lunedì 15 dicembre 2014

THE BEST OF 2014

E come ogni anno il momento più nerd dell’esistenza di un musicofilo…le classifiche di fine anno…valide fino al 3 gennaio dell’anno dopo, data in cui scopri di aver dimenticato cose imprescindibili….quest’anno sparo una TOP 20 che racchiude il meglio di varie categorie…di cui comunque ho fatto top 10 a tema
Partiamo dalla fine dunque, cioè dal riepilogo….i dischi che più mi sono piaciuti quest’anno:

1             LUCINDA WILLIAMS      Down Where the Spirit Meets the Bone
2             WAR ON DRUGS             Lost In The Dreams
3             NENEH CHERRY               Blank Project
4             BEN WATT          Hendra
5             RYAN ADAMS   Ryan Adams
6             DAMIEN JURADO            Brothers and Sisters of the Eternal Son
7             BECK     Morning Phase
8             LEONARD COHEN            Popular Problems
9             CHRISTOPHER DENNY   If the Roses Don't Kill Us
10           SHARON VAN ETTEN     Are We There
11           MORRISSEY        World Peace is None of Your Business
12           ROBERT ELLIS    The Lights from the Chemical Plants
13           NEIL DIAMOND                Melody Road
14           LINDA PERHACS               The Soul Of All Natural Things
15           NICOLE ATKINS                Show Phaser
16           NADA   Occupo poco spazio
17           JOHN MELLENCAMP      Plain Spoken
18           SEAN ROWE       Madman
19           MARIANNE FAITHFULL Say Goodbye to London
20           DAVID CROSBY Croz


E ora le categorie



BEST BLACK RECORD

Le quote nere, ricordando che nel rock esiste un razzismo al contrario per cui questo non è il ghetto, ma il paradiso. Neneh Cherry vince a mani basse con un mezzo capolavoro, Curtis Handing è il nuovo nome da seguire, Swamp Dogg il vecchio riesumato che torna a graffiare…in tutto ciò Prince non sale sul palco con ben due dischi, anche se quello hendrixiano-blues-rock resta un bel ritorno..Sharon Jones si conferma ma il New soul comincia un po’ a ripetersi, come evidenziano le discrete performance di Lee Fields e Ruthie Foster. In coda un Kravitz talmente tamarro e sputtanato da riuscire a divertire in almeno un paio di brani e un Robert Cray chiamato solo per fare cifra tonda

               
1             NENEH CHERRY                Blank Project
2             CURTIS HARDING            Soul Power
3             SWAMP DOGG The White Man Made Me Do It
4             PRINCE PlectrumElectrum
5             SHARON JONES & THE DAP-KINGS         Give the People What They Want
6             LEE FIELDS          Emma Jean
7             RUTHIE FOSTER                Promise Of A Brand New Day
8             PRINCE Art Official Age
9             LENNY KRAVITZ               Strout
10           ROBERT CRAY BAND      In My Soul









AMERICANA RECORD OF THE YEAR       

Vince la categoria, ma l’anno tutto intero, una che avevo già decretato in declino da qualche anno…e invece sforna un doppio devastante, proprio perché non ha cercato di strafare e di essere la caricatura di sé stessa. Stessa cosa successa a Ryan Adams, fa un disco all’insegna della semplicità e fa centro con il car-record dell’anno…si conferma Mellencamp in versione folksinger, una Gauthier di gran classe, un prophet in vena di sperimentazioni, il divertente disco di Lydia Loveless, delude ma non abbastanza da strappare qualche applauso l’esordio solista con figliolo di Jeff Tweedy (vedi sezione video dell’anno però), tornano in forma anche senza strabiliare Matthew Ryan e Mark Olson

1             LUCINDA WILLIAMS       Down Where the Spirit Meets the Bone
2             RYAN ADAMS   Ryan Adams
3             JOHN MELLENCAMP      Plain Spoken
4             MARY GAUTHIER            Love & Trouble
5             CHUCK PROPHET             Night Surfer
6             LYDIA LOVELESS               Somewhere Else
7             TWEEDY               Sukierae
8             JIMBO MATHUS              Dark Night of the Soul
9             MATTHEW RYAN             Boxers
10           MARK OLSON   Goodbye Lizelle






BAND RECORD OF THE YEAR                                    
Diciamolo: la band non tira più in questi anni 2000…il solista vince nel 2014. Di questa top solo i numeri uno (WAR ON DRUGS, vera sorpresa dell’anno) finiscono in top 20. Counting Crows con il loro disco peggiore (che resta comunque un bel sentire) ma con uno dei singoli più belli del 2014 (Palisades Park, vedi podio video) si guadagnano il podio, insieme alla new entry Delines. Discrete conferme per una serie di band che hanno fatto sentire il meglio qualche anno fa, ma tengono botta (Hiss Golden Messenger, Felice, Truckers, Holde Steady), i sempre travolgenti Fleshtones, un intenso anche se un po’ noioso nuovo Eels (band per modo di dire…) e l’americana in ritardo di 20 anni dei bravi  Railroad Earth
1             WAR ON DRUGS              Lost In The Dreams       
2             COUNTING CROWS        Somewhere under wonderland             
3             DELINES               Colfax  
4             HISS GOLDEN MESSENGER         Lateness of dancers      
5             FELICE BROTHERS            Favourite Waitress        
6             DRIVE-BY TRUCKERS      English Oceans
7             HOLD STEADY    teeth Dream    
8             FLESHTONES      Wheels Of Talent           
9             EELS       The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett     
10           RAILROAD EARTH            Last of the Outlaws       






