sabato 20 dicembre 2008

IL MEGLIO DEL 2008

TOP 10 2008


1
JOHN MELLENCAMP -
LIFE, DEATH, LOVE AND FREEDOM


Perché un uomo da rock altisonante e chitarre in libertà ha fatto centro al primo album pseudo-acustico della sua carriera. T Bone Burnett ci mette del suo, ma Mellencamp ha dimostrato di essere uno dei pochi eroi del rock americano ancora vivo creativamente. Sicuramente l’unico a non essere ancora mai morto.

2
BONNIE "PRINCE" BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT

Perché è il disco dove Oldham trova la quadratura del cerchio, perché gli arrangiamenti sono pieni e perfetti e le canzoni si fanno tutte ricordare…solo dopo molti ascolti. Ma se non siamo in grado di dedicare pazienza e tempo ad un autore così possiamo darci pure al punto e croce.



3
KATHLEEN EDWARDS
ASKING FOR FLOWERS

Altro disco partito in sordina nei miei ascolti, ma arrivato sul podio sgomitando con le sue canzoni perfette, la sua irresistibile cantabilità e una serie di melodie che davvero non ti si scollano di dosso…. Ruba il posto al disco Acid Tongue di Jenny Lewis come miglior performance femminile dell'anno




4
ALEJANDRO ESCOVEDO
REAL ANIMAL

Poteva essere un’inutile amarcord di un artista sul viale del tramonto, è risultato essere il più bello e convinto omaggio alla grandezza del rock anni 70 e alle sue mille idee. Imprescindibile come gli eroi che omaggia. E ci restituisce pure il Chuck Prophet che rivorremmo sentire


http://www.rootshighway.it/recensioni/escovedo.htm

5
JAMES JACKSON TOTH
WAITING IN VAIN

Se nella canzone americana è davvero impossibile inventarsi qualcosa di nuovo allora questa è la soluzione: Dylan incontra i Wilco che incontrano Frank Zappa che incontrano un giovane pop-rocker dai toni strampalati e stralunati. Capire questo disco è un obbligo se non vogliamo morire nella noia della dilagante medietà.

http://ennegi.blogspot.com/search?q=toth


6
THE MUDCRUTCH
THE MUDCRUTCH

L’altra faccia di Mellencamp: Petty è un artista in fase calante, dopo due dischi decisamente minori rispetto ai suoi standard temporeggia ancora con un disco con vecchi amici. Mudcrutch non toglie i dubbi su un’ispirazione appannata: le cose migliori sono cover e la penna a volte scivola ancora nel dejà vu, ma riconsegna un rocker in piena forma e il suono che vogliamo da lui. E Bootleg Flyer è la performance chitarristica dell'anno, e ormai sono rare.



7
RAY LAMONTAGNE
GOSSIP IN THE GRAIN

Gliela dovevo una nomination a Lamontagne dopo che nel 2006 avevo ingiustamente escluso il suo meraviglioso secondo disco. Gossip in The Grain sembra essere un gradino sotto il predecessore, ma lo conferma alla grande come l’unico uomo in grado di rifarsi a Van Morrison sembrando sperimentale. La conferma di uno dei pochi nomi da comprare a scatola chiusa in questi anni.


8
MARAH
ANGELS OF DESTRUCTION!

Più che un disco un vero casino, ma resta il miglior guazzabuglio di rock and roll e quant’altro dell’annata…


9
DRIVE BY TRUCKERS
BRIGHTER THAN CREATION'S DARK

Probabilmente il disco dell’anno come scrittura e come spessore, un po’ penalizzato da qualche canzone di troppo e da una produzione leggermente loffia, ma a mio parere il miglior disco di una band che non mi aveva mai convinto fino in fondo ed è sulla buona strada per riuscirci.



10
GARY LOURIS
VAGABONDS

Il disco che aveva tentato di fare con I Jayhawks di Smile gli riesce per caso e quando nessuno lo aspetta...e resterà il suo titolo più incompreso. The Band meets Beatles meets un personaggio fondamentale della musica americana.


DISCHI CALDI 2008 (11-20)




11) BASEBALL PROJECT - VOLUME 1-FROZEN ROPES AND DYIN' QUAILS
12)HOLD STEADY - STAY POSITIVE
13) SILVER JEWS - LOOKOUT MOUNTAIN, LOOKOUT SEA
14) BLACK CROWES - WARPAINT
15) RYAN ADAMS - CARDINOLOGY
16) JJ GREY & MOFRO - ORANGE BLOSSOMS
17) CONOR OBERST - CONOR OBERST
18) THE GASLIGHT ANTHEM - THE 59 SOUND
19) JACKIE GREENE - GIVING UP THE GHOSTS
20) JENNY LEWIS - ACID TONGUE



DISCHI DA RICORDARE

(TOP 30-50 - IN ORDINE SPARSO)




21) DAN BAIRD & THE HOMEMADE SIN
22) DON CHAMBERS GOAT - ZEBULON
23) JASON COLLETT - HERE'S TO BE THERE
24) FRANK CARILLO & BANDOLEROS - SOMEDAY
25) ALI ESKANDERIAN - NOTHING TO SAY
26) HYACINTH HOUSE - BLACK CROWS COUNTRY
27) DAVID VANDERVELDE - WAITING FOR THE SUNRISE
28) LUCINDA WILLIAMS - LITTLE HONEY
29) WHIPSAWS - 60 WATT AVENUE 2008
30) GIANT SAND - PROVISIONS
31) TONI CHILDS – KEEP THE FAITH
32) BON IVER - FOR EMMA, FOREVER AGO
33) JOE JACKSON - RAIN
34) JAMEY JOHNSON - THAT LONESOME SONG
35) LAST MAN STANDING - FALSE STARTS AND BROKEN PROMISES
36) SHAWN MULLINS - HONEYDEW
37) GANDALF MURPHY & SLAMBOVIAN CIRCUS OF DREAMS - THE GREAT UNRAVEL
38) MYSTIX - BLUE MORNING
39) NEVA DINOVA - YOU MAY ALREADY BE DREAMING
40) OKKERVIL RIVER - THE STAND INNS
41) PORT O'BRIEN - ALL WE CAN DO IS SING
42) MATTHEW RYAN - VS SILVER STATE
43) DANIEL MARTIN MOORE - STRAY AGE
44) SHEARWATER - ROOK
45) RANDY THOMPSON - FURTHER ON
46) TEDDY THOMPSON - A PIECE OF WHAT YOU NEED
47) EDDIE COLE – IT’S THE APOCALYPSE BABY
48) BUTCH WALKER – SYCAMORE MEADOWS
49) MICAH P HINSON - AND THE RED EMPIRE ORCHESTRA
50) COUNTING CROWS - SATURDAY EVENING, SUNDAY MORNINGS







THE BEST FROM ITALY 2008


1
LOWLANDS
THE LAST CALL


Perchè uno dei migliori dischi di Americana è nato a Pavia...disco maturo, emozionante e coronato da ottima scrittura e grandi suoni.....



ALTRI DISCHI ITALIANI DA SEGNALARE PER VALORE (ORDINE SPARSO)


2) MASSIMILANO LAROCCA- LA BREVE ESTATE

3) DAVIDE VAN DE SFROOS - PICA!

4) LILITH & THE SINNERSAINTS - THE BLACK LADY AND THE SINNER SAINTS

5) THE PIEDMONT BROTHERS - BORDERTOWN

6) GRAZIANO ROMANI - BETWEEN TRAINS



ALTRE CLASSIFICHE 2008



LIVE ALBUM


1) ROLLING STONES -
SHINE A LIGHT

2) WILLIE NILE -
LIVE FROM THE STREETS OF NEW YORK

3) MAVIS STAPLE -
LIVE, HOPE AT THE HIDEOUT


COVER ALBUM


1) MARIANNE FAITHFULL -
EASY COME EASY GO

2) DARRELL SCOTT -
MODERN HYMNS

3) RICHIE HAVENS -
NOBODY LEFT TO CROWN (non tutto cover, ma le cover sono la cosa migliore del disco)




DELUSIONI 2008


MY MORNING JACKET
- EVIL URGES
MARK OLSON & GARY LOURIS - READY FOR THE FLOOD
JAKOB DYLAN - SEEING THINGS
JESSE MALIN - ON YOUR SLEEVE
PAUL WELLER - 22 DREAMS
CROOKED FINGERS - FORFEIT FORTUNE
BRETT DENNEN - HOPE FOR THE HOPELESS
JACKSON BROWNE - TIME, THE CONQUEROR
NICK CAVE - DIG LAZARUS DIG!
WILLY DEVILLE - PISTOLA
JOHN HIATT - SAME OLD MAN
RANDY NEWMAN - HARPS AND ANGELS

venerdì 19 dicembre 2008

THE POSSUM TROT ORCHESTRA - Night Crow


12/12/2008
Rootshighway
VOTO: 6
Ritroviamo volentieri la Possum Trot Orchestra, conosciuta su queste pagine più di un anno fa con il loro secondo disco Harbor Road. Incontrarli oggi è un po' come riscovare vecchie conoscenze dopo un periodo in cui si erano persi i contatti, vale a dire quel tipo di amici legati più ad una esperienza o ad un avvenimento di una giornata, che ad una vero e proprio legame cementato dal tempo e dai sentimenti. Harbor Road era stato questo: un passaggio all'interno delle nostre fitte programmazioni di un disco arioso e piacevole, ma nulla di più. Night Crow arriva puntuale a battere il chiodo, ma fallisce fin dal primo ascolto l'importante responsabilità di essere il disco decisivo per un salto di qualità che li faccia uscire dal circuito chiuso di una roots-music più che reazionaria. Peccato, perché qualche possibilità l'avevamo intravista, ma il duo di cantanti Susie Suraci e John Minton sembra accontentarsi di questo tran-tran di strimpellate bluegrass e reminiscenze da West Coast di un tempo, e il mix comincia davvero a sapere di vecchio e stantio. Soprattutto i due continuano a dividersi democraticamente il microfono, quando invece sarebbe forse il caso di insistere di più sulla voce di Susie, decisamente più accattivante e particolare del labile rantolo di Minton. E segni di scarse ambizioni affiorano anche nella scrittura delle canzoni, tutte già ampiamente note per stile e temi. Chiaro che Night Crow sconti rispetto al predecessore la mancanza dell'effetto sorpresa, perché poi ad un ascolto approfondito appare comunque disco di pari consistenza, se non addirittura superiore. Inoltre questi brani continuano ad essere il frutto di una conoscenza tecnica non indifferente, perché poi il running-folk di Magdalene, il blues addormentato di Night Crow Blues o le aperture melodiche di So Glad You Went Away continuano ad essere terreno fertile per ammirare il mandolino di Dave Kartholl o la fisarmonica suonata dallo stesso John Minton. Ma l'ingrediente forte rimane sempre la voce di Susie Suraci, capace di passare dalle tinte romantiche dei sei minuti da cartolina di Florence Nightingale ai toni secchi della divertente Boomers con buona maestria. Piacciono particolarmente la tragedia rurale di Joe, raccontata dalla Suraci con sufficiente pathos, e la più rassicurante scenetta famigliare di Out Of Bed, falliscono invece alcuni episodi davvero loffi come Lacey Belle o The St Joe Bridge. Probabilmente il limite maggiore della band sta cominciando ad essere proprio l'eccessivo intestardirsi su soluzioni acustiche, quando magari qualche innesto di suoni più energici potrebbe davvero ravvivare un menu che ordiniamo pure una seconda volta per pura abitudine, ben consci del fatto che il cuoco non ci farà nessuna sorpresa nel mescolare i sapori. (Nicola Gervasini)

