sabato 29 novembre 2008

BRETT DENNEN - Hope for the Hopeless

17/11/2008
Rootshighway

VOTO: 6

…la disarmante capacità di scrittura e una voce inconfondibile sono le armi che segnalano questo ventiseienne come la promessa più consistente del cantautorato USA. Scrivevamo così due anni fa esatti su queste pagine, in occasione della scoperta di Brett Dennen e del suo acclamato secondo album So Much More. Nulla è cambiato da allora, quel disco resta oggi sempre bello e intenso, e le speranze venivano giustamente riposte su un artista che sembrava unire lo spleen indolente di un Ron Sexsmith con la lievità del miglior Josh Rouse. Lo aspettavamo dunque questo Hope For The Hopeless, l'abbiamo ascoltato e riascoltato, girato e rigirato, sviscerato e masticato, ma alla fine non siamo riusciti ad eludere una piena delusione. Dovremmo forse impegnarci a rispettare la scelta artistica di Brett di porre pesantemente l'accento sull'aspetto più leggiadro delle sue melodie, di aver infarcito il disco di ritmi caraibici, con un risultato che si sdraia tra una tavola da surf di Jack Johnson e un margarita di Jimmy Buffett, ma alla fine ce non ce l'abbiamo fatta. Vero, non siamo morti di ribrezzo lasciandoci andare anche solo per qualche minuto a pop-song da villaggio vacanze come Make You Crazy, piccolo scempio terzomondista perpetrato con il nigeriano Fela Kuti, o alla piacevole inconsistenza di una Closer To You o ancora al tenero arpeggio di So Far From Me. Riconosciamo anche che il produttore John Alagìa (John Mayer e Dave Matthews sono suoi clienti) si conferma come uno di quei marpioni da sala registrazione in grado di rifilarti una robetta easy-listening/adult-oriented come When She's Gone spacciandolo per folk intimista, e per un po' ci siamo cascati anche noi. Ma poi quando arrivano i coretti e i campanellini di World Keeps Turning si comincia francamente ad esagerare, e non sarà certo il piacevole zuccherino soul alla Al Green di Who Do You Think You Are? a calmare l'agitazione che comincia ad assalirci. Ci eravamo sbagliati dunque?. Giammai!, e non lo diciamo per cocciutaggine, ma perché, pur nel suo essere un dischetto dimenticabile, Hope For The Hopeless continua a palesare l'esistenza di un'artista dotato di una grande capacità di comunicazione e di una strabiliante facilità a cogliere subito la nota giusta. D'altronde le convincenti San Francisco e Heaven o la toccante Ain't Gonna Lose You, uniche conferme stilistiche e qualitative di quanto dimostrato con il disco precedente, non possono nascere dal nulla. Per il resto sbagliare il disco cruciale è capitato a molti, qualcuno si è poi definitivamente perso, altri hanno saputo rigenerarsi, basta solo ritornare a cantare sé stessi e non scadere nelle scopiazzature della neilyounghiana Follow Your Heart o nel piazzare il solito organo "alla Like A Rolling Stone" in Wrong About Me, mezzucci di mestiere che possiamo attenderci da mille altri bar-losers, ma che da uno come lui non possiamo proprio accettare….O la stiamo forse sopravvalutando una seconda volta Mister Dennen? (Nicola Gervasini)

