava già lavorando da tempo. (NG)

1981
Mink DeVille
Coup de Grace
[Atlantic]
Partito dal rock urbano di New York e approdato alle ballate soul di Doc Pomus, Willy DeVille decise per il suo quarto album di dare un restyling al proprio gruppo travestendolo da E-Street Band, confezionando così il suo disco più muscoloso e tipicamente americano. Con il sax di Louis Cortelezzi impegnato ad essere il nuovo Clarence Clemmons e il piano di Kenny Margolis a lezione dal professor Roy Bittan, l'intruglio dei Mink DeVille a base di roots-rock, musica ispanica e soul perse molte delle asprezze degli esordi ma guadagnò in calore e pathos. You Better Move On di Arthur Alexander l'aveva cantata anche Mick Jagger quasi vent'anni prima, ma la versione vincente di Willy dimostrò che nessuno al mondo poteva cantare serenate con lo stesso credibile mix di machismo e romanticismo. (NG)
Take #2, prova anche: Miracle (A&M 1987)

1983
Rain Parade
Emergency Third Rail PowerTrip
[Enigma]

Se c'è un disco che fu tra i primi a "mostrare la via" a tutto il movimento del Paisley Underground questo fu proprio Emergency Third Rail Power Trip dei Rain Parade. Il singolo What She Done To Your Mind devastò le radio universitarie americane come solo Radio Free Europe dei R.E.M. riuscì a fare in quel lontano 1983, con il suo mix di chitarre in stile Byrds unito ad un gusto psycho-pop che guardacaso non era poi tanto lontano da quello che proponevano i ragazzi di Athens con il loro Murmur. Meno ruvidi e forse meno attenti al songwriting dei Dream Syndicate, i Rain Parade erano molto più interessati all'ipnotico impatto sonoro, lo stesso stile onirico che il leader Dave Roback porterà in eredità e svilupperà più estremamente negli Opal e nei Mazzy Star. (NG)


1984
Dream Syndicate
Medicine Show
[A&M]

L'ondata di band californiane che finirono sotto l'etichetta del Paisley Underground (dal nome di un tipico modo di vestire dell'era hippie) trovò nei Dream Syndicate la massima realizzazione di quello che era il nuovo credo musicale. Le chitarre sporche alla Lou Reed, gli assoli acidi imparati sulle partiture di John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service, la rabbia del punk dilatata con l'abbandono dell'era delle two-minute-songs per il ritorno ai lunghi minutaggi di John Coltrane Stereo Blues, i tempi isterici e nervosi di una sezione ritmica che respirava la New Wave dei Television e dei Talking Heads. Il primo album della band fu il manifesto di tutto questo, ma con Medicine Show, il secondo disco, la teoria si fece capolavoro grazie alla scoperta di un autore, Steve Wynn, che resta ancora oggi una delle migliori eredità degli anni 80. (NG)
Take #2, prova anche: Ghost Stories (A&M 1988)

1985
Hoodoo Gurus
Mars Need Guitars
[Big Time]

California chiama, Australia risponde: l'arruolamento in difesa del rock duro e puro attivato dal Paisley Underground raccolse la piena adesione degli Hoodoo Gurus di Dave Faulkner. Il titolo di questo secondo album era un grido di battaglia: il mondo aveva bisogno di chitarre, anche se grezze e mal rifinite. Ma la loro grandezza fu quella di capire che l'estetismo fine a sé stesso che imperava nel loro tempo poteva tranquillamente essere riciclato con puro spirito punk operando sulle melodie, generando così una sorta di matrimonio ideale, tutto australiano, tra l'anima estremamente pop dei Bee Gees e quella estremamente rock degli Ac/Dc. Oggi questo mix di punk e pop lo chiameremmo power-pop, ma loro ci aggiunsero pure venature evidenti di roots-rock e un songwriting ironico e geniale. (NG)
Take #2, prova anche: Blow your Cool (Elektra 1987)


1985
Jeffrey Lee Pierce
Wildweed
[Statik]

Quello che mancò a Jeffrey Lee Pierce per diventare un'icona giovanile alla Jim Morrison o alla Kurt Cobain fu la "fortuna" di morire all'indomani di questo suo primo disco solista. Quando quella morte che aveva così ossessivamente intriso tutta la sua poetica lo raggiunse veramente nel 1996, il suo nome era già finito nel cimitero dei dinosauri degli anni 80 o negli elenchi degli artisti di culto delle riviste specializzate. Forse anche la sua visione di un'America distorta e corrotta e le sue apocalittiche previsioni del futuro avrebbero potuto impressionare le più fervide menti adolescenziali, ma la musica che pulsava in Wildweed era un roots-rock maturo, reso nevrotico da batterie pulsanti e decisamente new-wave e con parti vocali vicine al David Byrne più allucinato; tutto molto elettrizzante, quanto troppo poco definibile per generare inni generazionali di massa. (NG)