giovedì 18 dicembre 2008

EDDIE COLE - It's the Apocalypse, Baby


01/12/2008
Rootshighway
VOTO: 7,5
Se ci sono riusciti gli americani a fare del buon brit-folk, figuriamoci se non ci possono riuscire anche gli australiani. Laddove la madre patria inglese stenta a far uscire dal proprio guscio un genere che ha detto tantissimo, ma che per anni è rimasto un po' fermo alle reunion annuali dei Fairport Convention (James Yorkston è uno dei pochi nomi nuovi veramente di rilievo della lenta rinascita degli ultimi anni), negli Stati Uniti la scena sta partorendo molti volti nuovi (Daniel Martin Moore l'ultimo in ordine di tempo), e ora ci si mette anche il continente "down under" con Eddie Cole, un giovane di Monbulk. Cole non è un esordiente, ha al suo attivo un paio di album autoprodotti, una vita da "lonesome hobo" a Londra per bussare alle porte delle major, e una triste ritirata in patria, dove, tra impegni di lavoro e famiglia, ha registrato questo sorprendente It's The Apocalypse, Baby. Non è facile dare delle coordinate precise per descrivere la sua musica: l'impalcatura strumentale ricorda molto quella dei Pentangle di John Renbourn, con la chitarra acustica di Cole in primo piano, un gran bel lavoro del double-bass di Michael Arvanitakis e qualche frequente inserto di archi. Questi tredici brani abbondano di quella semplicità che solo gli australiani in trent'anni di storia del rock hanno saputo dimostrare, un'attitudine ad arrivare subito al nocciolo della canzone, unita a quel tocco "pop" (tra mille virgolette) che rende tutto gioiosamente leggero. L'apertura di Lay Down In The Dust è degna del John Martyn più intimo e sussurrante, Maria ha tutta la tragica epicità delle romanze orchestrali degli anni 60, Nothing Comes For Free riscopre addirittura i tremolii vocali di Donovan. Cole ha avuto la buona accortezza di non accontentarsi delle solite soffici e sognanti ballate un po' alla moda oggigiorno (anche se quando vi si cimenta, come in Like Fur Elise o Where My Treasure Lies, raggiunge ottimi risultati), ma di tentare di spaziare nei generi, mantenendo intatto il suo personale sound per tutto il cd. Così se Honey è una leziosa pop-song alla Burt Bacharach, Shall I Count The Ways potrebbe addirittura comparire in uno dei più recenti album di Ryan Adams per quanto macina con gran gusto american-music e affabilità melodica. E ancora i giri spagnoleggianti di Trouble Of The World, l'armonica blues che straccia le strofe di Easy Does It, le spigolature di Rusty Shack o il quasi country di Sitting Alone At a Table For Two, sono tutte prove d'autore che vanno ben al di là dell'esercizio di stile. Ottima anche la finale Shadowland, brano sognante che chiude più che degnamente uno dei dischi indipendenti più caldi e avvolgenti degli ultimi tempi. Fare discorsi in grande per artisti che si esprimono per pura passione senza tanti ritorni è ormai inutile, Eddie Cole necessita della vostra voglia di scoprire che da qualche parte nel globo esiste ancora un songwriter capace e pienamente genuino, la storia in questo caso la si è già fatta altrove. (Nicola Gervasini)

lunedì 15 dicembre 2008

NICK PAGLIARI - Please And Thank You


08/12/2008
Rootshighway
VOTO: 6
Condannato ad essere un outsider fin dall'improbabile nome (ma su queste pagine ci siamo abituati), Nick Pagliari è l'ultimo adepto di quel folk-pop elettro-acustico che ha in Elvis Costello il padre spirituale, e tanti nomi a seguito (Freedy Johnston, Michael Fracasso e molti altri anche in questi ultimi anni). Seguace del semplice e del "low-profile", Pagliari confeziona con Please And Thank You un piccolo (31 minuti per la precisione) concentrato di rock urbano in versione easy-listening, nove minute gocce di cantautorato che non si privano mai del tocco morbido di una sezione fiati molto discreta e mai sopra le righe, o di arpeggi sempre volti a smussare qualsiasi spigolatura. Non cercate polvere ed energia gratuita da queste parti, qui si offre il melodico persino quando si raccontano i sogni di rock and roll giovanili in Play That Rock And Roll, o ci si barcamena in una superficiale leggerezza persino quando si toccano i toni depressi di Don't Wanna Die Lonely. Non cercate nemmeno grossi slanci di personalità, laddove ci si addormenta un po' troppo su giri pianistici risaputi (Do What You Love) o ci si va a piazzare tra un Tom Petty ammaestrato da Jeff Lynne (Highway Stays The Same) e un Ryan Adams intento a far ordine negli archivi (Magazines). Please And Thank You, che per la cronaca è il secondo album di questo giovane di Nashville (dopo The Sail, il poco notato esordio dell'anno scorso), è un piccolo menu fast-food con piatti che, presi singolarmente, riescono anche ad essere pienamente centrati nel loro unire sapientemente roots-music, pub-rock e soul music (l'attacco di Leave It Alone sembra preso da un brano delle Supremes), ma che nell'insieme non riescono a risaltare e ad uscire da un certo anonimato. E sì che gli ancora inesperti produttori Scott Hardin e Jamie Dick ce la mettono tutta a rendere la ricetta più saporita, infarcendo gli arrangiamenti con fiati (Carl's Revenge) e archi (Romantic Picture Shows abusa di entrambi), e coinvolgendo nel progetto uno stuolo di amici e session-man considerevole. Ma alla fine si continua a far ripartire il cd cercando di capire perché pur non dispiacendo affatto quel che si sente, alla fine non ci si ricorda mai il perché. Pagliari commentando il disco ha detto che "se qualcuno ritrova in queste canzoni qualcosa della propria vita, allora ho fatto bene il mio lavoro". Magari bastasse così poco: la vita comune oggi è talmente risaputa e uguale a quella di tutti gli altri che, se ci si accontenta solo di raccontarla, si rimarrà sempre una voce nella massa. Visto invece che la sua penna dimostra un talento innegabile (un bel brano come The Union Infantry non nasce per caso), provi pure a raccontarci i suoi sogni la prossima volta: se faranno sognare anche noi, o se anche solo assomiglieranno ai nostri, allora sì che avrà fatto un gran bel lavoro.(Nicola Gervasini)

giovedì 11 dicembre 2008

ARTISTI VARI - This Warm December – Brushfire Holidays Volume One




Dicembre 2008
Buscadero






Come in tutte le famiglie unite nella buona sorte, anche in casa Brushfire Records è tempo di festeggiare il Natale con un holiday-record di gruppo. La piccola etichetta hawaiana è ancora oggi proprietà di Jack Johnson, cantautore dai toni smussati che ha avuto un notevole quanto inaspettato successo di vendite in questi anni, e This Warm December è il suo sentito omaggio alle feste natalizie, il primo di una serie, a quanto si intuisce dal “Volume One” posto come sottotitolo. Nata nel 2002 per l’estemporanea necessità di pubblicare una colonna sonora per una serie di produzioni cinematografiche locali, la Brushfire si sta distinguendo per una particolare capacità di pescare nomi piuttosto vendibili sul mercato, salvaguardando qualità e ricerca musicale. Un serie di artisti a noi più che noti che sono dunque accorsi anche per quella che è anche un’operazione parzialmente benefica (il 25% dei proventi del cd verrà donato a supporto dell’educazione musicale dei bambini). Giustamente il padrone di casa Jack Johnson si prende l’onore di aprire il cd, prima ciondolando beatamente su Someday At Christmas (ne esiste anche una versione di Stevie Wonder), infine chiudendo le feste con la classica e divertita Rudolph The Red Nosed Reindeer. Il resto è affidato agli eroi di casa Brushfire, primo fra tutti G Love, autentico mito del mondo delle jam-band, che qui fa un po’ la parte del veterano e regala sorrisi (anche senza i fidi Special Sauce) con la sua Christmas Baby, bel brano in ritmo up-tempo con armonica bluesy in contrappunto (forse più da clima vacanziero che natalizio, ma va detto che il disco è stato registrato in pieno agosto). Sul tema del gioco si basa anche la divertente Christmas Time degli ALO (Animal Liberation Orchestra), band che ha avuto un successo del tutto inatteso negli ultimi due anni, e che qui eleva il livello del cd con un veloce funky con slide guitars in puro stile Little Feat. Sempre restando in ambito ALO, il cantante Zach Gill si stacca ancora una volta dal gruppo per chiudere il tutto con una soffusa e piuttosto sofferta versione di Silent Night, un modo abbastanza malinconico per chiudere un disco generalmente allegro. I momenti riflessivi non erano comunque mancati, garantiti dal nuovo acquisto Neal Halstead (frontman dei Mojave 3), che soffia sulla The Man In The Santa Suit dei Fountains Of Wayne, o da un Mason Jennings che impigrisce la classica Santa Claus Is Coming To Town trasformandola in una filastrocca country alla John Prine. L’ex campione di skateboard e ora neo-folker Matt Costa sceglie un taglio decisamente indie per la cantilenante All I Want For Christmas, registrata con definizione low-fi su un quattro piste durante la pausa di un concerto. Tra le cose più interessanti va segnalato l’esordio di una dolce folk-singer della Malaysia che si chiama Zee Avi (in patria è già nota come Koko Kaina), di cui la Brushfire dovrebbe prossimamente pubblicare un disco d’esordio, e che qui fa già valere la sua voce jazzy (non lontana da quella di Madeleine Peyroux come timbro, e non a caso viene accostata anche a Billie Holiday) nella soffusa e malinconica No Christmas In Me, momento di commozione prima di tornare a toni più scanzonati con la Stuck At The Airport del funambolico Money Mark. Ultima menzione alla Christmas dei Rogue Wave, che altro non è che il brano degli Who era-Tommy rigenerato in clima natalizio e con spleen da folksinger gentile. Poco più di 31 minuti in totale, giusto il tempo di affettare il panettone e scartare qualche regalo, sperando che siano poi questi artisti a regalarci qualcosa di bello di nuovo da sentire nell’anno che verrà. (Nicola Gervasini)

