martedì 28 ottobre 2008

VICTORIA VOX - Chameleon

15/10/2008
Rootshighway

voto: 6


La copertina è di quelle che mettono subito di buon umore, con quel giallo imperante e quello sguardo beffardo della padrona di casa che fanno già presagire l'aria di lieve giocosità di questo Chameleon. D'altra parte Victoria Vox fa parte di quel mondo americano molto casereccio, fatto di pizzi e merletti e torte lasciate a raffreddare sul davanzale della finestra, e lì in mezzo lei, ad intrattenere le feste di contea con il suo insostituibile ukulele. Attiva già dal 1999 con un paio di dischi da pura folksinger, la Vox è diventata un caso della scena indipendente americana nel 2006 con il disco Victoria Vox and Her Jumping Flea, dove la bionda ragazza di Baltimore scopriva il suono dell'ukulele e lo adattava ad una serie di canzoni molto jazz-oriented, con un risultato intrigante che contribuiva al ritorno in auge dello strambo strumento hawaiano.Chameleon è probabilmente il suo tentativo di uscire dal marketing del passaparola con un disco furbo e sornione, volutamente diviso a metà tra le ukulele-songs e uno stile molto più mainstream, che ricorda tantissimo la Jewel più prevedibile o la Shawn Colvin più appagata. La partenza del disco è comunque in linea con la copertina, grazie alla divertentissima Peeping Tomette (si parla di guardoni e liceali onanisti…) che aggiorna il ritmo dell'ukulele con un arrangiamento elettrico molto brioso, e con le successive Tucson (forse il brano più di spessore della raccolta) e Jessica, che azzarda addirittura una batteria piuttosto danzereccia. Le ukulele-songs sono tutte più o meno godibili, anche se le possibilità dello strumento portano inevitabilmente ad una certa ripetitività ritmica: la dolce The Bird-Song, la jazzy What's Wrong? (siamo dalle parti di un Lyle Lovett in gita alle Hawaii), la riuscita C'est Noyè con la sua poetica marinaresca in francese, o la scanzonata Bittercup, contribuiscono tutte a rendere il disco un toccasana per le nostre giornate grigie. I guai arrivano quando la Vox imbraccia la chitarra acustica e scende sul campo del pop-folk femminile più classico, perché Alone, From The Outside e A Little Bit Of Love risultano essere canzonette davvero leggerine e senza troppa personalità, se non quella di avere ritornelli facili che potrebbero anche non sfigurare in qualche radio. Al nostro occhio d'altra parte non sfugge che il produttore del disco sia Mike Tarantino, ingegnere del suono di James Blunt, e la referenza non è certo delle migliori. Della famiglia di quelle che la stessa Vox definisce "canzoni con suono contemporaneo" è forse Damn Venus quella dove ci si avvicina ad un risultato più appagante (grazie al bel lavoro delle chitarre elettriche), o in qualche modo anche la conclusiva Falling Star, ma nel complesso il tentativo di aggiornare il proprio impatto sonoro si può ritenere pressochè fallito. Come già suggerisce il titolo, Chameleon cerca di adattarsi alle esigenze del mercato discografico odierno, ma il colore del ramo su cui sceglie di posarsi non è certo dei migliori. (Nicola Gervasini)

sabato 25 ottobre 2008

FAKE REVIEWS: E se non fossero mai morti?

E se non fossero mai morti, che dischi avrebbero fatto?
Provate voi a dire quale di queste recensioni sarebbe stata la più probabile….




THE DOORS - LIQUID NIGHT (1981)









Produced by BRIAN ENO






1) Liquid Night (Morrison/Manzarek) 4:56
2) Eggs over my shoulder (Morrison/Manzarek) 3.43
3) Baudelaire Dance (Morrison/Manzarek) 4:53
4) Back to the Dark Roadhouse (Morrison/Manzarek) 6:54
5) Running Through Sadness (Morrison/Manzarek) 3:45
6) Pagan Baby (Fogerty) 9:32
7) Whiskey And Soda (Morrison/Manzarek) 2:56
8 ) Freaks Parade (Morrison/Manzarek) 5:55





Solo Brian Eno poteva arrivare a tanto: trasformare i Doors nei novelli Joy Division, in un album che avrebbe fatto impallidire il nero dei Bauhaus nel loro momento di gloria. Jim Morrison continua ad essere Morrison, i suoi testi visionari trovano nelle liriche della title-track (“Let me swim in this Liquid Night, Let me die in this solid Air, let me sleep in your soft dreams…”) la propria apoteosi onirica. Quello che sorprende è sentire Ray Manzarek così a suo agio con sintetizzatori e tastiere, coprendo tra l’altro, oltre le parti di basso (..as usual..), anche le parti di batteria dell’assente John Densmore, tutte programmate ed elettroniche. Forse l’azzardo di una techno-dance alla Kraftwerk di Baudelaire Dance non era proprio nelle loro corde, ma i pezzi lenti e cavernosi come Running Through Sadness o gli up-tempo alla Talking Heads (e si sente la mano di Eno qui..) di Eggs over my shoulder e la nostalgica Back to the Dark Roadhouse aprono per il gruppo nuovi interessanti sviluppi stilistici. Con sonorità pressochè tutte sintetiche, la chitarra di Robbie Krieger resta un po’ in ombra, anche se nella sorprendente cover di Pagan Baby di John Fogerty duetta alla grande con l’ospite Adrian Belew. Il finale sa un po’ di revival, con il numero alla Weill-Brecht di Whiskey And Soda (una sorta di Alabama Song anni 80) e la psichedelica tecnologia di Freaks Parade, che fa il verso ai Cure di Seventeen Seconds. Liquid Night è l’anello mancante nell’impercettibile catena che lega la west coast con la scena dark londinese.



Rassegna stampa

“Un album a tutto tondo, come la pancia out of style di Jim Morrison, il Marlon Brando del rock. I mocassini di Ray Manzarek sono un delizioso free-style” (Rolling Stone)
“ La solidificazione della psicanalisi orgiastica del rock incastonata con il paganesimo morrisoniano regala tre quarti d’ora di popperiana catarsi peripatetica” (Blow Up)
“Un album solido” (Buscadero)
“Porca Troia che album!” (Mucchio Selvaggio)
“Fico!” (Rumore)
“Très jolie…mais pour nous il reste dans le Cimitere du Père Lachaise… ” (Les Inrockutibles)
“Ma perché Jim Morrison abbia lasciato i Led Zeppelin per sostituire Freddie Mercury nei Doors non ce l’hanno spiegato nel comunicato stampa...Belle queste sonorità orientali alla Wilson Pickett.” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto 3.4 – la presenza di un brano di quel vaccaro di John Fogerty (voto 0.2) ammazza la media, ma già si viaggiava sulla sufficienza stiracchiata…(Pitchfork)





NICK DRAKE SO NICK, SO DRAKE (2007)
















Produced By Will Oldham


1) So Tired (Drake) 2:12
2) So Blue (Drake) 2:12
3) So Uncertain (Drake) 2:12
4) So and So (Drake) 2:12
5) So, so you think you can tell (Drake/Gilmour/Waters) 2:12
6) So Hard (Drake) 2:12
7) So Tough (Drake) 2:12
8 ) So Rough (Drake) 2:12
9) So Sorry (Drake) 2:12
10) So Sad (Drake/Oldham) 2:12
11) So Mad (Drake/Beam) 2:12
12) So Dad (Drake/Lekman) 2:12
13) So (Drake) 6:34



Era il sogno di Will Oldham aka Bonnie Prince Billy: prendere Nick Drake, chiuderlo una notte in sala di registrazione e tentare di fare il Pink Moon degli anni 2000. Drake si è lasciato trascinare, sfatto dall’alcool e con la voce arrocchita e ormai irriconoscibile, ma alla fine il risultato è a suo modo affascinante: 12 piccoli bozzetti acustici della durata di 2 minuti e 12 l’uno, che ispezionano i diversi aspetti dell’anima drakiana con la supervisione e l’aiuto di alcuni nuovi amici come Sam Beam aka Iron & Wine che interviene in So Mad ed un rispettoso e timido Jens Lekman che impreziosisce la sgangherata So Dad. Stramba anche la personale rilettura di Whish You Were Here dei Pink Floyd, mentre il lungo finale di So è una sorta di riassunto del tutto, ma non riesce a togliere la sensazione di ripetitività che il disco comunica….Forse davvero gli alunni della nuova scena indipendente hanno ormai superato il maestro?