mercoledì 26 novembre 2008

CHRIS ECKMAN - The Last Side Of The Mountain


14/11/2008
Rootshighway
VOTO: 7
Gli studi Zuma di Lubjana in Slovenia sono diventati da alcuni anni un vero e proprio laboratorio di idee per Chris Eckman. Il leader dei Walkabouts ha spostato qui il centro dei suoi interessi, e da qualche tempo sta sperimentando una via tutta europea per pensare musica. Da questa factory artistica sono già uscite molte sue produzioni (quest'anno lui stesso aveva licenziato Dirtmusic, un disco co-firmato con Hugo Race e Chris Brokaw), ma anche il recente disco di Steve Wynn (Crossing Dragon Bridge) o quello di Terry Lee Hale dello scorso anno (Shotgun Pillowcase), tutti album caratterizzati da un sound molto levigato e lontano dalla polvere del rock stradaiolo d'oltreoceano. Naturale dunque che Eckman abbia sentito il bisogno di dedicare alla Slovenia questo nuovo The Last Side Of The Mountain, un progetto che nasce dalla sua scoperta dell'opera di Dane Zajc, un poeta neo-espressionista sloveno poco conosciuto in Italia, ma di grande fama internazionale grazie ad una raccolta di poesie intitolata Scorpions. E proprio da questo libro Eckman ha estrapolato dieci poemi nella loro versione in inglese (curata dallo stesso Zajc), e li ha musicati ottenendo un risultato davvero affascinante. La formula utilizzata è presto detta: una sezione d'archi imponente (registrata a Praga) dona un tocco sinistro alle sue tipiche dark-songs elettro-acustiche, mentre, rispetto ad altri dischi cotti nel forno sloveno, viene ben accolto l'utilizzo parco e morigerato di tastiere e interventi elettronici. Down Down, la soave Eyes o la soffocante Ransom sono un inizio folgorante, con la voce di Chris ormai arrivata ai livelli sotterranei di un Mark Lanegan e gli splendidi (e alquanto pessimistici) versi di Zajc. Particolarmente suggestiva riesce Who Will Light Your Path?, splendido duetto con la vocalist polacca Anita Lipnicka, che ricorda tanto le murder ballads con Kyle Minogue e Pj Harvey di Nick Cave, e piace molto anche la cavalcata da country fuorilegge di Stranger, con la sua armonica penetrante. Fino a questo punto il cd riesce a tenere un ottimo livello di tensione, ma dalla trasposizione di Scorpions (da brividi il poema) in poi cominciano a prendere il sopravvento gli archi e certi barocchismi colpevoli di appiattire il sound. La sofferta Hourse viene lasciata a crogiolarsi fin troppo in un arpeggio secco e monotono, cosa che succede anche in With What Mouth, dove forse Eckman confida un po' troppo nell'effetto evocativo della sua voce. Dopo l'incalzante The Same, si chiude il tutto con uno strumentale orchestrale (The Last Side Of The Mountain) e con un recital in sloveno dello stesso Dane Zajc. Peccato dunque che dopo una prima parte a dir poco esaltante, il finale del disco si adatti troppo alle esigenze strutturali del progetto, perdendo leggermente in intensità, ma questo non toglie che The Last Side Of The Mountain sia forse il risultato più maturo e compiuto della sua ricerca mitteleuropea. (Nicola Gervasini)
VERSIONE LUNGA
Buscadero
Dicembre 2008
Gli studi Zuma di Lubjana in Slovenia sono diventati da alcuni anni un vero e proprio laboratorio di idee per Chris Eckman. Il leader dei Walkabouts (che, per la cronaca, esistono ancora, e usciranno con un disco nuovo nel 2009) ha spostato qui il centro dei suoi interessi, e da qualche tempo sta sperimentando una via tutta europea per produrre dischi. Da questa factory artistica, creata con un gruppo di validi musicisti sloveni, sono già uscite molte sue produzioni (quest’anno lui stesso aveva già licenziato Dirtmusic, un disco co-firmato con Hugo Race e Chris Brokaw), ma anche il recente disco di Steve Wynn (Crossing Dragon Bridge) o quello di Terry Lee Hale dello scorso anno (Shotgun Pillowcase), tutte caratterizzate da un sound molto levigato e lontano dalla polvere del rock stradaiolo d’oltreoceano. Ovvio che, dopo aver succhiato linfa creativa ad una terra ed un popolo che da qualche anno sta trovando la forza di essere protagonista nel mondo dell’arte (particolare rilievo sta assumendo il teatro sloveno), Eckman abbia sentito il bisogno di dedicare alla Slovenia un suo progetto. The Last Side Of The Mountain nasce dalla sua scoperta dell’opera di Dane Zajc, un poeta neo-espressionista sloveno poco conosciuto in Italia, ma di grande fama internazionale grazie ad una raccolta di poesie intitolata Scorpions. E proprio da questo libro Eckman ha estrapolato dieci poemi nella loro versione in inglese (curata dallo stesso Zajc) e li ha musicati ottenendo un risultato davvero affascinante. La formula utilizzata è presto detta: una sezione d’archi imponente (registrata a Praga) dona un tocco sinistro alle sue tipiche dark-songs elettro-acustiche, mentre, rispetto ad altri dischi cotti nel forno sloveno, viene ben accolto l’utilizzo parco e morigerato di tastiere e interventi elettronici. Down Down, la soave Eyes o la soffocante Ransom sono un inizio folgorante, con la voce di Chris ormai arrivata ai livelli sotterranei di un Mark Lanegan e gli splendidi (e alquanto pessimistici) versi di Zajc. Particolarmente suggestiva riesce Who Will Light Your Path?, splendido duetto con la vocalist polacca Anita Lipnicka, che ricorda tanto le murder ballads con Kyle Minogue e Pj Harvey di Nick Cave, e piace molto anche la cavalcata da country fuorilegge di Stranger, con la sua armonica penetrante e un ritmo insolitamente accelerato. Fino a questo punto il cd riesce a tenere un livello di tensione sensazionale, ma dalla trasposizione di Scorpions (da brividi il poema) in poi cominciano a prendere il sopravvento gli archi e certi barocchismi che hanno pesato anche sul disco di Steve Wynn, colpevoli di appiattire il sound, invece di esaltare la lugubre intensità del binomio chitarra-voce di Eckman. La sofferta Hourse viene lasciata a crogiolarsi fin troppo in un arpeggio secco e monotono, cosa che succede anche in With What Mouth, dove forse Eckman confida un po’ troppo nell’effetto evocativo della sua voce. Dopo l’incalzante The Same, si chiude il tutto con uno strumentale orchestrale (The Last Side Of The Mountain) e con un recital in sloveno dello stesso Dane Zajc. Peccato dunque che dopo una prima parte a dir poco esaltante, il finale del disco si adatti troppo alle esigenze strutturali del progetto, perdendo leggermente in intensità, ma questo non toglie che The Last Side Of The Mountain sia forse il risultato più maturo e compiuto della sua ricerca mitteleuropea, la giusta chiusura di un cerchio artistico che sarebbe rimasto altrimenti alquanto irrisolto. E non è difficile ipotizzare che anche il prossimo capitolo dei Walkabouts possa partire proprio da qui. (Nicola Gervasini)

