giovedì 28 gennaio 2010

THE UNTHANKS - Here's the Tender Coming


13/01/2010
Rootshighway



Non avrei mai immaginato che in questi anni 2000 (ormai più che inoltrati) saremmo stati ancora a disquisire di certo folk inglese come di una nuova elettrizzante novità. Eppure il genere sembra attraversare una nuova fase di creativa vitalità, e quel che sembra ancora più incredibile, riscuote pure interesse anche tra le giovani generazioni. Se voi foste dei produttori discografici, quanto scommettereste su un disco di un duo vocale femminile di stampo classico come le Unthanks, due sorelle che sulla carta potevano al massimo far venire qualche nostalgica mania di riesumazione dei vecchi dischi di Kate & Anna McGarrigle (il nome di Kate oggi sembra essere noto solo in quanto madre di cotanto Rufus Wainwright), o, scendendo ancor più nei meandri del genere, delle divine June Tabor e Maddy Prior? Domanda retorica, se non si era capito, eppure già il disco precedente (The Bairns, licenziato sotto il nome di Rachel Unthank & The Winterset) era riuscito a oltrepassare le barriere di genere e aveva riscosso parecchi consensi, e ancora meglio sta andando questo Here's The Tender Coming, che espande gli orizzonti stilistici del duo passando da un suono prettamente pianistico ad uno decisamente orchestrale. Ascoltando queste canzoni sembra quasi di fare un viaggio nel tempo, in un'era musicale in cui in Inghilterra le sperimentazioni del progressive incontravano la tradizione, per cui si potrebbero citare i Fairport Convention, ma si potrebbe anche andare oltre, perché qui le sorelle Rachel e Becky Unthank non hanno avuto paura di osare e esagerare, imbastendo 54 minuti di traditionals per due voci sorretti da archi, fiati e nuovi barocchismi alla Joanna Newsom, per un risultato finale che continua comunque ad essere estremamente ligio alle ferree regole del brit-folk. Siete avvertiti dunque, avvicinatevi a questo disco solo se siete già predisposti ad un certo suono, ad ascoltare gli otto minuti di Annachie Gordon facendovi prendere dalla melodia e dalla lunga romanza raccontata da questa storia popolare, senza fretta di trovare per forza spunti di genio o di novità. Tanto quelli arrivano comunque, nei coraggiosi e riusciti arrangiamenti di piccoli capolavori come Sad February e della autografa Lucky Gilchrist, brani tristi che nascondono tutto il senso nordico della morte come parte integrante della vita stessa. Il difetto del disco sta forse nell'eccessiva lunghezza, più che altro perché la seconda parte fatica a tenere la perfetta tensione creata nella prima, ma anche affrontare brani come At First She Starts di un nome storico del folk come Lal Waterson, avvolgendola in un manto di violini, rappresenta un doveroso laccio con il passato che le Unthanks non hanno nessuna intenzione di sciogliere. E sapere che anche questo contribuisce a questo strano nuovo concetto di "modernità" non può che farmi felice. (Nicola Gervasini)

lunedì 25 gennaio 2010

J TILLMAN - Year in The Kingdom


07/01/2010
Rootshighway



Mi piacerebbe avere una macchina del tempo e trasportare la marea di "homemade freak-folker" che ha invaso questi anni 2000 direttamente negli anni '70, quando per pubblicare un disco si doveva per forza bussare alle porte di qualche label. Mi piacerebbe così vedere ad esempio J. Tillman alle prese con un produttore, uno studio di registrazione di primo livello, una strategia discografica e i mille buoni/cattivi consigli che si aggiravano nei corridoi delle etichette discografiche. Mi piacerebbe così capire la vera portata storica di un disco come questo Year In The Kingdom, il suo settimo album in quattro anni e già il secondo del 2009 (dopo l'abbastanza acclamato Vacilando Territory Blues), e tutto questo senza stare a contare gli EP. Vorrei dunque poter confrontare queste secche nove piccole gemme con i grandi dischi di folk d'autore del tempo, scoprire dove sopravvalutiamo il passato e dove sottovalutiamo il presente, forse per abitudine, forse per amore dei grandi nomi o semplicemente per mera constatazione di una realtà.