Rassegna stampa


“Con quella camicia di Dolce & Gabbana sfoggiata nel retrocopertina è davvero figo, ma si vede che la foto è ritoccata: i gossip dicono che è ormai alcolizzato cronico.” (Rolling Stone)
“la prospettiva del So non è affatto il sistema corretto di raffigurazione dello spazio; non è un metodo, oggettivo e dato una volta e per sempre, per rendere la profondità su una superficie bidimensionale; non è una tecnica di raffigurazione saldamente fondata sulla conformazione del nostro occhio e sulle leggi della fisica; e non è universale, come è universale il vedere, particolare invece è la piccolezza di Nick Drake” (Blow Up)
“Un ritorno coi fiocchi e senza fronzoli” (Buscadero)
“Ma puttana eva!” (Mucchio Selvaggio)
“Zzzzzzzzzzzzz…Ronf…Ronf….Yaaahhhwwn” (Rumore)
“Il est temp pur Nick Drake de chanter avec Carla Bruni a l’Elysèe…” (Les Inrockutibles)
“Non riesco a trovare nel comunicato stampa notizie su chi cazzo sia Jens Leckman….vabbè intanto vi parlo di Nick Drake che lo conosco bene, anche se quando cantava nei Devo non mi faceva impazzire.” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto 10.32 – azz…mi sa che forse dare 11.6 a So Hard ha sballato la media…meglio dare 4.76 a So, so you think you can tell che tanto i Pink Floyd non fanno alternative ma è alternative riabilitarli…(Pitchfork)






JANIS JOPLIN THIS IS JANIS JOPLIN (1989)



Produced By Lenny kaye












1) Luka (Vega) 5:12
2) Fast Cars (Chapman) 8.51
3) River (Mitchell) 4:23
4) The Miracle Of Love (Lennox/Stewart) 5:32
5) Don’t Walk Away (Childs) 3:45
6) Purple Rain (Prince) 12.54
7) I Feel You (Matia Bazar) 6:43

Doveva arrivare la Women Invasion del 1988 per risvegliare Janis Joplin dal suo torpore e dal suo esilio nella casa di Lendinara, sperduta nella pianura rovighese. Janis prova a cavalcare l’onda aiutata dall’esperto Lenny kaye e si cimenta in sette cover di recente successo. Gran delusione per i suoni scelti, non le sporche psichedelìe di Cheap Thrills, né il caldo soul-rock di Pearl, ma un suono adult-oriented che si rifà alla Joni Mitchell più recente e affettata (di cui riprende senza per nulla migliorarla la favolosa River). Le versioni di Luka e Fast Cars sono un disastro, perdono tutta la semplicità degli originali e si incupiscono in una voce ormai persa e troppo levigata per sembrare quella originale. Si può forse apprezzare la versione della Miracle Of love degli Eurythmics, ma i dodici minuti di Purple Rain (di cui ben 7 di assolo dell’ospite Slash alla chitarra!) vincono il premio della tamarrata del secolo. E per noi italiani la versione della nostra Ti Sento dei Matia Bazar è forse più motivo di onta che di vanto, visto che la Janis perde il confronto a distanza persino con la nostra Antonella Ruggero. Torni pure nelle paludi del Polesine.




Rassegna stampa

“ Il disegno non nasconde le rughe e qualche lifting mal venuto. Però i suoni sono molto trendy, disco cool dell’anno, sperando che si faccia vestire da Fiorucci per la tournèe.” (Rolling Stone)
“Potremmo quindi definire la filosofia teoretica una “filosofia della filosofia” o anche una “filosofia prima” (ancorché questo epiteto venga sovente ascritto all'opera Metafisica di Aristotele): infatti fa parte certamente dei suoi compiti trovare una caratterizzazione adeguata del concetto stesso di filosofia, di quale siano i suoi temi specifici e i suoi metodi. Detto questo, il disco fa cagare” (Blow Up)
“Janis è una dei nostri, ma questo disco è una delusione, anche se merita comunque le quattro stellette, ma non è il suo disco migliore, anche se finirà nei top dell’anno, ma forse solo nella classifica dei lettori, ma no dai, anche nella nostra, forse.” (Buscadero)
“Merda!” (Mucchio Selvaggio)
“Merde!” (Les Inrockutibles)
“eeeeeehhh????? Ooooohhhh…aaaaaaagh! ………..Burp!....” (Rumore)
“La Janis umilia tutte le colleghe con versioni splendide fatte di suoni puramente rock and roll. Devo solo capire chi cazzo sono i Matia Bazar, conosco un gruppo simile che cantano Mister Mandarino ma non saranno certamente loro….” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto 10.00.00 – il vero voto sarebbe 0.00, ma siccome tutti diranno che fa schifo (che altro dire di sta roba?), noi non possiamo essere come la massa per cui diciamo che è talmente brutto che è un capolavoro…(mamma come siamo più fighi degli altri! Pazzesco!)(Pitchfork)





OTIS REDDINGTHE SOUL OF AN OUTLAW (1996)







Produced By Daniel Lanois










1) I’m So Loneseme I Could Cry (Williams) 5:12
2) On the Road Again (Nelson) 4:22
3) Today, I’ve Started Loving You Again (Haggard) 3:12
4) He’ll have To Go (Reeves) 4:32
5) Coal Miner’s Daughter (Lynn) 3:12
6) Tiger By The Tail (Owens) 4:12
7) Ring Of Fire (Cash) 6:12
8 ) Dreaming My Dreams With You (Jennings) 3:45
9) Wildwood Flower (Carter Family) 4:32
10) I’m Sorry (Lee) 3:12



Diavolo di un Daniel Lanois, solo lui poteva gettare il genio vocale di Otis Redding nella polvere di dieci standards della musica country e dei fuorilegge del west. Ma questo disco, registrato con l’ausilio degli U2 Larry Mullen Jr e Adam Clayton alla sezione ritmica, Malcolm Burn alle tastiere e le chitarre di Mike Campbell e Danny Kortchmar, trova un sound secco e desertico che dona nuova straordinaria linfa vitale alle interpretazioni di Otis Redding, dopo i brutti dischi degli anni 80. Le versioni sono tutte splendide, con particolar menzione per la Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn cantata con Emmylou Harris o il duetto con il redivivo Steve Earle in Ring Of Fire. Lo aiutano le voci di altri ospiti eccellenti (Kris kristofferson, Rodney Crowell, Rosanne Cash), mentre il finale di I’m Sorry, una vecchia canzone di Brenda Lee, fa risaltare la voce di Lucinda Williams, una artista molto stimata nel mondo di Nashville ma che non ha ancora trovato il suo disco definitivo per esplodere. Se mai era possibile colorare di nero la bianchissima Nashville, solo il genio di Lanois era all’altezza di tale impresa.



Rassegna stampa



“ Riconoscibile il gilerino in renna di Dior nella copertina, ma le note non indicano la firma del cappello. Pare che Dolce & Gabbana stiano ideando una linea cowboy-gay da vendere a Madonna che si rifà allo stile di Otis, ma sono solo rumours….” (Rolling Stone)
“In senso stretto si parla di razzismo associando la discriminazione di un gruppo rispetto a un altro di razza diversa; spesso il razzismo è associato a colori di pelle diversi. In senso lato la discriminazione può riguardare il sesso, le differenze religiose, politiche, sociali ecc. Così definito il termine razzismo perde di chiarezza e spesso è usato a sproposito o in modo demagogico e retorico. Per capire il fenomeno è fondamentale definire il concetto di compatibilità fra gruppi. Detto questo ‘sto negro canta bene.” (Blow Up)
“Un disco quadrato e con le contropalle. Otis è tornato tra noi” (Buscadero)
“Eh la Madonna!” (Mucchio Selvaggio)
“questo disco fa “graurrrrrrrrrr” al cervello” (Rumore)
“C’est une reve…l’Amerique comme nous l’avons desiderèe: noir…. naturellement…” (Les Inrockutibles)
“mah….Otis Redding interpreta di nuovo i suoi successi degli anni 40 con gli stessi musicisti del tempo (Steve Earle lo segue da una vita..)…un’operazione marketing che immischia gli U2, di solito estranei a queste bieche operazioni marketing, che non riesco molto a digerire. ” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“Voto non disponibile – dunque: 2.31 perché è musica da bovari, 3.75 perché sti black ci piacciono solo se sono sfigati come i bianchi che ci piacciono, quelli sudati non vanno bene. 4.53 perché Lanois è roba per vecchi, 5.22 perché i veri U2 sono quelli di Zooropa..fa…fa…..cazzo…si è rotta la calcolatrice…putt….e mò?…(Pitchfork)