sabato 22 novembre 2008

DARRELL SCOTT - Modern Hymns


03/11/2008
Rootshighway
VOTO: 7,5
Da queste parti l'aggettivo "professionale" non ha mai avuto un senso sempre positivo: sa di poco sincero, di costruito, di freddo; insomma la professionalità non è filosoficamente "rock and roll". Poi ci capita per le mani un disco come questo Modern Hymns di Darrell Scott, ed eccoci subito servita l'eccezione alla regola. Scott è da almeno quindici anni una delle penne più abusate di Nashville, probabilmente il miglior erede di Rodney Crowell in termini di attitudine a sfornare hit per ugole altrui (le sue canzoni hanno venduto milioni di dischi grazie a Garth Brooks e alle Dixie Chicks). E' anche uno che si è guadagnato stima sul campo come chitarrista, magari con poco acume selettivo nelle collaborazioni (lo si è visto troppo spesso nelle sessions della peggio-Nahsville), ma lasciando comunque tracce importanti, come il lavoro svolto in molti dischi di Guy Clark da Dublin Blues in poi. In tutto questo la sua produzione personale (questo è il quinto album in studio) è sempre passata in secondo piano, anche se i primi due dischi (Aloha From Nashville del 1997 e Family Tree del 1999) potrebbero darvi qualche soddisfazione. Per cui immaginate voi le poche aspettative che si possono avere per un disco di un rigido professionista alle prese con un album di cover, e oltretutto rilette spesso in chiave country-gospel, vale a dire il terreno dove è forse possibile incappare nella musica più deleteria di tutti gli Stati Uniti. Invece, colpo di scena: questi inni moderni sono dodici perle, divinamente suonate in veste acustica multistrato (almeno 4 o 5 strumenti sempre sovrapposti, tra chitarre, banjo e mandolini di altri professionisti come Danny Flowers, Tim O'Brien o Dirk Powell), e realizzate mixando perizia da tecnici e grande pathos d'artisti. Colpiscono soprattutto alcuni arrangiamenti, perché riescono spesso a regalare qualcosa in più agli originali, come una American Tune di Paul Simon che chiunque altro avrebbe potuto rendere una retorica patacca da predicatore televisivo, mentre Scott pensa addirittura a de-armonizzare, non concedendo nulla al facile impatto melodico. Che dire poi di come stravolge e regala nuova veste a classici come All The Loving Ladies di Gordon Lightfoot, Jesus Was A Capricorn di Kris Kristofferson, That Old Time Feeling di Guy Clark, la tesa The Devil di Hoyt Axton e altri brani di John Hartford, Adam Mitchell e Mickey Newbury. Urge For Going di Joni Mitchell qui è diventata una perfetta bluegrass-song, e se l'immancabile Bob Dylan se ne sta in disparte con una non trascendentale I Don't Believe You, i sette minuti della Joan Of Arc di Leonard Cohen, recital a tre voci con Mary Gauthier e Alison Krauss, rappresentano l'highlight emotivo del disco. L'amore per il jazz si sfoga poi nello strumentale James, brano del duo Pat Metheny/Lyle Mays che vede un divertito Danny Thompson al basso. Onore dunque a Darrell Scott per aver reso conturbante un disco che rischiava di essere solo la solita inutile passerella di canzoni e autori Vip. (Nicola Gervasini)