Se non fosse che non ne esistono quasi più, potremmo dire che J.Tillman sembra un perfetto prodotto di un ufficio marketing moderno: prendi un simil-figlio dei fiori, deprimilo quanto basta perché non si metta a cantare con troppa gioia, fagli crescere una lunga barba d'ordinanza, evita che si diletti troppo con una band fatta di chitarre elettriche e batterie pesanti, e hai il perfetto eroe indipendente dei nostri giorni, quello che piace alla nuova intellighenzia di critici musicali. Non essendo però io uno scienziato pazzo degno di Ritorno al Futuro, mi accontenterò di paragonare questo disco agli ultimi titoli di Bonnie Prince Billy, uno che sta capendo che i tempi sono maturi per un passo avanti, che è vero che le grandi canzoni stanno in piedi da sole, ma che solo l'arrangiamento giusto permette che vengano riconosciute in tutte il loro valore. Qui abbiamo l'esempio più evidente: Tillman, armato di chitarra acustica e vocione gutturale, soffre sulle proprie parole con innegabile intensità, e laddove la title track si adagia in atmosfere e melodie minacciose, brani come Earthly Bodies o Howling Light sono soavi melodie alla Iron & Wine che possono trovare una loro collocazione in certi momenti della nostra giornata (se non vi fate magari troppo sconvolgere dalle visioni mistiche della prima).

Ma è per piccoli capolavori come There Is No Good In Me, e ancor più Crosswinds, splendido brano che getta anche una luce di speranza in mezzo a tanto buio ("anche fino all'ora più scura, c'incontreremo dove ci siamo promessi di rincontrarci"), vale a dire episodi impreziositi da cori e soluzioni strumentali più complesse, che comincio a pensare che anche Tillman sia pronto a "costruire" i suoi dischi perché possano essere ritenuti grandi da tutti. E guai a chi riterrebbe questo come un cedimento alle lusinghe del grande pubblico: in fondo anche nella discografia di Nick Drake, accanto all'essenziale Pink Moon, si trovava il barocco e - diciamolo pure - "commercialmente pensato" Bryter Layter, che ha fatto forse meno scuola, ma risulta ugualmente memorabile.
(Nicola Gervasini)

venerdì 22 gennaio 2010

SPOON - Transference


Buscadero
Gennaio 2010



Su queste pagine quando parliamo di Austin pensiamo subito alla capitale del miglior cantautorato americano, la patria di mille eroi che transitano mensilmente su questa pagine. Eppure in quella che molti considerano la “Dark Side Of Nashville”, magari in uno scantinato con il poster di Townes Van Zandt appeso alla parete, sono nati a metà degli anni 90 gli Spoon, una band di giovani che invece che omaggiare Guy Clark come tutti i loro compagni di scuola, prendeva il nome da una canzone dei teutonici Can, giusto per far capire subito che di tutt’altra musica si voleva trattare. Ne è nata una delle più interessanti (e, se vogliamo. più moderne) epopee musicali del nostro tempo, un’avventura che ha reso la band di Britt Daniel uno dei nomi di punta dell’avanguardia musicale mondiale, e sicuramente dischi come Kill The Moonlight, come anche l’ultimo Ga Ga Ga Ga Ga, sono titoli che descrivono e rappresentano la musica di questo decennio meglio di qualsiasi altro. Transference è il loro settimo album in quindici anni di vita, già anticipato dal micidiale singolo Got Nuffin’ (uscito in un EP dallo stesso titolo già qualche mese fa), sicuramente l’episodio più “banalmente rock” di questi undici brani, vale a dire la giusta scelta per qualche mai disdegnato sbocco radiofonico. Nell’impossibilità di sorprendere ancora come nei precedenti capitoli, gli Spoon giocano la carta della varietà, dei mille cambi di ritmo, per cui è possibile che del disco non solo vi piacciano tantissimo alcuni brani e altri proprio no, ma capita anche che un brano inizialmente poco significativo e confuso come I Saw The Light si trasformi improvvisamente in una fantastica cavalcata rock che strappa applausi. Oppure che dopo un inizio pigro e irrisolto come quello di Before Destruction e Is Love Forever?, si abbia una micidiale sequenza con The Mystery Zone (basso pompante, archi beatlesiani e un finale a sorpresa con un semplice “cut” nel bel mezzo del ritornello), Who Makes Your Money (psycho-elettronica che ci riporta all’epoca del trip-hop anni 90) e Written In Reverse (chitarre, riff rocciosi, pianoforti alla Rolling Stones, ma il tutto stravolto alla loro maniera ovviamente). L’affannosa ricerca del non-derivativo è la molla che porta gli Spoon a restare unici, e allo stesso tempo la ragione di alcune piccole cadute di tono che forse preannunciano l’era della maturità e la fine del loro grande momento creativo. Transference infatti è lì sul confine, bizzarro, emozionante, elettrizzante, quanto a volte irritante: dategli una chance spogliandovi di ogni aspettativa e portando poco rispetto per il vostro background musicale, finirete per ballare anche voi al ritmo dance di Nobody Gets Me But You (probabilmente l’Another One Bites The Dust degli anni 2000), scoprendo magari che vi piace pure parecchio.
Nicola Gervasini