ELVIS PRESLEY - FUCK YOU ALL! (1992)



Produced By Brendan O’Brien











1) This Is Not A Commercial (Presley)
2) Free (Presley)
3) Rock And Roll Fuck You All! (Presley)
4) Really Scared (Presley)
5) London Calling (Jones/Strummer)
6) Beg You Pardon (Presley)
7) Roll Over Me (Presley)
8 ) I Used To Be A Rock And Roll Singer (Presley)



Il gesto della copertina è eloquente e quel dito medio alzato abbiamo impressione che farà scuola, vedrete…. . Fuck You All! è un grido di libertà di un uomo che esce allo scoperto dopo 15 anni di clausura nella reggia di Graceland, e lo fa con la voglia di riproporre un rock and roll grintoso e senza i condizionamenti dei suoi anni della maturità. La notizia incredibile è che come backing band il grande Elvis ha voluto i Mudhoney, l’ala più scalcagnata e selvaggia del grunge, e il risultato è davvero straordinario, London Calling è accelerata a dismisura con Elvis che urla anni di rabbia e fustrazioni.Ma ancora più sorprendente è che il resto delle canzoni sono autografe e vedono un Elvis songwriter in grande forma. Rock And Roll Fuck You All! vede addirittura la partecipazione di Angus Young, che presta la sua chitarra per la prima volta in assoluto a qualcosa che non sia un disco degli AC/DC. Il finale, solo chitarra e voce, di I Used To Be A Rock And Roll Singer uccide tutti e manda a casa con la certezza che il re è tornado e non lascerà più il palazzo.



Rassegna Stampa



“ Il look straccione quest’anno è davvero IN, ed Elvis non è mai andato OUT nemmeno quando sudava ed era ciccione, ma Mark Arm e Steve Turner sono THROUGH, mentre le sonorità, con il rosa che va quest’anno nel Pret-A-Porter, sono BETWEEN.” (Rolling Stone)
Pentolin picolo poca papa' ghe sta nel pigneti' picin' poca papa ghe, Te che te tachet i tach tacheme i tach! me tecat i tach a te che te tachet i tach? tachete te i tò tach, te che te tachet i tach! 'a vita è na briosc, n'araput' e cosc, n'ancasata e pesc, na panza ca cresc, nu criatur' ca nasc e tuttì fernesc se 'nchianu chiovi 'nchianu nun ciemu, se nun chiovi 'nchiamu ciemu....E siamo anche stati fin troppo chiari. ”. (Blow Up)
“Elvis è una sicurezza. Un disco atteso a lungo. Molto a lungo” (Buscadero)
“Meglio che scoparsi una escort in camporella su una Escort” (Mucchio Selvaggio)
“’sta roba spacca!” (Rumore)
“Libertè, Elvisetè, Grungetè….trois mots qui gagne le titre du disque de l’annè. Comme disait Adam Ant: Vive Le Rock!” (Les Inrockutibles)
“Elvis Presley si è dimenticato cos’è il rock and roll, ma meno male che esisto io che lo so bene. Non ho capito poi la mossa di suonare con i Gaznevada. ” (Mario Luzzato Fegiz – Corriere della Sera)
“7.3 periodico….azz questo è un casino, arrotondiamo per difetto ma così finisce che sembra il 7.01 dato ieri ai Soundgarden…allora alzo il voto di 0,5 a Really scared così fa…no…non ci siamo…così è troppo alto, direi di mettere una radice quadrata in più qui sulla destra…"(Pitchfork)

martedì 21 ottobre 2008

THE NORTHSTAR SESSION - New Prehistoric Times


13/10/2008

Rootshighway


VOTO: 7



Ultima emanazione di quel crogiuolo inesauribile di band che è la California, i Northstar Session sono un quartetto che con New Prehistoric Times arriva a pubblicare il proprio disco di esordio dopo più di sei anni di rodaggio on the road e un paio di ep (Little Lies del 2005 e To Be Continued del 2007). Vita da bar e di hotel di quarta categoria quella di Matthew Szlachetka (non chiedeteci la pronuncia esatta del nome…) e soci (il batterista Kane McGee, Dave Basaraba alle tastiere e Chris Torres al basso, quest'ultimo a volte sostituito da Paris Patt), e soprattutto un grande amore per il rock americano degli anni '90, quello dei Counting Crows di quel Matt Malley che li sponsorizza con forza in ogni sito possibile. Sono forse quelli della vecchia scena "americana" i nuovi tempi preistorici richiamati nel titolo, quelli raccontati in un disco che avremmo potuto sperare anche di vedere in classifica ai tempi in cui, con cosette di identica cristallina leggerezza, gli Hootie & The Blowfish vendevano 15 milioni di copie, ma che oggi ci consiglieremo tra pochi, con la passione e devozione di chi a questo suono rimane inesorabilmente legato per mille motivi. Undici brani che non nascondono di essere figli di una way of life da rocker indomito e che ritrovano quella voglia di unire canzone d'autore a ossature musicali elettriche. Ascoltate l'iniziale Straight To You: ha l'incedere delle idee dei Jayhawks, così come è tipico del duo Louris/Olson il concept di una canzone cantata in coro su un tappeto incessante di organo Hammond. Ma è tutto il disco che ama adagiarsi su intuizioni melodiche di sicuro impatto, come la poppettara Lovely Life o la più dura Easier, un brano che devono aver sottratto dal songbook dei Black Crowes, dimenticandosi di avvertirli. Sebbene il disco nasca dall'energia di una attività live che gli ha già garantito l'esistenza di un agguerrito fan-club, sono molti i brani che scelgono una via melodica e riflessiva, come le smussate All At Once o Been Here Before o la dolce storia di Poldy And Molly. Solo Hanging On ritrova chitarre decise e un ritmo bluesy che ben si sposa con l'impalcatura vocale, che resta comunque sempre molto "easy". Particolare gradimento sta riscuotendo Hard To Be Found, ballatona acustica da accendini accesi e mano nella mano con il partner, scolastica ma efficace, come si richiede a quelle vecchie slow songs che Joe Jackson già rimpiangeva più di vent'anni fa. Ci si riprende subito con Morris e il suo piano honky-tonk pulsante o con il rock ramingo di All Roads, che riporta in auge la filosofia da bar-band da X-Generation dei Gin Blossoms. Buon finale con la bella prova di scrittura di Worlds Apart, anche se a voler essere pignoli nel menu sembra mancare il brano killer che fa consumare il tasto repeat del proprio stereo. Ma New Prehistoric Times appartiene alla razza dei dischi nati in pullman tra una città e l'altra, è istintivo e sragionato come te lo aspetti, per maturare c'è sempre tempo e chilometri ancora da fare.(Nicola Gervasini)

domenica 19 ottobre 2008

THE SOFTONE - These Days Are Blue



10 ottobre 2008
Rootshighway

VOTO: 6,5


Hanno dimostrato grande coraggio i napoletani Softone nel produrre questo These Days Are Blue: avventurarsi nel difficile e affollato terreno dell' indie-folk internazionale è impresa per pochi nelle nostre terre, soprattutto in un momento in cui il cosìdetto '"indie italiano" non anglofono sta vivendo una fase di fermento tale da essere infinitamente più remunerativo in termini di consensi e notorietà. Loro invece scelgono l'ardua via di coniugare i Beatles più maccartiani (Hello and Say Goodbye, che vede la partecipazione del siriano-statunitense Faris Nourallah) con il minimalismo sonoro di tutta la scena indipendente recente, di mischiare archi e barocchismi europei (Promises) con i tentativi più sperimentali del "mondo roots" più progressivo (The Light potrebbe uscire dal cappello dei Wilco, All My Days sa di un Howe Gelb particolarmente depresso). Al cantante (e autore di tutti brani) Giovanni Vicinanza si potrebbe dare anche del follemente pretenzioso, e forse quando in Having A Coffee cerca la perfetta pop-song uggiosa che non riesce più ai Coldplay, sopravvaluta le proprie forze, così come a volte esagera nel calcare l'effetto notturno della propria musica (Close Your Eyes). Ma per uscire soddisfatti dalle trame slow-core di Dear Mercy non serve dover usare il fastidioso preambolo "bravi…per essere degli italiani", così come stanno in piedi da sole la bluesata From The Backyard o la semplice folk-song di You Could Change My Life. Vicinanza, per evitare scivoloni nel provincialismo, ha voluto registrare il disco negli Stati Uniti, lontano dalle trappole di una dizione inglese maccheronica, e relegando all'azzurrino della copertina l'unico possibile riferimento alle loro origini partenopee. Non sappiamo se questo basterà a farli uscire dai nostri confini, sicuramente è sufficiente a farli mettere nella nostra serra di rose che potrebbero fiorire con il tempo. (Nicola Gervasini)

