sabato 30 aprile 2011

MOUNTAIN GOATS - All Eternals Deck


Siete avvertiti: sappiate che se doveste scoprire i Mountain Goats solo grazie a questo All Eternals Deck, potrebbe prospettarsi per voi l’inferno di recuperare vent’anni di onorata e copiosa carriera, se mai voleste approfondire la loro conoscenza. La creatura di John Darnielle è stata una delle prime sigle a potersi davvero fregiare della categoria di “indie band”, fin da quando nel 1991 hanno cominciato a pubblicare dischi a raffica, inizialmente esclusivamente nel vetusto formato audiocassetta. Da allora tenere il conto non è facile, ma con questo album dovrebbe essersi fermato a 20 album (comprese le 6 cassette pubblicate tra il 1991 e il 1994), 23 EP o singoli con inediti, e 3 cd di materiale di recupero. Un corpus imponente e difficilmente consigliabile nella sua totalità se non siete davvero in sintonia con il mondo visionario del particolare songwriting di Darnielle, uno che ha avuto fantasia e argomenti da vendere fin dagli esordi. La forma dei brani è sempre circolata intorno ad un folk scarno e poco avvezzo a concessioni spettacolari, con poche variazioni sul tema di base che rendono difficile anche per la stampa più avvezza al mondo indipendente isolare un loro titolo come il più importante (se dovessimo dare un consiglio, vi indirizzeremmo sul sempre attuale Tallahassee del 2002). I tempi stanno però evidentemente cambiando anche per loro, perché dopo tante rivoluzioni nella formazione intorno al genio sregolato di John, da qualche tempo hanno finalmente assunto un assetto pressoché fisso, e con questo All Eternals Deck definiscono per la prima volta un suono maturo e strutturato – per non dire “sovraprodotto” rispetto ai loro standard. E’ singolare come l’apparente “normalizzazione “ del loro sound abbia come risultato quello di evidenziare quanto gente come Okkervil River (Prowl Great Cain passa da quelle parti), Conor Oberst (Beautiful Gas Mask sembra sua) e non ultimi anche gli Avett Brothers debbano molto al loro approccio al suono rurale. Ma sono brani come Sourdoire Valley Song, una Outer Scorpion Squadron per piano e archi o la stessa Damn These Vampires che apre il disco, a mostrare una voglia di soffermarsi più su arrangiamenti e melodie che potrebbe far storcere il naso ai loro fans più irriducibili e legati alla loro storica naiveté, ma che servono forse anche a dimostrare quale potente songwriter di stampo classico si nasconda dietro un nome che è da sempre identificato come la frangia più estrema del freak-folk. Lasciamo a voi scoprire le storie dietro titoli intriganti e cinematografici come For Charles Bronson o Liza Forever Minelli, e in genere godere di testi che abbandonano in parte i temi religiosi delle loro ultime uscite per addentrarsi nei misteri dell’occulto, noi semplicemente consigliamo di scoprire un artista importante attraverso il suo disco più accessibile e immediato.

Nicola Gervasini

martedì 26 aprile 2011

WILLIAM FITZSIMMONS - Gold in the Shadow


William Fitzsimmons
Gold in the Shadow
[Gronland rec/ Audioglobe 2011]



Si è tagliato i capelli William Fitzsimmons dai tempi del suo acclamato The Sparrow and The Crow del 2008, ma non la barba d'ordinanza da indie-folker, che anzi si è fatta ancora più lunga e ingovernabile. Look da asceta solitario, voce soffusa "file under Bonnie Prince Billy and Iron & Wine", sound elettroacustico con chitarre in primo piano: Fitzsimmons è un puro prodotto degli anni zero. Quasi seguendo la linea recentemente dettata dai due illustri sopracitati Oldham e Beam, anche la sua musica sembra, in questo Gold In The Shadow, cercare una via più complessa e strutturata per offrire le proprie folk-songs. Niente di trascendentale: qualche piano qui e là, tastiere discrete, persino drum-machines assolutamente non fastidiose (Fade And Then Return, Psychastenia), tanti piccoli accorgimenti che fanno la differenza tra un disco fatto in casa e un'opera matura. Anche perché l'azzeccato studio di arrangiamenti di questo album (che alla fine ricordano molto il lavoro di Barzin) non è fine a sé stesso, ma è al servizio di dieci bellissimi brani dalle tipiche tinte autunnali, che saranno pure un segno dei nostri tempi (per non dire "una moda"), ma quando i risultati sono come questi, anche il fatto che Fitzsimmons non sia comunque un caposcuola, ma solo un buon alunno, passa in secondo piano.

