lunedì 19 agosto 2019

BILL CALLAHAN

Bill Callahan 
Shepherd in a Sheepskin Vest
[Drag City 
2019]
dragcity.com
 File Under: family man 

di Nicola Gervasini (01/07/2019)

Se non piaceva ai fan il Dylan in versione papà bucolico del periodo a Woodstock (1967-1971 circa), il Lou Reed sposato dei primi anni 80 che cantava le gioie di una casa ben arredata e delle gite in moto alla domenica o la Patti Smith dedita a marito e figlio di Dream Of Life, potrà mai piacere il family-record di un autore che ha passato 25 anni buoni a professare l’arte del self-made record scritto in solitudine (e cantando di solitudine)? Ma prima o poi la vita privata entra sempre nell’opera di un artista, ancor più se sensibile e spesso autobiografico come Bill Callahan.

Dopo la copiosa epopea dietro la sigla Smog e quattro album a proprio nome, Bill si era preso una lunga pausa per dedicare anima e corpo alla famiglia, dopo aver dato alle stampe Dream River nel 2013. Ci sarebbero quindi tutte le premesse per aspettarsi poco fuoco da Shepherd In A Sheepskin Vest, “spataffiata” di 20 canzoni registrate quasi in solitaria (lo aiutano Matt Kinsey alla chitarra, il tuttofare Brian Beattie e Adam Jones alla batteria, con sporadici interventi della lap steel di Gary Newcomb e della voce della moglie Hanly Banks) nel corso di questi anni di ritiro d’amore, eppure qui accade un piccolo miracolo. Shepherd in a Sheepskin Vest infatti conserva tutta la tensione e l’oscuro fascino dei suoi predecessori, ed è significativo che pur essendo quasi un concept sull’amore coniugale e sulle gioie e preoccupazioni della paternità, si concluda con The Beast, un testo in cui Bill si immagina navigatore in partenza per liberare in mare la bestia rinchiusa nel proprio animo, un finale perfettamente in linea con il suo abituale stile lirico, ma che lascia un’ombra inquietante sul disco dopo tanti inni alla nuova vita.

Prima comunque aveva già trovato un perfetto equilibrio tra la sua ispirazione, nata come espressione di solitudine e depressione, e quella sensazione di essere arrivati finalmente a qualcosa di concreto che innegabilmente ti regala la paternità. Siamo dunque lontani dal Nick Cave tutto casa-studio di registrazione che partorì in situazione analoga il doppio Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus, perché là dove Cave operò una normalizzazione e una perfetta quadratura del suo stile (regalando infatti un disco che aveva il paradossale difetto di essere, appunto, troppo perfettino e studiato, come un “buon padre di famiglia” si sente in dovere di essere), qui Callahan dimostra che tra un pannolino e l’altro, il tempo per la scrittura di canzoni ha seguito le sue solite logiche creative.

Cambiano i temi, ma non cambia lo spirito insomma, che anzi riesce in 20 brani a trovare un punto di arrivo al percorso intrapreso a proprio nome nel 2007. Non possiamo parlarvi di tutti i brani, che vanno ascoltati con testi alla mano, ma sicuramente vanno citate Writing (con un testo della serie “va bene il realizzarsi nella famiglia, ma io sono quello che scrivo”) e una lunga serie di liriche che proseguono sull’immagine dell’uomo di mare per descrivere la nuova condizione di padre (Black Dog On The BeachSon Of The SeaTugboats and Tumbleweeds). Ma alla fine, scoprire che è da uno come Callahan che riceviamo una delle più poetiche ed emozionanti wedding-song di sempre (Watch Me Get Married), ci fa rendere conto di quanto sia ancora oggi uno degli autori più importanti della nostra musica.

domenica 4 agosto 2019

STEEL WOODS

The Steel Woods
Old News 
[Woods Music 2019]
thesteelwoods.com

 File Under: Southern Songs about Trump Era
di Nicola Gervasini (21/01/2019)
Le vecchie notizie del titolo del secondo album degli Steel Woods (nel 2017 era uscito Straw in the Wind) non sono tanto quelle della musica proposta (It’s only southern rock, but I like It avrebbe cantato Mick Jagger se fosse nato a Jacksonville), ma quelle di una società americana lacerata dalla presenza di un presidente che non piace a sinistra (ma questo era scontato), come a destra (e qui sta la novità del momento). Risiede in questo messaggio politico di ricerca di una nuova unità nazionale (“Potremmo bruciare tutto sulla TV del nonno, o smettere di puntare il dito e rimboccarci le maniche” cantano nella title-track), simboleggiata dalla Statua della Libertà in copertina, il senso di queste 15 canzoni che devono un qualcosa a tutti, e che a tutti restituiscono sotto forma di alcune significative cover.