DAN SANDMAN - In Technicolor



5 ottobre 2008
Rootshighway


VOTO: 6



Dove finisce la perizia e inizia il genio si piazza quella miriade di artisti che per non tralasciare nulla al caso in termini di pulizia e perfezione tecnica, finiscono inesorabilmente per perdere di vista la fruibilità del loro prodotto. E' il caso di Dan Sandman, l'ultimo di una nuova generazione di folk-singer inglesi (lui è di Camden) che stanno contribuendo a tenere più che viva la nobile tradizione del brit-folk.. Lui stesso racconta di essersi dedicato allo studio della sei corde per lungo tempo prima di accarezzare l'idea di diventare anche un autore, dichiara di essere un fedele adepto di Bert Jansch, ma di ascoltare Ryan Adams quando si deve distrarre. In Technicolor è il suo primo disco, registrato in tre giorni nella sua camera da letto con l'amico Chris Monger, produttore e chitarrista già abbastanza esperto, e il risultato è davvero straordinario dal punto di vista della resa sonora. I due amici si sono divertiti a intrecciare chitarre acustiche, elettriche, dobro e qualche diavoleria elettronica per creare l'effetto degli archi, confezionando dodici piccoli schizzi che ricordano molto le cose più scarne e acustiche di James Yorkston. Sandman però, sebbene abbia una voce tipicamente inglese e decisamente in tema con la propria musica, spesso non riesce a dare la giusta incisività al suo cantato, e, nei momenti meno intensi, il disco zoppica e tende a tediare. In questo periodo Sandman gira l'Inghilterra con una vera e propria band (che comprende anche il bravo Monger), e questo potrebbe essere il preludio ad una seconda produzione meno spartana e più ambiziosa, oltre che ad un maggior sviluppo delle tante belle idee qui contenute. Intanto per passare l'autunno teniamoci un bel suono, alcuni buoni brani (Flowers, Caravans, Nothing At The Bar) e la bella copertina dipinta dallo stesso Sandman.(Nicola Gervasini)

mercoledì 15 ottobre 2008

JOSEPH ARTHUR & THE LONELY ASTRONAUTS - Temporary People



Ottobre 2008
Buscadero

VOTO: 7


Era in parabola discendente da tempo Joseph Arthur, e sarà forse per questo che Temporary People non era nella lista degli album che più attendevamo. Scoperto negli anni ’90 da un Peter Gabriel in veste imprenditoriale, Arthur aveva anticipato molte tendenze del folk indipendente odierno grazie al supporto di etichette altolocate, ma in seguito anche lui ha girovagato per label indipendenti, oltretutto con risultati molto controversi anche sul piano artistico. Nel 2006 ha preso quindi la drastica decisione di una totale auto-gestione e auto-produzione sotto la suggestiva sigla Lonely Astronauts, nickname della sua etichetta, ma anche nome della band che lo accompagna da un paio d’anni. La libertà goduta ha coinciso con un periodo anche fin troppo fecondo: il lungo album Let’s Just Be del 2007 era stato infatti una sua sorta di Emancipation alla Prince, un verboso disco all’insegna della pura scioltezza espressiva che non ha però portato più lustro al suo buon nome. E poi quest’anno è arrivato il delirio degli ep: ben quattro nel giro di pochi mesi (Could We Survive, Crazy Rain, Vagabond Skies e Foreign Girls), una sovrabbondanza di uscite da far girare la testa anche al più accanito dei fans, anche perchè il materiale presentato non era propriamente imperdibile. Logico quindi che Temporary People arrivi nei nostri lettori quando siamo già un po’ esausti del personaggio, ma stavolta Joseph ha fatto le cose per bene. Innanzitutto ha lavorato con saggezza sul sound: al bando loops e i mille amenicoli elettronici che hanno reso la sua produzione di metà anni 2000 alquanto criptica, eliminata anche la scrittura psichedel-cosmic-folk sciorinata in alcune occasioni in forte odore di snobbismo culturale: qui Arthur va al cuore di un folk-rock tinteggiato in nero con convinzione e senza alcuna puzza sotto il naso da intellettuale freak. Sul piano strumentale i complimenti vanno sicuramente ai suoi astronauti solitari: la rozza e rockeggiante chitarra di Kraig Jarret Johnson viene dal mondo Jayhawks/Golden Smog, ed è a lui che si deve lo splendido suono pieno e polveroso (che ricorda molto le migliori produzioni di George Drakoulias) che pervade questi dodici pezzi. Ottimo apporto portano anche le due (belle) ragazze in formazione, la chitarrista ritmica Jennifer "Jen" Turner (vista spesso al seguito di Natalie Merchant) e la bassista Sybil Buck, ex modella di Yves Saint-Laurent e Jean Paul Gauthier folgorata dalla musica sulla strada di Damasco, entrambe parecchio incisive nei cori. In sede di scrittura Arthur ha quindi optato per uno stile molto classico, dando un impronta gospel a molti brani (Faith o Heart’s A Soldier potrebbero tranquillamente essere riciclate per una messa a New Orleans), o ricordandosi di un certo modo di fare “pop all’americana” inventato dai Jayhawks tempo fa (Say Goodbye poteva tranquillamente essere usata per Tomorrow The Green Grass). Ricetta già pronta e già scritta quindi: un bell’impasto tra elettriche e acustiche, strofe veloci per portare velocemente a tanti ritornelli corali, orecchiabili e spesso maestosi (Sunrise Dolls e Look Into The Sky), qualche comparsata in un mondo musicale più britannico (Turn You On), o sferraglianti sfoghi power-pop (Winter Blades). Arthur e compagni solo in un caso (A Dream Is Longer Than The Night) si lasciano andare a qualche pseudo-sperimentalismo senza futuro, mentre la citazione diventa pericolosamente imitazione in Dead Savior, una cavalcata in odore di pesante dylanismo. E in chiusura, prima dell’unico momento di vera riflessione (Good Friend), Arthur infila pure una zampata da grande autore come Drive, a giustificare l’impressione di avere per le mani il disco della sua raggiunta maturità. Può darsi che molti suoi vecchi sostenitori vedranno in Temporary People un tradimento di tutto il percorso artistico fin qui intrapreso, ma se qualcuno nutriva ancora dubbi sull’effettivo spessore del personaggio, qui c’è materiale per fugarli.
(Nicola Gervasini)