La partenza dell'album è fulminante: The Tide Pulls From the Moon attacca subito con un testo crudo e pieno di oscuri presagi, Beautiful Girl è una soffice ballata acustica che potreste anche dedicare alla vostra bella, The Winter From Her Leaving un piccolo capolavoro di equilibrio tra scrittura e accorgimenti musicali. Forse, nonostante la bontà del materiale, a Fitzsimmons manca ancora il tocco personale distintivo che possa far parlare in altre recensioni di "brani alla Fitzsimmons", e il difetto diventa evidente nella seconda parte del cd, quando si gode per l'intreccio di acustiche e archi di Bird Of Winter Prey prima di realizzare che forse l'accoppiata Nick Drake/Robert Kirby potrebbe richiedere dall'aldilà qualche credits, o quando coinvolge Leigh Nash (la ex voce dei Sixpence None the Richer, quelli del tormentone anni 90 Kiss Me per intenderci) in una quasi-pop-song come Let You Break che si potrebbe anche far passare in radio che forse qualche attenzione in più potrebbe attirare.

Il finale però è di nuovo a tinte fosche: Wounded Head è abbastanza soffocante, meglio invece Tied To Me, che parte melmosa, ma guadagna nella parte centrale un baldanzoso andamento melodico che la rende uno degli episodi più interessanti dell'album. Chiude What Hold ancora una volta in puro Nick Drake-style (ma forse varrebbe la pena citare Neal Halstead dei Mojave 3). Gold In The Sahadow è un disco che vive ancora di troppi alti e bassi, ma bisogna sempre dare fiducia agli artisti che sono ancora in piena fase di ricerca, sono gli unici che possono ancora trovare qualcosa.
(Nicola Gervasini)


www.williamfitzsimmons.com

giovedì 21 aprile 2011

MARIANNE FAITHFULL - Horses And High Heels



A leggere la recente autobiografia di Keith Richards pare davvero difficile identificare la Marianne Faithfull di oggi con l'evanescente fidanzata di Jagger che si aggirava nuda per le case degli Stones, alimentando perverse mitologie a base di tavolette di cioccolato usate a guisa di dildo (Keith, per la cronaca, smentisce divertito). Non è tanto che oggi la Faithfull è un'affascinante signora di 65 anni, quanto che nel 1979, lei che fino a quel momento era stata in grado di offrire solo piacevoli brit-folk songs in salsa pop, ha pubblicato un capolavoro come Broken English, e da allora, complice anche una voce divenuta nel frattempo profonda e unica, il livello dei suoi dischi è sempre stato altissimo. La Faithfull è forse il miglior esempio vivente di come, pur non essendo una grande autrice, si possa fare dischi scritti e prodotti da altre eminenze grigie lasciando però sempre un'impronta personale. In questo scenario il nuovo Horses And High Heels si pone come una semplice conferma alla regola, con un prodotto forse meno caratterizzato rispetto ad alcuni dei suoi titoli più blasonati, ma non per questo meno consigliabile.

Visto il buon successo della formula del precedente Easy Come Easy Go, qui viene confermata la collaborazione col produttore Hal Willner e il mix di cover e brani autografi (sono solo 4, ma Prussian Blue e la title-track meritano un piccolo applauso anche alla penna). Il disco a dir la verità parte con il freno a mano tirato, la The Station rubata ai Gutter Twins (alias Mark Lanegan e Greg Dulli) non decolla, e il disco sembra mantenere un'aria piuttosto "scazzata" fino a quando, con No Reason di Jackie Lomax, la nostra sciorina un roots-rock da bar di Austin davvero inedito per le sue corde, che ci introduce ad una serie di episodi azzeccati e persino scanzonati rispetto alla sua abituale serietà. Tra le riletture spiccano una splendida Love Song, che era di Leslie Duncan, ma che tutti ovviamente ricordiamo nella versione dell'Elton John di Tumbleweed Connection, così come piace la versione malinconica di Going Back di Carole King.