mercoledì 10 dicembre 2008

COLD WAR KIDS - Loyalty To Loyalty


Dicembre 2008
Buscadero


VOTO: 6,5


Usciti dal vorticoso giro del passaparola via-web che ha decretato il lento successo del loro primo disco (Robbers & Cowards), i californiani Cold War Kids si affacciano al mondo delle produzioni che contano con questo Loyalty To Loyalty con non poche variazioni rispetto al loro lavoro passato. Questi figli della guerra fredda sono stati apprezzati per il loro ibrido rock, che unisce una scrittura molto dylaniana (sia nella verve polemica dei testi che nell’attitudine a raccontare storie per immagini) con lo stile vocale declamatorio e stralunato del leader e pianista Nathan Willett, una sorta di figlio minore di Jack White. Il combo è completato dalla nervosa chitarra di Jonnie Russell (sicuramente uno dei manici più interessanti delle ultime generazioni per gusto ed essenzialità), dal basso pulsante di Matt Maust (sentitelo nel devastante singolo Something Is Not Right With Me) e dalla batteria, poco pestata ma molto nervosa, di Matt Aveiro. Prodotto ancora una volta dall’amico Kevin Augunas, Loyalty To Loyalty rimbalza come una pallina di ping-pong tra le voglie di essere una band spacca-chitarre, con brani che ricordano davvero i White Stripes più intransigenti, e il giusto sperimentalismo che si richiede ad una giovane band. I ragazzi giochicchiano con gli stili, con risultati non sempre esaltanti a dire il vero, come quando pasticciano con l’elettronica nella irrisolta Relief, brano che Willett interpreta in maniera fin troppo stridula. Lui si conferma comunque autore molto interessante, dimostrando di reggere bene la tensione anche quando si cimenta in operazioni old-style come la ballata pianistica che conclude il cd Cryptomnesia. Il disco inizia decisamente bene, Against Privacy è un pezzo ben studiato sia nel testo (velato di tagliente ironia), sia nel bellissimo intreccio tra una chitarra velvettiana, un organo psichedelico, e un drumming scazonte che regalano fin da subito forse il momento musicalmente più rilevante e riuscito. Fosse continuato con quella che sembra una versione al maschile dei mai dimenticati Mazzy Star, il disco avrebbe forse trovato miglior risoluzione, ma già con il seventies-sound di Mexican Dogs si comincia a respirare un po’ l’aria da outtakes di un disco dei Raconteurs, anche se la sei corde di Russell riesce comunque a elevare il livello generale. Willett rimane indeciso per tutto il disco se seguire stilemi da folk-rock amplificato (Every Valley Is Not A Lake è una sorta di Rainy Day Woman in chiave alternativa), giocare con i ritmi tribali di Welcome To The Occupation, gongolarsi sul pop-folk poco sobrio di Golden Gate Jumpers o adagiarsi sui toni minacciosi di Avalanche In B/. Ottima I’ve Seen Enough, uno di quei momenti in cui Willett trova il ritmo e l’ispirazione giusta per declamare un testo cupo e infastidito, così come convincono la psichedelìa da bassifondi di Every Man I Fall For e la sognante Dreams Old Men Dream, tutti brani che dimostrano come i Cold War Kids abbiano dalla loro la forza di saper produrre canzoni sopra la media e testi che analizzano in maniera acuta e disincantata la società americana e le sue contraddizioni. Ma rispetto al disco di esordio, se il songwriting sembra crescere in maniera incoraggiante, Loyalty To Loyalty mostra delle idee più confuse su dove dirigere il suono, con un risultato che spesso resta né carne né pesce tra canzone d’autore, rabbia da nuovo hard rock e velleità avanguardistiche più o meno nascoste. Un peccato tipico di tutte le opere seconde, il che dimostra ancora una volta come i Cold War Kids stiano viaggiando su quei binari giusti che potrebbero portare ad una duratura e proficua carriera, anche se le stazioni più importanti devono ancora arrivare. (Nicola Gervasini)

sabato 6 dicembre 2008

FAIR HERALD - Familiar Streets

24/11/2008
Rootshighway

VOTO: 7


Non avete idea di quante band ci arrivano accompagnate da note che le presentano come "influenzate da Neil Young e dai Replacements", "simili ai Whiskeytown e ai Counting Crows" (in questo caso si buttano nel mucchio addirittura gli Old 97's), e autori di "ballate alt-country o Americana". Nulla di male, tutto questo era sulla cresta dell'onda dieci anni fa e ora è naturale che l'America sia piena di giovani band che con questa musica ci è cresciuta sperando un giorno di poter dire la propria. La loro sfortuna è quella che il sogno lo hanno fatto in tanti, perché l'affollamento di genere nel mondo indipendente è ormai cronico e ingestibile. Sarebbe davvero bello poter scandagliare l'America palmo a palmo per raccontarvi le storie e la musica di ognuna di questi piccoli eroi della roots-music, ma per necessità anche noi siamo costretti a pescare nel mucchio, e non è detto che sia un male se permette di apprezzare con più calma e attenzione un piccolo gioiellino amatoriale come questo Familiar Streets dei Fair Herald. Che, per la cronaca, sono un quintetto di Chicago con look da nerds (guardate il loro divertente video) e aria dimessa, come richiede l'iconografia rock a cui hanno deciso di appartenere. E che come musicisti sembrano il risultato di una clonazione di vecchie glorie di musica roots, sia la chitarra rozza e mai sguaiata di Mark Goldich, la sezione ritmica pigra e quasi mai aggressiva di Dave Brankin e Sean Bacastow o la voce di Mike Bellis, che sembra un Jeff Tweedy a cui hanno tolto un paio di tonalità alte. Nella prevedibilità del mix, la differenza qui la fanno le tastiere di Jimmy Bloniarz, che maneggia pianoforti, wurlitzer e quant'altro necessario per essere degni di quel santino di Benmont Tench degli Heartbreakers che sicuramente tiene appeso al muro della sua camera. Fin qui non ci sarebbero elementi per elevare Famliar Streets al di sopra della sufficienza di rito che possiamo assicurare ai buoni seguaci di un mondo a noi caro, ma quello che ci ha convinti a spenderci parole è la bontà sopra la media di queste dieci canzoni, il fatto che l'uno-due iniziale formato da From Peotone e Whirlwind scalda gli animi laddove quindici anni fa avrebbe scaldato anche le penne per decantarne le meraviglie, e che anche i deliziosi intrecci acustici di Coyote Nowhere e l'heartland rock di Out That Door richiamano la nostra attenzione anche grazie alle divertenti liriche. E poi come non apprezzare ballate rurali epiche come One Smoke, Mythology o Make Me Blue,o la capacità di andare oltre la struttura della canzone per affrontare il lungo travolgente finale di Where Does She Go. Difficile scommettere sul loro futuro, la scarsa varietà di idee non sembra essere preludio di grandi opere, a meno che non finiscano nelle sapienti (e costose) mani di qualche produttore giusto, ma intanto farsi una camminata su queste strade familiari potrebbe essere una delle cose più belle che può capitarvi rovistando nel sottobosco indipendente americano. (Nicola Gervasini) Non avete idea di quante band ci arrivano accompagnate da note che le presentano come "influenzate da Neil Young e dai Replacements", "simili ai Whiskeytown e ai Counting Crows" (in questo caso si buttano nel mucchio addirittura gli Old 97's), e autori di "ballate alt-country o Americana". Nulla di male, tutto questo era sulla cresta dell'onda dieci anni fa e ora è naturale che l'America sia piena di giovani band che con questa musica ci è cresciuta sperando un giorno di poter dire la propria. La loro sfortuna è quella che il sogno lo hanno fatto in tanti, perché l'affollamento di genere nel mondo indipendente è ormai cronico e ingestibile. Sarebbe davvero bello poter scandagliare l'America palmo a palmo per raccontarvi le storie e la musica di ognuna di questi piccoli eroi della roots-music, ma per necessità anche noi siamo costretti a pescare nel mucchio, e non è detto che sia un male se permette di apprezzare con più calma e attenzione un piccolo gioiellino amatoriale come questo Familiar Streets dei Fair Herald. Che, per la cronaca, sono un quintetto di Chicago con look da nerds (guardate il loro divertente video) e aria dimessa, come richiede l'iconografia rock a cui hanno deciso di appartenere. E che come musicisti sembrano il risultato di una clonazione di vecchie glorie di musica roots, sia la chitarra rozza e mai sguaiata di Mark Goldich, la sezione ritmica pigra e quasi mai aggressiva di Dave Brankin e Sean Bacastow o la voce di Mike Bellis, che sembra un Jeff Tweedy a cui hanno tolto un paio di tonalità alte. Nella prevedibilità del mix, la differenza qui la fanno le tastiere di Jimmy Bloniarz, che maneggia pianoforti, wurlitzer e quant'altro necessario per essere degni di quel santino di Benmont Tench degli Heartbreakers che sicuramente tiene appeso al muro della sua camera. Fin qui non ci sarebbero elementi per elevare Famliar Streets al di sopra della sufficienza di rito che possiamo assicurare ai buoni seguaci di un mondo a noi caro, ma quello che ci ha convinti a spenderci parole è la bontà sopra la media di queste dieci canzoni, il fatto che l'uno-due iniziale formato da From Peotone e Whirlwind scalda gli animi laddove quindici anni fa avrebbe scaldato anche le penne per decantarne le meraviglie, e che anche i deliziosi intrecci acustici di Coyote Nowhere e l'heartland rock di Out That Door richiamano la nostra attenzione anche grazie alle divertenti liriche. E poi come non apprezzare ballate rurali epiche come One Smoke, Mythology o Make Me Blue,o la capacità di andare oltre la struttura della canzone per affrontare il lungo travolgente finale di Where Does She Go. Difficile scommettere sul loro futuro, la scarsa varietà di idee non sembra essere preludio di grandi opere, a meno che non finiscano nelle sapienti (e costose) mani di qualche produttore giusto, ma intanto farsi una camminata su queste strade familiari potrebbe essere una delle cose più belle che può capitarvi rovistando nel sottobosco indipendente americano. (Nicola Gervasini)

ANTHONY GREEN - Avalon


nov 2008
Rootshighway

VOTO: 5



Già premiato da buone vendite negli USA, Avalon è il disco d'esordio di Anthony Green, un ventiseienne della Pennsylvania che in pochi anni è passato dal punk-pop sintetico degli Zolof & The Rock And Roll Destroyer (e il nome la dice già lunga…) all'hardcore dei Saosin (in cui militava anche un ex Slayer), dal neo-punk dei Circa Survive (paladini dell' emo) al noise dei The Sound Of Animals Fighting (mai nome fu più onomatopeico…). Insomma altri mondi e altra musica, ma per il suo esordio solista anche Green è caduto nella trappola del "duro che si fa dolce e sognante" mostrando il suo grande cuore. Avalon infatti sceglie la via del folk-pop cristallino, e l'iniziale She Loves Me So prova infatti a mettere in chiaro che qui non si urla, si sussurra. Ci pensa la seconda traccia a contraddire tutto, visto che Dear Child (I've Been Trying To Reach You) strilla al mondo un ruvido pop-core, un caso isolato che stride con il resto del disco. Drugdealer infatti ributta tutto in un impasto di voci e arpeggi e dà il via ad un viaggio che darà qualche soddisfazione (già la successiva Stonehearted Man è strutturalmente ben costruita) e troppi sbadigli. Un sonno inevitabile, quando tra qualche piacevole pop-song con un piede nel mainstream e l'altro nel paradiso indie-rock (Babygirl su tutte), si piazzano tediosi e ipnotici strumentali senza gran senso come Springtime Out The Van Window o folk-ballad faticose come Califone. Ancor più naturale quando, chiuso l'album vero e proprio dopo undici tracce che non hanno fatto male a nessuno, si aggiunge tutta la carne rimasta in dispensa, vale a dire l' Ep High & Driving, più altri inutili inediti. Così si chiude lo show dopo 20 tracce per 65 minuti di musica, davvero troppi per un dischetto che poteva anche essere risolto in poche veloci pop-song senza troppi clamori.(Nicola Gervasini)