lunedì 13 ottobre 2008

JEFF FINLIN - Ballad Of A Plain Man


06/10/2008

Rootshighway


VOTO: 7



Sentiremo sempre il bisogno di trovare dei veri guerrieri del songwriting come Jeff Finlin sulla nostra strada. Nato come batterista dei Thieves (un solo album al loro attivo nel 1989, prodotto da Marshall Creenshaw), ma vissuto come loser della canzone americana fin dal suo splendido esordio del 1995 (Highway Diaries), Finlin fa parte di quella schiera di artigiani della canzone in grado di fare sempre ottimi dischi con poco. Ballad Of A Plain Man è un lavoro programmatico fin dal titolo, soprattutto per quei laconici versi che chiudono la title-track: "C'è solo una vera storia qui che viene da ogni stanca lacrima del poeta, questa ballata dell'uomo semplice". Come dire che persi tutti i tram dei desideri di successo (il suo si era fermato ad un brano incluso nella colonna sonora del film Elizabethtown), si evita di pensare in grande e ci si isola in 12 folk-songs che chiedono solo di essere apprezzate da un piccolo pubblico di tenaci sostenitori. Anche la produzione del disco è ancor più spartana dei suoi precedenti capitoli, non ci sono più le chitarre di Will Kimborough e Pat Buchanan a spargere elettricità su queste folk-songs, ma solo quella del vecchio amico Doug Lancio, che lo segue fin dai suoi esordi. Produzione classica quindi quella realizzata dal producer Lij negli studi di Nashville: chitarra acustica su un canale, elettrica sull'altro, e sopra il piano di Finlin a tessere melodie: è così che brani fatti con disarmante semplicità come Mercy o Highway Home riescono a essere perfetti nel loro riflettere come uno specchio l'anima di un menestrello moderno. Amori persi per strada (Goodbye Is Just a Freight Train Comin'), seriali storie da fuorilegge (My Rosy Crucifixion By the Sea), road-songs alla Highway 61 Revisited (l'esaltante Jesus Was A Motrocyclin'Man), non c'è niente qui che non rimandi a tradizioni già consolidate, ma Jeff è uno di quelli in grado di far scivolare tutto liscio come l'olio, anche quando l'originalità non è di casa. Lo spettro di Dylan è sempre presente, volenti o nolenti sarebbe impossibile non citarlo quando What's The Big Idea ruba giro e melodia a What Was It You Wanted o quando si chiude un disco con la confessione d'autore di In My Masterpiece, ma la dannazione di essere uno dei nipotini di Mr. Zimmerman lui se la porta dietro da sempre anche per la sua voce da naso incatramato. Sui contenuti di Ballad Of A Plain Man siete dunque avvertiti, non staremo certo a dirvi che una ballata pseudo-souleggiante come Now possa rivoluzionare chissà cosa, ma che possa dare conforto ad una vostra giornata-no rientra certamente nelle sue possibilità. In fondo i cantastorie servono a quello, arrivano, ti raccontano una storiella come quella di Big Love Song, e se ne vanno senza aspettare l'applauso, mentre voi state già passando alla storia successiva, raccontata da un altro "lonesome hobo" di passaggio. Guai se qualcuno chiudesse quella loro strada infinita. (Nicola Gervasini)

venerdì 10 ottobre 2008

JJ GREY & MOFRO - Orange Blossoms

01/10/2008
Rootshighway

VOTO: 7,5


Il dado l'aveva tratto con l'ottimo Country Ghetto dell'anno scorso, ma la marcia di JJ Grey trova in Orange Blossoms un'altra decisiva milestone. Un viaggio nato con due dischi intitolati ad un unico ensamble (Blackwater e Lochloosa, usciti a nome Mofro), ma proseguito con quel singolo nome messo prima di quello del gruppo, quasi a voler diventare protagonista indiscusso, nonostante Orange Blossoms tradisca la persistenza di una vera e propria band. E il trip, che agli esordi era nato dal mondo delle jam-bands e della nuova psichedelìa americana, riparte da dove si era fermato con il disco precedente, dal sud, dalle paludi della Florida e dal riff alla Fogerty della title-track che apre il disco. Gli sviluppi però abbandonano la campagna e il mondo dei bianchi che ascoltano musica nera, per buttarsi direttamente nel ghetto, quello vero stavolta, quello di città. Queste dodici canzoni trasudano funky e soul dai pori di una sezione fiati imponente, onnipresente e persino sovrastante, o dalle tastiere sempre più rivolte al soul del meraviglioso Adam Scone, e nella stessa voce di Grey, usata sempre più su tonalità basse. Sono brani che cercano il ritmo urbano attraverso il secco e preciso drumming di Anthony Cole, sia quando si gira sui ritmi vertiginosi di Ybor City, sia quando ci si butta nei deliziosi uptown-soul She Don't Know e The Truth. Il gioco dei rimandi e delle citazioni potrebbe continuare all'infinito in un disco del genere, ma quella dei JJ Grey & Mofro non è una semplice derivazione, né tanto meno una mera imitazione, ma una ricerca che approda ad un risultato che è solo loro, e porta un marchio di fabbrica riconoscibilissimo. Questo è il primo grande obiettivo raggiunto da Orange Blossom, un cd che cementa su sfondo nero la definitiva maturazione di un nome che può essere a questo punto citato come uno dei capostipiti di una nuova rifondazione del soul-rock bianco, nobile tradizione che non trovava una band così rappresentativa dai tempi della Average White Band o dei Rare Earth. I ragazzi hanno evidentemente consumato vinili di black-music anni '70 in dosi massicce per pensare di poter proporre nel 2008 il jookhouse funk di On Fire, di lasciarsi andare alle improvvisazioni alla Parliament di Move It On, o di cullarci con il front-porch-soul finale di I Believe (In Everything). O ancor più pescando Everything Good Is Bad, un brano dei 100 Proof (Aged in Soul), un trio che visse solo lo spazio di tre misconosciuti album, scoperti alla fine degli anni '60 dal fiuto marketing del team di produttori Holland-Dozier-Holland. Rispetto a Country Ghetto, Grey si è concentrato meno sulla scrittura e più sugli sviluppi stilistici, se è vero che qui tutto sa un po' di calcomania del mondo Stax e Motown in chiave southern, ma nonostante una indiscutibile sudditanza di ispirazione, Orange Blossoms porta nelle nostre case la perfezione di un suono che non vorremmo mai perdere. (Nicola Gervasini)

martedì 7 ottobre 2008

TEST: CHE TIPO DI HOMO ROOTSOFILUS SIETE?


tempo di TEST !!!!


questo parte da alcuni serissimi studi fatti da esimi luminari:


rilassatevi e rispondete a 7 semplici test psicologici, e saprete che tipo di HOMO ROOTSOFILUS SIETE!

In antropologia si definisce come HOMO ROOTSOFILUS: esemplare umano che nidifica in sparute zone dell’Italia e che ha sviluppato una insana passione per un genere musicale considerato per sottosviluppati persino nella natìa america, e per questo è socialmente un disadattato e disinserito”









Oggetto da tempo di attenti studi di settore (esiste un centro ricerche autorizzato dalle parti di Gallarate..), gli studiosi hanno finalmente catalogato 4 tipologie di HOMO ROOTSOFILUS CATALOGATE SECONDO IL COMPORTAMENTO SOCIALE dell’esemplare e la sua capacità di sopportare la frustrazione di essere sempre solo al mondo.









SITUAZIONE 1 – L’UOMO ROOTSOFILUS NEL MONDO CIVILE



Siete con altre persone (lavoro, fermata del bus, ecc..) e state ascoltando con le cuffie il nuovo disco di John Mellencamp- Ad un certo punto qualcuno vi chiede “che stai ascoltando di bello?" Che rispondete?



A Madonna! - solo per evitare di dover spiegare chi è e che cosa fa John Mellencamp e sentirvi rispondere come al solito “Ah, la musica country, a me piaceva Born In The Usa di Bruce Springsteen” e dover pure rispondere “ecco, proprio quella! Bravo!”. A questo punto però dovrete convenire con il vostro interlocutore che Hard Candy è il singolo dell’anno....



B – Gli rispondete velocemente “John Mellencamp” e poi rimettete subito le cuffie non rispondendo più alle mille domande che il poveretto vi starà ponendo, ma dai suoi labiali siete in grado di dire che sicuramente non vi sta chiedendo “Ma è Lonesome Jubilèe o Scarecrow?”


C – Riponete con calma le cuffie e cominciate a spiegare “E’ John Mellencamp, nato il 7 ottobre 1951…” e così via per 3 ore buone. Il giorno dopo tornate nello stesso posto, speranzosi del fatto che vi richiederanno sempre cosa state ascoltando, e nella notte avete preparato un trattato di 5 ore su “La discografia di Johnny Cash song by song” , con possibilità di integrare in pausa pranzo con 30 minuti monografici sul tema “I Live nelle prigioni: una occasione di rivalutazione sociale del carcerato o un cattivo esempio?”