                PREMIO QUOTE ROSA (BEST FEMALE)                 
Il 2014 è l’anno di Sharon Van Etten, no way, ma il disco-donna che ho ascoltato alla nausea è quello di Nicole Atkins (vedi video), sottovalutatissimo. Bene la O’Connor anche se forse preferivo il precedente, alcuni ritorni di classe anche se non entusiasmanti per la Vega e la Merchant (forse da mettere nelle delusioni viste le attese), buone cose dal mondo roots come la ex Indigo Girls Amy Ray, una Di Franco verso il pieno ritorno alla forma e una Frazey Ford interessante, anche se ancora da far maturare. In mezzo il disco hype del 2014, St Vincent…a giugno per me era una cagata pazzesca, verso ottobre ha cominciato a dirmi qualcosa,…forse per il 2017 risale ancora.

1             SHARON VAN ETTEN     Are We There                  
2             NICOLE ATKINS                Show Phaser
3             SINEAD O'CONNOR          I'm Not Bossy, I'm The Boss                                     
4             ANDREA SCHROEDER    Where the Wild Oceans End                     
5             SUZANNE VEGA              Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles                        
6             AMY RAY             Goodnight Tender                        
7             NATALIE MERCHANT     Natalie Merchant                          
8             FRAZEY FORD    Indian Ocean                   
9             ST.VINCENT       St. Vincent                        
10           ANI DIFRANCO Allergic to Water         


             SONGWRITERS (INDIE OR NOT)
Beck in versione songwriters mi è piaciuto, grandi cose da piccoli outsiders come Jurado, Denny, Ellis, Rowe, il piccolo Cohen, buon ritorno (ma non mi esalto) per Damien Rice, classe e mestiere tengono a galla vecchie volpi come Joe Henry, Bonnie Prince Billy e un Kozelek/sun kil moon forse troppo straripante ma sempre interessante. In coda alcuni extra comunque di valore

1 BECK Morning Phase
2 DAMIEN JURADO Brothers and Sisters of the Eternal Son
3 CHRISTOPHER DENNY If the Roses Don't Kill Us
4 ROBERT ELLIS The Lights from the Chemical Plants
5 DAMIEN RICE My Favourite Faded Fantasy
6 SEAN ROWE Madman
7 ADAM COHEN We Go Home
8 JOE HENRY Invisible Hour
9 BONNIE PRINCE BILLY Singer's Grave a Sea of Tongues
10 SUN KIL MOON Benji

11 BARZIN To Live Alone...
JOHN GORKA Bright Side of Down
J MASCIS Tied to a Star
SIMONE FELICE Strangers




BRITANIA DOES IT BETTER

Nel Regno Unito oltre al culo di Pippa abbiamo anche apprezzato il tgran bel disco dell'ex Everything But The Girl Ben Watt, un Morrissey che sa sorprendere anche da malato, la coppia dei Bautiful South Heaton.Abbott con un disco poco riconosciuto...Damnon Albarn voleva vincere, ma il suo album è forse fin troppo cervellotico, seppur davvero interessante, Marr ormai è lanciato in piena tamarraggine brit-pop ma diverte...il resto vede vecchi che ce la fanno (Peter Murphy in versione Bowie-techno, Brian Eno in versione Bowie-pop), band che esistono ancora (Turin Brakes), giovani che fanno finta di crescere ma ce la fanno a metà (Nutini), casi persi che perlomeno non scendono troppo di livello (Gray) 

1 BEN WATT Hendra
2 MORRISSEY World Peace is None of Your Business
3 PAUL HEATON & JACQUI ABBOTT What Have We Become
4 DAMON ALBARN Everyday Robots
5 JOHNNY MARR Playland
6 TURIN BRAKES Where we were
7 PETER MURPHY lion
8 BRIAN ENO & KARL HYDE Someday World
9 PAOLO NUTINI Caustic Love
10 DAVID GRAY Mutineers



       
               

                VECCHI CHE CE LA FANNO                                                        
Sono vecchi ma insegnano ancora rock a tutti…dischi che hanno migliorato discografie già illustri, segno che qualcosa vive ancora anche nei settantenni..Cohen fa il suo disco migliore dai tempi di The Future, Neil Diamond ci si renderà conto solo fra anni di che gran disco ha fatto, Linda Perhacs riesumata a ragione, Crosby che rifà sempre la stessa canzone ma per diana se è bello sentirla ancora!, gnocche di un tempo passato rimaste gnocche dentro come la Fauthfull e la sorprendente Nicks, Neil Young che zitto zitto ripara alla merda precedente (si veda sezione VECCHI CHE NON CE LA FANNO) con il suo miglior disco da parecchio tempo, Hitchcock che infila la cover dell’anno (il pezzo dei Psychedelic Furs), Browne che (vedi commento a Crosby) e Bob Mould che qualcosina da insegnare a chi vuole fare casino con una chitarra ce l’ha ancora      

                                         
1             LEONARD COHEN            Popular Problems                                         
2             NEIL DIAMOND                Melody Road                                   
3             LINDA PERHACS               The Soul Of All Natural Things                                  
4             DAVID CROSBY Croz                                     
5             MARIANNE FAITHFULL Say Goodbye to London                                            
6             STEVIE NICKS    24 Karat Gold Songs from the Vault                                      
7             NEIL YOUNG      Storytone                                         
8             ROBYN HITCHCOCK        The Man Upstairs                                          
9             JACKSON BROWNE        Standing In The Breach                               
10           BOB MOULD      Beauty & Ruin                                 
               