mercoledì 20 gennaio 2010

BOSQUE BROWN - baby


Gennaio 2010
Rootshighway




GrassettoDavanti a dischi come questo Baby, prima opera della cantautrice Mara Lee Miller - in arte Bosque Brown - dopo due promettenti ep (il primo, del 2005, si chiamava Bosque Brown Plays Mara Lee Miller, con un divertente gioco d'identità degno dell'Elvis Costello più egocentrico), ammetto di arrivare a dubitare delle mie orecchie per qualche attimo. E' un problema mio se non riesco a cogliere in pieno il valore di 13 brani lenti, ipnotici, e spesso mal cantati, che si protraggono stancamente per 40 minuti? Oppure forse Baby è solo la punta dell'iceberg di una generale perdita del senso di come e perché realizzare un disco oggi. L'utilità di Baby sta forse nel presentare una nuova grande songwriter? Non direi: qui si scimmiotta Cat Power, si vagheggia la PJ Harvey di White Chalk e si gioca con mille stili diversi succhiati dall'arida terra del Texas da cui la Miller proviene, riuscendo nella difficile impresa di far sembrare comunque tutte le canzoni sostanzialmente simili. Non che la Miller difetti di stile e know how quando gioca con l'alt-country, con il blues, il jazz e il gospel dei brani vocali a cappella, ma semplicemente le manca qualcuno che la curi da un terribile morbo che sta sempre più invadendo il mondo indie: l'accontentarsi. L'accontentarsi di due plin plin di pianoforte messi in croce, l'accontentarsi di ostentare essenzialità dimenticando la sostanza in qualche anfratto della propria mente, l'accontentarsi di registrazioni da buona la prima, stonature volute o semplicemente inevitabili e atteggiamenti alla moda che celano una generale superficialità. La Fargo preparava il terreno da quattro anni per questo esordio, ma questa volta inciampa su una buccia di banana che si chiama inesperienza, mancanza di tanta gavetta e una gran dose di umiltà. E non è certo un problema mio questo. (Nicola Gervasini)

lunedì 18 gennaio 2010

TOM OVANS - Get On Board


Gennaio 2010
Rootshighway



Nella vita è bello potersi sempre sorprendere, ma ogni tanto viene anche il momento in cui si ha bisogno di certezze e conferme. I dischi di Tom Ovans sono una di queste, da sempre tutti uguali fin dal suo esordio ormai datato 1991, solo che nel tempo è aumentato il catrame nella voce, ma continua a diminuire in maniera esponenziale la capacità di scrivere brani che riescano ad uscire dai propri clichè di New Dylan di terza generazione. E più che la musa Bob Dylan, ormai sembra sempre più di ascoltare uno strano esperimento di innesto tra l'ultimo Steve Forbert (e non è un complimento in questo caso…) e il suo discepolo Dan Bern (Honorable Mention sembra un suo pezzo). Get On Board inizia laddove finiva il precedente Party Girl, e probabilmente termina dove inizierà l'album successivo, vale a dire da quel rock rauco ed urbano fatto di chitarre graffianti e blues da Greenwich Village post-moderno (Western Plain Blues). Difficile dire dove abbiamo già sentito brani come il Jersey-sound di Night Train (addirittura con sezione fiati) e ballate dylaniate come Every Single One, sono probabilmente ovunque nei nostri cuori, e chiedere a Ovans di riproporle sotto mentite spoglie è solo un atto di amore e non di spirito critico. Se non conoscete il personaggio recuperate per lo meno i suoi primi 3 album, sono piccole gemme di primaria qualità perse nella schiera dei "mai-degnamente-ristampati" dei primi anni '90. Se invece siete già degli "Ovans-addicted", salite pure a bordo, non c'è nulla di fuori posto o di nuovo in questi 56 minuti, se non qualche brano talmente ordinario da poterlo canticchiare anche senza averlo mai sentito prima (Breakdown And Cry) o semplicemente noioso (What I Saw). Le zampate da grande songwriter ci sono sempre in ogni caso, basta solo avere ancora voglia di trovarle.
(Nicola Gervasini)