lunedì 1 dicembre 2008

THE PLASTIC PALS - Good Karma Cafè


10/11/2008
Rootshighway
VOTO: 7
Ecco qual'è il segreto di una scena musicale così viva e di caratura internazionale come quella scandinava, ormai strabordante di nuovi importanti artisti: nei bassifondi anche lì si studiano i classici e si fondano band gioiosamente anacronistiche come i Plastic Pals, sorta di enciclopedia garage-rock in salsa svedese. I quattro componenti non sono dei giovanissimi, tra una birra e l'altra hanno infatti esperienze da bar-band risalenti agli anni '80: il cantante Hakan "Hawk" Soold ha una voce baritonale che riesce ad ricordare il tono enfatico metal-psichedelico degli Iron Butterfly unito allo stile da crooner-popper di molti cantanti inglesi alla Richard Hawley, mentre il resto della band (Anders Sahlin alla chitarra, Bengt Alm al basso e Olov Öqvist alla batteria, questi ultimi presentati, con buona dose di ironia, come "la risposta svedese a Sly & Robbie") è formata da tre forsennati sostenitori di quel rock sporco e sotterraneo che dai Flamin' Groovies passa attraverso i Television per approdare ai Dream Syndicate. Tutte band che loro amano citare come influenza, anche se l'attacco di Here Comes The Sun ha il sapore del rock da cantina lisergicamente naif degli anni '60. Ma già con la successiva She's Going Back le chitarre pompano una melodia che riesce ad unire in un colpo solo l'accessibilità di una pop-song d'altri tempi con l'epica del rock blue-collar più stradaiolo e barricadiero. Non temono dunque la derivatività i Plastic Pals, sanno che i veri appassionati di rock lanceranno sondaggi su quale classico del rock viene richiamato con il micidiale riff di The Best Kept Secret, e rileveranno come Tom Verlaine avrebbe tranquillamente concepito di suo il giro saltellante e romanticamente new wave di Gone With The Wind. E a metà del disco questi vichinghi riscoprono ancora una volta l'America, con una ballatona nostalgica come Good Karma Cafè, un requiem per un bar che chiude i battenti, una tragedia che si consuma tra slide guitars suadenti, un'armonica che piange sulla birra versata, una sezione d'archi che insegue gli impasti vocali e un testo che non fa mancare una dedica per tutti i "barfly" dimenticati sul bancone del locale. Quanto basta per capire che i Plastic Pals sanno bene come funzionano i meccanismi della mitologia rock, e ne utilizzano i trucchi migliori, vuoi per confezionare le vecchie visioni progressive di Shadow Of A Dream, vuoi per riecheggiare addirittura i primissimi U2 nella ficcante Suicide Bomber, con spezzoni di chitarra alla The Edge e un giro di basso che sembra studiato a tavolino con Steve Lillywhite. Qui ovviamente siamo in ambito di produzione indipendente, per cui negli studi non si aggirava cotanto produttore, quanto il ben meno noto Bjon Öqvist, ma le credenziali guadagnate dalla band con l'ep di esordio (The Band That's Fun To Be With) hanno spinto Chris Cacavas a varcare i freddi mari del nord per prestare le sue tastiere a quattro brani. Vi basta come sponsor per capire di cosa stiamo parlando? (Nicola Gervasini)

sabato 29 novembre 2008

BRETT DENNEN - Hope for the Hopeless

17/11/2008
Rootshighway

VOTO: 6

…la disarmante capacità di scrittura e una voce inconfondibile sono le armi che segnalano questo ventiseienne come la promessa più consistente del cantautorato USA. Scrivevamo così due anni fa esatti su queste pagine, in occasione della scoperta di Brett Dennen e del suo acclamato secondo album So Much More. Nulla è cambiato da allora, quel disco resta oggi sempre bello e intenso, e le speranze venivano giustamente riposte su un artista che sembrava unire lo spleen indolente di un Ron Sexsmith con la lievità del miglior Josh Rouse. Lo aspettavamo dunque questo Hope For The Hopeless, l'abbiamo ascoltato e riascoltato, girato e rigirato, sviscerato e masticato, ma alla fine non siamo riusciti ad eludere una piena delusione. Dovremmo forse impegnarci a rispettare la scelta artistica di Brett di porre pesantemente l'accento sull'aspetto più leggiadro delle sue melodie, di aver infarcito il disco di ritmi caraibici, con un risultato che si sdraia tra una tavola da surf di Jack Johnson e un margarita di Jimmy Buffett, ma alla fine ce non ce l'abbiamo fatta. Vero, non siamo morti di ribrezzo lasciandoci andare anche solo per qualche minuto a pop-song da villaggio vacanze come Make You Crazy, piccolo scempio terzomondista perpetrato con il nigeriano Fela Kuti, o alla piacevole inconsistenza di una Closer To You o ancora al tenero arpeggio di So Far From Me. Riconosciamo anche che il produttore John Alagìa (John Mayer e Dave Matthews sono suoi clienti) si conferma come uno di quei marpioni da sala registrazione in grado di rifilarti una robetta easy-listening/adult-oriented come When She's Gone spacciandolo per folk intimista, e per un po' ci siamo cascati anche noi. Ma poi quando arrivano i coretti e i campanellini di World Keeps Turning si comincia francamente ad esagerare, e non sarà certo il piacevole zuccherino soul alla Al Green di Who Do You Think You Are? a calmare l'agitazione che comincia ad assalirci. Ci eravamo sbagliati dunque?. Giammai!, e non lo diciamo per cocciutaggine, ma perché, pur nel suo essere un dischetto dimenticabile, Hope For The Hopeless continua a palesare l'esistenza di un'artista dotato di una grande capacità di comunicazione e di una strabiliante facilità a cogliere subito la nota giusta. D'altronde le convincenti San Francisco e Heaven o la toccante Ain't Gonna Lose You, uniche conferme stilistiche e qualitative di quanto dimostrato con il disco precedente, non possono nascere dal nulla. Per il resto sbagliare il disco cruciale è capitato a molti, qualcuno si è poi definitivamente perso, altri hanno saputo rigenerarsi, basta solo ritornare a cantare sé stessi e non scadere nelle scopiazzature della neilyounghiana Follow Your Heart o nel piazzare il solito organo "alla Like A Rolling Stone" in Wrong About Me, mezzucci di mestiere che possiamo attenderci da mille altri bar-losers, ma che da uno come lui non possiamo proprio accettare….O la stiamo forse sopravvalutando una seconda volta Mister Dennen? (Nicola Gervasini)

mercoledì 26 novembre 2008

CHRIS ECKMAN - The Last Side Of The Mountain


14/11/2008
Rootshighway
VOTO: 7
Gli studi Zuma di Lubjana in Slovenia sono diventati da alcuni anni un vero e proprio laboratorio di idee per Chris Eckman. Il leader dei Walkabouts ha spostato qui il centro dei suoi interessi, e da qualche tempo sta sperimentando una via tutta europea per pensare musica. Da questa factory artistica sono già uscite molte sue produzioni (quest'anno lui stesso aveva licenziato Dirtmusic, un disco co-firmato con Hugo Race e Chris Brokaw), ma anche il recente disco di Steve Wynn (Crossing Dragon Bridge) o quello di Terry Lee Hale dello scorso anno (Shotgun Pillowcase), tutti album caratterizzati da un sound molto levigato e lontano dalla polvere del rock stradaiolo d'oltreoceano. Naturale dunque che Eckman abbia sentito il bisogno di dedicare alla Slovenia questo nuovo The Last Side Of The Mountain, un progetto che nasce dalla sua scoperta dell'opera di Dane Zajc, un poeta neo-espressionista sloveno poco conosciuto in Italia, ma di grande fama internazionale grazie ad una raccolta di poesie intitolata Scorpions. E proprio da questo libro Eckman ha estrapolato dieci poemi nella loro versione in inglese (curata dallo stesso Zajc), e li ha musicati ottenendo un risultato davvero affascinante. La formula utilizzata è presto detta: una sezione d'archi imponente (registrata a Praga) dona un tocco sinistro alle sue tipiche dark-songs elettro-acustiche, mentre, rispetto ad altri dischi cotti nel forno sloveno, viene ben accolto l'utilizzo parco e morigerato di tastiere e interventi elettronici. Down Down, la soave Eyes o la soffocante Ransom sono un inizio folgorante, con la voce di Chris ormai arrivata ai livelli sotterranei di un Mark Lanegan e gli splendidi (e alquanto pessimistici) versi di Zajc. Particolarmente suggestiva riesce Who Will Light Your Path?, splendido duetto con la vocalist polacca Anita Lipnicka, che ricorda tanto le murder ballads con Kyle Minogue e Pj Harvey di Nick Cave, e piace molto anche la cavalcata da country fuorilegge di Stranger, con la sua armonica penetrante. Fino a questo punto il cd riesce a tenere un ottimo livello di tensione, ma dalla trasposizione di Scorpions (da brividi il poema) in poi cominciano a prendere il sopravvento gli archi e certi barocchismi colpevoli di appiattire il sound. La sofferta Hourse viene lasciata a crogiolarsi fin troppo in un arpeggio secco e monotono, cosa che succede anche in With What Mouth, dove forse Eckman confida un po' troppo nell'effetto evocativo della sua voce. Dopo l'incalzante The Same, si chiude il tutto con uno strumentale orchestrale (The Last Side Of The Mountain) e con un recital in sloveno dello stesso Dane Zajc. Peccato dunque che dopo una prima parte a dir poco esaltante, il finale del disco si adatti troppo alle esigenze strutturali del progetto, perdendo leggermente in intensità, ma questo non toglie che The Last Side Of The Mountain sia forse il risultato più maturo e compiuto della sua ricerca mitteleuropea. (Nicola Gervasini)
VERSIONE LUNGA
Buscadero
Dicembre 2008
Gli studi Zuma di Lubjana in Slovenia sono diventati da alcuni anni un vero e proprio laboratorio di idee per Chris Eckman. Il leader dei Walkabouts (che, per la cronaca, esistono ancora, e usciranno con un disco nuovo nel 2009) ha spostato qui il centro dei suoi interessi, e da qualche tempo sta sperimentando una via tutta europea per produrre dischi. Da questa factory artistica, creata con un gruppo di validi musicisti sloveni, sono già uscite molte sue produzioni (quest’anno lui stesso aveva già licenziato Dirtmusic, un disco co-firmato con Hugo Race e Chris Brokaw), ma anche il recente disco di Steve Wynn (Crossing Dragon Bridge) o quello di Terry Lee Hale dello scorso anno (Shotgun Pillowcase), tutte caratterizzate da un sound molto levigato e lontano dalla polvere del rock stradaiolo d’oltreoceano. Ovvio che, dopo aver succhiato linfa creativa ad una terra ed un popolo che da qualche anno sta trovando la forza di essere protagonista nel mondo dell’arte (particolare rilievo sta assumendo il teatro sloveno), Eckman abbia sentito il bisogno di dedicare alla Slovenia un suo progetto. The Last Side Of The Mountain nasce dalla sua scoperta dell’opera di Dane Zajc, un poeta neo-espressionista sloveno poco conosciuto in Italia, ma di grande fama internazionale grazie ad una raccolta di poesie intitolata Scorpions. E proprio da questo libro Eckman ha estrapolato dieci poemi nella loro versione in inglese (curata dallo stesso Zajc) e li ha musicati ottenendo un risultato davvero affascinante. La formula utilizzata è presto detta: una sezione d’archi imponente (registrata a Praga) dona un tocco sinistro alle sue tipiche dark-songs elettro-acustiche, mentre, rispetto ad altri dischi cotti nel forno sloveno, viene ben accolto l’utilizzo parco e morigerato di tastiere e interventi elettronici. Down Down, la soave Eyes o la soffocante Ransom sono un inizio folgorante, con la voce di Chris ormai arrivata ai livelli sotterranei di un Mark Lanegan e gli splendidi (e alquanto pessimistici) versi di Zajc. Particolarmente suggestiva riesce Who Will Light Your Path?, splendido duetto con la vocalist polacca Anita Lipnicka, che ricorda tanto le murder ballads con Kyle Minogue e Pj Harvey di Nick Cave, e piace molto anche la cavalcata da country fuorilegge di Stranger, con la sua armonica penetrante e un ritmo insolitamente accelerato. Fino a questo punto il cd riesce a tenere un livello di tensione sensazionale, ma dalla trasposizione di Scorpions (da brividi il poema) in poi cominciano a prendere il sopravvento gli archi e certi barocchismi che hanno pesato anche sul disco di Steve Wynn, colpevoli di appiattire il sound, invece di esaltare la lugubre intensità del binomio chitarra-voce di Eckman. La sofferta Hourse viene lasciata a crogiolarsi fin troppo in un arpeggio secco e monotono, cosa che succede anche in With What Mouth, dove forse Eckman confida un po’ troppo nell’effetto evocativo della sua voce. Dopo l’incalzante The Same, si chiude il tutto con uno strumentale orchestrale (The Last Side Of The Mountain) e con un recital in sloveno dello stesso Dane Zajc. Peccato dunque che dopo una prima parte a dir poco esaltante, il finale del disco si adatti troppo alle esigenze strutturali del progetto, perdendo leggermente in intensità, ma questo non toglie che The Last Side Of The Mountain sia forse il risultato più maturo e compiuto della sua ricerca mitteleuropea, la giusta chiusura di un cerchio artistico che sarebbe rimasto altrimenti alquanto irrisolto. E non è difficile ipotizzare che anche il prossimo capitolo dei Walkabouts possa partire proprio da qui. (Nicola Gervasini)