La Faithfull sembra volersi divertire, come dimostra una Gee Baby che potrebbe essere anche il parto di uno dei viaggi a New Orleans di Bonnie Raitt, o una Back in Baby's Arm's di Allen Toussaint dove si scontrano nientemeno che il piano di Dr. John e la chitarra di Lou Reed. In ogni caso tutto sembra dire che la Signora ha un presente nobile e tutto da raccontare, nonostante il passato sia ancora lì, nel mito rock che la vuole come la Sister Morphine che allietava le notti di Mick, ma anche nel recupero delle registrazioni fatte da Brian Jones in Marocco a Jajouka, usate come tappeto per la scanzonata e pop Eternity. Un modo forse per esorcizzare i fantasmi di una vita vissuta intensamente, e che si è tradotta in una serie di opere di altissima e inimitabile classe.
(Nicola Gervasini)

www.mariannefaithfull.org.uk

lunedì 18 aprile 2011

DAVIDE BUFFOLI - Prices


Prices

Davide Buffoli

“Ho bisogno di una ragazza come Drew Barrymore, non di una come te”. E’ tutta in questa frase del brano Hollywood Pop Comedy la poetica del chitarrista varesotto Davide Buffoli, riassumibile in un “America does it better” che dovrebbe offenderci. Invece Prices è un disco che ci riempie di orgoglio patriottico, perché parla la lingua di un pop-rock americano leggero, quasi radiofonico, e lo fa con quella perfezione formale che solo certe band statunitensi riescono ad avere. E così si balla e si canta con queste canzoni, si gode dei suoni brillanti e delle chitarre sempre ben dosate e mai spaccone, e si scopre che nel nostro sottobosco indipendente sta crescendo una generazione di veri american-rockers dotati di personalità propria e - finalmente - pronunce inglesi non maccheroniche. Dimenticatevi i tanti cantanti-fans italiani che salivano sul palco genuflettendosi davanti al poster di Springsteen, Prices va oltre la riduttiva aspirazione di sembrare “come gli americani”. Ci riesce e basta

sabato 16 aprile 2011

MARKUS RILL - Wild Blue & True


Il nome di Markus Rill non è certo nuovo per noi, che già avevamo avuto occasione di parlarvi di questo ragazzone tedesco di Francoforte innamorato della roots-music, uno che da ormai parecchi anni si è garantito un posto di tutto rispetto nel gota degli hobo europei grazie ad alcuni dischi interessanti (da ricordare Hobo Dream del 2004 e The Price Of Sin del 2006) pubblicati dalla specializzata Blue Rose. Wild Blue & True è il suo nuovo sforzo, nonché il chiaro tentativo di guadagnarsi ancor più credito nel mondo della canzone d’autore di marca nashvilliana, vale a dire quell’area legata ancora all’idea del solitario troubadour alla Steve Earle prima maniera, che racconta storie su strutture che dal country tradizionale arrivano spesso e volentieri all’heartland rock. Forte di una band rocciosa (i Troublemakers), il nuovo disco cavalca immaginari noti fin dal titolo, dove l’essere “veri e selvaggi” come ogni tipico eroe con chitarra dei nostri tempi si contrappone al suo essere triste (ergo solitario, coma da tradizione). Le canzoni di questo disco, possono ricordare molto il Martin Zellar dei tempi d’oro (per darvi una coordinata da intenditori), parlano di sentimenti, ma non sono sempre necessariamente malinconiche. Le donne e gli amici restano il fulcro dei suoi racconti, le prime decantate ad esempio nella tragica figura di Natascha, ragazza incarcerata raccontata in un bel brano caratterizzato dal suggestivo suono della chitarra di Felix Leitner, oppure nelle star misteriose di Girl Of Many Secrets o quelle del bel duetto con Annika Fehling (cantautrice svedese molto interessante conosciuta sulle strade europee) in Your Own Private Rainbow. Il mondo delle relazioni invece affiora dai racconti di The Kid From Tupelo, o la toccante vicenda di The Boy Who Never Was My Friend, ma per il resto dai suoi testi affiora la fiera dichiarazione d’indipendenza di un uomo che crede nella sua musica e nella forza di proporla nonostante le tante difficoltà (Wild Blue True-hearted Man apre il disco con un titolo già di per se programmatico, e l’acustica Falling Into Place chiude sui toni da tipico rocker irriducibile, per quanto stanco da una vita on the road che regala poche soddisfazioni). Se un difetto va riscontrato, è il fatto che per tutte le tredici canzoni il suono e le soluzioni, sempre sospese tra acustico ed elettrico, trovano poche variazioni sul tema e pochi spunti che si discostano dal manuale del buon songwriter che tutti conosciamo. Per il resto se siete ancora romanticamente legati all’idea del cantautore senza macchia e paura che si batte contro i mulini a vento, Markus Rill è nato con questa immagine, e la incarna ancora alla perfezione.