D – Riponete con calma le cuffie e lo guardate con sguardo vivo asserendo “guarda, stavo giusto tentando di valutare se gli interventi elettronici di Jellybean Benitez in Circling Around The Moon siano davvero funzionali al contesto e se John non dovesse prendere in considerazione l’idea di riprendere quella strada mischiandola alla verve politico-polemica di Freedom’s Road su soluzioni di tipo traditional alla Trouble No More…mi piacerebbe sapere cosa ne pensi tu?”.. A quel punto passate le successive 4 ore godendovi sadicamente lo sguardo fisso, vitreo ed attonito del poveretto…



SITUAZIONE 2 – QUANDO IL MONDO DELL’UOMO ROOTSOFILUS VIENE INSPIEGABILMENTE A GALLA NEL MONDO CIVILE


Siete sul pullman e vicino a voi due stano commentando la nuova pubblicità di una nota utilitaria, che voi sapete bene avere Kiko and the Lavender Moon dei Los Lobos come jingle, anche se vi rendete conto di essere tra i pochi ad essersene accorti (il che conferma la teoria che esistano HOMINI ROOTSOFILI anche negli uffici marketing). Ad un certo punto uno dice “bella anche quella musica araba, devo trovarla!”. Voi..


A- Vi girate e gli dite “bella sì, penso che sia un noto brano di Ofra Haza, o forse di Aisha…me lo devo comprare anche io, lei è proprio un intenditore, è bello sapere che certa gente va oltre i pregiudizi razziali verso culture così aliene!”


B- Facendo finta di dover obliterare il biglietto passate vicino all’orecchio e sussurrate “sono i Los Lobos, comprati KIKO che è un capolavoro” e scendete subito alla successiva fermata pensando “chi ha orecchie per intendere…”


C- Li interrompete subito “No scusate, ma allora voi non conoscete uno dei capisaldi della musica roots anni 90, ne ho guarda-puta-giustappunto-caso 5 copie nel mio taschino, ascoltatelo e vi rendete conto che….” Il vostro discorso viene interrotto solo dall’autista che urla “capolinea!” verso le 23.15 della sera.


D- Senza dire nulla prendi le loro teste e le fai violentemente cozzare l’una contro l’altra causando gravi danni cerebrali ad entrambi, e te ne vai urlando “i Los Lobos cazzo!..non abbiamo detto i Los Pisquanos e i suoi Desperados o i Los Sapidos Y Tonitruantes…I L-O-S L-O-B-O-S.!!!!!”




SITUAZIONE 3 – HOMO ROOTSOFILUS Vs. HOMO INTELLECTUALIS INDI-ALTERNATIVE BLOWUPPENSIS


Siete ad una cena con amici e venite presentati ad un’altra persona come “Lui è quello che sa tutto di musica”. Costui senza neanche presentarsi vi guarda con aria di sfida vi dice “ah grande, cosa ne pensi della ‘Musica patafisica’, come la si volle definire in onore dell’ispiratore Alfred Jarry. Ovvero parodistica e paradossale rilettura dei gemiti e degli stridori della società postindustriale per mezzo di ritmi catramosi e angosciose partiture sperimentali, falsetti da avanguardia scenica e vocalizzi chiocci. Tutto proposto con ironia surreale e leggera, sempre priva di qualsiasi cinismo: metastasi estrema della malattia rock?. “, che gli rispondete?


AChe cosa meravigliosa la musica patafisica!, E anche le metastasi rock!. Poi lo abbracciate forte e lo baciate in bocca con 2 metri di lingua perchè non possa replicare e finisca tutto in amore e armonia


B – Ah, ascolti Fabri Fibra forse?


NB – il senso di questa risposta è questo: lo spezzone di cui sopra sulla musica patafisica è VERAMENTE TRATTO DALLA RECENSIONE FATTA DA BLOW UP AL DISCO DI FABRI FIBRA, non so bene a firma di chi, chiunque fosse ha tutta la mia stima.....è stato più o meno come citare Schopenahuer per recensire un film di Massimo Boldi



C- Che la sua definizione di “Musica Patafisica” combacia con quanto scritto da Joe D’Urso nel suo trattato “Sustanziazione e parallassi della Koinè di Waylon Jennings comparata alle angosciose partiture sperimentali di Frank Carillo nella perifrasi peripatetica dei ritornelli di Ryan Bingham e Andrew Dorff ….vale a dire una metastasi estrema della cognificazione forzata degli assoli di Stevie Ray Vaughan rivisti nella poetica futurista di Frankie Perez” e a quel punto passate le successive 4 ore godendovi sadicamente lo sguardo fisso, vitreo ed attonito del poveretto…


D- Prendete una piastrella del bagno e gliela fate ingoiare di piatto, curandovi di non smussare gli angoli, che poi quando se ne rompe una manca sempre quella di ricambio…poi per finirlo (se no soffre poveretto) gli leggete un qualsiasi articolo del Buscadero (va bene anche uno dei miei...).



SITUAZIONE 4 – HOMO ROOTSOFILUS Vs ALTRO SESSO


NB – la situazione può essere anche letta al femminile, perchè esistono esemplari di Homo Rootsofilus di sesso femminile, benché rarissimi..solo l’opzione D vede diverse possibili reazioni a seconda del sesso.


Vi innamorate di una bella ragazza e decidete di fare colpo su di lei invitandola ad un concerto. Indagate con l’amica di lei (ovviamente brutta e sfigata e che vi aiuta solo perché segretamente innamorata di voi come tutte le amiche di quelle gnocche che non vi cagano, i luoghi comuni, si sa, esistono!) sui suoi gusti e scoprite che lei vorrebbe tanto esserci all’Heineken Festival a vedere Vasco Rossi. Voi che fate?...


A- Ma bene! Comprate subito i biglietti e l’intera discografia di Vasco Rossi, 6 magliette, tappezzate la vostra casa di poster di Vasco e tirate fuori quella foto fatta a Riccione nel 1988 in cui tenete in mano uno striscione con scritto “Grande Vasco”, (e stracciate la foto successiva in cui davate fuoco al suddetto striscione). Da oggi siete uno della combriccola del Blasco da aaaaaaanni!


B- Vabbè, per la figa questo e altro. Comprate i biglietti, ma al concerto vi presentate con mini-ipod invisibile caricato con l’intera discografia dei Social Distortion. Però ogni tanto urlate “Vado al massimo!!!” per non dare nell’occhio


C- Comprate 2 biglietti per Rod Picott, glieli regalate insieme ad un suo cd e un biglietto con un vostro breve pensiero di circa 12 pagine su “conoscere e apprezzare il cantautorato roots , disconoscere la musica commerciale da stadio” per prepararla al concerto. La sera fatidica la passerete con altri 12 sfigati in un locale a sentire Rod Picott masticando il di lei biglietto (e le 12 pagine di trattato) al pensiero che un vostro amico stupido e fighetto in quel momento si sta spupazzando l’oggetto dei vostri desideri al concerto di Vasco, appuntamento che si è guadagnato dichiarando semplicemente “minchia che figata Rewind!”. Unica nota positiva della serata il fatto che Rod Picott vi citerà sul suo sito come primo acquirente in prevendita di ben due biglietti per i suoi concerti (di solito il suo avventore tipo passa di lì per caso per una birra..)..e son soddisfazioni!


D- Versione maschile: Ma che si fotta! Col cazzo che mi sento Vasco, piuttosto mi trombo l’amica brutta (che di conseguenza ascolta Kate Bush) o mi faccio 25 minuti di pippe sull’assolo di Dark Star di Jerry Garcia!

Versione femminile: Ma che si fotta! Col cazzo che mi sento Vasco, e non mi trombo neppure l’amico sfigato (che di conseguenza ascolta Matthew Ryan): mi faccio una no-stop-night di film di Brad Pitt mangiando 6 tavolette di cioccolato fondente!



SITUAZIONE 5 – HOMO ROOTSOFILUS Vs RESTO DEL MONDO



Il vostro partner porta a casa un collega di lavoro, che si mette a guardare curioso tutta la vostra collezione di cd . Dopo averla esaminata per intero (e quando, visto il minuzioso interesse dimostrato nel leggere tutti i titoli, voi siete ormai sicuri di aver trovato un altro Homo Rootsofilus), egli esclama “Ho comprato il Greatest Hits di Tiziano Ferro, ho visto che ti manca, te lo posso duplicare se vuoi…?”. Voi rispondete:


A – Ah grazie, pensa che stavo per ordinarlo, mi togli un pensiero!