sabato 22 novembre 2008

DARRELL SCOTT - Modern Hymns


03/11/2008
Rootshighway
VOTO: 7,5
Da queste parti l'aggettivo "professionale" non ha mai avuto un senso sempre positivo: sa di poco sincero, di costruito, di freddo; insomma la professionalità non è filosoficamente "rock and roll". Poi ci capita per le mani un disco come questo Modern Hymns di Darrell Scott, ed eccoci subito servita l'eccezione alla regola. Scott è da almeno quindici anni una delle penne più abusate di Nashville, probabilmente il miglior erede di Rodney Crowell in termini di attitudine a sfornare hit per ugole altrui (le sue canzoni hanno venduto milioni di dischi grazie a Garth Brooks e alle Dixie Chicks). E' anche uno che si è guadagnato stima sul campo come chitarrista, magari con poco acume selettivo nelle collaborazioni (lo si è visto troppo spesso nelle sessions della peggio-Nahsville), ma lasciando comunque tracce importanti, come il lavoro svolto in molti dischi di Guy Clark da Dublin Blues in poi. In tutto questo la sua produzione personale (questo è il quinto album in studio) è sempre passata in secondo piano, anche se i primi due dischi (Aloha From Nashville del 1997 e Family Tree del 1999) potrebbero darvi qualche soddisfazione. Per cui immaginate voi le poche aspettative che si possono avere per un disco di un rigido professionista alle prese con un album di cover, e oltretutto rilette spesso in chiave country-gospel, vale a dire il terreno dove è forse possibile incappare nella musica più deleteria di tutti gli Stati Uniti. Invece, colpo di scena: questi inni moderni sono dodici perle, divinamente suonate in veste acustica multistrato (almeno 4 o 5 strumenti sempre sovrapposti, tra chitarre, banjo e mandolini di altri professionisti come Danny Flowers, Tim O'Brien o Dirk Powell), e realizzate mixando perizia da tecnici e grande pathos d'artisti. Colpiscono soprattutto alcuni arrangiamenti, perché riescono spesso a regalare qualcosa in più agli originali, come una American Tune di Paul Simon che chiunque altro avrebbe potuto rendere una retorica patacca da predicatore televisivo, mentre Scott pensa addirittura a de-armonizzare, non concedendo nulla al facile impatto melodico. Che dire poi di come stravolge e regala nuova veste a classici come All The Loving Ladies di Gordon Lightfoot, Jesus Was A Capricorn di Kris Kristofferson, That Old Time Feeling di Guy Clark, la tesa The Devil di Hoyt Axton e altri brani di John Hartford, Adam Mitchell e Mickey Newbury. Urge For Going di Joni Mitchell qui è diventata una perfetta bluegrass-song, e se l'immancabile Bob Dylan se ne sta in disparte con una non trascendentale I Don't Believe You, i sette minuti della Joan Of Arc di Leonard Cohen, recital a tre voci con Mary Gauthier e Alison Krauss, rappresentano l'highlight emotivo del disco. L'amore per il jazz si sfoga poi nello strumentale James, brano del duo Pat Metheny/Lyle Mays che vede un divertito Danny Thompson al basso. Onore dunque a Darrell Scott per aver reso conturbante un disco che rischiava di essere solo la solita inutile passerella di canzoni e autori Vip. (Nicola Gervasini)

mercoledì 19 novembre 2008

THE (INTERNATIONAL) NOISE CONSPIRACY - The Cross Of My Calling



Buscadero

Novembre 2008


VOTO: 7



Non sarà facile un giorno tracciare un resoconto equilibrato e definitivo dell’attività di produttore di Rick Rubin. Non sono poche le sue contraddizioni: lui è un uomo da rock alternativo, molto spesso estremo, ancor più spesso militante, come capita con i qui presenti (International) Noise Conspiracy, ma oggi è anche uno dei pochi uomini dello show-business in grado di smuovere masse e (soprattutto) capitali. Aggiungeteci poi che, grazie al suo amore per la canzone d’autore americana, Johnny Cash è morto con un pugno di capolavori in più nel taschino e Neil Diamond è finito di nuovo primo in classifica, e non stiamo ora a citare tutti i miracolati del suo inconfondibile acoustic-sound. Ironico però che a promuovere una band svedese che ha al suo attivo titoli eloquenti come Capitalism Stole My Virginity e elegge Phil Ochs come il proprio padre spirituale, sia proprio l’uomo che oggi è il presidente della Columbia Records,. Il vocalist della band Dennis Lyxzén è ben cosciente del paradosso, e sul sito della band sottolinea che proprio il fatto che Rubin li abbia insistentemente voluti produrre (nonostante il diktat della sua label fosse quello di abbassare i toni politici) è per loro motivo di orgoglio. The Cross Of My Calling è il quarto album degli (International) Noise Conspiracy, e arriva proprio dopo quell’ Armed love del 2004 che li proiettò in alto nelle charts proprio grazie al know-how di Rick. E diciamo subito che con loro Rubin sta forse riuscendo a realizzare quella sua idea di rock antico ma commerciabile che da qualche tempo faticava a ricreare, dopo che il miracolo fatto con i Red Hot Chili Peppers gli è sfuggito decisamente di mano dopo gli ultimi scipitissimi dischi della band, e dopo che altre produzioni mainstream come quelle per i Weezer non hanno portato risultati artistici memorabili. The Cross Of My Calling inizia con un lungo (quasi 9 minuti) ipnotico brano laconicamente intitolato Intro, splendida calata negli inferi della psichedelìa anni 60, con il basso ipnotico di Inge Johansson che vi farà impazzire con gli equalizzatori dello stereo per quanto vibra. E non poteva esserci introduzione migliore per un cd che spara in seguito altre 13 cartucce di 2-3 minuti che, quando vogliono, centrano il bersaglio senza pietà. Si fanno particolarmente notare la sconquassante Black September, punk-song ante-litteram alla MC5, o la stonianissima Satan Made The Deal (con tanto di ooh ooh alla Sympathy For The Devil), brani che solleticano le nostre voglie di sapori antichi. Ma è tutto il disco a rimbalzare come una pallina da biliardo nella storia del rock militante, se è vero che Washington Bullets sembra davvero una jam tra i Clash e l’Elvis Costello degli esordi o se I Am The Dynamite potrebbe essere la garage-pop-song dimenticata da Lenny Kaye nel compilare il cofanetto Nuggets. Il disco è stato registrato nei mitici Sunset Sound Studio di Hollywood, culla di tutti i dischi dei Doors, e neanche Dennis Lyxzén nasconde il fatto che se i tanti assoli di tastiera del disco (tutti più o meno azzeccati e pertinenti) sembrano gli esercizi di uno scolaretto che è appena stato a lezione dal Maestro Manzarek, è perché lo spirito di Morrison e soci aleggiava ancora negli studi di registrazione. E nella stessa The Cross Of My Calling, più che aleggiare, le porte della percezione si spalancano pesantemente sotto forma di una struttura alla Light My Fire, con assoli centrali e un organo che bacia sulla bocca il mitico solo di Riders On The Storm. Non che tutto sia sempre di altissimo livello, Hiroshima Mon Amour ad esempio è davvero insipida, Arm Yourself rimane un po’ in disparte, e anche Dustbins Of History non riesce a decollare più di tanto. Ma resta il fatto che il singolo The Assasination Of Myself è un piccola bomba che ricorda addirittura le prime cose del Joe Jackson pub-rocker, ovviamente con volumi ben più pompati. Se tutti i dischi destinati a dire qualcosa nelle classifiche internazionali fossero come questo, forse anche noi potremmo (a volte) accendere un canale di video musicali senza dover troppo soffrire. (Nicola Gervasini)

sabato 15 novembre 2008

DANIEL MARTIN MOORE - Stray Age


Buscadero
Novembre 2008


VOTO: 7,5


Prima ancora di parlare di questo interessante Stray Age, è bene fare due considerazioni. La prima è che non deve sorprendere più di tanto che il disco d’esordio di un brit-folker come Daniel Martin Moore esca per la Sub Pop: il fatto che l’etichetta di Seattle rimanga indissolubilmente legata al mondo e all’era grunge non deve far dimenticare che il suo catalogo ha già spesso deviato verso altri lidi insospettabili. E questo conferma, se ce ne era ancora bisogno, una linea editoriale che non bada tanto allo stile e al volume delle chitarre, quanto ad un atteggiamento di base, libero e indipendente, che l’etichetta sta riuscendo a conservare, nonostante i soldi e i successi piovuti su alcuni suoi prodotti. Il secondo aspetto per cui non sorprendersi più è che questo novello trovatore non venga dalle verdi terre britanniche, ma dalle rigogliose foreste del Kentucky, visto da qualche tempo negli Stati Uniti sta prendendo piede una scena di cultori del folk inglese che ha già partorito alcuni nomi significativi come gli Espers (e la loro cantante Meg Baird, autrice l’anno scorso di uno splendido disco intitolato Dear Companion) o i Vetiver, per arrivare a nomi già consolidati come Joanna Newsom o i Six Organs Of Admittance. Una scena che qualcuno ha definito “freak-folk”, ma sulle etichette qui c’è molto da stare attenti, perché Daniel Martin Moore suona una musica per nulla stramba o freakettona, ma al contrario esplora le possibilità del folk acustico britannico con lo stesso rigido rigore di un Christy Moore, sicuramente il nome a cui è più accostabile. I punti fermi di Stray Age sono presto detti: voce con cadenza indolente tipicamente british, chitarra acustica, la produzione pulita di Joe Chiccarelli (uomo nato come ingegnere del suono di Frank Zappa, ma produttore a noi caro per il lavoro svolto con Stan Ridgway e Steve Wynn) e qualche ospite a colorare i suoni con violini, viole, mandolini e corni francesi. La durata è giustamente contenuta, visto lo stile che pretende silenzio e attenzione, ma brani come The Old Measure o il bel giro di That’ll Be The Plan dimostrano l’intelligenza di Moore nel non affidarsi solo ai propri mezzi vocali, ma di aver pensato anche qualche trama complessa in sede di arrangiamento. Il tocco malinconico della stessa Stray Age, quello romantico di It’s You (con il bel violino di Petra Haden), la tradizione ferrea di In These Hearts, tutto concorre a creare il quadro di un disco che non cerca il nuovo, ma tenta di ribadire il vecchio in maniera fresca e con una penna che oggi ha qualcosa da dire in più dei consolidati leoni del genere. Ovvio poi che si potrebbe aprire una discussione sul senso di cimentarsi con un testo sacro e intoccabile come Who Knows Where The Time Goes, l’highlight vocale della divina Sandy Denny nel suo periodo con i Fairport Convention, e qui offerta in una versione maschile alla Nick Drake dove Moore se la cava più che egregiamente, anche se l’originale…(ecc, ecc, il resto del discorso lo sapete già). Moore si cimenta bene alla chitarra, ma in By Dream dimostra di saperci fare anche al pianoforte, offrendo una piano-song sognante e autunnale da brividi, aiutato dai fiati pesanti (tra cui un trombone) suonati da Lee Thornburg. Più dalle parti dei momenti più intimisti di un Richard Thompson è invece la soffice Where We Belong, mentre dopo un evocativo brano fatto solo di arpeggi e vocalizzi (Restoration Sketches), si chiude in tono piuttosto malinconico con Every Color And Kind e la splendida The Hour Of Sleep. Che l’Inghilterra dovesse aspettare l’ispirazione degli yankee per far tornare la propria canzone tradizionale a questi livelli suona un po’come una beffa, ma se in questo mondo globalizzato è possibile mangiare una buona pizza anche in Svezia, allora possiamo benissimo mettere Stray Age dell’americano Daniel Martin Moore in quello spazio sugli scaffali che ci è rimasto tra John Martyn e i Planxty. (Nicola Gervasini)

