martedì 26 aprile 2011

WILLIAM FITZSIMMONS - Gold in the Shadow


William Fitzsimmons
Gold in the Shadow
[Gronland rec/ Audioglobe 2011]



Si è tagliato i capelli William Fitzsimmons dai tempi del suo acclamato The Sparrow and The Crow del 2008, ma non la barba d'ordinanza da indie-folker, che anzi si è fatta ancora più lunga e ingovernabile. Look da asceta solitario, voce soffusa "file under Bonnie Prince Billy and Iron & Wine", sound elettroacustico con chitarre in primo piano: Fitzsimmons è un puro prodotto degli anni zero. Quasi seguendo la linea recentemente dettata dai due illustri sopracitati Oldham e Beam, anche la sua musica sembra, in questo Gold In The Shadow, cercare una via più complessa e strutturata per offrire le proprie folk-songs. Niente di trascendentale: qualche piano qui e là, tastiere discrete, persino drum-machines assolutamente non fastidiose (Fade And Then Return, Psychastenia), tanti piccoli accorgimenti che fanno la differenza tra un disco fatto in casa e un'opera matura. Anche perché l'azzeccato studio di arrangiamenti di questo album (che alla fine ricordano molto il lavoro di Barzin) non è fine a sé stesso, ma è al servizio di dieci bellissimi brani dalle tipiche tinte autunnali, che saranno pure un segno dei nostri tempi (per non dire "una moda"), ma quando i risultati sono come questi, anche il fatto che Fitzsimmons non sia comunque un caposcuola, ma solo un buon alunno, passa in secondo piano.

La partenza dell'album è fulminante: The Tide Pulls From the Moon attacca subito con un testo crudo e pieno di oscuri presagi, Beautiful Girl è una soffice ballata acustica che potreste anche dedicare alla vostra bella, The Winter From Her Leaving un piccolo capolavoro di equilibrio tra scrittura e accorgimenti musicali. Forse, nonostante la bontà del materiale, a Fitzsimmons manca ancora il tocco personale distintivo che possa far parlare in altre recensioni di "brani alla Fitzsimmons", e il difetto diventa evidente nella seconda parte del cd, quando si gode per l'intreccio di acustiche e archi di Bird Of Winter Prey prima di realizzare che forse l'accoppiata Nick Drake/Robert Kirby potrebbe richiedere dall'aldilà qualche credits, o quando coinvolge Leigh Nash (la ex voce dei Sixpence None the Richer, quelli del tormentone anni 90 Kiss Me per intenderci) in una quasi-pop-song come Let You Break che si potrebbe anche far passare in radio che forse qualche attenzione in più potrebbe attirare.

Il finale però è di nuovo a tinte fosche: Wounded Head è abbastanza soffocante, meglio invece Tied To Me, che parte melmosa, ma guadagna nella parte centrale un baldanzoso andamento melodico che la rende uno degli episodi più interessanti dell'album. Chiude What Hold ancora una volta in puro Nick Drake-style (ma forse varrebbe la pena citare Neal Halstead dei Mojave 3). Gold In The Sahadow è un disco che vive ancora di troppi alti e bassi, ma bisogna sempre dare fiducia agli artisti che sono ancora in piena fase di ricerca, sono gli unici che possono ancora trovare qualcosa.
(Nicola Gervasini)


www.williamfitzsimmons.com

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