Non so se faccia apposta o sia vera natura, ma la voce del leader Wes Bayliss davvero ricorda quella di Gregg Allman (esiste complimento migliore per un southern-singer?), che viene prontamente omaggiato con una Whipping Post che arriva nel finale, quando ormai hanno sparato tutte le proprie cartucce. Che sono fatte di classiche ballate sudiste (Without You), up-tempo vicini al blues (All Of These Years), splendide cavalcate dark puntellate dai violini (Wherever You Are), o echi dei Lynyrd Skynyrd più recenti (Blind Lover). Nulla di rivoluzionario, e tutto già sentito, nei giri come nelle soluzioni melodiche, ma tutto ben (ri)fatto. Funzionano anche le riletture, anche se a fare una versione southern-soul di Changes dei Black Sabbath c’era già arrivato Charles Bradley prima di loro, ma una lacrima scende per gli omaggi a Townes Van Zandt (ripescata addirittura quella The Catfish Song che chiudeva At My Window del 1987) e al chitarrista di Nashville Wayne Mills, (che noi ricordiamo anche al fianco di Jamey Johnson), ucciso da un barista con un colpo di pistola alla testa per una sigaretta fumata in un’area non-fumatori nel 2013 (avete in mente quel discorso sulle armi e la legittima difesa…), e di cui riprendono One of These Days.

E ancora, giusto per chiudere il cerchio sulle evidenti influenze, una band di Nashville non poteva dimenticarsi di infilare un brano di un gigante del country alternativo come Merle Haggard, di cui pescano da un disco degli anni ottanta il brano Are the Good Times Really Over (I Wish a Buck Was Still Silver), mentre il gran finale è affidato a Southern Accents di Tom Petty, dove l’accento del sud - che Tom diceva che i giovani del luogo chiamano patria, ma gli yankees chiamano idiota - è il simbolo di una nazione che non trova pace neanche sul linguaggio da usare. E chissà che le parole che aprono Old News possano invece servire anche a noi italiani, che di certe lacerazioni sociali cominciamo ad esserne esperti: “Puoi odiare tutti gli altri perché ti odiano, quando loro in fondo odiano solo il pensiero che tu stesso li odi, puoi gridare a tutti che sei rosso, bianco o blu, ma io non posso pensare che il pensare stesso sia ormai diventato una vecchia notizia”.

giovedì 1 agosto 2019

BRIAN JONESTOWN MASSACRE

The Brian Jonestown Massacre
The Brian Jonestown Massacre
[
A Recordings/ Goodfellas 2019]
thebrianjonestownmassacre.com
 File Under: In Berlin, by the wall...

di Nicola Gervasini 
(30/04/2019)
Non è facile introdurre qualcuno oggi alla musica dei Brian Jonestown Massacre, band ormai giunta al diciottesimo disco (se non ho sbagliato i conti, naturalmente). La sigla rappresenta ormai di fatto il leader Anton Newcombe, unico sempre presente fin dalle cassette registrate nei primissimi anni 90, con cambi di formazione continui a seconda dell’instabile umore del padrone di casa. Una sorta di vate della psichedelia in ritardo di cinquant'anni, e il nome della band (dedicato a Brian Jones, con riferimento però al massacro di Jonestown del 1978), così come i titoli di alcuni loro album (Who Killed Sgt. Pepper?, Their Satanic Majesties' Second Request, My Bloody Underground) dicono già molto dello spirito che anima la band. La quale, dopo una carriera copiosa in termini di album, sembra essere arrivata a cercare una svolta, direi proprio una ripartenza, simboleggiata dal fatto di non aver dato un titolo al nuovo album come si fa solitamente con gli esordi.

