sabato 9 gennaio 2010

DAVE RAWLINGS MACHINE - A Friend of a Friend


Rootshighway
01/12/2009
Il singolo Suedhaed di Morrissey era effettivamente sia su Viva Hate che su Bona Drag, per cui Dave Rawlings e Ryan Adams avevano entrambi ragione da vendere in quella discussione che apriva l'album Heartbreaker di quest'ultimo. Ancora oggi il nome di Rawlings rischia di essere consegnato alla storia quasi solo per quel piccolo dibattito, oppure (ma solo per i più scafati conoscitori di roots-music) come "il fidato chitarrista di Gillian Welch". Proprio come recita il titolo di questo suo primo disco solista, A Friend Of A Friend, l'amico di un amico appunto, non il protagonista, ma sempre quello accanto, per non dire il session man rassegnato a vivere nell'ombra decantato già nel 1966 dai Kinks. Rawlings è tutto ciò, e lo rimarrà anche dopo questo debutto, licenziato con una sigla (Dave Rawlings Machine) che nasconde poi solo se stesso e la sua inseparabile chitarra, e destinato a rimanere feticcio per incalliti amanti della tradizione e del gusto del suono e del suonare. Lui è un mix di radici, tecnica e sound, uno che intinge il suo songwriting nella tradizione musicale dei monti Appalachi e lo rende splendido e cristallino con il suo inconfondibile tocco, spesso giocato sulla tecnica del fingerpicking, lo stesso che ha reso grandi i quattro dischi licenziati da Gillian Welch e che abbiamo sentito anche nei dischi dei Bright Eyes e Robyn Hitchcock (ricordate l'americanofilo Spooked?). Si potrebbe considerare questo come il nuovo disco della coppia Rawlings-Welch, visto che l'impatto acustico è più o meno lo stesso, e semplicemente qui i due si scambiano i ruoli, con Gillian impegnata a fare da seconda voce, ma sarebbe forse togliere ancora una volta il merito ad un artista che sta dimostrando di poter tranquillamente camminare con le proprie gambe. A ben guardare questo album è un'accozzaglia di materiale di vario genere, non ha l'aria di essere un progetto definito, quanto un raccoglitore d'idee sparse nel tempo. Eppure era doveroso che David si riappropriasse di quella To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) che scrisse a suo tempo per Ryan Adams, giusto per trasformarla in un coinvolgente e balzellante bluegrass tutto violini e banjo, oppure che rivoltasse I Hear Them All, uno dei tanti brani prestati agli Old Crow Medicine Show per il loro secondo album Big Iron World, risolvendola in due soffertissimi minuti di splendido lamento folk. E ancora meglio fa l'iniziale Ruby, pura esaltazione di vocalizzi e melodie da West Coast anni settanta, uno di quegli incipit che ti fanno capire che "ok, ci siamo, qui succede qualcosa di importante stavolta". E ancor di più offre la ripresa di Method Acting dei Bright Eyes annata 2002, straziante e stravolta, interrotta a metà dall'irrompere di un inconfondibile "He came dancing across the water" che trasforma la sofferenza di Conor Oberst nientemeno che in Cortez The Killer di Neil Young, con la stessa naturalezza e inevitabilità con cui i Cowboy Junkies trasformarono un loro brano nel classico Blue Moon senza interrompersi. Dieci minuti buoni che valgono anche da soli l'acquisto, un tour de force di acustiche perfette e vocalità intensa che rimarrà nei nostri lettori per anni, ne siamo già sicuri. Peccato che nella seconda parte ci sia tempo per tirare il fiato, e Rawlings perde leggermente in genio a favore di tutta la sua professionalità quando affronta gli schemi traditional di Sweet Tooth, il pigro bluegrass di How's About You, il country di It's Too Easy e i fiati da jug-band di Monkey And The Engineer di Jesse Fuller. Dalla sua penna esce comunque anche la superba Bells Of Harlem, che chiude un disco che resterà nella memoria solo di chi ha capito che spesso tra gli album delle figure secondarie si scovano gemme di primaria bellezza. (Nicola Gervasini)

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