Nicola Gervasini

martedì 12 aprile 2011

CHARLES BRADLEY - No Time For Dreaming


Charles Bradley
No Time For Dreaming
[Dunham Records 2011]



I fanatici della "googlata" si faranno un paio di risate quando cercheranno chi diavolo sia codesto Charles Bradley, uno che a guardarlo sulla copertina di questoNo Time For Dreaming sembrerebbe avere storia ed esperienza da vendere. Invece la diabolica Wikipedia per questo nome offre alla storia nell'ordine: un cestista in pensione, un politico canadese, un giudice, un uomo d'affari, un professore di geologia, perfino un predicatore, ma nessun soul-singer di vecchia data. Per una volta anche i selvaggi navigatori dell'informazione facile e veloce saranno quindi costretti a leggersi qualche noiosa recensione come questa, giusto perché scoprano che questo sessantaduenne è nientemeno che un esordiente, o, se preferite, un dopolavorista del soul che ha finalmente trovato l'occasione giusta sulle soglie della pensione.

Le curiosità in merito a questo disco finiscono qui, perché poi l'operazione produttiva messa in piedi dalla Dunham Records è tutt'altro che robetta da parvenu del soul, visto che qui produce Thomas "Tommy TNT" Brenneck, chitarrista dei Dap-Kings (che conosciamo come fidi scudieri di Sharon Jones), ma soprattutto leader della Menahan Street Band, già titolari di un interessante disco del 2008 (Make the Road By Walking), e qui presenti al gran completo come home-band. Ma soprattutto ancora meno sorprendente è il contenuto, un lotto di brani autografi che strizzano l'occhio senza troppi misteri a James Brown, e finiscono però ad invadere più il campo di altri giganti del genere. In un certo senso No Time For Dreaming potrebbe essere il punto di non ritorno del nuovo soul-revival di questi anni, l'estremizzazione dell'elemento nostalgico di una scena di paladini della old-time black music che combattono lo strapotere del rap e dell'hip hop a colpi di sezioni fiati e sonorità vintage. Un'invasione più volte benedetta anche da noi, che ci ha fatto scoprire validi soul-singer (Roy Young, Sterling Harrison,…), o riesumato vecchie glorie dimenticate (Bettye Lavette, Mavis Staples, Solomon Burke, la lista è lunga), che hanno riportato in auge un genere da troppo tempo schiavo dell'obbligo di stare al passo con i tempi.