                              





                VECCHI CHE FANNO FATICA E GUARDANO I LAVORI IN CORSO              
Poco da dire…fanno dischi che possono piacere solo se amate la SAME OLD SOLFA…non fanno schifo, è che non se ne capisce l’utilità….insomma , non da ospizio, ma da mettere al pomeriggio su una panchina a ricordare i tempi d’oro mentre lanciano pane ai piccioni

1             JOHN HIATT       Terms of my Surrender
2             JOHN MAYALL  A special life
3             JERRY LEE LEWIS              Rock and roll time
4             ROBERT PLANT Lullaby... and the ceaseless roar
5             WILKO JOHNSON/ROGER DALTREY        Going back home
6             VASHTI BUNYAN             heartleap
7             BASEBALL PROJECT        3d
8             IAN ANDERSON               Homo Erraticus
9             CHUCK E WEISS                Red Beans & Weiss
10           LOUDON WAINWRIGHT III         Haven't Got The Blue (Yet)








                VECCHI CHE NON CE LA FANNO PIU'    
Ecco…questi invece sono da pensionare. Dischi brutti, inutili, prese per il culo (vedi Pink Floyd e Springsteen), ritorni agghiaccianti (Afghan whigs e Pixies), casi persi ormai da tempo (u2 e Santana), gente come Seger che annuncia davvero la prossima pensione con un disco che serve solo a dire “vai pure Bob, hai ragione, è ora di riposarsi..” Ma su tutti svetta lui, Neil Young, con il disco più brutto della storia del rock. Che ha pure l’aggravante di essere stato presentato come una roba seria.

1             NEIL YOUNG      A letter Home
2             U2          Songs of Innocence
3             PINK FLOYD       Endless River
4             SANTANA           Corazon
5             BRUCE SPRINGSTEEN    High Hopes
6             AFGHAN WHIGS              Do to the beast
7             PIXIES   Indie Cindy
8             BOB SEGER         Ride Out
9             CHRISSIE HYNDE              Stockholm
10           LEON RUSSELL  Life Journey





                DELUSIONI DEL 2014     

Ancora I bocciati… quelli che ci aspettavamo tanto, invece...anche se si tratta di dischi comunque ascoltabili…Lamontagne sbaglia il primo disco in carriera, Robinson vince il premio per il disco più cannato del 2014, Petty non scrive più un brano decente e l’avere a disposizione una band della madonna diventa un’aggravante, Jack White tenta di sembrare grande ma non ci riesce, Jenny lewis si fa produrre da Ryan Adams ma canna le canzoni, i Black Keys sono buoni per gli aperitivi nella Milano da bere ormai, Conor Oberst non capiremo mai se poi era veramente bravo o no, i New Pronographers ci spiegheranno un giorno che musica vorrebbero fare, i Church si aggrovigliano su se stessi (ma restano una band adorabile), e soprattutto Jospeh Arthur uccide Lou Reed una seconda volta con il cover-record più inascoltabile del 2014


1             RAY LAMONTAGNE        Supernova
2             CHRIS ROBINSON            Phosphorescent Harvest
3             TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS       Hypnotic Eye
4             JACK WHITE       Lazaretto
5             JENNY LEWIS     The Voyageur
6             BLACK KEYS        Turn Blue
7             CONOR OBERST               Upside Down Mountain
8             NEW PRONOGRAPHERS              Bill Bruisers
9             CHURCH              Further Deeper
10           JOSEPH ARTHUR              Lou

                



ITALIANI BIG    
Ho ascoltato 5 dischi di musica italiana..di gente tutta over 60…il che la dice lunga. Però Nada entra in top 20 e non la si discute, Paolo Conte torna a fare un disco degno del suo buon nome, De Sfroos non esalta ma tiene comunque un buon livello, Finardi e Fortis provano a rigenerarsi, e a tratti ci riescono anche

1             NADA   Occupo poco spazio
2             PAOLO CONTE  Snob
3             DAVIDE VAN DE SFROOS             Goga e Magoga
4             EUGENIO FINARDI          Fibrillante
5             ALBERTO FORTIS             DO L'ANIMA

ITALIANI OUTSIDERS    
L’ita-americana quest’anno sforna almeno 3 dischi di ottimo livello (Larocca, Lowlands e Mandolin Borthers) e una serie di dischi autoprodotti che ho comunque ascoltato con piacere e che comunque tengono viva una scena di nicchia e di amici ormai maturata bene.
                              
1  MASSIMILIANO LAROCCA      Qualcuno Stanotte
2 LOWLANDS     Love etc
3  MANDOLIN' BROTHERS           Far Out
INOLTRE..(ORDINE SPARSO)
                VERILY SO           Islands
                LITTLE ANGEL & THE BONECRASHERS    J.A.B.
                CHRIS CACAVAS & EDWARD ABBIATI     Me and The Devil
                LA ROSA TATUATA         Scarpe
                GUANO PADANO           Americana
                STEFANO GALLI               Focus
                CHEAP WINE     Beggar Town
                MATT WALDON               learn To Love
                MICHELE ANELLI & Chemako     MICHELE ANELLI & Chemako    


PREMIO SPECIALE: 

DISCO DA RIVALUTARE DEL 2014 (aka: lo capiremo solo nel 2018)                    
                MARK LANEGAN BAND                Phantom Radio + No Bells on Sunday EP
DISCO CHE MAI AVREI PENSATO DI POTER ASCOLTARE CON PIACERE
                 FOO FIGHTERS                                Sonic Highways