mercoledì 19 novembre 2008

THE (INTERNATIONAL) NOISE CONSPIRACY - The Cross Of My Calling



Buscadero

Novembre 2008


VOTO: 7



Non sarà facile un giorno tracciare un resoconto equilibrato e definitivo dell’attività di produttore di Rick Rubin. Non sono poche le sue contraddizioni: lui è un uomo da rock alternativo, molto spesso estremo, ancor più spesso militante, come capita con i qui presenti (International) Noise Conspiracy, ma oggi è anche uno dei pochi uomini dello show-business in grado di smuovere masse e (soprattutto) capitali. Aggiungeteci poi che, grazie al suo amore per la canzone d’autore americana, Johnny Cash è morto con un pugno di capolavori in più nel taschino e Neil Diamond è finito di nuovo primo in classifica, e non stiamo ora a citare tutti i miracolati del suo inconfondibile acoustic-sound. Ironico però che a promuovere una band svedese che ha al suo attivo titoli eloquenti come Capitalism Stole My Virginity e elegge Phil Ochs come il proprio padre spirituale, sia proprio l’uomo che oggi è il presidente della Columbia Records,. Il vocalist della band Dennis Lyxzén è ben cosciente del paradosso, e sul sito della band sottolinea che proprio il fatto che Rubin li abbia insistentemente voluti produrre (nonostante il diktat della sua label fosse quello di abbassare i toni politici) è per loro motivo di orgoglio. The Cross Of My Calling è il quarto album degli (International) Noise Conspiracy, e arriva proprio dopo quell’ Armed love del 2004 che li proiettò in alto nelle charts proprio grazie al know-how di Rick. E diciamo subito che con loro Rubin sta forse riuscendo a realizzare quella sua idea di rock antico ma commerciabile che da qualche tempo faticava a ricreare, dopo che il miracolo fatto con i Red Hot Chili Peppers gli è sfuggito decisamente di mano dopo gli ultimi scipitissimi dischi della band, e dopo che altre produzioni mainstream come quelle per i Weezer non hanno portato risultati artistici memorabili. The Cross Of My Calling inizia con un lungo (quasi 9 minuti) ipnotico brano laconicamente intitolato Intro, splendida calata negli inferi della psichedelìa anni 60, con il basso ipnotico di Inge Johansson che vi farà impazzire con gli equalizzatori dello stereo per quanto vibra. E non poteva esserci introduzione migliore per un cd che spara in seguito altre 13 cartucce di 2-3 minuti che, quando vogliono, centrano il bersaglio senza pietà. Si fanno particolarmente notare la sconquassante Black September, punk-song ante-litteram alla MC5, o la stonianissima Satan Made The Deal (con tanto di ooh ooh alla Sympathy For The Devil), brani che solleticano le nostre voglie di sapori antichi. Ma è tutto il disco a rimbalzare come una pallina da biliardo nella storia del rock militante, se è vero che Washington Bullets sembra davvero una jam tra i Clash e l’Elvis Costello degli esordi o se I Am The Dynamite potrebbe essere la garage-pop-song dimenticata da Lenny Kaye nel compilare il cofanetto Nuggets. Il disco è stato registrato nei mitici Sunset Sound Studio di Hollywood, culla di tutti i dischi dei Doors, e neanche Dennis Lyxzén nasconde il fatto che se i tanti assoli di tastiera del disco (tutti più o meno azzeccati e pertinenti) sembrano gli esercizi di uno scolaretto che è appena stato a lezione dal Maestro Manzarek, è perché lo spirito di Morrison e soci aleggiava ancora negli studi di registrazione. E nella stessa The Cross Of My Calling, più che aleggiare, le porte della percezione si spalancano pesantemente sotto forma di una struttura alla Light My Fire, con assoli centrali e un organo che bacia sulla bocca il mitico solo di Riders On The Storm. Non che tutto sia sempre di altissimo livello, Hiroshima Mon Amour ad esempio è davvero insipida, Arm Yourself rimane un po’ in disparte, e anche Dustbins Of History non riesce a decollare più di tanto. Ma resta il fatto che il singolo The Assasination Of Myself è un piccola bomba che ricorda addirittura le prime cose del Joe Jackson pub-rocker, ovviamente con volumi ben più pompati. Se tutti i dischi destinati a dire qualcosa nelle classifiche internazionali fossero come questo, forse anche noi potremmo (a volte) accendere un canale di video musicali senza dover troppo soffrire. (Nicola Gervasini)

