lunedì 13 ottobre 2008

JEFF FINLIN - Ballad Of A Plain Man


06/10/2008

Rootshighway


VOTO: 7



Sentiremo sempre il bisogno di trovare dei veri guerrieri del songwriting come Jeff Finlin sulla nostra strada. Nato come batterista dei Thieves (un solo album al loro attivo nel 1989, prodotto da Marshall Creenshaw), ma vissuto come loser della canzone americana fin dal suo splendido esordio del 1995 (Highway Diaries), Finlin fa parte di quella schiera di artigiani della canzone in grado di fare sempre ottimi dischi con poco. Ballad Of A Plain Man è un lavoro programmatico fin dal titolo, soprattutto per quei laconici versi che chiudono la title-track: "C'è solo una vera storia qui che viene da ogni stanca lacrima del poeta, questa ballata dell'uomo semplice". Come dire che persi tutti i tram dei desideri di successo (il suo si era fermato ad un brano incluso nella colonna sonora del film Elizabethtown), si evita di pensare in grande e ci si isola in 12 folk-songs che chiedono solo di essere apprezzate da un piccolo pubblico di tenaci sostenitori. Anche la produzione del disco è ancor più spartana dei suoi precedenti capitoli, non ci sono più le chitarre di Will Kimborough e Pat Buchanan a spargere elettricità su queste folk-songs, ma solo quella del vecchio amico Doug Lancio, che lo segue fin dai suoi esordi. Produzione classica quindi quella realizzata dal producer Lij negli studi di Nashville: chitarra acustica su un canale, elettrica sull'altro, e sopra il piano di Finlin a tessere melodie: è così che brani fatti con disarmante semplicità come Mercy o Highway Home riescono a essere perfetti nel loro riflettere come uno specchio l'anima di un menestrello moderno. Amori persi per strada (Goodbye Is Just a Freight Train Comin'), seriali storie da fuorilegge (My Rosy Crucifixion By the Sea), road-songs alla Highway 61 Revisited (l'esaltante Jesus Was A Motrocyclin'Man), non c'è niente qui che non rimandi a tradizioni già consolidate, ma Jeff è uno di quelli in grado di far scivolare tutto liscio come l'olio, anche quando l'originalità non è di casa. Lo spettro di Dylan è sempre presente, volenti o nolenti sarebbe impossibile non citarlo quando What's The Big Idea ruba giro e melodia a What Was It You Wanted o quando si chiude un disco con la confessione d'autore di In My Masterpiece, ma la dannazione di essere uno dei nipotini di Mr. Zimmerman lui se la porta dietro da sempre anche per la sua voce da naso incatramato. Sui contenuti di Ballad Of A Plain Man siete dunque avvertiti, non staremo certo a dirvi che una ballata pseudo-souleggiante come Now possa rivoluzionare chissà cosa, ma che possa dare conforto ad una vostra giornata-no rientra certamente nelle sue possibilità. In fondo i cantastorie servono a quello, arrivano, ti raccontano una storiella come quella di Big Love Song, e se ne vanno senza aspettare l'applauso, mentre voi state già passando alla storia successiva, raccontata da un altro "lonesome hobo" di passaggio. Guai se qualcuno chiudesse quella loro strada infinita. (Nicola Gervasini)

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