I TRE VIDEO DELL’ANNO
1)      COUNTING CROWS – PALISIDES PARK
La favola rock del 2014
https://www.youtube.com/watch?v=8-tFkOBU1BQ

2)      NICOLE ATKINS – Girl You Look Amazing
..e la sua idea di uomo ideale del 2014

3)      TWEEDY – Low Key
Il mercato discografico nel 2014 spiegato da un genio e suo figlio

https://www.youtube.com/watch?v=29YGcuRk3mM

martedì 9 dicembre 2014

RYAN ADAMS

Se la musica americana ha avuto una certa vitalità anche negli anni zero, molto lo si deve all’ex Whiskeytown Ryan Adams e alla sua disordinata (ma spesso altissima) produzione. Per contro la sua assenza (o perlomeno quella di un degno successore) potrebbe essere una delle cause del momento di stanca creativa del genere. Adams in verità non è mai scomparso, solamente ora le cose serie le ragiona con più calma. Ryan Adams (Pax-Am) ha il non–titolo tipico delle opere prime, un vezzo che spesso significa voglia di ripartire da zero, tre anni dopo l’apprezzabile ma involuto Ashes & Fire. Non sarà certo l’album che riaprirà una stagione di seguaci e imitatori, ma fin dall’apertura di Gimme Something Good si respira una sana aria da perfetto country-rock radiofonico. Adams non ha perso la capacità di emozionare con la voce e con la penna, ma qui ribadisce con forza la recente tendenza a cercare le facili vie del mainstream già evidenziate da Cardinology del 2007 (lui stesso cita il suo quasi omonimo Bryan Adams come ispirazione del momento). E così ritrova sia le sue classiche dolenti ballate (Wrecking Ball), sia l’epica del rock americano di marca springsteeniana (Shadows e Tired Of Giving Up), per assemblare un divertente quanto scontato car-record che segna la resa definitiva delle possibilità di evoluzione del genere. Ma se mai si dovesse ripartire per nuovi lidi, lui avrà perlomeno già scaldato il motore.


Nicola Gervasini

venerdì 5 dicembre 2014

COLLEEN RENNISON

Colleen Rennison
See The Sky About To Rain
(Black Hen Music/Ird)
File Under: Cover Record

Quando ci arriva un ennesimo album di cover la tentazione è quella di neanche parlarne, visto che ne sono girati davvero troppi in questi anni di stagnazione della roots-music. Tanto più se non c’è nemmeno un gran nome in ballo, giusto per alimentare la curiosità del “sentiamo come Tizio rifà Caio” che ha tenuto in piedi miriadi di tribute-album. Qui invece abbiamo a che fare con la ben poco nota Colleen Rennison, bellezza canadese più riconoscibile dal pubblico del cinema e delle tv-series (recita fin da bambina, era ad esempio la figlia di Bruce Willis e Michelle Pfeiffer in Story of Us di Rob Reiner del 1999), una che ha iniziato a cantare grazie ad un reality musicale in tv, ma anche questo ormai non ci scandalizza più. Più che altro perché questo See The Sky About The Rain, che oltretutto è il suo esordio solista (ha all’attivo un titolo con la band dei No Sinner), è il classico esempio di disco azzeccato nei suoni e negli arrangiamenti, nel suo essere palesemente devoto alla Band (ben due riletture da Stage Fright, con la title-track resa scolasticamente, ma anche una All La Glory che è invece il vero pezzo forte del disco). Per il resto buono il mix di classici (Coyote della Mitchell, Why Don’t You Try di Cohen e la title-track di Neil Young), brani ben noti ai nostri lettori (la sempreverde Blue Wing di Tom Russell, White Freightliner di Townes Van Zandt) e tante chicche da scoprire, da pegni pagati ai vecchi padri di genere (Faney di Bobbie Gentry) a tributi a eroine più recenti (Oleander di Sarah Harmer). Suono rock alla Heartbreakers e fiati molto New-Orleans-oriented sono la ricetta del disco, con un risultato molto simile ad un disco di Tift Merritt.  See The Sky About The Rain svolge la sua funzione di puro intrattenimento più che egregiamente, in attesa che qualcuno ricominci a scrivere una nuova storia di questa musica.

Nicola Gervasini

mercoledì 3 dicembre 2014

STEFANO GALLI

Stefano Galli
Focus
(Stefano Galli, 2014)
File Under: Italian Guitar-hero
La figura del guitar-hero blues alla Stevie Ray Vaughan non è più particolarmente di moda di questi tempi, anche se in Italia continua ad esistere una folta schiera di buoni manici (dimenticandone tanti, mi vengono subito in mente Paolo Bonfanti, J Sintoni, Francesco Piu) che, bene o male, riescono a fornire sempre concerti indiavolati e produzioni discografiche comunque interessanti. Sarà per questo che anche Stefano Galli, chitarrista blues di scuola elettrica, ha azzardato con Focus (è il suo secondo album dopo Play It Loud! del 2013) una sorta di piccolo bigino di musica americana, travalicando spesso e volentieri gli schemi del blues. Il suo tocco resta quello che può ricordare un Kenny Wayne Shepherd, per dare un riferimento preciso (in Lonely Day lo ricorda parecchio), ma sono le canzoni che invece spaziano nei generi toccando il semplice heartland-rock da fm americana della title-track, il roots acustico di If I Lived, il momento romantico-riflessivo di Catherine, la black music di Price, il quasi country di I Can’t Stand You Anymore, il finale bluegrass di Vesta Light. A volte magari la voce non è quella giusta (la cover di Bring It On Home To Me di Sam Cooke è azzeccata nel pathos, ma avrebbe necessitato ben altra potenza vocale), e ovviamente quando torna nel recinto del blues lo si sente sempre più a suo agio (Jealous,  e lo strumentale Funny Slide). Visto che è solo il secondo disco possiamo anche pensare che ci siano ancora margini di miglioramento, ma il disco è ben registrato e diverte, e soprattutto il focus, inteso come obiettivo, è già quello giusto: è solo sperimentando stili che prima o poi se ne creerà uno proprio. Da seguire.
Nicola Gervasini