sabato 15 novembre 2008

DANIEL MARTIN MOORE - Stray Age


Buscadero
Novembre 2008


VOTO: 7,5


Prima ancora di parlare di questo interessante Stray Age, è bene fare due considerazioni. La prima è che non deve sorprendere più di tanto che il disco d’esordio di un brit-folker come Daniel Martin Moore esca per la Sub Pop: il fatto che l’etichetta di Seattle rimanga indissolubilmente legata al mondo e all’era grunge non deve far dimenticare che il suo catalogo ha già spesso deviato verso altri lidi insospettabili. E questo conferma, se ce ne era ancora bisogno, una linea editoriale che non bada tanto allo stile e al volume delle chitarre, quanto ad un atteggiamento di base, libero e indipendente, che l’etichetta sta riuscendo a conservare, nonostante i soldi e i successi piovuti su alcuni suoi prodotti. Il secondo aspetto per cui non sorprendersi più è che questo novello trovatore non venga dalle verdi terre britanniche, ma dalle rigogliose foreste del Kentucky, visto da qualche tempo negli Stati Uniti sta prendendo piede una scena di cultori del folk inglese che ha già partorito alcuni nomi significativi come gli Espers (e la loro cantante Meg Baird, autrice l’anno scorso di uno splendido disco intitolato Dear Companion) o i Vetiver, per arrivare a nomi già consolidati come Joanna Newsom o i Six Organs Of Admittance. Una scena che qualcuno ha definito “freak-folk”, ma sulle etichette qui c’è molto da stare attenti, perché Daniel Martin Moore suona una musica per nulla stramba o freakettona, ma al contrario esplora le possibilità del folk acustico britannico con lo stesso rigido rigore di un Christy Moore, sicuramente il nome a cui è più accostabile. I punti fermi di Stray Age sono presto detti: voce con cadenza indolente tipicamente british, chitarra acustica, la produzione pulita di Joe Chiccarelli (uomo nato come ingegnere del suono di Frank Zappa, ma produttore a noi caro per il lavoro svolto con Stan Ridgway e Steve Wynn) e qualche ospite a colorare i suoni con violini, viole, mandolini e corni francesi. La durata è giustamente contenuta, visto lo stile che pretende silenzio e attenzione, ma brani come The Old Measure o il bel giro di That’ll Be The Plan dimostrano l’intelligenza di Moore nel non affidarsi solo ai propri mezzi vocali, ma di aver pensato anche qualche trama complessa in sede di arrangiamento. Il tocco malinconico della stessa Stray Age, quello romantico di It’s You (con il bel violino di Petra Haden), la tradizione ferrea di In These Hearts, tutto concorre a creare il quadro di un disco che non cerca il nuovo, ma tenta di ribadire il vecchio in maniera fresca e con una penna che oggi ha qualcosa da dire in più dei consolidati leoni del genere. Ovvio poi che si potrebbe aprire una discussione sul senso di cimentarsi con un testo sacro e intoccabile come Who Knows Where The Time Goes, l’highlight vocale della divina Sandy Denny nel suo periodo con i Fairport Convention, e qui offerta in una versione maschile alla Nick Drake dove Moore se la cava più che egregiamente, anche se l’originale…(ecc, ecc, il resto del discorso lo sapete già). Moore si cimenta bene alla chitarra, ma in By Dream dimostra di saperci fare anche al pianoforte, offrendo una piano-song sognante e autunnale da brividi, aiutato dai fiati pesanti (tra cui un trombone) suonati da Lee Thornburg. Più dalle parti dei momenti più intimisti di un Richard Thompson è invece la soffice Where We Belong, mentre dopo un evocativo brano fatto solo di arpeggi e vocalizzi (Restoration Sketches), si chiude in tono piuttosto malinconico con Every Color And Kind e la splendida The Hour Of Sleep. Che l’Inghilterra dovesse aspettare l’ispirazione degli yankee per far tornare la propria canzone tradizionale a questi livelli suona un po’come una beffa, ma se in questo mondo globalizzato è possibile mangiare una buona pizza anche in Svezia, allora possiamo benissimo mettere Stray Age dell’americano Daniel Martin Moore in quello spazio sugli scaffali che ci è rimasto tra John Martyn e i Planxty. (Nicola Gervasini)