Non so quanto i fan di vecchia data apprezzeranno, Newcombe infatti opera una sorta di normalizzazione del loro sound per affrontare il classico disco all’insegna del “facciamo un riassunto di quello che abbiamo fatto fino ad oggi”, operazione che prima o poi tocca a tutti. Suono grezzo e diretto quello scelto, sempre basato su fidi collaboratori come Joel Gione e il tuttofare Ricky Maymi, unici sopravvissuti al cambio di residenza del padrone di casa, che ormai vive stabilmente a Berlino. Siamo a di fronte ad un album che oggi suona come un vecchio recupero dell’alternative rock dei primi anni 90, con l’up-tempo alt-rock quasi radiofonico Drained ad aprire le danze, prima di una Tombes Oublieèes che potrebbe essere quello che avrebbero fatto i Velvet Underground in era shoegaze, con l’eterea voce di Rike Bienert a giocare a fare una Nico in francese. My Mind Is Filled With Stuff è invece uno strumentale infarcito di organi lisergici e chitarre fuzz che fa capire bene quale sia la roba usata per riempire la mente del titolo, mentre Cannot Be Saved è un indie-rock abbastanza classico e se vogliamo ormai banale, come anche A Word.

Il disco però ha una impennata con la bellissima ballata We Never Had A Chance, ipnotico giro immerso in mille riverberi e archi che dimostra tutta la grande capacità di Newcombe di saper ancora creare momenti evocativi. Le chitarre di Hakon Adalsteninsson dei Third Sound risaltano invece in Too Sad To Tell You, brano che ricorda molto i Dinosaur Jr quando riascoltano per l’ennesima volta un album di Neil Young, mentre più confusa la cavalcata rock di Remeber Me This, che anticipa il gran finale di What Can I Say. 38 minuti di luci e ombre dunque, in un album che ci fa riflettere su come certe canzoni che nei Novanta ci sembravano avanguardistiche, oggi suonino come reazionarie e puramente classic-rock. E un posto nella galleria del rock classico i Brian Jonestown Massacre se lo sono ormai guadagnato, e questo album omonimo, seppur non sarà annoverato tra i loro titoli più imprescindibili, sembra fatto apposta per capitalizzare tanto meritato prestigio.

martedì 30 luglio 2019

LITTLE STEVEN

Little Steven & The Disciples of Soul
Summer of Sorcery
[
Wicked Cool/Universal 
2019]
littlesteven.com 
 File Under: Let’s Have a Party

di Nicola Gervasini (17/05/2019)

Se voleste trovare un perfetto interlocutore per discutere sulla storia del rock, vi auguro di avere la fortuna di poter incontrare Little Steven. E non per chiedergli qualche aneddoto su Bruce Springsteen, ma proprio per una chiacchierata tra veri musicofili. Lo storico partner del Boss è prima di tutto un grande conoscitore di musica, e solo così è potuto diventare anche il vero creatore di quel Jersey-sound tutto fiati Soul e sudore blue-collar, un suono che l’amico Bruce ha poi riadattato a suo modo, ma che ha trovato pieno sfogo nelle sue prime produzioni per i dischi di Southside Johnny. Altra storia invece la sua carriera solista, iniziata nel 1982 con un Men Without Women che infatti suonava come un (bel) disco di Southside Johnny senza il titolare, ma poi sviluppatasi su terreni più radiofonici e funky-pop, che lo hanno portato fino al coraggiosissimo (ma commercialmente fallimentare) Revolution del 1989, il disco che avrebbe fatto Prince se fosse nato nel New Jersey nelle intenzioni del buon Steve, che da quell’album recupera qui il brano Education.