giovedì 13 novembre 2008

JOLIE HOLLAND - The Living And The Dead

29/10/2008
Rootshighway
VOTO: 7
"Un disco che parla di muoversi e cercare qualcosa di nuovo, di occasioni perse, di promesse su orizzonti distanti…" E' la stessa Jolie Holland a coniare questa definizione per presentare il suo quarto album The Living And The Dead, quasi a volere fin da subito legare il disco ad un immaginario culturale ben definito. Lei è la versione moderna della femme fatale del jet set musicale che conta, vale a dire una famiglia che comprende Tom Waits, Nick Cave, Joe Henry e tanti altri, tutti riuniti sotto il marchio dell'Anti, un'etichetta che crede molto in una forma evoluta e sperimentale di canzone roots. Sicuramente il suo Escondida del 2004 è stato un punto importante per ridefinire il songwriting femminile odierno, e da allora la Holland (che ha un passato da vera roots-girl con le Be Good Tanyas) si è parecchio atteggiata a donna di gran classe e cultura, frequentando i salotti buoni della borghesia del folk intellettuale e cercando la collaborazione dei qui presenti M Ward, Marc Ribot e Jim White, tutti a loro modo tradizionali e cerebrali al tempo stesso nel modo di concepire il nuovo folk. The Living And The Dead cerca poi riferimenti culturali ben marcati fin dalle storie che racconta, vuoi quando si porta a letto mezza Beat Generation nell'iniziale Mexico City, Jack Kerouac compreso, vuoi quando racconta ancora una volta l'orrore di non poter riconoscere un amico ormai ridotto ad un borderline-junkie dalla droga (Corrido Por Buddy). E poi c'è il mondo di citazioni, volute e non, che si porta inesorabilmente in ogni disco, vuoi l'arpeggio alla Lou Reed di You Painted Yourself In, vuoi il distorto riff inventato da M Ward per aprire Your Big Hands che riesce a trasformare una stramba folk-song in una sorta di Honky Tonk Women ubriaca. Il mondo di Jolie era questo anche nei dischi precedenti, ma l'impalcatura di The Living And The Dead stavolta non riesce a nascondere una certa normalizzazione della sua scrittura, che comincia a fare leggermente a pugni con l'aura da avanguardia dell'entourage che la circonda. Rigiratela come volete, ma Palmyra resta una semplicissima e dolcissima folk-song sulle difficoltà nei rapporti umani, l'acida e rallentata Fox In The Hole, se spogliata del zigzagare sulla sei corde di Ribot, finisce pure per somigliare ad una delle tenui poesiole di Suzanne Vega. E quando è il testo stesso ad essere un traditional di quelli più volte saccheggiati da Dylan (Love Henry), la voglia di stupire si esaurisce in una lunga e faticosa versione con voce filtrata, degna del Tom Waits più lezioso e auto-compiaciuto. Finale a doppio registro, con la seriosa The Future e la sgangherata festa tra amici di Enjoy Yourself, a ribadire che in questi dieci brani c'è veramente di tutto, belle canzoni e momenti emozionanti mischiati ad episodi poco riusciti. Fortunatamente c'è sempre la voce di Jolie, forse la cosa davvero più particolare ed estranea al mondo dell'omologata normalità che qui si vuole a tutti costi evitare. (Nicola Gervasini)

domenica 9 novembre 2008

LUCINDA WILLIAMS - Little Honey


24/10/2008
Rootshighway

VOTO: 7,5
Pronti…partenza…via!.Riff...batteria…hey, il basso! Dov'è il basso?...Stop!...ok, ripartiamo subito…di nuovo riff…batteria…basso…partiti!...vai Lucinda, tocca a te: "ho trovato l'amore che cercavo stando dietro una chitarra elettrica, è un amore vero, è un amore vero"…ecc...ecc...


Ecco, questa è la cronaca del primo minuto di Little Honey, e basterebbe per parlarne per pagine e pagine. Lucinda Williams è tornata, e anche in fretta stavolta, con l'urgenza di dire poche e semplici cose: che sta bene, che ha smesso di rimuginare sulle proprie sofferenze e, soprattutto, che ha voglia di suonare tanto rock. Un messaggio chiaro da quei primi versi di Real Love, dove la soluzione di tutto era sempre stata lì, dietro una chitarra. Ma si poteva iniziare benissimo dalla fine del disco per ricevere la stessa comunicazione, dalla cover di It's A Long Way To The Top, un titolo che nel 1975 per gli allora esordienti AC/DC suonava come una speranza (poi avveratasi) di poter suonare rock and roll per una vita, ma che oggi appare quanto mai autobiografico anche per lei, che al top, libera di fare rock and roll, ci è arrivata davvero dopo una lunga strada. Se era apparso palese che West le fosse servito soprattutto a svuotare l'anima da tutte le disperazioni, Little Honey arriva per riempirla di nuovo con il campionario d'ordinanza di una musicista rootsy: tanto country sempre (Well, Well, Well tira in ballo addirittura Charlie Louvin), ma anche molto blues (Heaven Blues), gospel (la lunga Rarity) e persino soul (Tears Of Joy è una sorta di country-soul, la suadente Knowing sciorina una inaspettata sezione fiati).
Stili, idee, suoni prima ancora che canzoni, è questa la grande novità portata da Little Honey nella carriera di Lucinda Williams, un disco nato per essere suonato prima ancora che ascoltato, dove la chitarra di Doug Pettibone è libera di essere protagonista indiscussa e di toglierle spazio in Honey Bee, e la sezione ritmica David Sutton e Butch Norton pompa ritmo pestando selvaggiamente come sul palco. Ed è anche il suo primo disco auto-celebrativo, evidente in quell' omaggiare la sé stessa che fu recuperando schegge impazzite perse nel tempo (la strascicata Circles and X's è del 1985), oppure lasciando che un mostro sacro come Elvis Costello incasini la melodia di Jailhouse Tears per glorificare la propria ammissione nel gotha del rock che conta. E in questo turbine di esercizi di stile, persino le sue tipiche ballate struggenti (Little Rock Star, If Wishes Were Horses e l'acustica e bellissima Plan To Marry) acquisiscono una insolita leggerezza. Little Honey non sarà mai ricordato come uno dei suoi dischi più rappresentativi, non ha lo spessore dei suoi predecessori e ne conserva persino alcuni difetti (ad esempio l'eccessiva prolissità), ma è il disco dove per la prima volta Lucinda non si atteggia a fare la rocker vissuta e non ostenta più le proprie cicatrici, ma fa semplicemente la rock-singer. E un disco così non serviva solo a lei.

mercoledì 5 novembre 2008

THE PIEDMONT BROTHERS BAND - Bordertown


29/10/2008

Rootshighway


E' impossibile parlare della Piedmont Brothers Band senza fare un piccolo riassunto della loro particolarissima storia. Parliamo di un italiano (Marco Zanzi) e di un americano (Ron Martin), che si conoscono frequentando gli stessi siti di appassionati di Byrds, Nitty Gritty Dirt Band e bluegrass in generale. Parliamo di un progetto nato a distanza di migliaia di chilometri, con Martin che scrive le canzoni in North Carolina e le invia a Zanzi, che le registra e le arrangia a Varese. Parliamo di un nome nato da una fratellanza non anagrafica, ma di vita e di intenti, unito a quel "Piedmont" che ricorda il fatto che entrambi vivono ai piedi di una catena montuosa, (Prealpi e Appalachi). Parliamo di Bordertown, l'agognato primo disco della formazione, che Zanzi ha realizzato con l'aiuto del chitarrista Chicco Comolli, coinvolgendo amici di vecchia data (molti appartenenti agli Steamboat Willie, una delle prime band di bluegrass del varesotto negli anni 80) in un caravanserraglio di musicisti davvero ampio. Bordertown è dunque sia Eden, la città dove vive Ron Martin, sia quell'avamposto lombardo sulla cortina svizzera che è Varese; ed è anche il bellissimo brano che apre il disco, con Ron che ci racconta quelle storie di frontiera che chiedono, anzi necessitano, il suono di questi banjo e mandolini. Martin canta solo 10 brani, una presenza non completa dettata anche da una malattia che lo costringe a limitare gli spostamenti, e così Zanzi ha voluto rimpinguare la scaletta coinvolgendo le vocalist Rosella Cellamaro, Cecilia Zanzi e Barbara Galafassi per coprire il resto delle parti cantate, lasciando a sé stesso l'onore di interpretare la propria Goin'Home e di cimentarsi in due strumentali puramente bluegrass (Buddy's Stomp e One Morning In Monte Golico, vale a dire la sede degli studi di registrazione). Scegliete poi voi da che parte cominciare, vista l'abbondanza di argomenti: potete provare le cover, che imprimono sulla band un marchio d'origine controllata indelebile e inconfondibile, visto che stiamo parlando di una Wheels dei Flying Burrito Brothers ben resa dall'intreccio a due voci tra Ron e Rosella, di una bella I Wish It Would Rain di Nanci Griffith (era su Little Love Affairs del 1988) che esalta l'impostazione puramente country di Cecilia Zanzi, e di una Mr Spaceman dei Byrds che Martin si arrischia addirittura a produrre in medley con la propria The Wampus Cat Song. Un affronto che Ron sembra sostenere davvero bene, anche perchè al di là dell'atmosfera volutamente provinciale che si respira nel disco, Bordertown è nato per confrontarsi con i maestri di genere e non per rimanere un fenomeno relegato nelle valli prealpine, e per essere tale deve essere letto anche con occhio severo. Sicuramente non rinuncerete ad un vostro disco di Norman Blake o dei Byrds per questo, ma alcuni brani di Bordertown hanno da dire la loro in un genere che a definirlo "di nicchia" in Italia significa già allargare di molto gli orizzonti. In genere funzionano bene i brani di Ron Martin, in special modo Annabelle Lee con i suoi archi e impasti vocali, una Mason Wine tirata grazie alle percussioni di Marco Caccianiga o quelle Rich Man e Working On A Batteau che portano un po' di West Coast nelle grigia Lombardia.Il disco perde un po' di ritmo per la troppa voglia di dare spazio a troppi amici, con il risultato di sembrare una raccolta di tanti artisti e non di un'unica band, con conseguente resa qualitativa molto disomogenea, ma forse il progetto era troppo sentito e necessario per poter essere anche perfettamente studiato. (Nicola Gervasini)