1985
John Fogerty
Centerfield
[Warner]

Probabilmente le beghe contrattuali che lo hanno tenuto per dieci anni lontano dal mondo discografico gli evitarono la pena di dover fare dischi brutti e poco ispirati per stare al passo dell'era della disco-dance e dell'elettronica. Sicuramente Centerfield vinse la scommessa di riportare in cima alle classifiche il nome dimenticato di John Fogerty, salvando capra e cavoli con un lato in puro "creedence-style" e un lato con drum-machines e l'evidente presa per i fondelli finale di Vanz Kant Danz. L'America reaganiana si appropriò indebitamente dell'epica puramente yankee della title-track, esattamente come fece con Born in The Usa di Springsteen, ma a noi venne restituito un uomo in grado di scrivere ancora una The Old Man Down The Road con la stessa semplicità di un tempo. (NG)


1985
Lone Justice
Lone Justice
[Geffen]

Bionda, carina e con una bella e squillante voce country: Maria McKee sembrava dovesse spaccare il mondo, ma oggi sappiamo come è andata a finire. Al suo esordio con i Lone Justice sembrò di sentire la versione femminile dei Tom Petty & The Heartbreakers, ma senza ancora gli annacquamenti mainstream già accusati dalle loro produzioni di quel periodo. Il buon Petty contribuì con un brano strepitoso come Ways To Be Wicked, Benmont Tench e Little Steven insegnarono alla band a suonare in studio, Jimmy Iovine produsse il tutto con la proverbiale potenza del suo suono, la mega-star del momento Annie Lennox benedì con la sua voce il fortunato singolo Sweet, Sweet Baby (I'm Falling). Loro ci misero canzoni all'altezza e la grinta e l'urgenza dei vent'anni, tutta merce di lusso che già scomparve nel disastroso album successivo. (NG)


1985
The Long Ryders
State of Our Union
[Island]

Mentre le band californiane si scambiavano i vinili dei gruppi garage degli anni 60, i Long Ryders di Sid Griffin si accontentavano dei dischi dei Byrds. Ma non si limitarono ad omaggiarli inserendo la Y nel loro nome o edulcorando il jingle-jangle sound della chitarra di McGuinn, ma anche ricordando a tutti che era esistito Sweetheart Of The Rodeo, Gram Parsons e il country-rock. Senza saperlo crearono il roots-rock moderno come lo conosciamo e definiamo oggi, anticipando di un paio d'anni la decisiva svolta in questa direzione dei Green On Red. The State Of Our Union fu l'album della maturità e la loro eredità più importante, paradossalmente più apprezzato in Inghilterra che da un America poco vogliosa di riscoprirsi, e che decretò con la sua disattenzione il prematuro declino della band. (NG)
Take #2, prova anche: Native Sons (Zippo 1984)


1986
R.E.M.
Life's Rich Pageant
[IRS]

Per trovare un' identità definitiva, i R.E.M. passarono nel giro di un anno da un album prodotto da Joe Boyd, padre di tutto il brit-folk storico, a questo Lifes Rich Pageant, che fu messo nelle mani di Don Gehman, produttore di John Cougar e uomo dai gusti più rudi e puramente americani. Peter Buck per le parti di chitarra studiò tutta la sua collezione di vinili di garage-rock degli anni 60, confessò un' insospettabile passione per l'hard rock degli anni 70 e fece tesoro di tutta la violenza del punk californiano dei primi anni 80. Un supporto ideale per le virulente invettive politiche di un grintosissimo e rauco Michael Stipe, ma anche l'occasione giusta per definire il lato più duro ed elettrico di una band che saprà maturare ancora, ma non ripeterà mai più un simile perfetto mix di rabbia e gusto melodico. (NG)
Take #2, prova anche: Murmur (IRS 1983)


1987
John Mellencamp
The Lonesome Jubilee
[Mercury]

Nonostante il suo blue-collar rock suonasse sempre più adulto e meno radio-friendly disco dopo disco, John Cougar non era ancora riuscito ad evitare di finire, per l'immaginario comune, nella schiera dei "nuovi Bruce Springsteen". Ma quello che fece sentire con The Lonesome Jubilee era indefinibile e lo emancipò definitivamente: non era rock, non era country e non era neanche folk, e oltretutto riusciva a sembrare moderno nonostante lo schieramento di violini, fisarmoniche e mandolini. Il fatto è che non era nemmeno più John Cougar, era John Mellencamp, un ex bulletto del rock che urlando il proprio sdegno per la "reaganomic" aveva ritrovato il suo vero nome e soprattutto un sound, il suo, un'assoluta novità nel 1987, una regola consolidata per tutto il rock americano oggi. (NG)
Take #2, prova anche: Big Daddy (Mercury 1989)