lunedì 1 dicembre 2014

GUANO PADANO


 Guano Padano Americana[Ponderosa Music & Art 2014] 

www.guanopadano.it

 File Under: Padamericana

di Nicola Gervasini (03/12/2014)

Mettere il disco dei Guano Padano in bacheca accanto a quelli dei Sacri Cuori sarà forse inevitabile, se usate archiviare per genere e non per ordine alfabetico, o magari chi preferisce un ordine "a tema" potrebbe anche scegliere di piazzarli in appendice all'intera discografia di Vinicio Capossela, visto che il batterista Zeno De Rossi è un suo assiduo collaboratore. Con la ormai abbastanza nota band di Antonio Gramentieri i tre (completano il combo Alessandro "Asso" Stefana e Danilo Gallo) hanno in comune quel gusto di unire tradizione padana (nel loro caso richiamata anche nel nome) e di una certa americana/roots riconducibile ai Calexico e dintorni.

Eppure Americana, titolo e immagine di copertina quanto mai esplicativi, si differenzia molto da Rosario, pur essendo entrambi album prettamente strumentali: laddove Rosario guardava all'America creando immagini che si sposassero con la tradizione padana, Americana non guarda ma legge, cerca il lato letterario pur negando la parola. In altre parole se Rosario sa di colonna sonora di un ipotetico road-movie italo-americano (non a caso i Sacri Cuori sono poi stati chiamati a comporne una per il film Zoran), Americana potrebbe essere l'ideale sottofondo di un reading di Jack Kerouac o Allen Ginsberg, in pure stile da beat generation. La ragione sta nella ratio del progetto: 17 frammenti musicali pensati come commento ad altrettanti racconti di autori americani che il grande Elio Vittorini (aiutato da Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia per le traduzioni) riunì in una storica antologia negli anni quaranta, che costituisce ancora oggi il primo grande tentativo di portare la letteratura statunitense nelle case degli italiani, molto prima dell'avvento di Fernanda Pivano.

John Steinbeck, John Fante, William Faulkner, Ernest Hemingway e tanti altri nomi più o meno rimasti celebri sono le muse di 17 brani che loro stessi dicono ispirarsi a Calexico (ça va sans dire…), Morricone (ma va?) e Link Wray (e qui la cosa si fa più originale). Di fatto Americana è un disco di suggestioni varie, dove solo le voce di John Fante che descrive il padre in Dago Red e di Joey Burns che in My Town descrive la sua città natale attraverso le parole di Sherwood Anderson rompono il ritmo esclusivamente musicale dell'album, oltre all'unico brano veramente cantato (The Seed and The Soil, con la voce di Francesca Amati). Intervengono poi una sempre opportuna sezione fiati (spettacolare in Pian della Tortilla, ovviamente dedicata a Steinbeck) e qualche comparsata di Cabo San Roque e Mark Orton (quest'ultimo è l'autore della colonna sonora del film Nebraska di Alexander Payne).

L'ideale per gustare sarebbe recuperare la preziosa antologia del Vittorini e rileggerla con queste canzoni, per capire se poi davvero i tre hanno colto lo spirito di quelle parole, ma anche come disco a sé stante Americana rappresenta un nuovo importante capitolo di una integrazione culturale tra tradizione italiana e americana che purtroppo non si è mai compiuta a fondo.

lunedì 17 novembre 2014

TOM PETTY

Il concetto di american band, intesa come una oliata macchina da guerra per rock da arene, ha un significato chiaro solo agli americani. Se lo inventarono i Grand Funk Railroad negli anni settanta, e per questo sono stati ingiustamente spernacchiati dall’intellighentia critica del tempo, tanto che Matt Groening li fece diventare provocatoriamente la band preferita di Homer Simpson, l’americano medio per antonomasia anche nei difetti e nei gusti beceri. Che sia la E-street Band di Bruce Springsteen o la Silver Bullet Band di Bob Seger, gli esempi di grandi carrozzoni nati per dare vita a maratone rock senza troppe menate intellettuali sono tanti, ma oggi i migliori per impatto live e perizia tecnica sono gli Heartbreakers. Non a caso infatti Hypnotic Eye (Reprise), nuovo album della gloriosa ditta Tom Petty & The Heartbreakers, si affida completamente alla potenza del loro sound e alla chitarra di Mike Campbell. Una scelta stilistica intrapresa già con il precedente Mojo, sapientemente virata verso toni hard-blues (Fault Lines) anche per sopperire ad una certa perdita di sensibilità pop del padrone di casa. Petty ha infatti smesso da tempo di essere un infallibile hit-maker, e il suo sogno americano è oggi passato al Piano B (American Dream Plan B è il singolo apripista), seppellendo le sue tipiche trame byrdsiane sotto un muro di chitarre iper-amplificate. E’ la sua personale rilettura del concetto di Classic-Rock, una filosofia che si accontenta dei rocciosi giri hard di All You Can Carry o dell’iniezione di energia di Forgotten Man in attesa di far brillare il tutto al primo concerto. Anche la sua musica esce dagli studi di registrazione e diventa puro mezzo per animare show dal vivo, lasciando forse il rammarico per la mancanza di quelle melodie “alla Petty” che hanno reso grandi i dischi del passato. E anche quando ci prova, come in U Get Me High o Full Grown Boy, si continua ad apprezzare più la band dell’autore. Poco male, i 44 minuti di Hypnotic Eye riempiono le casse dello stereo (o degli smartphone?) come pochi gruppi ormai sanno fare, e anche se Petty non scrive più una nuova Free Fallin’, i suoi dischi ora sono davvero quelli di una perfetta american-band.