giovedì 13 novembre 2008

JOLIE HOLLAND - The Living And The Dead

29/10/2008
Rootshighway
VOTO: 7
"Un disco che parla di muoversi e cercare qualcosa di nuovo, di occasioni perse, di promesse su orizzonti distanti…" E' la stessa Jolie Holland a coniare questa definizione per presentare il suo quarto album The Living And The Dead, quasi a volere fin da subito legare il disco ad un immaginario culturale ben definito. Lei è la versione moderna della femme fatale del jet set musicale che conta, vale a dire una famiglia che comprende Tom Waits, Nick Cave, Joe Henry e tanti altri, tutti riuniti sotto il marchio dell'Anti, un'etichetta che crede molto in una forma evoluta e sperimentale di canzone roots. Sicuramente il suo Escondida del 2004 è stato un punto importante per ridefinire il songwriting femminile odierno, e da allora la Holland (che ha un passato da vera roots-girl con le Be Good Tanyas) si è parecchio atteggiata a donna di gran classe e cultura, frequentando i salotti buoni della borghesia del folk intellettuale e cercando la collaborazione dei qui presenti M Ward, Marc Ribot e Jim White, tutti a loro modo tradizionali e cerebrali al tempo stesso nel modo di concepire il nuovo folk. The Living And The Dead cerca poi riferimenti culturali ben marcati fin dalle storie che racconta, vuoi quando si porta a letto mezza Beat Generation nell'iniziale Mexico City, Jack Kerouac compreso, vuoi quando racconta ancora una volta l'orrore di non poter riconoscere un amico ormai ridotto ad un borderline-junkie dalla droga (Corrido Por Buddy). E poi c'è il mondo di citazioni, volute e non, che si porta inesorabilmente in ogni disco, vuoi l'arpeggio alla Lou Reed di You Painted Yourself In, vuoi il distorto riff inventato da M Ward per aprire Your Big Hands che riesce a trasformare una stramba folk-song in una sorta di Honky Tonk Women ubriaca. Il mondo di Jolie era questo anche nei dischi precedenti, ma l'impalcatura di The Living And The Dead stavolta non riesce a nascondere una certa normalizzazione della sua scrittura, che comincia a fare leggermente a pugni con l'aura da avanguardia dell'entourage che la circonda. Rigiratela come volete, ma Palmyra resta una semplicissima e dolcissima folk-song sulle difficoltà nei rapporti umani, l'acida e rallentata Fox In The Hole, se spogliata del zigzagare sulla sei corde di Ribot, finisce pure per somigliare ad una delle tenui poesiole di Suzanne Vega. E quando è il testo stesso ad essere un traditional di quelli più volte saccheggiati da Dylan (Love Henry), la voglia di stupire si esaurisce in una lunga e faticosa versione con voce filtrata, degna del Tom Waits più lezioso e auto-compiaciuto. Finale a doppio registro, con la seriosa The Future e la sgangherata festa tra amici di Enjoy Yourself, a ribadire che in questi dieci brani c'è veramente di tutto, belle canzoni e momenti emozionanti mischiati ad episodi poco riusciti. Fortunatamente c'è sempre la voce di Jolie, forse la cosa davvero più particolare ed estranea al mondo dell'omologata normalità che qui si vuole a tutti costi evitare. (Nicola Gervasini)

domenica 9 novembre 2008

LUCINDA WILLIAMS - Little Honey


24/10/2008
Rootshighway

VOTO: 7,5
Pronti…partenza…via!.Riff...batteria…hey, il basso! Dov'è il basso?...Stop!...ok, ripartiamo subito…di nuovo riff…batteria…basso…partiti!...vai Lucinda, tocca a te: "ho trovato l'amore che cercavo stando dietro una chitarra elettrica, è un amore vero, è un amore vero"…ecc...ecc...


