mercoledì 31 agosto 2011

THE WILD MOCASSINS - Skin Collision Past

The Wild Moccasins
Skin Collision Past
(New West 2011)


Interessante uscita quella dei Wild Moccasins, combo che viene da Houston sotto una generica sigla "indie-pop" che dice poco o nulla se non descrivere bene il mix di brit-pop alla Housemartins/Smiths e nuove tenedenze folk statunitensi. Skin Collision Past è il loro disco d'esordio, e viene pubblicato in Europa a distanza di un anno dall'uscita in una edizione che comprende anche il primo ep Microscopic Metronomes, approfittando del fatto che i loro sono tempi corti da vera pop-band da 2-3 minuti e via. Strutturati alla X, con due vocalist alla Doe-Cervenka come la squillante Zahira Gutierrez e Cody Swann che si intercambiano e si sovrappongono a seconda del brano, i Wild Moccasins sono la più classica delle college-band per i giovani instradati su gusti poco mainstream, hanno dalla loro la freschezza del ritmo e della voglia di fare, a cui fa da contraltare una evidente immaturità compositiva e una certa ripetitività di soluzioni. Descrive bene il tutto lo stesso Cody Swann in un'intervista, quando dice che la loro è musica fatta per guidare, o buona anche per sentirla al telefono.
(Nicola Gervasini)

www.myspace.com/thewildmoccasins

lunedì 29 agosto 2011

DAVID BROMBERG - Use Me

inserito 11/07/2011

David Bromberg
Use Me
[
Appleseed Recordings 2011
]



Ormai certi prodotti potremmo anche evitare di giudicarli, analizzarli, e scavare laddove non c'è proprio null'altro da scoprire se non ciò che appare evidente fin dalla copertina. Prendete una vecchia gloria della roots-music come David Bromberg, uno che da qualche tempo ha deciso di rimettersi in pista e prendersi gli onori ingiustamente negati in anni in cui ha dovuto fare il liutaio per sopravvivere, e prendete una serie di vecchi amici pronti ad offrirgli la loro devozione. Prendete una serie di cover o di nuovi brani prestati per l'occasione dai volenterosi compari, una produzione che si limita a far sentire ciò che il pubblico si aspetta da lui senza far scoprire nulla di nuovo, e il disco è fatto. Che Use Me sarebbe stato un album piacevole senza essere importante lo si sapeva già anche prima di ascoltarlo, che Bromberg sia una garanzia e non avrebbe mai accettato di pubblicare musica sciatta era scontato, così come anche il fatto che il frizzante e fantasioso mix di generi dei suoi golden years sarebbe stato un ricordo lontano era una giocata sicura che qualsiasi bookmaker avrebbe pagato pochissimo.

Per cui pare davvero inevitabile che per parlarne si debba scivolare nel mero elenco dei presenti, e allora forza, non sottraiamoci al nostro dovere: c'è un Levon Helm che ripassa due volte per ribadire classe e anzianità di servizio, un prevedibilissimo John Hiatt che offre l'inedito Ride Out A Ways, i Los Lobos che imitano loro stessi nel valzer-mex diThe Long Goodbye, c'è una Linda Ronstadt che addolcisce It's Just A Matter Of Time di Brook Benton, un Vince Gill che "nashvillizza" la sua Lookout Mountain Girl (ne è co-autore Guy Clark), un Keb Mo' che infanga di blues Diggin In The Deep Blue Sea, o un Tim O'Brien che riporta il nostro sulle consone strade del bluegrass di Blues Is Falling. Insomma non manca nulla, e allora continuiamo a fare il nostro dovere segnalando le nostre prime scelte (che magari non saranno le vostre), una You Don't Wanna Make Me Mad di e con Dr. John che tira il giusto, e una scoppiettante, funkeggiante, "littlefeattiana", percussiva ed isterica Old Neighborhood, in cui il maestro impartisce pure lezioni di chitarra elettrica ai redivivi Widespread Panic. Chiude una Use Me di Bill Whiters fatta con i Butcher Brothers, che serve a dare il titolo al disco e a ricordarci di quanto possa essere eclettico il buon Bromberg.