Bradley si aggiunge al gruppo ed isterizza ancor più il concetto con un disco che sembra sputato fuori da uno studio della Stax degli anni 60, e che non si fa mancare un tributo a nessun padre spirituale (Marvin Gaye vive nel ritmo di Telephone Song, Curtis Mayfield transita nelle note di Golden Rule, James Brown un po' ovunque). Forse si potrebbe criticare un certo manierismo generale, o rimarcare che, sparate subito le cartucce migliori, il disco scema un po' nella ripetizione della formula "ballata sofferta alla It's A Man's, Man's, Man's World". Oppure magari si potrebbe notare che ci sono giovani esponenti che sullo stesso campo osano magari qualcosa di più, senza per forza annacquare il loro sound (Aloe Blacc o Black Joe Lewis ad esempio). Ma siamo certi che per Bradley queste sarebbero solo speculazioni da critici che nulla hanno a che vedere con il sudore e la passione di questo album.
(Nicola Gervasini)

www.thecharlesbradley.com

domenica 10 aprile 2011

ALCUNI CAPOLAVORI DEGLI ANNI 70 DA NON DIMENTICARE....

Ecco alcune mie piccole schede su album indimenticabili degli anni 70, parte dello speciale pubblicato da Rootshighway

http://www.rootshighway.it/speciali/speciale_70/100.htm



Bonnie Raitt - Give It Up

Nel 1971 che una donna bianca potesse fare dischi di blues, osando pure accollarsi gli assoli di chitarra, era cosa decisamente inusuale. Abituati alle blues-singers manipolate da altri autori e case discografiche, il mondo del rock americano inizialmente non seppe bene come inquadrare Bonnie Raitt, una timida ragazzina dalla voce esile ma decisa, che dopo un esordio già convincente e maturo, infilò con Give It Up l’opera della vita. Dedicate ai Vietcong in pieno climax della guerra del Vietnam, queste canzoni non erano solo blues, erano un viaggio da New Orleans alla West Coast visto per la prima volta al femminile, dove anime lontane come Jackson Browne (Under Falling Sky) Chris Smither (Love Me Like A Man, divenuta un classico) e la sua slow-songs più bella di sempre (Nothing Seems To Matter) convivevano perfettamente. (NG)

Byrds - Untitled

Eliminate tutte le più grandi eminenze grigie passate sotto la sigla Byrds (Crosby, Clark, Parsons), Roger McGuinn traghettò la seconda parte della storia del gruppo nelle acque placide e sicure del nuovo country-rock, tra le accuse di essere il primo reazionario rock o di essersi piegato a mere logiche di mercato. Oggi sappiamo quanto invece il suo progetto fosse sinceramente votato ad una ricerca musicale, e i frutti sono ancora oggi tutt’altro che trascurabili, sebbene privi della portata innovativa della prima era Byrds. Equamente diviso tra un disco live che rileggeva il passato attraverso la chitarra di Clarence White e uno in studio con nuovi classici, Untitled resta il disco che meglio ha rappresentato il passaggio del testimone tra gli anni 60 e i 70. Chiedetelo a Tom Petty perché questo sia stato importante.(NG)

Carole King - Tapestry

Più di dieci anni passati in un palazzo a scrivere classici per altre voci, poi la separazione dal fido co-autore Gerry Goffin, e infine la decisione di provarci da sola. La proverbiale timidezza di Carole King trovò nel suo secondo disco la propria sublimazione, finendo per creare la matrice di ogni disco di pop femminile che si rispetti. Immerso molto più nel nuovo folk della West Coast che nel pop-soul da cui molti di questi brani provenivano, Tapestry è l’icona della perfezione melodica degli anni 70. Diviso tra brani già noti e nuovi classici (su tutte It’s Too Late e You’ve Got A Friend), è stato forse l’ultimo anello di congiunzione tra musica d’autore e musica commerciale, tanto che qui potete trovare le radici sia di Christina Aguilera (che plagerà di fatto Beautiful) come di Natalie Merchant. (NG)

Delbert McClinton - Second Wind

Quando si nasce a Lubbock, nel Texas, si finisce inevitabilmente al centro di tutti i più importanti vortici musicali americani, ma per Delbert McClinton la strada per metabolizzarli è stata lunga. Second Wind era il suo sesto disco, arrivato nel 1978 dopo un’attività iniziata nel 1962, ma che solo con l’approdo alla Capricorn del mentore del southern-rock Johnny Sandlin poté dirsi arrivata a piena maturazione. Blues, rock, soul, il Texas, brani di Jesse Winchester, Taj Mahal, Willie Dixon e Johnny Cash messi vicini come se nascessero dalle medesime matrici stilistiche, e quella sua “B” Movie che diventerà un piccolo classico grazie alla versione dei Blues Brothers: Second Wind rappresenta il perfetto melting pot della musica americana di fine anni settanta (NG)