1987
Robbie Robertson
Robbie Robertson
[Geffen]

Nessuno ci aveva creduto al ritiro dalle scene annunciato da Robbie Robertson dopo l'ultimo valzer con la Band. La molla che lo rimise in pista fu la morte dell'amico Richard Manuel, ma l'uomo che lo convinse fu l'emergente Daniel Lanois, che gli portò in studio i protagonisti degli altri capolavori che stava producendo in quell'anno. Gli U2 di Joshua Tree, il Peter Gabriel di So, più le voci dei Bodeans e della fidanzata Maria McKee, i fiati di Gil Evans e i vecchi compari Rick Danko e Garth Hudson, tutti assieme per creare una delle migliori realizzazioni del Lanois-pensiero. In questo Robbie contribuì con una voce profonda e convinta, un tocco di chitarra mai così rude e nove canzoni perfette che parlavano dell'America magica e selvaggia dei pellerosse e di quella cinica ed erosiva degli yankee non dando mai l'impressione di parlar di politica. (NG)


1987
Ry Cooder
Get Rhythm
[Warner]

A furia di scavare nel fangoso sottobosco della tradizione, la musica di Ry Cooder stava mostrando un po' la corda. Ry decise così di dedicare anima e corpo solo al più remunerativo lavoro di produttore e soundtrack-maker, non prima però di pubblicare questa definitiva summa di tutto quello che aveva scoperto in vent'anni di onorata carriera. In Get Rhythm c'era Elvis Presley, c'era Johnny Cash, c'era Chuck Berry, c'era la frontiera raccontata attraverso l'immortale Across The Borderline dell'amico John Hiatt, c'era la musica di New Orleans e c'era il blues del Reverendo Davis. C'era il suo suono più aspro ed elettrico, quello che presterà a tanti altri artisti, quello che meglio sfruttava la sua voce spigolosa e sgraziata. E c'era tutta l'America che suona da sempre nei nostri stereo. (NG)
Take #2, prova anche: The Slide Area (Reprise 1982)

1987
Suzanne Vega
Solitude Standing
[A&M]

Non fu solo l'aver azzeccato uno di quei singoli che conoscono anche i muri come Luka, non fu solo l'aver aperto la porta al mondo discografico ad una schiera di nuove giovani cantautrici, non fu nemmeno il fatto che una esile e timida ragazza senza gli attributi tipici della vamp anni 80 divenne improvvisamente una star. Fu soprattutto che grazie a Solitude Standing ancora oggi intere generazioni di ragazze in tutto il mondo trovano la forza e la convinzione di imbracciare una chitarra e scrivere canzoni. Poco importa che non sarà nemmeno il disco migliore di Suzanne Vega e che la produzione di Lenny Kaye (chitarrista del Patti Smith Group) fosse anche parecchio furbetta. Contò il miracolo di aver riportato in cima alle charts la leggerezza e la semplicità di una folk-song, e non fu davvero poca cosa. (NG)
Take #2, prova anche: Suzanne Vega (A&M 1985)


1987
Thin White Rope
Moonhead
[Frontier]

Non ci basta lo spazio per elencare i motivi validi per ritenere i Thin White Rope una band fondamentale e ancora oggi incredibilmente influente. Il californiano Guy Kyser li fondò quasi per scherzo, scegliendo come nome l'espressione usata da William Borroughs per descrivere l'eiaculazione e riunendo altri pazzi che come lui mal digerivano la musica solare della loro terra, prediligendo le chitarre garage-rock degli anni 60, la psichedelia di San Francisco mischiata con echi del primo hard-rock più gotico, lo spleen dei Dark e della New Wave degli 80 e persino la granitica freddezza del kraut-rock tedesco dei 70. Un impasto di roots-rock acido e "desertico" che raggiunse con Moonhead, un'altra pietra miliare del Paisley Underground, la massima perfezione stilistica, una qualità che resterà comunque pressochè intatta fino all'abbandono delle scene del 1992. (NG)
Take #2, prova anche: In the Spanish Cave (Frontier 1988)

1987
Warren Zevon
Sentimental Hygene
[Virgin]

Vengono in mente pochi altri artisti oltre Warren Zevon in grado di smuovere nomi così altisonanti in proprio soccorso. La pletora di ospiti presenti nell'estremo saluto di The Wind aveva infatti già un precedente in Sentimental Hygiene, dove Neil Young, Bob Dylan, i R.E.M., Don Henley, Brian Setzer, Flea, George Clinton (per non citare i tanti chitarristi illustri presenti) festeggiavano il ritorno di questo sfortunato eroe dalla "Detox Mansion" dove si era ripulito dall'alcool. Il merito di Zevon fu quello di non sprecare tanta grazia coinvolgendo tutti in un disco che rilanciava a gran voce la forza dei songwriters di stampo classico, con il produttore Niko Bolas bravo a cucire addosso a dieci ottime canzoni un sound aspro e radiofonico al tempo stesso. Purtroppo ad accorgersi del gran risultato continuarono ad essere solo gli addetti ai lavori. (NG)
Take #2, prova anche: The Envoy (Asylum 1982)