sabato 16 gennaio 2010

GARY HIGGINS - Seconds


Buscadero
Gennaio 2010




Un tempo erano le fiere del vinile (che fortunatamente sopravvivono con orgoglio), oggi invece sono le tante etichette eroiche e benemerite che ristampano certe rarità divenute oggetto di culto nel tempo. Nel primo caso fu ad esempio Red Hash, cult-record per pochi adepti licenziato nel 1973 da Gary Higgins, una specie di post-hippie dedito al fumo quanto al folk, uno che quando il disco venne pubblicato non poté nemmeno promuoverlo perché era in prigione a causa della prima delle due passioni. Nel secondo caso invece è la Drag City, piccola etichetta che su impulso di Ben Chasny (alias Six Organs Of Admittance) ha ristampato il disco con insperato clamore nel 2005, tanto da spingere il vecchio Higgins ad uscire da 35 anni di silenzio per registrare un secondo disco. Seconds, album registrato con il gruppo dei Random Concept (che comprende il figlio Graham alla chitarra), inizia esattamente là dove finiva Red Hash, da quel folk soffuso, sofferto e soffocato che oggi ha tanti adepti (a volte più per necessità di spartana autoproduzione che per urgenza artistica magari), e ad esempio Devendra Banhart potrebbe essere considerato un suo ottimo scolaro. Ma nel 1973 il genere trovava molti oscuri cultori in quel sottile trait d’union che legava il folk del Greenwich Village che fu, al nuovo brit-folk più stralunato (penso a Roy Harper, Shawn Phillips e ovviamente a Nick Drake, ma bisognerebbe tirare in ballo altri nomi persi nel tempo come Bill Fay magari). Sette brani suonati sfruttando l’intreccio di due chitarre acustiche con piano ed organo, con l’elettrica del figlio che ama molto ricamare le melodie tra una strofa e l’altra (un po’ alla Mark Knopfler) e che dona al disco una vena tutt’altro che alternativa, persino quasi mainstream (si ascolti Mr Blew, bella ballata classica che perde tutte le connotazioni psichedeliche del suo esordio). Il fulcro del disco è 5 AM Trilogy, lungo brano (13 minuti) diviso in tre momenti, dove affiorano gusti e soluzioni in voga quarant’anni fa, un ottimo tour de force strumentale, quanto un episodio forse anacronistico. Ma se questo tipo di excursus lisergico era in fondo quello che ci si aspettava da lui, il disco barcolla leggermente quando Higgins cerca le soffici ballate acustiche di drakiana memoria (When I Was Young, Ten-Speed) senza però avere la giusta ispirazione, ma soprattutto avendo anche una voce provata dal tempo, che finisce per risultare troppo secca e non sempre armoniosa. Bizzarro poi constatare che il finale di Don’t Wanna Loose ricordi tanto, per melodia, struttura e arrangiamento, un brano dei The The epoca Soul Mining, come dire che dopo quarant’anni Higgins è un vecchio maestro in pensione che deve copiare i suoi alunni (e Matt Johnson sicuramente lo era) per tornare sulla breccia. Seconds infatti è un disco più che discreto, ma nel 2009 deve competere con mille altri folk-singer di nuova generazione, e potrebbe anche non avere la meglio.
Nicola Gervasini