Doobie Brothers - The Captain And Me


Tom Johnston aveva un sogno: riuscire a creare il perfetto mix tra il blues del delta, il country rock degli esordi, e un certo rock da arena, come se qualità e vendibilità potessero davvero andare di pari passo. Per l’arco di un paio di dischi ci riuscì veramente, e The Captain And Me rasenta ancora oggi una perfezione formale e di sostanza difficilmente riscontrabile in altri dischi del periodo. C’erano i singoli per le charts (Long Train Running, la classica canzone che tutti conoscono senza ricordarsene titolo e autore), riff perfetti per iniziare una trasmissione radio (China Grove), orge di chitarre, perfette country-ballads alla Eagles, blues-rock, cajun del Delta, e persino uno dei primi sintetizzatori usati a livello professionale. Il sogno durò ancora due dischi, poi la sigla Doobie Brothers venne conquistata dal nemico. (NG)

Hot Tuna – Burgers


Mentre Marty Balin, Paul Kantner e Grace Slick nei Jefferson Airplane passavano il tempo a fare proclami di amore hippy e a decantare viaggi lisergici, Jorma Kaukonen e il bassista Jack Cassidy non avevano mai smesso di perdersi nei meandri di noiose partiture di blues acustico del Reverendo Gary Davis. La differenza fu evidente quando le strade si separarono, e gli Hot Tuna attraversarono gli anni settanta passando dal blues acustico a quello elettrico con risultati alterni e, viste le aspettative, anche deludenti. Ma Burgers resta l’opera del perfetto equilibrio tra le due anime, con Kaukonen a suo agio sia come rocker che come bluesman, e una serie di brani che funzionavano alla radio così come sulla strada dove erano nati, e dove rimarranno nello spirito.(NG)

Joni Mitchell – Blue

Non era facile nel 1971 per una donna riuscire a raccontare tutta la propria fragilità e debolezza in amore con piena libertà espressiva, soprattutto nel sessista mondo rock. Eppure Blue rivelò le tribolazioni amorose di una Joni Mitchell rimbalzata tra mille uomini, seguiti, riveriti e abbandonati a causa di un’inquietudine di vivere incomprensibile per le corde emotive maschili. Blue resta il “disco femmina” per antonomasia, perché privo di ogni machismo anche nell’utilizzo di un folk pianistico delicato e non ancora debordante verso il jazz che sarà nei dischi successivi. E’ qui che vorrebbe arrivare il 99% delle cantautrici moderne, ed è qui che hanno provato a finire anche molti colleghi maschi, primo tra tutti il Dylan a cuore aperto di Blood On The Tracks, che a queste canzoni deve tantissimo.(NG)

Little Feat – Sailin’ Shoes

I Little Feat sono rimasti la live-band perfetta anche dopo la sua dipartita, ma finché ha avuto la giusta lucidità, Lowell George è stato il vero genio del gruppo. Sailin Shoes è il suo personale capolavoro a base di country-rock distorto (Texas Rose Cafe), riffoni da cantina (Easy To Slip, Teenage Nervous Breakdown), blues irriverenti (A Apolitical Blues) e roots-music vituperata (Sailin’ Shoes). Il sound tutto New Orleans, che diventerà il loro marchio di fabbrica con il successivo Dixie Chicken, arriva non a caso solo dagli unici due brani scritti da Bill Payne, per il resto la band qui si limita seguire i suoi schizzi di follia, da sempre dipinti dalle bizzarre copertine di Neon Park. E Willin’, tanto necessaria da essere un bis di un brano già apparso sul primo album, resta la truck-ballad più bella degli anni 70. (NG)