1988
John Hiatt
Slow Turning
[A&M]
Nel 1988, rinfrancato dall'inaspettato successo di Bring The Family, John Hiatt prese un pugno di canzoni straordinarie e le immerse nelle acque del Mississippi. Quando le ripescò vi trovò attaccata come una cozza la chitarra di Sonny Landreth, il migliore erede di Tony Joe White e di tutto lo swamp-blues di New Orleans, e le usò per riempire Slow Turning. A quel punto John si ritrovò nel giro di un anno con ben due capolavori, e scegliere quale portarsi sulla fatidica isola deserta è problema nostro. A guidarlo a sud fu l'esperto produttore Glyn Johns, che lo aiutò a sciogliere il suo cuore triste e gelido grazie ai piatti del Tennessee e a una serie di storie che sancivano il felice e definitivo matrimonio tra il miglior cantautorato americano e la musica nera del Delta. (NG)


1988
Tracy Chapman
Tracy Chapman
[Elektra]
Se Suzanne Vega l'anno prima aveva aperto la porta a una nuova scena folk femminile, Tracy Chapman la buttò giù a calci con uno dei dischi più incredibili e inverosimili del decennio. Una piccola, grassoccia e per giunta nera ragazzetta, pescata in qualche college da David Kershenbaum (significativamente lo storico produttore di Joan Baez), parlò di rivoluzione, povertà e segregazione razziale all'America dell'edonismo reaganiano e vendette più di 7 milioni di copie. E questo grazie ad un singolo apparentemente incommerciabile come Fast Cars, unico brano dell'album lungo e senza un refrain immediatamente cantabile. Una sfida impossibile vinta con undici perle tra folk e easy-listening che rimarrà anche l'unico miracolo di una carriera spesa poi in una dignitosa e appartata banalità. (NG)



1989
Indigo Girls
Indigo Girls
[Epic]


Il fenomeno delle folksinger scatenato da Suzanne Vega trovò nelle Indigo Girls le interpreti più agguerrite e, in fin dei conti, più durature. La vena melodica di Emily Saliers, intrecciata con quella più grintosa di Amy Ray, rappresentò un cocktail micidiale che fece il botto con il debutto su major, un disco che vinse il Grammy Awards come album folk dell'anno e vantò anche vendite considerevoli grazie al singolo Closer To Fine. Sponsorizzate dalla presenza dei R.E.M. (produceva il loro uomo di fiducia Scott Litt) e degli Hothouse Flowers, le ragazze impersonarono al meglio la rabbia e la volontà di emancipazione del mondo femminile, sfogate anche nelle tante lotte politiche che sosterranno personalmente nel corso degli anni, prime fra tutti quelle sui diritti dei gay e dei native-americans. (NG)
Take #2, prova anche: Strange Fire (Epic 1987)

venerdì 15 maggio 2009

DROPKICK - Patchwork


20/4/2009
Rootshighway


VOTO: 7
"The Scotlland's finest alt-country power-pop band" ha sentenziato Tom Morton della BBC scozzese. Pochi dubbi sul fatto che i Dropkick possano realmente esserlo, visto che probabilmente le highlands scozzesi non pullulano di perfetti cloni dei Jayhawks come loro. Per cui prendiamo per buona la presentazione, anche per fare ammenda sul fatto che scopriamo questo trio, proveniente da un piccolo paese chiamato Angus, solo grazie a questo Patchwork, ottavo album di una piccola saga iniziata nel 2001. Tutto era nato dall'insana passione dei fratelli Alan e Alaistair Taylor per l'alt-country americano, una fissazione che li ha portati a diventare provetti chitarristi di genere (Alan suona anche la batteria) e ad ampliare il loro raggio d'azione ai vari banjo, mandolini, glockenspiel e pedal steel, vale a dire il campionario base per una perfetta country-band di seconda generazione. A loro si sono uniti nella formazione più recente il chitarrista Roy W. Taylor e Stuart Low, tutti uniti nel condividere la vita on the road di una band indipendente che gira spesso l'Europa mietendo complimenti un po' ovunque. Jayhawks abbiamo detto: inutile evitarne il riferimento, queste dodici canzoni potrebbero tranquillamente essere quel seguito di Tomorrow The Green Grass che non abbiamo mai avuto a causa dei dissapori tra Louris e Olson. E non fatevi ingannare troppo dal "power-pop" della dichiarazione di Morton, perché qui il sound e le melodie sono puramente country-rock e seguono quella linea in bilico tra suono rurale e orecchiabilità radiofonica che dai Jayhawks porta fino agli America che furono. Nessuno spazio quindi ai ritmi serrati e alla frenesia del vero power-pop come lo intendiamo noi: questi ragazzi scozzesi sanno realizzare piccole gemme di cantautorato americano moderno come To You, Making Time To Talk o Lucky That The Heart, che davvero avrebbero potuto anche essere ammesse in quella summa di genere che è stato Rainy Day Music dei Jayhawks. A questo punto sembra anche inutile stare a rimestare lo stesso discorso sulle ragioni che ci spingono a volte a godere di questo "patchwork" di idee altrui, i Dropkick sono una delle tante dimostrazioni che si può essere dei cloni, dei semplici derivati, ma essere in grado di creare un prodotto piacevole e ben fatto. Basta solo avere la grazia di scrivere ottime canzoni in fondo (e qui davvero in questo senso i momenti di routine vanno cercati con il lanternino) e riuscire a ben nascondere i limiti tecnici e produttivi che una realtà come la loro si porta inevitabilmente appresso. Abbandoniamoci dunque senza troppe remore critiche alle melodie di Where I'm From, agli echi neilyounghiani di Listen To You, al sixtie-pop di Patchwork: ascoltate facendo scivolare le ruote di una macchina seguendo il loro ritmo, suonano semplicemente perfette. Patchwork potrebbe essere catalogato come disco per nostalgici, se non fosse che noi, come loro, crediamo ancora nella grande attualità di questo rock. (Nicola Gervasini)
http://www.dropkickmusic.co.uk/