giovedì 14 gennaio 2010

CARUS THOMPSON - Creature Of Habit


21/12/2009
Rootshighway


Quando sento un disco come questo Creature Of Habit dell'australiano Carus Thompson mi vien quasi la nostalgia dei tempi in cui simili piccole opere di cantautorato leggero ed acustico si trovavano con il lanternino. La rarità infatti rende preziosi, e sottolinea i meriti oltremisura magari, ma dall'altra parte spiace che queste dieci brevi canzoni si debbano inevitabilmente perdere nell'iper-produttività del mercato indipendente di questi anni. Potremmo aiutare Carus affibiandogli un bell'8 e consigliando il suo secondo album solista ai quattro venti, ma non saremmo vicini alla realtà di una raccolta di semplici folk-songs, che non chiedono molto di più che farsi apprezzare senza troppi clamori. Carus Thompson non è un novellino, negli ultimi anni ha calcato i palchi australiani come Carus & The True Believers, gruppo con il quale ha già prodotto due album (Long Nights Are Gone del 2004 e Three Boxes nel 2007). Nelle note di copertina è lui stesso a battezzare Creature Of Habit come la sua prima produzione importante, sebbene licenziata sempre per via indipendente, visto che il suo primo disco (Songs From Martin St. del 2003) era ancora un guazzabuglio di stili (si arriva al reggae e al funky) poco in linea con la sua vera natura da singer-songwriter.

Qui le cose sono fatte effettivamente come si deve, anche grazie all'apporto di collaboratori esperti come il produttore Greg Arnold (leader della aussie-rock-band Things Of Stone And Wood, molto popolari in patria negli anni 90), che s'inventa nella title track o On My Way dei deliziosi accompagnamenti di fiati in stile pop anni 60 che rappresentano l'unico lusso stilistico del disco. Per il resto Thompson rispolvera l'immaginario dell'hobo solitario che si guadagna le birre con canzoni che raccontano storie drammatiche di minori allo sbando (For The Rest Of My Life), momenti di sofferta poesia, spiccia ma quanto mai efficace, come quella usata per raccontare il bruciore di un fallimento (Burn) o in genere tante storie di amori impossibili o problematici (Doing Time inizia con il disilluso verso "ecco l'ennesima relazione che aspetta solo che le cose vadano meglio, chiedendosi se e quando te ne andrai…").

Equamente diviso tra momenti interessanti e qualche episodio di maniera - se non proprio di mero mestiere come I Found Love e Long Time, Creature Of Habit termina in crescendo con i due brani migliori, l'accorata Your Eyes Is Bleeding e il tour de force lirico di Prisoners Of The Rodeo. Non basta per cambiare le sorti della musica di questo millennio, ma è più che sufficiente per non avere voglia di finire in fretta la birra.
(Nicola Gervasini)

martedì 12 gennaio 2010

ARTISTI VARI - Ciao My Shining Star


Gennaio 2010
Buscadero



Delle mille varianti esistenti alla voce “Tribute Album”, quella di questo Ciao My Shining Star appare davvero inedita. Non tanto perché ad essere omaggiato sia un autore poco conosciuto, visto che quello di promuovere nomi poco popolari resta una delle funzioni di questo tipo di progetto, quanto perché l’artista in questione non è né morto (per fortuna…), né tanto meno malato e bisognoso di costose cure (un tributo al vivo ma non proprio vegeto Alejandro Escovedo fu concepito per questo nobile scopo). L’occasione è invece la morte di Melissa Rich, moglie di Mark Mulcahy, che i cultori di una certa scena indipendente conosceranno come il leader dei Miracle Legion (band molto REM-oriented attiva con cinque album dal 1984 al 1997) e dei Polaris (due dischi tra il 1999 e il 2004). E’ lei dunque ad apparire sulla copertina e ad essere la stella splendente del titolo, lei che non era una cantante, ma solo una delle tante “grandi donne dietro un grande uomo”, in piena coerenza con il famoso detto popolare. Sono invece di Mark le ventuno canzoni che compongono questo lungo e sentito tributo, promosso nientemeno che da Thom Yorke, colui che già con i suoi Radiohead proponeva spesso nei concerti il brano All For The Best, che qui apre le danze in un tripudio di effetti elettronici che sanno molto del periodo Kid A-Amnesiac. Ma per Mulcahy si è mosso anche Michael Stipe, che già collaborò al primo progetto dei Polaris, e che qui riesuma il sound “epoca Up” dei REM per rendere in maniera soffocante Everyhing’s Coming Undone. Esauriti i nomi che da soli potrebbero aiutarlo a rendersi più visibile al mondo, i restanti 19 artisti provengono da svariate nicchie musicali, con una apprezzabile eterogeneità di stili che rappresenta uno dei punti di forza del disco. Dall’underground degli anni 80 spuntano fuori così i Dinosaur Jr (che dimostrano ancora una volta il ritrovato stato di grazia della combinazione J Mascis-Lou Barlow),Mercury Rev e Frank Black, dal mondo del pop britannico invece arrivano le partecipazioni degli Unbelievable Truth (era la band di Andy Yorke, il fratellino di Thom) e dei Butterflies Of Love, mentre un buon diversivo arriva da artisti più roots-oriented come Josh Rouse, Hayden, gli Autumn Defense e Sean Watkins (chitarrista dei Nickel Creek). Ma la parte del leone la fanno una serie di freak-folker stralunati, capitanati dall’improvvisamente rivalutato Vic Chesnutt, che riescono ben ad evidenziare tutto il lato più allucinato dei brani di Mulcahy, e qui vanno almeno citati i nomi di Chris Harford, David Berkeley, Elvis Perkins, Frank Turner e Ben Kweller (la lista potrebbe proseguire ancora…). Chicca della raccolta poi la partecipazione dei Rocket From The Tombs, rediviva formazione proto-punk degli anni settanta da cui fuoriuscirono gruppi storici come i Pere Ubu e i Dead Boys, anche se alla fine a risaltare sono i nomi più freschi come i National (ottima la loro Ashamed of the Story I Told ), vale a dire quelli che fanno anche venir voglia di riscoprire gli originali.
Nicola Gervasini