sabato 1 novembre 2008

TOM MORELLO THE NIGHTWATCHMAN - The Fabled City


20/10/2008
Rootshighway
VOTO: 6
Ci siamo ormai: il 4 novembre gli Stati Uniti decideranno chi governerà loro (e noi…) per i prossimi quattro anni. I rocker americani si sono movimentati ancora una volta in massa, scottati dalla cocente sconfitta che fece rieleggere Bush Jr in barba a mastodontici tour politici, ma stavolta serve l'uomo giusto per smuovere quelle masse giovanili che dovrebbero essere l'ago della bilancia della sfida elettorale. A salvare la situazione è arrivato lui, The Nightwatchman, alias Tom Morello, anzi, neanche più "alias", stavolta sulla copertina c'è anche il suo vero nome, quasi a ribadire che, se guerra deve essere, che la si faccia a viso scoperto. Per anni chitarrista dei Rage Against The Machine, vale a dire il rock militante per antonomasia degli anni '90, poi anche idolo delle masse con gli Audioslave, ora Morello viaggia in solitudine, e pure con un certo successo. The Fabled City esce solo un anno dopo quel One Man Revolution che ci era abbastanza piaciuto, capace come è stato di rileggere la tradizione americana del folk di protesta in maniera moderna e intelligente. Ma se in quell'esordio c'era prima di tutto un musicista interessato ad una ricerca stilistica, qui c'è un cittadino incazzato che pensa soprattutto a denunciare, a smuovere anime e a portare quei bambocci yankee, viziati e disinteressati, nelle urne. Il folk rigido ed estremo dell'esordio c'è ancora, ma lo si respira solo nell'impalcatura base di queste canzoni, perché stavolta Morello (con l'aiuto di un Brendan O'Brien sempre più in stato confusionale) ha messo più strumenti, colori, ritmi, tante idee che alla fine non riescono però a trovare un vero filo logico plausibile, se non quello di essere un lungo sentito manifesto elettorale. Se la title-track piace perché riprende in maniera seria vecchi discorsi, Whatever It Takes appare ad esempio essere un mezzo pasticcio di suoni senza gran senso. Quello che spiace è notare che Morello abbia buttato giù questi brani senza curarne più di tanto la scrittura, con evidenti esigenze di comunicazione facile e immediata, come dimostrano una scolasticissima King Of Hell, una Nightfalls suadente più nelle intenzioni che nei risultati, o una The Lights Are On In Spidertown che ancora una volta insegue (senza raggiungerlo) il mito dei Pogues. Sicuramente tracce del guardiano notturno come l'abbiamo amato si ritrovano nella marcia da manifestazione di Saint Isabelle (un brano che potrebbe stare nel repertorio dei Black 47), nel dark-folk estremo di Midnight In The City Of Destruction o nella sofferta Lazarus On Down, cantata insieme a Serj Tankian dei System Of A Down. Il miglior Morello invece affiora finalmente nella bella Gone Like Rain, mentre diverte anche la scampagnata con Shooter Jennings di The Iron Wheel. Si finisce con la riflessione politica di Rise To Power, aspettando infine lo spoglio delle schede, e sperando in una vittoria di Obama che liberi quest'uomo dall'obbligo morale di fare il condottiero invece che il vero folksinger.(Nicola Gervasini)

martedì 28 ottobre 2008

VICTORIA VOX - Chameleon

15/10/2008
Rootshighway

voto: 6


La copertina è di quelle che mettono subito di buon umore, con quel giallo imperante e quello sguardo beffardo della padrona di casa che fanno già presagire l'aria di lieve giocosità di questo Chameleon. D'altra parte Victoria Vox fa parte di quel mondo americano molto casereccio, fatto di pizzi e merletti e torte lasciate a raffreddare sul davanzale della finestra, e lì in mezzo lei, ad intrattenere le feste di contea con il suo insostituibile ukulele. Attiva già dal 1999 con un paio di dischi da pura folksinger, la Vox è diventata un caso della scena indipendente americana nel 2006 con il disco Victoria Vox and Her Jumping Flea, dove la bionda ragazza di Baltimore scopriva il suono dell'ukulele e lo adattava ad una serie di canzoni molto jazz-oriented, con un risultato intrigante che contribuiva al ritorno in auge dello strambo strumento hawaiano.Chameleon è probabilmente il suo tentativo di uscire dal marketing del passaparola con un disco furbo e sornione, volutamente diviso a metà tra le ukulele-songs e uno stile molto più mainstream, che ricorda tantissimo la Jewel più prevedibile o la Shawn Colvin più appagata. La partenza del disco è comunque in linea con la copertina, grazie alla divertentissima Peeping Tomette (si parla di guardoni e liceali onanisti…) che aggiorna il ritmo dell'ukulele con un arrangiamento elettrico molto brioso, e con le successive Tucson (forse il brano più di spessore della raccolta) e Jessica, che azzarda addirittura una batteria piuttosto danzereccia. Le ukulele-songs sono tutte più o meno godibili, anche se le possibilità dello strumento portano inevitabilmente ad una certa ripetitività ritmica: la dolce The Bird-Song, la jazzy What's Wrong? (siamo dalle parti di un Lyle Lovett in gita alle Hawaii), la riuscita C'est Noyè con la sua poetica marinaresca in francese, o la scanzonata Bittercup, contribuiscono tutte a rendere il disco un toccasana per le nostre giornate grigie. I guai arrivano quando la Vox imbraccia la chitarra acustica e scende sul campo del pop-folk femminile più classico, perché Alone, From The Outside e A Little Bit Of Love risultano essere canzonette davvero leggerine e senza troppa personalità, se non quella di avere ritornelli facili che potrebbero anche non sfigurare in qualche radio. Al nostro occhio d'altra parte non sfugge che il produttore del disco sia Mike Tarantino, ingegnere del suono di James Blunt, e la referenza non è certo delle migliori. Della famiglia di quelle che la stessa Vox definisce "canzoni con suono contemporaneo" è forse Damn Venus quella dove ci si avvicina ad un risultato più appagante (grazie al bel lavoro delle chitarre elettriche), o in qualche modo anche la conclusiva Falling Star, ma nel complesso il tentativo di aggiornare il proprio impatto sonoro si può ritenere pressochè fallito. Come già suggerisce il titolo, Chameleon cerca di adattarsi alle esigenze del mercato discografico odierno, ma il colore del ramo su cui sceglie di posarsi non è certo dei migliori. (Nicola Gervasini)

sabato 25 ottobre 2008

FAKE REVIEWS: E se non fossero mai morti?

E se non fossero mai morti, che dischi avrebbero fatto?
Provate voi a dire quale di queste recensioni sarebbe stata la più probabile….




THE DOORS - LIQUID NIGHT (1981)









Produced by BRIAN ENO






1) Liquid Night (Morrison/Manzarek) 4:56
2) Eggs over my shoulder (Morrison/Manzarek) 3.43
3) Baudelaire Dance (Morrison/Manzarek) 4:53
4) Back to the Dark Roadhouse (Morrison/Manzarek) 6:54
5) Running Through Sadness (Morrison/Manzarek) 3:45
6) Pagan Baby (Fogerty) 9:32
7) Whiskey And Soda (Morrison/Manzarek) 2:56
8 ) Freaks Parade (Morrison/Manzarek) 5:55





Solo Brian Eno poteva arrivare a tanto: trasformare i Doors nei novelli Joy Division, in un album che avrebbe fatto impallidire il nero dei Bauhaus nel loro momento di gloria. Jim Morrison continua ad essere Morrison, i suoi testi visionari trovano nelle liriche della title-track (“Let me swim in this Liquid Night, Let me die in this solid Air, let me sleep in your soft dreams…”) la propria apoteosi onirica. Quello che sorprende è sentire Ray Manzarek così a suo agio con sintetizzatori e tastiere, coprendo tra l’altro, oltre le parti di basso (..as usual..), anche le parti di batteria dell’assente John Densmore, tutte programmate ed elettroniche. Forse l’azzardo di una techno-dance alla Kraftwerk di Baudelaire Dance non era proprio nelle loro corde, ma i pezzi lenti e cavernosi come Running Through Sadness o gli up-tempo alla Talking Heads (e si sente la mano di Eno qui..) di Eggs over my shoulder e la nostalgica Back to the Dark Roadhouse aprono per il gruppo nuovi interessanti sviluppi stilistici. Con sonorità pressochè tutte sintetiche, la chitarra di Robbie Krieger resta un po’ in ombra, anche se nella sorprendente cover di Pagan Baby di John Fogerty duetta alla grande con l’ospite Adrian Belew. Il finale sa un po’ di revival, con il numero alla Weill-Brecht di Whiskey And Soda (una sorta di Alabama Song anni 80) e la psichedelica tecnologia di Freaks Parade, che fa il verso ai Cure di Seventeen Seconds. Liquid Night è l’anello mancante nell’impercettibile catena che lega la west coast con la scena dark londinese.



Rassegna stampa

“Un album a tutto tondo, come la pancia out of style di Jim Morrison, il Marlon Brando del rock. I mocassini di Ray Manzarek sono un delizioso free-style” (Rolling Stone)
“ La solidificazione della psicanalisi orgiastica del rock incastonata con il paganesimo morrisoniano regala tre quarti d’ora di popperiana catarsi peripatetica” (Blow Up)
“Un album solido” (Buscadero)
“Porca Troia che album!” (Mucchio Selvaggio)
“Fico!” (Rumore)
“Très jolie…mais pour nous il reste dans le Cimitere du Père Lachaise… ” (Les Inrockutibles)
“Ma perché Jim Morrison abbia lasciato i Led Zeppelin per sostituire Freddie Mercury nei Doors non ce l’hanno spiegato nel comunicato stampa...Belle queste sonorità orientali alla Wilson Pickett.” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto 3.4 – la presenza di un brano di quel vaccaro di John Fogerty (voto 0.2) ammazza la media, ma già si viaggiava sulla sufficienza stiracchiata…(Pitchfork)





NICK DRAKE SO NICK, SO DRAKE (2007)
















Produced By Will Oldham


1) So Tired (Drake) 2:12
2) So Blue (Drake) 2:12
3) So Uncertain (Drake) 2:12
4) So and So (Drake) 2:12
5) So, so you think you can tell (Drake/Gilmour/Waters) 2:12
6) So Hard (Drake) 2:12
7) So Tough (Drake) 2:12
8 ) So Rough (Drake) 2:12
9) So Sorry (Drake) 2:12
10) So Sad (Drake/Oldham) 2:12
11) So Mad (Drake/Beam) 2:12
12) So Dad (Drake/Lekman) 2:12
13) So (Drake) 6:34



Era il sogno di Will Oldham aka Bonnie Prince Billy: prendere Nick Drake, chiuderlo una notte in sala di registrazione e tentare di fare il Pink Moon degli anni 2000. Drake si è lasciato trascinare, sfatto dall’alcool e con la voce arrocchita e ormai irriconoscibile, ma alla fine il risultato è a suo modo affascinante: 12 piccoli bozzetti acustici della durata di 2 minuti e 12 l’uno, che ispezionano i diversi aspetti dell’anima drakiana con la supervisione e l’aiuto di alcuni nuovi amici come Sam Beam aka Iron & Wine che interviene in So Mad ed un rispettoso e timido Jens Lekman che impreziosisce la sgangherata So Dad. Stramba anche la personale rilettura di Whish You Were Here dei Pink Floyd, mentre il lungo finale di So è una sorta di riassunto del tutto, ma non riesce a togliere la sensazione di ripetitività che il disco comunica….Forse davvero gli alunni della nuova scena indipendente hanno ormai superato il maestro?