lunedì 11 maggio 2009

RIGO - Smiles & Troubles


27/04/2009
Rootshighway


"In Italia manca la cultura musicale di base". A dirlo si viene tacciati di banale qualunquismo, ma questo Smiles & Troubles di Antonio Righetti, alias Rigo, ci costringe ad una piccola riflessione. Nel piccolo mondo nostrano succede che l'immensa notorietà acquisita da Ligabue, ormai pari a quella del Vasco nazionale, continui a non avere un effetto positivo sull'amore per la musica americana dei nostri connazionali (d'altra parte se non c'è riuscito Springsteen ai tempi d'oro…). E così Smiles & Troubles per uscire deve farsi tutta la trafila da produzione e promozione indipendente, come se Rigo fosse uno sconosciuto pivellino alle prime armi e non un bassista acclamato in tanti affollatissimi concerti. Se dunque noi piangiamo ancora una volta l'assenza dell'elemento "curiosità" dell'ascoltatore medio, dobbiamo anche rilevare che il buon Rigo ha dimostrato coraggio (o scarsa furbizia) nel non approfittare dell'effetto traino della sua lunga collaborazione con il Liga nazionale.

Un album in italiano, per quanto immerso nei suoni americani tutto "lambrusco e popcorn", finirebbe in ben altre programmazioni. Invece Smiles & Troubles adotta la via di canzoni in inglese e autografe, e semmai va ad intralciare il sentiero intrapreso da anni del vecchio compagno di avventure Graziano Romani. Su queste pagine abbiamo parlato anche del suo mini album di esordio Songs from a Room Vol.1, un progetto che già evidenziava l'appartenenza di Rigo a tutta una mitologia culturale da strada. Lui stesso descrive l'album come nato in camere hotel, da pasti con striminzite gallette, pneumatici che frusciano sull'asfalto dell'A1…Avete capito insomma: sincera passione, sudore da palco e quella giusta dose di vecchio immaginario rock ormai fuori moda che potrebbe ancora far sognare qualcuno. E forse piangeremo lacrime amare il giorno che scopriremo che non sarà rimasto più nessuno sensibile ad un artista che nei suoi show si prodiga tra una canzone e l'altra in readings di Hemingway, Kerouac, Pavese, Miller e tanti altri.

Ma cosa troveranno i curiosi in questo disco? Rock americano puro, con a sorpresa poco Springsteen nel motore e molto cantautorato di marca roots al volante, quello che genera gli episodi migliori del cd come The One You Watch, la delicata I Love You e la sofferta Lonely Winner. Potranno scoprire cosa succede quando un outsider indovina il pezzo da big in (Just Like) St.Thomas (c'è il PFM Mauro Pagani che si aggira in studio). O potranno riassaporare anche il mondo di Ligabue, in una All I Really Want che pare la traduzione di un suo brano, nei suoni nati tra Correggio e il Texas con la batteria del fido Robby Pellati, compagno di ideali fin dall'era Rocking Chairs, e il chitarrista "come piace a lui" Marco Montanari. Troveranno anche subito gli errori, quando Rigo pretende troppo dalle sue limitate possibilità vocali (il vero tallone d'achille del cd) nel funky iniziale di A Girl Called You e nei fastidiosi echi della poco riuscita Stay. Potranno imparare cosa vuol dire vivere sempre On The Wrong Side Of Everything, come recita la buona chiusura del disco. Nulla di nuovo e di speciale per chi mastica l'argomento tutti i giorni. Un'occasione persa invece per quei tanti che non conoscono quella cultura nata "fra la via emilia e il west", di cui Rigo resta uno degli ultimi irriducibili portabandiera.
(Nicola Gervasini)