Ecco, questa è la cronaca del primo minuto di Little Honey, e basterebbe per parlarne per pagine e pagine. Lucinda Williams è tornata, e anche in fretta stavolta, con l'urgenza di dire poche e semplici cose: che sta bene, che ha smesso di rimuginare sulle proprie sofferenze e, soprattutto, che ha voglia di suonare tanto rock. Un messaggio chiaro da quei primi versi di Real Love, dove la soluzione di tutto era sempre stata lì, dietro una chitarra. Ma si poteva iniziare benissimo dalla fine del disco per ricevere la stessa comunicazione, dalla cover di It's A Long Way To The Top, un titolo che nel 1975 per gli allora esordienti AC/DC suonava come una speranza (poi avveratasi) di poter suonare rock and roll per una vita, ma che oggi appare quanto mai autobiografico anche per lei, che al top, libera di fare rock and roll, ci è arrivata davvero dopo una lunga strada. Se era apparso palese che West le fosse servito soprattutto a svuotare l'anima da tutte le disperazioni, Little Honey arriva per riempirla di nuovo con il campionario d'ordinanza di una musicista rootsy: tanto country sempre (Well, Well, Well tira in ballo addirittura Charlie Louvin), ma anche molto blues (Heaven Blues), gospel (la lunga Rarity) e persino soul (Tears Of Joy è una sorta di country-soul, la suadente Knowing sciorina una inaspettata sezione fiati).
Stili, idee, suoni prima ancora che canzoni, è questa la grande novità portata da Little Honey nella carriera di Lucinda Williams, un disco nato per essere suonato prima ancora che ascoltato, dove la chitarra di Doug Pettibone è libera di essere protagonista indiscussa e di toglierle spazio in Honey Bee, e la sezione ritmica David Sutton e Butch Norton pompa ritmo pestando selvaggiamente come sul palco. Ed è anche il suo primo disco auto-celebrativo, evidente in quell' omaggiare la sé stessa che fu recuperando schegge impazzite perse nel tempo (la strascicata Circles and X's è del 1985), oppure lasciando che un mostro sacro come Elvis Costello incasini la melodia di Jailhouse Tears per glorificare la propria ammissione nel gotha del rock che conta. E in questo turbine di esercizi di stile, persino le sue tipiche ballate struggenti (Little Rock Star, If Wishes Were Horses e l'acustica e bellissima Plan To Marry) acquisiscono una insolita leggerezza. Little Honey non sarà mai ricordato come uno dei suoi dischi più rappresentativi, non ha lo spessore dei suoi predecessori e ne conserva persino alcuni difetti (ad esempio l'eccessiva prolissità), ma è il disco dove per la prima volta Lucinda non si atteggia a fare la rocker vissuta e non ostenta più le proprie cicatrici, ma fa semplicemente la rock-singer. E un disco così non serviva solo a lei.

mercoledì 5 novembre 2008

THE PIEDMONT BROTHERS BAND - Bordertown


29/10/2008

Rootshighway


E' impossibile parlare della Piedmont Brothers Band senza fare un piccolo riassunto della loro particolarissima storia. Parliamo di un italiano (Marco Zanzi) e di un americano (Ron Martin), che si conoscono frequentando gli stessi siti di appassionati di Byrds, Nitty Gritty Dirt Band e bluegrass in generale. Parliamo di un progetto nato a distanza di migliaia di chilometri, con Martin che scrive le canzoni in North Carolina e le invia a Zanzi, che le registra e le arrangia a Varese. Parliamo di un nome nato da una fratellanza non anagrafica, ma di vita e di intenti, unito a quel "Piedmont" che ricorda il fatto che entrambi vivono ai piedi di una catena montuosa, (Prealpi e Appalachi). Parliamo di Bordertown, l'agognato primo disco della formazione, che Zanzi ha realizzato con l'aiuto del chitarrista Chicco Comolli, coinvolgendo amici di vecchia data (molti appartenenti agli Steamboat Willie, una delle prime band di bluegrass del varesotto negli anni 80) in un caravanserraglio di musicisti davvero ampio. Bordertown è dunque sia Eden, la città dove vive Ron Martin, sia quell'avamposto lombardo sulla cortina svizzera che è Varese; ed è anche il bellissimo brano che apre il disco, con Ron che ci racconta quelle storie di frontiera che chiedono, anzi necessitano, il suono di questi banjo e mandolini. Martin canta solo 10 brani, una presenza non completa dettata anche da una malattia che lo costringe a limitare gli spostamenti, e così Zanzi ha voluto rimpinguare la scaletta coinvolgendo le vocalist Rosella Cellamaro, Cecilia Zanzi e Barbara Galafassi per coprire il resto delle parti cantate, lasciando a sé stesso l'onore di interpretare la propria Goin'Home e di cimentarsi in due strumentali puramente bluegrass (Buddy's Stomp e One Morning In Monte Golico, vale a dire la sede degli studi di registrazione). Scegliete poi voi da che parte cominciare, vista l'abbondanza di argomenti: potete provare le cover, che imprimono sulla band un marchio d'origine controllata indelebile e inconfondibile, visto che stiamo parlando di una Wheels dei Flying Burrito Brothers ben resa dall'intreccio a due voci tra Ron e Rosella, di una bella I Wish It Would Rain di Nanci Griffith (era su Little Love Affairs del 1988) che esalta l'impostazione puramente country di Cecilia Zanzi, e di una Mr Spaceman dei Byrds che Martin si arrischia addirittura a produrre in medley con la propria The Wampus Cat Song. Un affronto che Ron sembra sostenere davvero bene, anche perchè al di là dell'atmosfera volutamente provinciale che si respira nel disco, Bordertown è nato per confrontarsi con i maestri di genere e non per rimanere un fenomeno relegato nelle valli prealpine, e per essere tale deve essere letto anche con occhio severo. Sicuramente non rinuncerete ad un vostro disco di Norman Blake o dei Byrds per questo, ma alcuni brani di Bordertown hanno da dire la loro in un genere che a definirlo "di nicchia" in Italia significa già allargare di molto gli orizzonti. In genere funzionano bene i brani di Ron Martin, in special modo Annabelle Lee con i suoi archi e impasti vocali, una Mason Wine tirata grazie alle percussioni di Marco Caccianiga o quelle Rich Man e Working On A Batteau che portano un po' di West Coast nelle grigia Lombardia.Il disco perde un po' di ritmo per la troppa voglia di dare spazio a troppi amici, con il risultato di sembrare una raccolta di tanti artisti e non di un'unica band, con conseguente resa qualitativa molto disomogenea, ma forse il progetto era troppo sentito e necessario per poter essere anche perfettamente studiato. (Nicola Gervasini)