sabato 9 gennaio 2010

DAVE RAWLINGS MACHINE - A Friend of a Friend


Rootshighway
01/12/2009
Il singolo Suedhaed di Morrissey era effettivamente sia su Viva Hate che su Bona Drag, per cui Dave Rawlings e Ryan Adams avevano entrambi ragione da vendere in quella discussione che apriva l'album Heartbreaker di quest'ultimo. Ancora oggi il nome di Rawlings rischia di essere consegnato alla storia quasi solo per quel piccolo dibattito, oppure (ma solo per i più scafati conoscitori di roots-music) come "il fidato chitarrista di Gillian Welch". Proprio come recita il titolo di questo suo primo disco solista, A Friend Of A Friend, l'amico di un amico appunto, non il protagonista, ma sempre quello accanto, per non dire il session man rassegnato a vivere nell'ombra decantato già nel 1966 dai Kinks. Rawlings è tutto ciò, e lo rimarrà anche dopo questo debutto, licenziato con una sigla (Dave Rawlings Machine) che nasconde poi solo se stesso e la sua inseparabile chitarra, e destinato a rimanere feticcio per incalliti amanti della tradizione e del gusto del suono e del suonare. Lui è un mix di radici, tecnica e sound, uno che intinge il suo songwriting nella tradizione musicale dei monti Appalachi e lo rende splendido e cristallino con il suo inconfondibile tocco, spesso giocato sulla tecnica del fingerpicking, lo stesso che ha reso grandi i quattro dischi licenziati da Gillian Welch e che abbiamo sentito anche nei dischi dei Bright Eyes e Robyn Hitchcock (ricordate l'americanofilo Spooked?). Si potrebbe considerare questo come il nuovo disco della coppia Rawlings-Welch, visto che l'impatto acustico è più o meno lo stesso, e semplicemente qui i due si scambiano i ruoli, con Gillian impegnata a fare da seconda voce, ma sarebbe forse togliere ancora una volta il merito ad un artista che sta dimostrando di poter tranquillamente camminare con le proprie gambe. A ben guardare questo album è un'accozzaglia di materiale di vario genere, non ha l'aria di essere un progetto definito, quanto un raccoglitore d'idee sparse nel tempo. Eppure era doveroso che David si riappropriasse di quella To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) che scrisse a suo tempo per Ryan Adams, giusto per trasformarla in un coinvolgente e balzellante bluegrass tutto violini e banjo, oppure che rivoltasse I Hear Them All, uno dei tanti brani prestati agli Old Crow Medicine Show per il loro secondo album Big Iron World, risolvendola in due soffertissimi minuti di splendido lamento folk. E ancora meglio fa l'iniziale Ruby, pura esaltazione di vocalizzi e melodie da West Coast anni settanta, uno di quegli incipit che ti fanno capire che "ok, ci siamo, qui succede qualcosa di importante stavolta". E ancor di più offre la ripresa di Method Acting dei Bright Eyes annata 2002, straziante e stravolta, interrotta a metà dall'irrompere di un inconfondibile "He came dancing across the water" che trasforma la sofferenza di Conor Oberst nientemeno che in Cortez The Killer di Neil Young, con la stessa naturalezza e inevitabilità con cui i Cowboy Junkies trasformarono un loro brano nel classico Blue Moon senza interrompersi. Dieci minuti buoni che valgono anche da soli l'acquisto, un tour de force di acustiche perfette e vocalità intensa che rimarrà nei nostri lettori per anni, ne siamo già sicuri. Peccato che nella seconda parte ci sia tempo per tirare il fiato, e Rawlings perde leggermente in genio a favore di tutta la sua professionalità quando affronta gli schemi traditional di Sweet Tooth, il pigro bluegrass di How's About You, il country di It's Too Easy e i fiati da jug-band di Monkey And The Engineer di Jesse Fuller. Dalla sua penna esce comunque anche la superba Bells Of Harlem, che chiude un disco che resterà nella memoria solo di chi ha capito che spesso tra gli album delle figure secondarie si scovano gemme di primaria bellezza. (Nicola Gervasini)