www.irmagroup.com

sabato 9 maggio 2009

CLAIRE HOLLEY - Hush

15/04/2009
Rootshighway

VOTO: 5,5


Non è questione di genio e nemmeno di personalità: è la pigrizia il male che attanaglia buona parte delle produzioni odierne. E' l'essere un'artista indubbiamente capace, sicuramente talentuosa e dotata di gran gusto come Claire Holley, deliziosa cantautrice del Mississippi, ma non avere qualcuno a fianco che sappia scuotere, scatenare, violentare tanto tesoro umano. E' produrre un disco come Hush, quinto album in studio di un'artista dedita fin dal 1997 ad un folk urbano sullo stile della prima Suzanne Vega, e scoprire che in cinque anni Claire ha perso gran parte dell'energia che avevamo conosciuto anche su queste pagine con il precedente Dandelion del 2003. Anni in cui la Holley ha fatto la mamma al figlio Jack e si è dedicata alla realizzazione delle musiche per l'opera teatrale See Rock City di Arlene Hutten, temporeggiando con la pubblicazione di un cd dal vivo. Ora si ripresenta con dodici piccoli pensieri acustici che dovrebbero fare di misura ed essenzialità virtù, ma stavolta manca davvero qualcosa.

Il problema di Hush è che è un disco geometrico, perfetto nelle forme, definito nelle linee, estetizzante nella forma. La minuziosità con cui la Holley registra piccole storie folk come Go Away Now o Visit Me dà la certezza che entrando in casa sua non si troverà mai un oggetto fuori posto, un granello di polvere sul pavimento o una macchia di sporco sul divano. Bello quanto snervante, perché alla fine si passano questi trentasei minuti alla disperata ricerca di qualcosa che rompa tanta armonia, magari in occasione di un pezzo bluesato come Simple Meals, oppure quando la Holley utilizza le liriche del poema di Yeats "The Lake Isle Of Innisfree" per commentare le eteree note della sua Innisfree. Si spera in un'impennata di vitalità leggendo che negli studios di Los Angeles si aggira la sei corde di Greg Leisz, uno che sa far graffiare le chitarre quando vuole, ma anche lui si appallottola su se stesso come un gatto intento a fare le fusa.

Questione di pura indolenza secondo noi, di accontentarsi di piccoli quadretti come Under The Moon, di prevedibili standards come Stars Fell On Alabama, di uno strumentale tutto suggestione e niente sostanza come Goin West o dell'immancabile ninna nanna di Say Goodnight. Non c'è nulla di sbagliato in queste dodici canzoni, e alla fine questo è il loro più grande difetto: manca quel senso d'insicurezza che rende adrenalinici anche gli album più quieti e soffusi che si aggirano sullo stesso terreno. Manca la voglia di dare un'anima a poesiole cantilenanti come Edge Of A Storm senza fidarsi troppo delle proprie parole, anche quelle sempre quadrate, sempre esatte nel loro raccontare gli amori quotidiani di questa bella ragazza. Wedding Day e Leaving This Town restano i brani più riusciti, con quel loro umore vicino alla Rickie Lee Jones più folkie, ma vanno cercati. Se chiedete indicazioni a Claire, sarà impeccabilmente gentile nel dirvi dove stanno.
(Nicola Gervasini)