Manassas - Manassas

Non è stata solo una questione di alcool e droghe, la morte creativa di Stephen Stills è secondo molti il frutto di una rancorosa invidia verso i colleghi, Neil Young in primis. A determinarla fu anche il fatto che la sua idea di country-rock globale della West Coast, da sempre aperto a influenze caraibiche, rock, blues, e pure qualche sperimentazione progressiva, ha trovato nel primo disco licenziato come Manassas la sua apoteosi artistica, ma non abbastanza elogi. Il titolo infatti resta un cult-record, a cui è mancato forse il singolo epocale per restare nella memoria collettiva come il doppio album più rappresentativo del sound degli anni 70. Dopo quest’avventura (che produrrà un successivo capitolo sempre di buon livello), Stills smetterà di pensare grande rock e diventerà prematuramente vecchio.(NG)

Paul Pena – New Train

Commettiamo un falso storico a inserire questo disco nei top 100 degli anni 70, ma il nostro senso di giustizia ci obbliga a vendicare un torto senza precedenti. New Train infatti è un disco del 1973, uscito però sono nel 2000. Proviamo quindi solo ad immaginare l’impatto che avrebbe potuto avere questo perfetto crocevia tra black music e cantautorato bianco della West Coast (immaginate un disco di Jimi Hendrix prodotto da Jackson Browne), l’ipotetico bigino su cui avrebbero potuto studiare molti artisti moderni abituati a navigare trasversalmente, come Ben Harper o anche il Ray LaMontagne più recente. Neppure il fatto che Jet Airliner divenne poi un successo nelle mani della Steve Miller Band (grazie al loro tastierista Ben Sidran, che qui produceva), fece venir voglia alla Bearsville Records di pubblicarlo. (NG)

mercoledì 6 aprile 2011

AMOS LEE - Mission Bell


Amos Lee
Mission Bell
[
Blue Note 2011
]



Davanti ad Amos Lee probabilmente Michelangelo avrebbe perso la pazienza e avrebbe urlato anche a lui il suo celeberrimo "perchè non parli?!", martellata sul ginocchio inclusa. Meno espressivo di una statua di Mosè, ma certo non meno di bella presenza, Lee è uno di quegli artisti che non sai mai quanto odiare o amare. Lo ami per la perfezione sonora, per lo stile rigoroso che unisce soul bianco e folk alla James Taylor, lo odi per l'eccessivo formalismo delle sue composizioni, e per quel non lasciarsi mai andare e non concedere mai nulla di più delle sue canzoni. Non si pretende certo che uno con il suo stile si metta a contorcersi sul palco come un Iggy Pop, ma a volte un po' di composta ironia alla Lyle Lovett avrebbe sicuramente giovato alla sua arte, piuttosto che alla sua seriosa immagine. Avviluppato nella sua timidezza, non sappiamo quanto atteggiata, Lee aveva anche perso qualche punto presso i critici all'indomani di un terzo album che ha venduto pure bene negli States (ventinovesimo posto in Billboard, vette che alla maggior parte degli artisti a noi cari sono proibite), ma che ha lasciato freddi i fans più fedeli.

Giusto quindi prendersi una pausa di riflessione, se poi i risultati sono quelli presentati in Mission Bell, che lasciamo a voi il compito di decidere se sia il suo album migliore, ma con certezza vi diciamo che comunque se la gioca per il titolo. Si parte bene fin dalle frequentazioni scelte, su tutte la produzione affidata al Calexico Joey Burns, evidentissima ad esempio nel blues desertico di Out Of The Cold (brano che coinvolge anche Pieta Brown). E poi una serie di collaborazioni che sondano il mondo indie (in Violin fanno capolino i vocalizzi di Sam Beam), amicizie rodate (in Stay With Me ancora una volta appare la bella Priscilla Ahn), nomi altisonanti per le nostre lande (Lucinda Williams lo aiuta a irruvidire la paludosa Clear Blues Sky), pezzi da 90 (il Willie Nelson che appare nella ripresa finale di El Camino) o storici session man (il batterista James Gadson, uno che ha suonato con il gotha della black music degli anni 70, lo aiuta in Jesus, qualcosa di più di una semplice gospel-song, nonché uno di quei momenti in cui ti sembra che anche per lui sia possibile perdere le staffe).