Rassegna stampa


“Con quella camicia di Dolce & Gabbana sfoggiata nel retrocopertina è davvero figo, ma si vede che la foto è ritoccata: i gossip dicono che è ormai alcolizzato cronico.” (Rolling Stone)
“la prospettiva del So non è affatto il sistema corretto di raffigurazione dello spazio; non è un metodo, oggettivo e dato una volta e per sempre, per rendere la profondità su una superficie bidimensionale; non è una tecnica di raffigurazione saldamente fondata sulla conformazione del nostro occhio e sulle leggi della fisica; e non è universale, come è universale il vedere, particolare invece è la piccolezza di Nick Drake” (Blow Up)
“Un ritorno coi fiocchi e senza fronzoli” (Buscadero)
“Ma puttana eva!” (Mucchio Selvaggio)
“Zzzzzzzzzzzzz…Ronf…Ronf….Yaaahhhwwn” (Rumore)
“Il est temp pur Nick Drake de chanter avec Carla Bruni a l’Elysèe…” (Les Inrockutibles)
“Non riesco a trovare nel comunicato stampa notizie su chi cazzo sia Jens Leckman….vabbè intanto vi parlo di Nick Drake che lo conosco bene, anche se quando cantava nei Devo non mi faceva impazzire.” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto 10.32 – azz…mi sa che forse dare 11.6 a So Hard ha sballato la media…meglio dare 4.76 a So, so you think you can tell che tanto i Pink Floyd non fanno alternative ma è alternative riabilitarli…(Pitchfork)






JANIS JOPLIN THIS IS JANIS JOPLIN (1989)



Produced By Lenny kaye












1) Luka (Vega) 5:12
2) Fast Cars (Chapman) 8.51
3) River (Mitchell) 4:23
4) The Miracle Of Love (Lennox/Stewart) 5:32
5) Don’t Walk Away (Childs) 3:45
6) Purple Rain (Prince) 12.54
7) I Feel You (Matia Bazar) 6:43

Doveva arrivare la Women Invasion del 1988 per risvegliare Janis Joplin dal suo torpore e dal suo esilio nella casa di Lendinara, sperduta nella pianura rovighese. Janis prova a cavalcare l’onda aiutata dall’esperto Lenny kaye e si cimenta in sette cover di recente successo. Gran delusione per i suoni scelti, non le sporche psichedelìe di Cheap Thrills, né il caldo soul-rock di Pearl, ma un suono adult-oriented che si rifà alla Joni Mitchell più recente e affettata (di cui riprende senza per nulla migliorarla la favolosa River). Le versioni di Luka e Fast Cars sono un disastro, perdono tutta la semplicità degli originali e si incupiscono in una voce ormai persa e troppo levigata per sembrare quella originale. Si può forse apprezzare la versione della Miracle Of love degli Eurythmics, ma i dodici minuti di Purple Rain (di cui ben 7 di assolo dell’ospite Slash alla chitarra!) vincono il premio della tamarrata del secolo. E per noi italiani la versione della nostra Ti Sento dei Matia Bazar è forse più motivo di onta che di vanto, visto che la Janis perde il confronto a distanza persino con la nostra Antonella Ruggero. Torni pure nelle paludi del Polesine.




Rassegna stampa

“ Il disegno non nasconde le rughe e qualche lifting mal venuto. Però i suoni sono molto trendy, disco cool dell’anno, sperando che si faccia vestire da Fiorucci per la tournèe.” (Rolling Stone)
“Potremmo quindi definire la filosofia teoretica una “filosofia della filosofia” o anche una “filosofia prima” (ancorché questo epiteto venga sovente ascritto all'opera Metafisica di Aristotele): infatti fa parte certamente dei suoi compiti trovare una caratterizzazione adeguata del concetto stesso di filosofia, di quale siano i suoi temi specifici e i suoi metodi. Detto questo, il disco fa cagare” (Blow Up)
“Janis è una dei nostri, ma questo disco è una delusione, anche se merita comunque le quattro stellette, ma non è il suo disco migliore, anche se finirà nei top dell’anno, ma forse solo nella classifica dei lettori, ma no dai, anche nella nostra, forse.” (Buscadero)
“Merda!” (Mucchio Selvaggio)
“Merde!” (Les Inrockutibles)
“eeeeeehhh????? Ooooohhhh…aaaaaaagh! ………..Burp!....” (Rumore)
“La Janis umilia tutte le colleghe con versioni splendide fatte di suoni puramente rock and roll. Devo solo capire chi cazzo sono i Matia Bazar, conosco un gruppo simile che cantano Mister Mandarino ma non saranno certamente loro….” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto 10.00.00 – il vero voto sarebbe 0.00, ma siccome tutti diranno che fa schifo (che altro dire di sta roba?), noi non possiamo essere come la massa per cui diciamo che è talmente brutto che è un capolavoro…(mamma come siamo più fighi degli altri! Pazzesco!)(Pitchfork)





OTIS REDDINGTHE SOUL OF AN OUTLAW (1996)







Produced By Daniel Lanois










1) I’m So Loneseme I Could Cry (Williams) 5:12
2) On the Road Again (Nelson) 4:22
3) Today, I’ve Started Loving You Again (Haggard) 3:12
4) He’ll have To Go (Reeves) 4:32
5) Coal Miner’s Daughter (Lynn) 3:12
6) Tiger By The Tail (Owens) 4:12
7) Ring Of Fire (Cash) 6:12
8 ) Dreaming My Dreams With You (Jennings) 3:45
9) Wildwood Flower (Carter Family) 4:32
10) I’m Sorry (Lee) 3:12



Diavolo di un Daniel Lanois, solo lui poteva gettare il genio vocale di Otis Redding nella polvere di dieci standards della musica country e dei fuorilegge del west. Ma questo disco, registrato con l’ausilio degli U2 Larry Mullen Jr e Adam Clayton alla sezione ritmica, Malcolm Burn alle tastiere e le chitarre di Mike Campbell e Danny Kortchmar, trova un sound secco e desertico che dona nuova straordinaria linfa vitale alle interpretazioni di Otis Redding, dopo i brutti dischi degli anni 80. Le versioni sono tutte splendide, con particolar menzione per la Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn cantata con Emmylou Harris o il duetto con il redivivo Steve Earle in Ring Of Fire. Lo aiutano le voci di altri ospiti eccellenti (Kris kristofferson, Rodney Crowell, Rosanne Cash), mentre il finale di I’m Sorry, una vecchia canzone di Brenda Lee, fa risaltare la voce di Lucinda Williams, una artista molto stimata nel mondo di Nashville ma che non ha ancora trovato il suo disco definitivo per esplodere. Se mai era possibile colorare di nero la bianchissima Nashville, solo il genio di Lanois era all’altezza di tale impresa.



Rassegna stampa



“ Riconoscibile il gilerino in renna di Dior nella copertina, ma le note non indicano la firma del cappello. Pare che Dolce & Gabbana stiano ideando una linea cowboy-gay da vendere a Madonna che si rifà allo stile di Otis, ma sono solo rumours….” (Rolling Stone)
“In senso stretto si parla di razzismo associando la discriminazione di un gruppo rispetto a un altro di razza diversa; spesso il razzismo è associato a colori di pelle diversi. In senso lato la discriminazione può riguardare il sesso, le differenze religiose, politiche, sociali ecc. Così definito il termine razzismo perde di chiarezza e spesso è usato a sproposito o in modo demagogico e retorico. Per capire il fenomeno è fondamentale definire il concetto di compatibilità fra gruppi. Detto questo ‘sto negro canta bene.” (Blow Up)
“Un disco quadrato e con le contropalle. Otis è tornato tra noi” (Buscadero)
“Eh la Madonna!” (Mucchio Selvaggio)
“questo disco fa “graurrrrrrrrrr” al cervello” (Rumore)
“C’est une reve…l’Amerique comme nous l’avons desiderèe: noir…. naturellement…” (Les Inrockutibles)
“mah….Otis Redding interpreta di nuovo i suoi successi degli anni 40 con gli stessi musicisti del tempo (Steve Earle lo segue da una vita..)…un’operazione marketing che immischia gli U2, di solito estranei a queste bieche operazioni marketing, che non riesco molto a digerire. ” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto non disponibile – dunque: 2.31 perché è musica da bovari, 3.75 perché sti black ci piacciono solo se sono sfigati come i bianchi che ci piacciono, quelli sudati non vanno bene. 4.53 perché Lanois è roba per vecchi, 5.22 perché i veri U2 sono quelli di Zooropa..fa…fa…..cazzo…si è rotta la calcolatrice…putt….e mò?…(Pitchfork)






ELVIS PRESLEY - FUCK YOU ALL! (1992)



Produced By Brendan O’Brien











1) This Is Not A Commercial (Presley)
2) Free (Presley)
3) Rock And Roll Fuck You All! (Presley)
4) Really Scared (Presley)
5) London Calling (Jones/Strummer)
6) Beg You Pardon (Presley)
7) Roll Over Me (Presley)
8 ) I Used To Be A Rock And Roll Singer (Presley)



Il gesto della copertina è eloquente e quel dito medio alzato abbiamo impressione che farà scuola, vedrete…. . Fuck You All! è un grido di libertà di un uomo che esce allo scoperto dopo 15 anni di clausura nella reggia di Graceland, e lo fa con la voglia di riproporre un rock and roll grintoso e senza i condizionamenti dei suoi anni della maturità. La notizia incredibile è che come backing band il grande Elvis ha voluto i Mudhoney, l’ala più scalcagnata e selvaggia del grunge, e il risultato è davvero straordinario, London Calling è accelerata a dismisura con Elvis che urla anni di rabbia e fustrazioni.Ma ancora più sorprendente è che il resto delle canzoni sono autografe e vedono un Elvis songwriter in grande forma. Rock And Roll Fuck You All! vede addirittura la partecipazione di Angus Young, che presta la sua chitarra per la prima volta in assoluto a qualcosa che non sia un disco degli AC/DC. Il finale, solo chitarra e voce, di I Used To Be A Rock And Roll Singer uccide tutti e manda a casa con la certezza che il re è tornado e non lascerà più il palazzo.



Rassegna Stampa



“ Il look straccione quest’anno è davvero IN, ed Elvis non è mai andato OUT nemmeno quando sudava ed era ciccione, ma Mark Arm e Steve Turner sono THROUGH, mentre le sonorità, con il rosa che va quest’anno nel Pret-A-Porter, sono BETWEEN.” (Rolling Stone)
Pentolin picolo poca papa' ghe sta nel pigneti' picin' poca papa ghe, Te che te tachet i tach tacheme i tach! me tecat i tach a te che te tachet i tach? tachete te i tò tach, te che te tachet i tach! 'a vita è na briosc, n'araput' e cosc, n'ancasata e pesc, na panza ca cresc, nu criatur' ca nasc e tuttì fernesc se 'nchianu chiovi 'nchianu nun ciemu, se nun chiovi 'nchiamu ciemu....E siamo anche stati fin troppo chiari. ”. (Blow Up)
“Elvis è una sicurezza. Un disco atteso a lungo. Molto a lungo” (Buscadero)
“Meglio che scoparsi una escort in camporella su una Escort” (Mucchio Selvaggio)
“’sta roba spacca!” (Rumore)
“Libertè, Elvisetè, Grungetè….trois mots qui gagne le titre du disque de l’annè. Comme disait Adam Ant: Vive Le Rock!” (Les Inrockutibles)
“Elvis Presley si è dimenticato cos’è il rock and roll, ma meno male che esisto io che lo so bene. Non ho capito poi la mossa di suonare con i Gaznevada. ” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“7.3 periodico….azz questo è un casino, arrotondiamo per difetto ma così finisce che sembra il 7.01 dato ieri ai Soundgarden…allora alzo il voto di 0,5 a Really scared così fa…no…non ci siamo…così è troppo alto, direi di mettere una radice quadrata in più qui sulla destra…"(Pitchfork)

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