www.claireholley.com
www.myspace.com/claireholleymusic


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mercoledì 6 maggio 2009

BONNIE PRINCE BILLY - Beware


01/04/2009
Rootshighway


VOTO: 8,5



Nel mondo di Will Oldham due più due non fa mai quattro, le emozioni si esprimono solo nell'oscurità, e si traducono sempre in un folk strascicato e caracollante. O perlomeno questa era diventata la banalità di rito da dire nelle recensioni a lui dedicate. Con Beware cambia la sua musica, e probabilmente anche il modo comunemente usato per descriverla. Nel corso delle numerose produzioni di tutte le sue incarnazioni artistiche (Will Odlham, Palace Brothers, Palace Music e Bonnie "Prince" Billy quelle principalmente usate), Oldham ha creato un club che ammette pochi selezionati adepti, ma l'anno scorso sono arrivati l'indefinibile Lie Down In The Light e quello strano e strabiliante live Is This The Sea?, entrambi così pesantemente immersi nella tradizione rurale americana da cominciare a far storcere il naso ai soci più esclusivi, poco avvezzi ad ammettere linguaggi così convenzionali e codificati nelle vene del loro guru. Beware esce come al solito in fretta, con quella cadenza ormai semestrale a cui ci ha abituati (se il prossimo novembre non dovesse pubblicare nulla, ci sarà seriamente da preoccuparsi), e toglie ogni dubbio sulla natura della svolta intravista lo scorso anno. Lo scandalo è che per la prima volta Oldham sembra voler omaggiare, seguire, citare altri mondi e altri stili, fin da quella copertina che è un'evidente copia di Tonight's The Night di Neil Young, ma potrebbe anche essere il layout su cui basare una serie di suoi ipotetici American Recordings. Ma la buona novella è che questo disco non è un titolo di passaggio, ma rappresenta una nuova milestone del suo straordinario percorso artistico, dopo che I See A Darkness aveva certificato la raggiunta maturità e The Letting Go aveva chiuso il corso con il classico sommario di una carriera. Il suono di Beware è nato negli studi di Chicago con una folta schiera di musicisti di genere, tra i quali il chitarrista Greg Leisz e l'ex Mekons Jon Langford, ed è un sound pieno, molto simile a quello che si ritrovava in certe produzioni di Nashville degli anni settanta, con largo uso di epici cori femminili (Beware Your Only Friend), abbondante uso di pedal-steel guitar, e ritmi orgogliosamente classic-country (You Can't Hurt Me Now e I Don't Belong To Anyone). Ad un certo punto fa capolino persino un bellissimo sax da rotonda sul mare in quella gemma che è My Life's Work, brano che tra schitarrate elettriche, violini piangenti e cori in crescendo, mostra tutta la voglia di Oldham di uscire dal minimalismo sonoro che lo ha sempre contraddistinto. E poi c'è questa nuova vena folk-pop che fa si che Beware sia pieno di momenti accomodanti, con gentili ballate acustiche che ricordano addirittura un certo Cat Stevens (Death Final e ancor di più I Won't Ask Again). Qui si guarda agli anni settanta, omaggiando sia gli ambasciatori del dolore di quegli anni (You're Lost, Heart's Arms con i suoi lugubri archi, e lo splendido finale con flauto di Afraid Ain't Me, sono i momenti più devastanti), sia la vena leggera del folk-rock di allora (I Am Goodbye e You Don't Love Me, così facili e cantabili, sarebbero potute anche essere canzoni papabili per una programmazione radiofonica trentacinque anni fa). A voi a questo punto il compito di decidere se questa è la fine del vostro interesse per il personaggio o magari il primo suo disco che scorre finalmente su coordinate a voi consone. A noi questo Bonnie "Prince" Billy sta piacendo esattamente come quello di prima. (Nicola Gervasini)
http://www.dominorecordco.com/artists/bonnie-prince-billy

lunedì 4 maggio 2009

BOB DYLAN IN 6 DISCHI

Film TV 27 Aprile 2009


The Freewheelin’ Bob Dylan
(Columbia, 1963)

Il mito Bob Dylan nasce con la foto di un giovane folk singer che non rinuncia ad un giubbotto evidentemente troppo leggero, e con una via innevata del Greenwich Village, culla del folk di New York. Disco ancora non perfetto, ma fondamentale per rappresentare il primo Dylan. Blowin’ In The Wind è il suo primo manifesto, Masters Of War il vademecum di come si scrive una canzone intelligente ed inferocita, mentre A Hard Rain’s A-Gonna Fall rimarrà uno dei suoi inarrivabili capolavori lirici.

Highway 61 Revisited
(Columbia, 1965)

Non è stato Highway 61 Revisited a raccontare l’America, ma l’America ad adattarsi e diventare come Dylan l’aveva qui descritta. Il mito qui è la strada, quella che Dylan percorre come Kerouac scrivendo un’opera epocale che è anche il suo primo disco interamente elettrico, stilisticamente il punto di svolta cruciale su cui poggia ancora oggi tutta la musica americana. L’attacco d’organo di Like A Rolling Stone è l’incipit più imitato di sempre, il Mr. Jones di Ballad Of A Thin Man il personaggio più famoso uscito dalla sua penna.

Blonde On Blonde
(Columbia, 1966)

Ci voleva uno dei primi album doppi della storia per raccontare Dylan e il rapporto con le sue donne. La sua maestria nel descrivere l’universo femminile genera Just Like A Woman, i sogni di Visions Of Johanna e la dedica alla sua prima moglie di Sad-Eyed Lady Of The Lowlands. Il disco più perfetto e completo della sua carriera, e forse di tutta la storia musicale americana, viene concepito a Nashville, un tradimento alla sua New York che rappresenta anche l’epitaffio a tutta la grande stagione del folk.

