mercoledì 15 ottobre 2008

JOSEPH ARTHUR & THE LONELY ASTRONAUTS - Temporary People



Ottobre 2008
Buscadero

VOTO: 7


Era in parabola discendente da tempo Joseph Arthur, e sarà forse per questo che Temporary People non era nella lista degli album che più attendevamo. Scoperto negli anni ’90 da un Peter Gabriel in veste imprenditoriale, Arthur aveva anticipato molte tendenze del folk indipendente odierno grazie al supporto di etichette altolocate, ma in seguito anche lui ha girovagato per label indipendenti, oltretutto con risultati molto controversi anche sul piano artistico. Nel 2006 ha preso quindi la drastica decisione di una totale auto-gestione e auto-produzione sotto la suggestiva sigla Lonely Astronauts, nickname della sua etichetta, ma anche nome della band che lo accompagna da un paio d’anni. La libertà goduta ha coinciso con un periodo anche fin troppo fecondo: il lungo album Let’s Just Be del 2007 era stato infatti una sua sorta di Emancipation alla Prince, un verboso disco all’insegna della pura scioltezza espressiva che non ha però portato più lustro al suo buon nome. E poi quest’anno è arrivato il delirio degli ep: ben quattro nel giro di pochi mesi (Could We Survive, Crazy Rain, Vagabond Skies e Foreign Girls), una sovrabbondanza di uscite da far girare la testa anche al più accanito dei fans, anche perchè il materiale presentato non era propriamente imperdibile. Logico quindi che Temporary People arrivi nei nostri lettori quando siamo già un po’ esausti del personaggio, ma stavolta Joseph ha fatto le cose per bene. Innanzitutto ha lavorato con saggezza sul sound: al bando loops e i mille amenicoli elettronici che hanno reso la sua produzione di metà anni 2000 alquanto criptica, eliminata anche la scrittura psichedel-cosmic-folk sciorinata in alcune occasioni in forte odore di snobbismo culturale: qui Arthur va al cuore di un folk-rock tinteggiato in nero con convinzione e senza alcuna puzza sotto il naso da intellettuale freak. Sul piano strumentale i complimenti vanno sicuramente ai suoi astronauti solitari: la rozza e rockeggiante chitarra di Kraig Jarret Johnson viene dal mondo Jayhawks/Golden Smog, ed è a lui che si deve lo splendido suono pieno e polveroso (che ricorda molto le migliori produzioni di George Drakoulias) che pervade questi dodici pezzi. Ottimo apporto portano anche le due (belle) ragazze in formazione, la chitarrista ritmica Jennifer "Jen" Turner (vista spesso al seguito di Natalie Merchant) e la bassista Sybil Buck, ex modella di Yves Saint-Laurent e Jean Paul Gauthier folgorata dalla musica sulla strada di Damasco, entrambe parecchio incisive nei cori. In sede di scrittura Arthur ha quindi optato per uno stile molto classico, dando un impronta gospel a molti brani (Faith o Heart’s A Soldier potrebbero tranquillamente essere riciclate per una messa a New Orleans), o ricordandosi di un certo modo di fare “pop all’americana” inventato dai Jayhawks tempo fa (Say Goodbye poteva tranquillamente essere usata per Tomorrow The Green Grass). Ricetta già pronta e già scritta quindi: un bell’impasto tra elettriche e acustiche, strofe veloci per portare velocemente a tanti ritornelli corali, orecchiabili e spesso maestosi (Sunrise Dolls e Look Into The Sky), qualche comparsata in un mondo musicale più britannico (Turn You On), o sferraglianti sfoghi power-pop (Winter Blades). Arthur e compagni solo in un caso (A Dream Is Longer Than The Night) si lasciano andare a qualche pseudo-sperimentalismo senza futuro, mentre la citazione diventa pericolosamente imitazione in Dead Savior, una cavalcata in odore di pesante dylanismo. E in chiusura, prima dell’unico momento di vera riflessione (Good Friend), Arthur infila pure una zampata da grande autore come Drive, a giustificare l’impressione di avere per le mani il disco della sua raggiunta maturità. Può darsi che molti suoi vecchi sostenitori vedranno in Temporary People un tradimento di tutto il percorso artistico fin qui intrapreso, ma se qualcuno nutriva ancora dubbi sull’effettivo spessore del personaggio, qui c’è materiale per fugarli.
(Nicola Gervasini)

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