Non avendo null'altro da chiosare, chiudiamo consigliando il disco a chi già l'avrebbe comprato, e confermando agli altri che se il personaggio non è tra i vostri preferiti, con questo album continuerà a star fuori dal club dei vostri VIP. Una preghiera però ci viene: se proprio si vuole fare un tributo a Bromberg, dategli i soldi per rimettere in piedi una band spettacolare come quella che abbiamo sentito nei suoi gloriosi anni 70, magari continuerà a non sorprenderci più, ma a vederlo libero di esprimersi per i fatti suoi ci si divertirà infinitamente di più.
(Nicola Gervasini)

www.davidbromberg.net


lunedì 22 agosto 2011

SCOTT MATTHEW - Gallantry's Favorite Son

inserito 09/06/2011

Scott Matthew
Gallantry's Favorite Son
[
Glitterhouse 2011
]



Va presentato con un minimo di storia Scott Matthew, visto che è la prima volta che ci occupiamo di lui. Australiano trapiantato a New York, Scott ha esordito a livello professionale nel 2005 con una band chiamata Elva Snow, una creatura indie pensata insieme al fidato batterista di Morrissey Specer Corbin, con il quale gira ancora spesso in tour. L'avventura è durata poco visti gli scarsi consensi, e così alla fine del 2007 Scott ci ha provato con un esordio solista omonimo che fece già più rumore nel mondo del folk indipendente, a cui ha fatto seguito la conferma di There Is An Ocean That Divides (2009). Gallantry's Favorite Son arriva dunque a battere il chiodo finché è caldo, confermando Matthew come un piccolo maestro nell'arte della vocalità evocativa, un po' come sentire un disco di Antony & The Johnsons intenti a registrare cover di Bonnie Prince Billy. Quello che sicuramente si nota, fin dalla sciccosa copertina patinata, è l'attenzione certosina ai particolari sia in fase di registrazione (dal punto di vista della qualità sonora l'album è da applausi), sia nella confezione.

Matthew ama estetizzare con la voce, usata come strumento principale di una impalcatura per il resto fintamente scarna, dove le chitarre acustiche o il suo fido ukulele ben si intersecano con archi e tastiere. Il cd parte toccando le corde più oscure con la soffocante accoppiata Black Bird/True Sting ("non voglio imparare a volare se questo significa dirti addio" recita l'uccello della prima, "potrei raccontarti la storia di una tregua che è fallita, ma invece ti racconterò una bugia" pungola l'inizio della seconda), ma già la fischiettante Felicity prova a dare una nuova venatura frivola e scanzonata, operazione ritentata anche con la bella Devil's Only Child, episodi che alleggeriscono il peso di un album che va davvero ascoltato in momenti di particolare silenzio e raccoglimento. Anche perché il lavoro in sede di arrangiamento appare davvero notevole e per nulla facile da cogliere, se non con adeguato impianto stereo, grazie al gran lavoro del produttore Mike Skinner, abile soprattutto a giocare con le voci e i cori di sottofondo (davvero divertente il finale quasi doo-wop di No Place Called Hell).

Ben calibrato tra brani tristi e uggiosi ed episodi quasi vicini al pop alla Burt Bacharach (ascoltate The Wonder Of Falling In Love, ve la potreste tranquillamente immaginare anche cantata da Dionne Warwick), Gallantry's Favorite Son è un album che si compiace forse troppo del suono profondo della voce del suo autore, con un mood che ricorda molto quello delle prime prove soliste di Mark Eitzel. Nel menu manca forse qualche divagazione sul tema in più, ma se siete dell'umore giusto, è un disco capace di farsi amare.
(Nicola Gervasini)

www.scottmatthewmusic.com



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