Blood On The Tracks
(Columbia, 1975)

“Queste canzoni parlano dei miei genitori”. Jakob Dylan, leader dei Wallflowers, ci ha provato a sciogliere una delle discussioni tra dylanologi più accese e senza soluzione. Dylan prova la vita familiare, ma il matrimonio con Sara ne esce distrutto. Il sangue sulle rotaie è quello versato per la fine di una relazione, e ancora oggi migliaia di nuovi folk-singer provano senza mai riuscirci a rilasciare una così totale e struggente confessione delle proprie debolezze. Seminale, quanto umanamente insostenibile.

Desire
(Columbia, 1976)

Desire è l’album più cinematografico di Dylan, con una potenziale sceneggiatura nascosta in ogni brano. Hurricane un film lo è poi diventato veramente, con la storia del processo al pugile Rubin Carter, mentre l’epopea di un gangster raccontata in Joey, il fuorilegge in fuga di Romance In Durango, la catastrofe naturale di Black Diamond Bay e le romanze epiche di Isis e One More Cup Of Coffee attendono ancora il regista giusto. Il disco e relativa tournee più belli sotto il profilo musicale.


Oh Mercy
(Columbia, 1989)

Creare un nuovo mito nel 1989 a 27 anni dall’esordio sembrava impossibile, e Oh Mercy per esserlo ha dovuto aspettare che il suo autore ne narrasse la genesi nel libro autobiografico Chronicles. Il blocco creativo della seconda metà degli anni ’80 si tramuta in fiume in piena di nuove grandi canzoni, grazie alla magia di New Orleans e ai mille litigi con il produttore Daniel Lanois. Troppo genio in una stanza sola, tanto che l’attrito produrrà nel 1997 Time Out Of Mind, un secondo capitolo altrettanto vibrante.

(Nicola Gervasini)

venerdì 1 maggio 2009

BARZIN - Notes To An Absent Lover



23/03/2009
Rootshighway


VOTO: 8
Arriviamo ad occuparci di Barzin per la prima volta in queste pagine a distanza di sei anni dal suo disco di esordio, ma mai come in questo caso attendere il momento buono è stata saggia decisione. Barzin Hosseini è un canadese di origine iraniana, dedito ad un folk elegantemente soffuso, intimo, non necessariamente sempre depresso o struggente, semplicemente rarefatto. Prima di arrivare a questo Notes To An Absent Lover aveva già prodotto due album e due ep, mantenendo sempre intatta la sua monolitica struttura stilistica slow-core, ma qui il ragazzo sembra proprio cominciare a fare le cose sul serio in fatto di crescita e maturazione. Nello sterile esercizio di trovare riferimenti per farvi capire di che stiamo parlando sembra impossibile non tirare in ballo tra i tanti i Mojave 3, Mark Kozelek, ma più di tutti forse Mark Eitzel e i suoi American Music Club (per Stayed Too Long In This Place forse Mark potrebbe anche chiedere qualche diritto). Riporta a lui infatti l'uso che Barzin fa della voce, tenuta sempre su toni caldi, spesso quasi jazzati, l'insistenza sull'utilizzo delle spazzole della batteria, e l'inserimento di un caldo pianoforte.

Ma se fino ad oggi Barzin restava fenomeno da passaparola indipendente, l'apertura melodica dimostrata da queste nove canzoni comincia ad assumere una statura più importante. Ascoltare ad esempio la splendida Look What Love Has Turned Us Into, episodio atipico nell'album, sostenuto da un battito più deciso e sviluppato come una semplice e gustosa pop-song, traccia persino "radio-friendly" potremmo arrivare a dire, se solo esistesse ancora una radio interessata a proporre questi suoni. Il piglio più cantautoriale è confermato anche dalle perfette melodie costruite per brani come la Words Tangled In Blue, dylaniata non solo nel titolo, così come l'inno ad una donna idealizzata e di per sé inesistente in Queen Jane (altro titolo dylanesco…un caso?) o i malinconici rimpianti di Soft Summer Girls. L'amante assente del titolo non è altro che una donna della mente, impalpabile, eterea in quanto semplicemente immaginaria, e questo porterebbe il senso di soffocamento indotto dalla tristezza e solitudine di queste canzoni a livelli insostenibili se Barzin non avesse trovato un perfetto equilibrio tra suoni (tanto piano, ma anche moltissima pedal-steel guitar a giocare il ruolo di tappeto melodico), una orecchiabilità che non passa certo inosservata (When It Falls Apart la fischietti anche dopo pochi ascolti) e una certa furbizia che non guasta nel coprire i momenti di stanca con molto mestiere.

L'album è breve e lascia sempre quella piccola sensazione che manchi ancora qualcosa, che a volte Barzin si piaccia ancora troppo (Lost poteva trovare uno sviluppo più articolato) e si accontenti del suo innegabile forte impatto emotivo, ma se avete amato The Swell Season di Glen Hansard & Marketa Irglova, allora non perdetevi questo Notes To An Absent Lover: in un vinile d'altri tempi ne sarebbe stato il perfetto lato B.
(Nicola Gervasini)



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