Nicola Gervasini

venerdì 14 novembre 2014

LA ROSA TATUATA


 La Rosa TatuataScarpe[Club de Musique/ IRD 2014] 

www.larosatatuata.com

 File Under: Zena's rock

di Nicola Gervasini (25/08/2014)

Nell'eterna sfida di conciliare la tradizione ital-folk alla De Andrè con il rock e il blues americano, i genovesi La Rosa Tatuata possono essere annoverati tra i pochi ad aver raggiunto risultati importanti. Complice la storica e ancora viva collaborazione con il chitarrista Paolo Bonfanti, uno che sull'argomento ha detto molto e sempre troppo poco gli verrà riconosciuto, il combo guidato da Giorgio Ravera aveva fatto centro nel 2006 con Caino, terzo album di una saga iniziata nel 1992 con un nome da blues-band come Little Bridge Street Band. Il disco (prodotto proprio dal citato Bonfanti con la supervisione di Jono Manson) aveva riscosso tutti i riconoscimenti di settore (Targa Mei, Premio Ciampi, Premio Augusto Daolio), ma nel 2008 l'improvvisa morte del loro leader Max Parodi (inutile dire a chi è dedicato questo album quindi...) aveva bloccato le lavorazioni per il disco successivo.

Ravera ha dunque riassemblato la band intorno alla sezione ritmica di Massimiliano Di Fraia e Nicola Bruno, il sax di Filippo Sarti e le ottime chitarre di Massimo Olivieri, e ha confermato Bonfanti in cabina di regia. Il bluesman ligure mette a disposizione la sua esperienza, la sua chitarra come valore aggiunto, e si concede anche una parte vocale nella sua Bei Tempi Andati, ma il disco è al 100% un buon prodotto di rock italico, dove la lingua resta sempre uno scoglio da superare quando si affronta una melodia tipicamente da heartland-rock come Tutto Quel Che Arriverà, ma il sound energico e ben calibrato tra toni folk e rock riesce a rendere tutto l'insieme più che credibile. La sequenza iniziale con Terre di Confine (il mito del borderline americano portato in Liguria grazie alla fisarmonica di Roberto Bongianino), Ogni Notte d'Estate e la stessa Bei tempi Andati resta la parte migliore del disco, che si assesta poi tra alti (Danzando con i tuoi Demoni), bassi (lascia un po' perplessi il tono oscuro di Non C'è Più Fame, "impreziosita" da un inopportuno cameo di Trevor, vocalist della band trash metal Sadist, e dalla chitarra del redivivo David Frew degli An Emotional Fish) e qualche numero blues scontatamente piacevole (Scarpe).

Chiusura con la riflessiva Tutti Cercano e la sensazione di un disco che, viste anche le tragiche premesse che ne hanno ritardato la genesi, non ha deluso. Il rock italiano, se ha ancora un senso chiamarlo così, ha ormai raggiunto la sua maturità e i La Rosa Tatuata riescono a ribadirlo. Forse non aggiungono nulla di nuovo a quanto già è stato fatto da loro e da altri, ma, probabilmente, non è neanche loro intenzione farlo.

mercoledì 12 novembre 2014

VERILY SO


Verily So Islands 
[W//M Records/V4V Records 2014]
 

 File under: Darkest things are not the hidden ones


di Nicola Gervasini

Lei disse: "Trova la tua via. Ma per lui era impossibile riuscirci in un giorno di pioggia. E' tutta in quel piccolo romanzo di esistenzialismo indie che è il branoNever Come Back l'essenza della musica dei toscani Verily So, trio che ritroviamo su queste pagine a tre anni dal loro già convincente esordio. E' il senso malinconico della solitudine e dell'incomunicabilità che ci rende tutti simili a piccole isole, espressa quasi come se fosse il tema di un concept-album nelle poche ermetiche parole che compongono i testi di queste otto canzoni. Che sono costruite con semplici impressioni notturne (Ode To The Night) di un senso di vuoto (Nothing In The Middle) e di gelo (Cold Hours) portato alle estreme conseguenze (Sudden Death). Il trio di Cecina è decisamente dark nell'animo, ma pur sempre figlio di una scuola classica che dai Velvet Underground passa attraverso il paisley underground degli anni ottanta e allo shoegaze alla My Bloody Valentine, per arrivare ai Walkabouts (il gioco di voci tra il chitarrista Simone Stefanini e la batterista-cantante Marialaura Specchia li ricorda molto) e una certa indole da slow-indie-band alla Yo La Tengo. Bei suoni (la lunga e elaborata Islands), qualche intelligente variazione sul tema (la piano-song Not At All) e anche qualche cavalcata rock (il bel singolo To Behold, con il pulsante drumming della Specchia in evidenza e un bel video creato con immagini tratte dall'horror-cult Carnival Of Souls di Herk Harvey del 1962) confermano i Verily So come una delle realtà più in crescita dei bassifondi italiani. Che oltretutto avrebbe tutte le carte in regola per essere apprezzata anche oltre i nostri confini, se solo trovassero il modo di farsi sentire.