B – Uh…ehm…me lo presta già un mio amico, grazie comunque….che ne pensi di Ibrahimovic invece?


C – No, mi sa che non hai colto appieno il senso della collezione, adesso ti spiego: Ferro appartiene ad un tipo di concezione che …(ecc…ecc..per 5 ore..). Il giorno dopo apprendete che il collega di lavoro si è licenziato.


D – Lo prendete per il coppino e gli dite nell’orecchio digrignando i denti “ma brutta testa di cazzo, ma se vedi un intero scafale di cd di Steve Earle, ti pare io possa volere la tua merda di Tiziano Ferro?!?!”..e assestandogli un calcio nelle palle chiamate il vostro partner perché il suo ospite non si sente molto bene e se ne deve andare…






SITUAZIONE 6 – HOMO ROOTSOFILUS Vs RESTO DEL MONDO 2



Arriva in casa vostra il solito collega sconosciuto del partner, guarda i vostri cd e prendendo un cd esclama “Uh, bello questo, lo cercavo da tempo, non è che me lo presti che me lo masterizzo?. Voi,:


A- Ma certo! Ma perché solo quello, prendi pure tutti quelli che vuoi!


B- Ah…ehm…guarda te lo masterizzo io e te lo faccio avere con anche la copertina a colori… (oppure glielo prestate, ma prendete numero di serie del cd e di targa dello sventurato per la futura restituzione, e da quel giorno lo tempestate di telefonate minatorie)


C- Hai scelto Blonde on Blonde di Dylan! Bene, ma allora devi prima fare il percorso che dai primi dischi acustici passa alla svolta elettrica..magari ti faccio una compilation esplicativa, ma direi che anche..(ecc..ecc…seguono 6 ore di piani di lavoro per 76 compilation esplicative dell’opera di Dylan e derivati).


D- “cerchi da tempo…….Blonde on Blonde!?!? Ma se lo vendono anche nei cessi degli autogrill!!! Se scendi in tabaccheria te lo danno quando non hanno abbastanza resto in moneta al posto delle caramelle! Ma dove cazzo l’hai cercato, in macelleria??!!” e usate l’angolo di una delle 17 copie di Blonde on Blonde in vostro possesso per spezzargli le dita una ad una…





SITUAZIONE 7 – HOMO ROOTSOFILUS Vs HOMO VETUSTUS PROGRESSIVUS PIEFFEMMENSIS Il vostro vicino di casa di 60 anni è un appassionato di progressive come tutti gli italiani della sua generazione, e non manca di ricordarvi quando lo incrociate che lui c’era quando i Jethro Tull suonarono a Milano con i Gentle Giant nel 1973... Un bel giorno che state per andare a vedervi il vostro 27esimo concerto di Bruce Springsteen, lo incontrate e vi dice “ah, Springsteen, sì, molto grezzo e poi Born In The Usa era proprio una americanata…però magari dal vivo può essere divertente!”. Voi rispondete


A- Si, certo non vale la reunion dei Van Der Graaf Generator, è roba per buzzurri della domenica pomeriggio in un centro commerciale del Wisconsin, ma sai com’è, piace tanto a mia moglie e mi tocca!


B- Ma si, …però no dai…dal vivo è speciale, te lo consiglio….oh …perdo il pullman..ciaaaao!


C- No, no, no…..se mi dice che BorninTheUsa è un americanata vuol dire che non ha colto il nocciolo dell’opera Springsteeniana, vede…(seguono 7 ore e ¾ di discussione, alla fine della quale vi trovate almeno d’accordo sulla bontà della sua voce, e intanto avete perso il concerto)


D- "E magari pensi anche che Dylan è bravo a scrivere canzoni ma non sa cantare e dal vivo è scostante perchè non si riconoscono le canzoni?!??!." Quando lui si illumina dicendovi che sì la pensa anche lui così e rincara la dose dicendo "un po' come quelli che svalvolano per i Creedence Clearwater Revival...un gruppettino da 45 giri!", ..voi passate ripetutamente con un tagliaerba sulla sua collezione di vinili di Peter Hammill, stando bene attenti a fare il contropelo ai solchi, E smetterete solo quando il poveretto vi avrà giurato che non racconterà più di come cantava da dio Demetrio Stratos e che lui c’era sia a Parco Lambro nel 74 che quel pomeriggio del 77 a Zerbo quando….


RISULTATI


Maggioranza di risposte A: HOMO ROOTSOFILUS MASSONIS – costui è convinto di avere un malattia e che vada nascosta, vede il mondo degli appassionati come una massoneria che opera nell’ombra, quasi un club esclusivo, e recita nel quotidiano la parte dell’omologato/allineato per non dare nell’occhio. Quando sente un cd di Jesse Malin si assicura di avere le tapparelle chiuse e tiene in casa l’intera discografia di Jennifer Lopez da mettere in evidenza quando invita qualcuno a cena per non contrariarlo con strani nomi….Quando incontra una altro esemplare di HR gli parla a gesti in codice per non farsi sentire da orecchie indiscrete.


Maggioranza di risposte B: HOMO ROOTSOFILUS INDIVIDUALIS – costui invece non si sente parte di nulla, vive la sua passione in solitudine ed è convinto che né gli frega di quel che pensa il mondo né al mondo frega di lui e della sua musica. Quando incontra un altro esemplare di HR non lo caga di striscio…tanto è sicuro che quello, anche se ascolta Mellencamp, non ci capisce di musica quanto ne capisce lui.


Maggioranza di risposte C: HOMO ROOTSOFILUS MISSIONARIUM – Andate e predicate il verbo! Questo pensa questo tipo di HR, qualsiasi affermazione di tipo musicale fatta in tutto il globo lui la prende maledettamente sul serio come occasione per ribadire e teorizzare . Se per scherzare dite che Van Morrison è un ciccione non riderà e vi spiegherà che la pancia è frutto del suo mood da “so quiet in here” che lo ha portato a mettere in pratica nel modus vivendi quanto Yeats decantava in versi nelle sue poesie..ecc…ecc… Sono esemplari comunque riconoscibili a vista dalle borse sotto gli occhi e i calli alle mani. Un tempo diventavano anche ciechi.


Maggioranza di risposte D: HOMO ROOTSOFILUS FIERUS – Non si china la testa!. Questo esemplare è convinto che non bisogna arrendersi mai alla stupidità, che l’ignoranza del mondo è una colpa grave da lavare anche col sangue se necessario. In qualsiasi discussione interviene con una frase così costruita: “Ma smettiamola di dire che…..!Solo degli (insulto a scelta) pensano ancora che ….! Ma vaffanculo!” E’ quello che hai concerti di Springsteen passa la serata a tirare gomitate sui denti a quelli che si lamentano di quanto rompe le palle Bruce quando fa il brano acustico e quelle puttanate tradizionali che piacciono solo ai contadini.