Non tutto gira alla perfezione comunque, quella che ai tempi del vinile sarebbe stata la prima parte affonda colpi senza sbagliarne uno, con Windows Are Rolled Down e Flower a dimostrare che anche da solo il ragazzo sa come confezionare la canzone giusta. Nella seconda parte però torna un po' quella cattiva abitudine di accontentarsi e non concedersi mai troppo che lo porta a brani meno importanti come Learned A Lot e Cup Of Sorrow. La produzione di Burns fa la differenza, anche se forse lui avrebbe bisogno di uno di quei produttori stronzi e debordanti che gli facciano tirar fuori le unghie a difesa della sua integrità stilistica, e forse avremmo finalmente il suo vero grande disco, Ma anche così, comunque, non ci lamentiamo.
(Nicola Gervasini)

www.amoslee.com


lunedì 4 aprile 2011

COWBOY JUNKIES - Demons


Ad essere severi, la storia dei Cowboy Junkies sarebbe potuta anche finire 15 anni fa, all'indomani di Lay It Down, l'ultimo loro disco ad aver avuto eco e seguito anche al di fuori della stretta cerchia di fans. Era la prima fase della loro carriera (detta "del periodo d'oro"), quella in cui poteva capitare che dell'uscita di The Caution Horses nel 1990 se ne occupasse persino Tv Sorrisi e Canzoni, ma erano anche tempi in cui la fabbrica dei fratelli Margo e Michael Timmins sfornava brani memorabili e cover sempre necessarie, mentre ad un certo punto tutto si è perso in una debolezza compositiva crescente e in una miriade di riletture e outtakes-record davvero solo per appassionati. La fase 2 della loro carriera (detta "dell'assestamento") li ha visti comunque saggiamente produrre solo 4 album di originali in 15 anni, ed è per questo che l'anno scorso avevamo accolto l'inizio della fase 3 (detta "dell'autoproduzione coatta") con un certo rammarico, visto che il programma prevede una serie di uscite a raffica "only for fans", denominate"The Nomad Series", che già nel concetto rinunciano non solo all'ormai perso appuntamento con la storia, ma anche alla razionale gestione della propria arte che dovrebbe portare chiunque ad evitare di inflazionare il proprio mercato.

Il volume 1 di suddetta serie (Renmin Park) aveva confermato i timori, con una serie di brani senza spina dorsale, ed è per questo che suscitava poco entusiasmo l'uscita di questo Demons, sorta di monografia dedicata a Vic Chesnutt, che sulla carta rappresenta l'ennesima occasione per sciorinare cover fatte in serie sulla formula "prendi un brano qualsiasi e ipnotizzalo con la voce di Margo che fa sempre scena". Ebbene, e con immensa gioia e la grande sorpresa tipica di chi proprio non ci sperava più, che nel lettore ci troviamo il disco dei Cowboy Junkies più riuscito dai tempi in cui erano ancora in grado di scrivere brani come Common Disaster. A favore di questo bel disco hanno giocato due fattori: il primo è che nel songbook dello scomparso Chesnutt c'è tutto quel materiale di prim'ordine che da soli i Timmins non riescono più a produrre, secondo che in questo caso la voce di Margo non si limita a dare la versione stralunata di classici con altro ritmo e verve, ma affonda in una materia che già in origine teneva un ritmo blando e depresso, per cui il valore aggiunto è la grazia in più rispetto allo sgraziato e sofferto vocalizzo di Vic.

Nascono così Flirted With You All My Life, West Of Rome, Strange Language e l'incredibile Wrong Piano che apre lo show, senza dubbio tra le registrazioni migliori che i Junkies abbiano mai fatto, con la chitarra sempre acidula di Michael che trova spesso nelle tastiere di Joby Baker uno splendido e inaspettato contraltare. Visto che Chesnutt era il classico artista sfortunato che piaceva quasi più ai colleghi che al pubblico, di tributi per lui ne verranno altri, ma che non saranno meglio di questo è già una certezza.
(Nicola Gervasini)

www.cowboyjunkies.com


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