www.facebook.com/verilyso

lunedì 10 novembre 2014

MATT WALDON


 Matt Waldon Learn to Love[Arkham Records 2014] 

www.mattwaldon.com

 File Under: down the road

di Nicola Gervasini (16/05/2014)

Impara ad amare giù in strada. Potrebbe essere tutto nel ritornello di Learn To Love il senso di fare musica di Matt Waldon, ma potremmo allargarci a tutto il parco di autori e gruppi italiani che ancora seguono la scia della musica americana. Una strada forse vecchia, polverosa, che a livello mainstream stanno un po' abbandonando gli stessi americani, per cui figuratevi quanto difficile e impervia sia percorrerla da Rovigo. Ma niente paura, la storia ci ha già insegnato i corsi e ricorsi della storia, e attendiamo un nuovo Ryan Adams che dia una nuova spinta al genere (quello vecchio pare aver ormai esaurito il suo ruolo guida). Intanto da noi il settore cresce, non purtroppo in termini di audience, quanto di qualità. Abbiamo seguito le vicende di Matt Waldon fin dagli esordi con i Miningtown e continueremo a farlo, perché il ragazzo sta maturando, e con questo album forse siamo giunti al livello desiderato.

Intanto sta frequentando le persone giuste, veri e propri rock and roll refugees come Kevin Salem (che assume anche funzioni da ingegnere del suono) o Neal Casal, gente che negli anni 90 segnava la via, e che ora vivono da oscuri sideman (Casal ormai definitivamente riciclato da Chris Robinson come chitarrista, anche se non ha mai smesso di pubblicare a proprio nome). Learn To Love è un buon disco di "ita-americana", anche grazie ad un lavoro in studio decisamente migliore che nei precedenti capitoli. Waldon resta un autore che ancora deve trovare una sua via, i suoi testi abusano ancora delle parole "road", "night" e "car", si riferiscono quasi sempre ad una lei, non sappiamo quanto ipotetica, insomma seguono la linea poetica pur sempre efficace del romantico eroe di strada. Nulla di male in fondo, il rock americano su questa epica ci ha campato per cinquant'anni. In ogni caso le chitarre sofferte di Broken riempiono le casse dello stereo in una iper-amplificazione del dolore che suona davvero bene. La chitarra di Casal contrappunta la title-track, mentre in The Heart is a Lonely Hunter ricorda addirittura Tom Ovans.

Waldon oggi usa molto meglio la voce, e spesso prova ad arrochirla (You Can Run As Far), aumentando il tono decisamente dark-folk del disco. Persino quando il clima si fa più romantico (Under Your Breath, con Salem alla chitarra), il duetto con la voce di Samanta Garda fa quasi tornare alla mente certi vecchi dischi della Handsome Family, mentre Devil On The Freeway addirittura sa del sound dei Walkabouts. Non si inventa nulla ovviamente, Fast Clouds ad esempio usa lo stra-abusato incedere alla Dead Flowers (o metteteci una qualsiasi ballad di John Fogerty), ma alla fine funziona bene. Da segnalare anche una bella cover di New York City di Keith Caputo, uno che nella vita, oltre ad essere diventato anche formalmente una donna, faceva il folksinger e contemporaneamente il leader della band heavy metal Life Of Agony. Disco autoprodotto, con una maniacale cura nella confezione (con tanto di plettro personalizzato in allegato), Learn To Love si pone come una delle uscite più significative del nostro rock di questa annata. 

venerdì 7 novembre 2014

NATHAN BELL

NATHAN BELL
BLOOD LIKE A RIVER
American Family
***
Ogni tanto ci dimentichiamo del significato originario della parola folk. L’abbiniamo con facilità ad altre formule (folk-rock, indie-folk, siamo arrivati anche al folk-pop con i Lumineers), forse perché ormai i veri dischi folk sono sempre più rari e relegati ai bassifondi. Come quello di Nathan Bell, folksinger nella vera accezione del termine, che lo vede armato di sola chitarra inscenare quei telegiornali musicali tanto cari a Phil Ochs con una particolare propensione all’umanesimo dei poveri e dei dimenticati. Blood Like a River quindi, o, come diremmo noi, sangue a fiumi, quello che scorre nelle vene di racconti intimi e comunitari al tempo stesso. Esattamente quello che un folksinger dovrebbe sempre fare. Bell però ama dare una versione intima e personale del folk, non tanto negli schemi, che sono quelli della tradizione più roots-oriented alla Jack Hardy fino ad arrivare ai momenti più folkish di Greg Brown, quanto nei testi, piccoli diari di una vita (The Snowman) che si alternano a campionari umani da non dimenticare (Names). Nelle note di copertina la scrittrice Elissa Wald descrive l’importanza che la sua musica (fa riferimento soprattutto al suo album precedente Black Crow Blue del 2011) ha avuto sulla sua ispirazione, e definisce la sua musica come dei “Ritratti color seppia dei tipici caratteri americani”. Dal punto di vista musicale Bell non lascia scampo: il disco è stato scritto e registrato in trenta giorni in assoluta solitudine e senza ricorrere a cover acchiappa-appassionati, se non il fatto che Blue Kentucky Gone cita apertamente Blue Kentucky Girl di Emmylou Harris. Facile sarebbe quindi trovare Blood Like A River noioso, e sicuramente Bell non si è molto preoccupato di concedere qualche momento di svago in questi cinquanta minuti di words&Music, regalandoci un disco notturno che necessita attenzione, quel genere di cosa che nemmeno più gli appassionati di musica riescono a riservare ad un album nuovo. Ma è un disco che rifonda un modo solitario di fare musica americana che è anche più che antico, ma potrebbe poi essere il modo giusto per ripartire: dalle origini, dalla base di un modo di fare songwriting che resta prezioso.