sabato 1 novembre 2008

TOM MORELLO THE NIGHTWATCHMAN - The Fabled City


20/10/2008
Rootshighway
VOTO: 6
Ci siamo ormai: il 4 novembre gli Stati Uniti decideranno chi governerà loro (e noi…) per i prossimi quattro anni. I rocker americani si sono movimentati ancora una volta in massa, scottati dalla cocente sconfitta che fece rieleggere Bush Jr in barba a mastodontici tour politici, ma stavolta serve l'uomo giusto per smuovere quelle masse giovanili che dovrebbero essere l'ago della bilancia della sfida elettorale. A salvare la situazione è arrivato lui, The Nightwatchman, alias Tom Morello, anzi, neanche più "alias", stavolta sulla copertina c'è anche il suo vero nome, quasi a ribadire che, se guerra deve essere, che la si faccia a viso scoperto. Per anni chitarrista dei Rage Against The Machine, vale a dire il rock militante per antonomasia degli anni '90, poi anche idolo delle masse con gli Audioslave, ora Morello viaggia in solitudine, e pure con un certo successo. The Fabled City esce solo un anno dopo quel One Man Revolution che ci era abbastanza piaciuto, capace come è stato di rileggere la tradizione americana del folk di protesta in maniera moderna e intelligente. Ma se in quell'esordio c'era prima di tutto un musicista interessato ad una ricerca stilistica, qui c'è un cittadino incazzato che pensa soprattutto a denunciare, a smuovere anime e a portare quei bambocci yankee, viziati e disinteressati, nelle urne. Il folk rigido ed estremo dell'esordio c'è ancora, ma lo si respira solo nell'impalcatura base di queste canzoni, perché stavolta Morello (con l'aiuto di un Brendan O'Brien sempre più in stato confusionale) ha messo più strumenti, colori, ritmi, tante idee che alla fine non riescono però a trovare un vero filo logico plausibile, se non quello di essere un lungo sentito manifesto elettorale. Se la title-track piace perché riprende in maniera seria vecchi discorsi, Whatever It Takes appare ad esempio essere un mezzo pasticcio di suoni senza gran senso. Quello che spiace è notare che Morello abbia buttato giù questi brani senza curarne più di tanto la scrittura, con evidenti esigenze di comunicazione facile e immediata, come dimostrano una scolasticissima King Of Hell, una Nightfalls suadente più nelle intenzioni che nei risultati, o una The Lights Are On In Spidertown che ancora una volta insegue (senza raggiungerlo) il mito dei Pogues. Sicuramente tracce del guardiano notturno come l'abbiamo amato si ritrovano nella marcia da manifestazione di Saint Isabelle (un brano che potrebbe stare nel repertorio dei Black 47), nel dark-folk estremo di Midnight In The City Of Destruction o nella sofferta Lazarus On Down, cantata insieme a Serj Tankian dei System Of A Down. Il miglior Morello invece affiora finalmente nella bella Gone Like Rain, mentre diverte anche la scampagnata con Shooter Jennings di The Iron Wheel. Si finisce con la riflessione politica di Rise To Power, aspettando infine lo spoglio delle schede, e sperando in una vittoria di Obama che liberi quest'uomo dall'obbligo morale di fare il condottiero invece che il vero folksinger.(Nicola Gervasini)

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