mercoledì 6 gennaio 2010

THE LEISURE SOCIETY - The Sleeper


27/11/2009
Rootshighway



Da sempre specializzata in creazioni di "next big thing" che col tempo si rimpiccioliscono in maniera esponenziale, la stampa inglese sta di questi tempi letteralmente impazzendo per questo The Sleeper, disco d'esordio dei Leisure Society. Loro incassano e ringraziano, e addirittura si sventaglia ai quattro venti il fatto che siano tra i candidati dell'Ivor Novello Award, prestigioso premio della British Academy of Composers and Songwriters che dal 1955 premia i migliori giovani talenti in materia. Tranquilli, niente di così sensazionale, se è vero che il premio se lo sono già aggiudicati in passato anche gli Oasis e i Duran Duran, più che altro un modo degli inglesi di auto-premiarsi quegli artisti che gli yankee degnano di poche attenzioni. Ma qui stavolta c'è molto di più. Innanzitutto i Leisure Society sono esordienti per modo di dire: il leader Nick Hemming è attivo fin dai primi anni novanta con alcune band (i She Talks To Angels, gli Unisex e i Telescopes, tutti gruppi che conoscereste bene seguendo con attenzione la scena britannica), ma soprattutto è una delle menti pensanti del Wilkommen Collective, sorta di centro sociale musicale che ruota intorno all'etichetta omonima, un'accolita di ottimi musicisti che sta ridando vita alla scena di Brighton.

Insomma questo polistrumentista (suona qualsiasi tipo di strumento a corda, e non solo) è un personaggio davvero interessante, che va seguito, nonostante la stampa inglese non gli stia appunto rendendo un buon servizio ingigantendo a dismisura qualità che sono ancora tutte da dimostrare. Intanto il primo rischio è che i Leisure Society finiscano nel calderone degli inevitabili cloni dei Fleet Foxes, visto che la formula pare la medesima: impasti di voci, controcanti, falsetti alla Pet Sounds dei Beach Boys e un tappeto di strumenti acustici che non alzano mai il tono. Rischio ancora peggiore quello di finire nella schiera dei nuovi indie-folker dediti all'umana depressione con compulsiva precisione, visto che i testi tetri e pessimistici di queste canzoni vanno in quella direzione (ricordatevi di We Were Wasted il giorno del vostro suicidio).

E invece The Sleeper è un disco probabilmente furbo, sicuramente pensato per essere il disco giusto al momento giusto (certa pubblicità gratuita non arriva mai per caso…), ma è anche il risultato del lavoro non di un grande songwriter, nemmeno di un grande esecutore, quanto di un ottimo arrangiatore, perché qui gli intrecci tra voci, archi, percussioni e chitarre/banjo/ukulele (ecc…) sono spesso roba da far invidia al Brian Wilson un po' sfiatato degli ultimi tempi. Il consiglio è di dargli una chance, lasciarvi cullare dalle belle note di The Last Of The Melting Snow e altre deliziose perle pop (menzione d'onore alla lunga A Matter Of Time) e permettere a The Sleeper di regalarvi quello che sa dare. Del resto lasciate che se ne occupino i critici...
(Nicola Gervasini)

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