Nicola Gervasini

mercoledì 5 novembre 2014

KEN STRINGFELLOW

KEN STRINGFELLOW
 I NEVER SAID I’D MAKE IT EASY
Lojinx/Planet
***1/2

Noto ai più come uno dei session-man più utilizzati dai REM negli anni 2000, ma in verità uomo un po’ ovunque del mondo power-pop, Ken Stringfellow non ha mai dato troppo peso alla sua carriera solista. I Never Said I’d Make It Easy, titolo quanto mai esplicativo sul perché pubblichi poco a suo nome, è una raccolta che capitalizza i riconoscimenti avuti come membro dei Posies, dei Minus 5 o dei riformati Big Star (per dire solo alcune delle band in cui ha militato), riunendo i sedici brani migliori della sua epopea solista. Dal 1997 ad oggi Ken ha pubblicato quattro album (This Sounds Like Goodbye del 1997, Touched del 2001, Soft Commands nel 2004 e Danzig in the Moonlight nel 2012, quest’ultimo però non considerato per compilare questa raccolta), non contando anche gli EP (da cui qui vengono recuperati comunque due brani da Privet Sides del 2003, composto a due mani con Jon Auer). Dischi sempre molto piacevoli, ma persi nel limbo di un mercato discografico ormai autogestito. Per questo ben venga questo lungo riassunto, perché la “fine art of making pop songs” qui trova un rappresentante di primo livello. I REM , e ancor prima Alex Chilton e i Big Star, restano il modello di riferimento di jingle-jangle songs come Down Like Me, Finding Yourself Alone o Reveal Love, il tutto condito dalla sua vocalità leggera, a metà tra un Marshall Crenshaw più ispirato e un Freedy Johnston degli anni d’oro. Pub rock di vecchio stampo, ma anche qualche concessione alla modernità con la decisamente brit-pop Airscape (siamo dalle parti dei Radiohead già infatuati con l’elettronica), e momenti più disturbati come le schitarrate di Don’t Break The Silence che viaggiano dalle parti del compianto Elliott Smith. Il materiale è tutto già edito, tranne la cover di Kids Don’t Follow, un brano dei primissimi Replacements (era sull’EP Stink del 1982). Tra momenti rilassati (la psycho-folk Ask Me No Questions), azzeccate orchestrazioni (Any Love) e piano-ballads (Known Diamond), la compilation scorre senza intoppi e riesce a non annoiare nonostante la sua necessaria lunghezza (65 minuti). Occasione buona per riscoprire canzoni ignorate dai più, e magari per riaddestrarsi in altre discografie, Posies in primis, dove Stringfellow ha lasciato segni anche più importanti.

Nicola Gervasini

lunedì 3 novembre 2014

DEVON WILLIAMS

DEVON WILLIAMS
GILDING THE LILY
Slumberland
***

Non è la prima volta che incontriamo Devon Williams, già presentato nel 2011 ai tempi del suo secondo album Euphoria. Un nome interessante del mondo indie-pop, per i più attenti già sentito in band minori dell’area di Los Angeles come gli Osker, i Fingers-Cut, i Megamachine e i Lavender Diamond. Degno figlio spirituale di Brian Wilson prima e direi Matthew Sweet poi, Williams è innamorato di cori e melodie eteree e brani che possono apparire leggeri solo ad un primo sommario ascolto. Gilding The Lily, con la sua copertina vintage degna di un oscuro cantautore dei primi anni settanta, prosegue il suo percorso di crescita nell’eterna ricerca della pop-song perfetta, con un sapiente lavoro di fini arrangiamenti operato dal produttore Jorge Elbrecht. E’ un disco di larghe vedute, costruito su chitarre leggere, spesso byrdsiane (Deep In The Back Of Your Mind) , ma con una scrittura che rimanda più a certo pop adulto degli anni 80 alla Prefab Sprout (Games). Non mancano echi di certa new wave del tempo come Pendulum, un brano che starebbe bene anche sul recente disco dei War On Drugs, qualche sviata verso la West Coast più leggera (Around In A Maze), o il momento glam alla Marc Bolan di Puzzle. L’espressione del titolo significa dare una apparenza più attraente a qualcosa che altrimenti si presenterebbe non abbastanza accattivante, forse un riferimento al grande lavoro di ricamo operato su canzoni che probabilmente in una veste scarna e acustica faticherebbero a farsi notare. Perché poi in questo wall of sound di voci e tastiere (ascoltate Rabbit Hole ad esempio), è l’insieme che crea l’effetto prima ancora delle canzoni, un po’ come hanno insegnato a fare i migliori Beach Boys. Gilding the Lily conferma così Devon Williams come un piccolo nuovo Beck, forse più concentrato sulla produzione che sulla scrittura, anche se Will You Let Go of My Heart ad esempio è un bel colpo degno del Lloyd Cole più ispirato. Ha ancora tanta strada da fare, ma certi palati più fini ed esigenti potrebbero già trovarlo più che interessante.

Nicola Gervasini

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