RON FRANKLIN - Ron Franklin


03/10/2008
Rootshighway


VOTO: 5


A volte ci esaltiamo per poco, basta magari qualcuno che ci sventola nelle orecchie mille rimandi agli eroi che compongono il nostro background musicale, e ci sentiamo già bene. Ron Franklin per la copertina del suo secondo disco è stato addirittura sfacciato nella sua "captatio benevolentiae" dei nostalgici: in foto con colori vintage ha immortalato la sua posa dylaniana con armonica a tracolla, quella acconciatura che Roger Waters in Nobody Home definì l'"obbligatoria permanente alla Hendrix", e uno sguardo strafottente e sicuro di sé,. Tutto molto accattivante, come il suo misterioso passato di bluesman a Memphis al servizio di Junior Wells, James Cotton e Magic Slim, il suo essere stato addirittura il chitarrista dell'ultima edizione dei Love poco prima che Arthur Lee ci lasciasse nel 2006, e anche quel suo primo album del 2007 (City Lights), che già si era fatto notare per una copertina ancora più retrò, e che era un discreto disco di folk-blues del Tennessee realizzato con l'aiuto di Jim Dickinson. Qualcuno però deve avergli fatto qualche complimento di troppo, se è vero che per il suo secondo capitolo da solista Franklin decide di fare tutto da solo, recapitandoci nel lettore12 canzoni autografe, registrate solo con l'ausilio della sua chitarra elettrica e di una armonica. Il know-how tecnico del produttore Johnny Kimbrough gli ha confezionato dei suoni nudi e crudi, con un voluto effetto di "non-produzione" che dà la sensazione di un rauco demo registrato in strada. Franklin da par suo ha quella stessa voce dylanesca che David Bowie immaginava fatta di "sabbia e colla", ma senza la stessa capacità di evitare l'"effetto lagna" dei suoi vocalizzi. Niente di particolare inoltre viene dalle parti di chitarra, fatte di classici giri folk, tanto blues nascosto nel pentagramma, qualche sferragliata con la slide, ma nulla che non abbiate già sentito prendendo un disco a caso della vostra discografia. Logico quindi che un cd del genere debba vivere sulle canzoni, ma proprio qui, se non sono proprio dolori, di certo si trovano pochi piaceri. Call It A Night viaggia bene nei meandri della notte con i suoi versi, ma l'interpretazione piatta la uccide alquanto, mentre le distorsioni di Dark Night, Cold Ground nascondo un buon blues selvaggio che bisognerebbe dare in mano a qualche buona southern-rock band. Oppure gli si può dare atto che The Elocutionist merita qualche ascolto in più, o che il lungo testo di Dear, Marianne necessitava un supporto strumentale ben più brioso di questi cinque faticosissimi minuti. Ci si può anche divertire per le ironiche trovate di 25 Cents For The Morphine, 15 Cents For The Beer, ma non si può soprassedere quando un disco per sola chitarra e voce presenta alcuni brani insignificanti come That's Just The Love I Have 4U, se non proprio inesorabilmente noiosi (Visions Of Parfume). E per un disco che fa della derivazione un credo, provocare anche sbadigli è forse il risultato più avvilente.(Nicola Gervasini)

lunedì 6 ottobre 2008

WEEZER - Weezer (The Red Album)


29/09/2008

Rootshighway



VOTO: 5,5


Per entrare nella storia del rock ai Weezer bastò scrivere un'irresistibile pop-song di poco più di due minuti, dedicarla al primo secchione divenuto rockstar (Buddy Holly), e immortalarla in un geniale video di Spike Jonze che li catapultava direttamente in una puntata del telefilm Happy Days. Sono passati quattordici anni da quei giorni di gloria, e la copertina del nuovo album non li nasconde: se il loro disco di esordio ci mostrava quattro anonimi nerds in campo blu, questa sesta fatica (ufficialmente senza titolo) ci mostra in campo rosso quattro ultra-trentenni con un look ben più consapevole. Tempo di smetterla dunque di essere il simbolo del geek-rock, vale a dire i paladini musicali di una generazione di sfigati americani cresciuti guardando telefilm in tv, sgranocchiando pop-corn e ascoltando tanto garage-rock. Questo Red Album continua l'opera di maturazione iniziata con il precedente Make Believe, confermando Rick Rubin in cabina di regia per più della metà dei brani, e barcamenandosi tra il metal-pop degli esordi e una sorta di canzone d'autore ancora non ben definita. Il leader Rivers Cuomo ha instaurato un regime più democratico, permettendo anche ai suoi comprimari di contribuire con brani propri, ma Automatic del batterista Pat Wilson, la romantica Though I Knew del chitarrista Brian Bell o Cold Dark World del bassista Scott Shriner non portano risultati utili alla causa. I vecchi fans si sentiranno invece rassicurati sentendo l'apertura in puro stile Weezer di Troublemaker, e soprattutto il singolo Pork And Beans, che tanto richiama Buddy Holly, e che è già famoso per lo spassosissimo video che omaggia tutti i principali nuovi eroi del sito YouTube. Avranno invece bisogno di tempo per metabolizzare i tentativi di apertura ad un songwriting di impostazione più classica, vagheggiati dal lungo finale di The Angel And The One o da Dreamin'. Particolarmente degna di nota è il lungo scherzo di The Greatest Man That Ever Lived, vale a dire sei minuti in cui i Weezer riescono a citare almeno cinque o sei modi di fare musica dell'era moderna, dal rap al nu metal, passando attraverso power-pop e indefinibili cori ubriachi. Notevole anche la ballata acustica Heart Songs, sorta di personale storia del rock di Cuomo, in cui scopriamo i suoi miti di gioventù (Abba, Devo e Pat Benatar, ma anche Springsteen, Joan Baez, Cat Stevens e Gordon Lightfoot), il suo periodo metal (omaggi a Quiet Riot, Iron Maiden e Slayer), l'infatuazione per il pop degli anni '80 (nomi fortunatamente persi nel tempo come Debbie Gibson e Rick Astley), per giungere ai tempi in cui fu lui a passare dall'altra parte del palco. Ma le idee su dove andare a parare paiono ancora troppo confuse, e si passa da una inutilmente rispettosa versione di The Weight della Band (quando da loro ci si aspetterebbe una sana irriverenza), ad un goffo tentativo di recuperare i teenagers di un tempo scimmiottando i Red Hot Chili Peppers (Everybody Get Dangerous). Ridateci Fonzie...(Nicola Gervasini)

giovedì 2 ottobre 2008

THE HOLD STEADY - Stay Positive


25/09/2008

Rootshighway


VOTO: 7,5

Potremmo discutere per mesi se considerare Stay Positive come uno dei dischi più importanti dell'anno, o semplicemente stroncare gli Hold Steady come una band pompata di steroidi machisti e ritriti stereotipi rock. Potremmo stare qui a lungo a disquisire se questo sia o no il disco della maturità, se era davvero il caso di darsi a cori radiofonici (Slapped Actress) o di concedersi inserimenti di improbabili clavincembali (One For The Cutters) e sintetizzatori (Navy Sheets), o discutere se vale davvero la pena considerare "alta scrittura" le poetiche da camionista di Magazines o Yeah Sapphire. Potremmo domandarci come mai loro, e solo loro, sono oggi la bar-band che piace a quei teoreti che quando discutono di musica non possono ammettere di ascoltare i Rolling Stones senza arrossire, o dissertare su come li ha definitivamente sdoganati il comparire in quel catalogo delle nuove tendenze rootsy che è stata la colonna sonora di I'm Not There. Potremmo sottolineare le simbolicissime presenze di Patterson Hood (Drive By Truckers), Ben Nichols (Lucero) e J Mascis (Dinosaur Jr.) nelle sessions, oppure rimarcare ancora una volta che il superbo piano di Franz Nicolay è tarato su tutte le partiture del Roy Bittan più classico, eccetera, eccetera. Nulla di sbagliato, intendiamoci, ma in questo caso si tratterebbe del solito gran cumulo di idiozie che a volte si scrivono per riempire una recensione. Date retta, stavolta ascoltate solo i vostri organi, uditivi o riproduttivi che siano, e lasciate che Stay Positive vi colga mentre camminate nel vostro lato selvaggio, fottendovene se trovate qui qualche brano memorabile in meno rispetto al precedente Boys And Girls In America. Questo è rock and roll, se non si era capito, non è figlio di nessuno, se non di tutto e di tutti, e non si discute, si vive, si gode, si respira… Solo così avranno senso i cori da stadio della title-track, solo così ammetterete che avevate ancora bisogno di una ballatona come Lord, I'm Discouraged, che vi sbatte nell'orecchio un assolo di chitarra che ha la stessa prosopopea (che si credeva abbandonata nel tempo) di uno Slash o di altri sbrodolatori da radio FM. Poi, se proprio si vuole discutere di qualità, c'è sempre la possibilità di tirar fuori dal cilindro Sequestered in Memphis, una storia di bukowskiana ordinaria follia che stende tutti. E' il senso di appartenenza ad una certa filosofia rock che fa amare gli Hold Steady, il loro essere nati tra i fiumi di alcool e sudore dei bar di Minneapolis, il loro sentirsi sporchi e pulsanti come la batteria di "Lust for Life" di Iggy Pop, oppure sarà anche solo quel santino di Joe Strummer mostrato nella devastante Constructive Summer. Sarà il fatto che leggi i testi di Craig Finn e ti riaffiora dentro tutto il suo immaginario mitico di uomini persi e debosciati, di donne belle alla luce del bar ma fatalmente perdenti di giorno, e di scopate consumate nei cessi. Scene di una letteratura rock che credevamo morta e sepolta, ma che gli Hold Steady stanno riuscendo a resuscitare con piena plausibilità. (Nicola Gervasini)

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