Da lì gli anni bui dei 90, con la E-Street Band in vacanza, e lui scaricato dalle major per le quali spesso e volentieri prestava i propri servizi di produttore (ci mise quasi dieci anni a farsi pubblicare l’ingiustamente ignorato Born Again Savage). Oggi Steve Van Zandt ha quasi settant’anni, e visto che il Boss si attardava nei teatri di Broadway, e la pensione non è cosa per indomiti rockers, lui si è rimesso in strada con una band spettacolare (Disciples Of Soul) ritornando artisticamente a quello che è stato il suo "wall of sound" di spectoriana memoria. E se due anni fa Soulfire aveva riportato a casa un po’ di gemme prestate agli amici, Summer Of Sorcery è invece un disco quasi tutto nuovo, in cui tra fiati, cori e arrangiamenti sontuosi, Little Steven fa un riassunto di tutta la musica che ama e ci ha fatto amare.

E non stiamo parlando di uno dei tanti operai della canzone americana che puntano tutto su energia e sincerità, perché quello che offrono questi dodici brani è un piccolo vademecum di come si arrangia una rock-song. Prendo ad esempio Superfly Terraplane: si tratta di un rock and roll da pub come ne sono stati scritti mille nel New Jersey, la tipica canzone alla Joe Grushecky, per dire, ma Little Steven la condisce con una serie di dialoghi tra fiati, cori, piano e un inserto quasi tex-mex nella parte centrale, e così l’illusione di trovarci davanti a qualcosa di speciale è presto creata. Perché dal punto di vista della scrittura qui di speciale c’è ben poco, e da quando ha perso quella vena polemico-politica che esibiva fieramente negli anni 80, Little Steven oggi non pare avere poi molto da raccontare nelle sue canzoni se non i propri ricordi. Ma se Summer Of Sorcery suona bene è perché a realizzare il tutto c’è un uomo che la musica non solo la suona, ma la pensa, la immagina e la realizza alla grande grazie alla sua lunga esperienza di produttore.

Non è solo rock and roll questo, è pura arte del confezionamento. 

sabato 20 luglio 2019

JAMESTOWN REVIVAL

Jamestown Revival 
San Isabel
[Jamestown Revival/ Goodfellas 2019]
jamestownrevival.com

 File Under: Two hearts believing in just one mind
di Nicola Gervasini (08/07/2019)
Non è più troppo di moda la formula del duo vocale e acustico nel folk americano, quasi un sottogenere, con una sua storia a parte che dagli Everly Borthers e Simon & Garfunkel, che hanno fondamentalmente definito il modello, è passata tramite le esperienze West Coast di Loggins & Messina e alcune realtà degli anni 80-90 (Bodeans, Billy Pilgrim, Jackopierce). Negli ultimi anni mi vengono in mente gli O’s di cui mi sono occupato su queste pagine, ma ora arrivano i Jamestown Revival a rinnovare la tradizione. E lo fanno unendo sia l’eredità dei gruppi citati, sia l’egual filone che ha animato l’indie-folk degli anni 2000, e qui mi vengono in mente soprattutto i Kings of Convenience, altro duo da aggiungere alla collezione.

Zach Chance and Jonathan Clay vengono da Magnolia, Texas, e hanno esordito come Jamestown Revival nel 2014 con l’album Utah, a cui ha fatto seguito nel 2016 The Education of a Wandering Man, pubblicato nel pieno di un fervente attività concertistica. Con San Isabel compiono sicuramente un grande passo avanti in termini di maturazione, riuscendo a coniugare in 48 minuti varie anime musicali, tra cui anche una certa ballata sofferta di stampo texano alla Ryan Bingham come la splendida Killing You, Killing Me. Prima avevano aperto con un numero più country-oriented come Crazy World (Judgement Day), ma sono brani come Who Hung The Moon (i Low Anthem di Charlie Darwin sono lì, dietro l’angolo) o This Too Shall Pass (potrebbe essere un pezzo dei Lumineers) o una Something That You Know che non mi meraviglierei di trovare nel repertorio dei Turin Brakes, a caratterizzare il disco. Sono tutti brani fatti di acustiche, mandolini, tanti cori (anche i Fleet Foxes sono sicuramente tra i dischi che si portano nello zaino), che danno un tocco leggero e se vogliamo più moderno al tutto.

Round Prairie Road torna invece a strutture classiche di armonizzazione proprio alla Simon & Garfunkel, mentre lo strumentale Mountain Preamble serve ad apprezzare la loro tecnica di fingerpicking, e introduce la bella Harder Way, prima che California Dreamin’ (sì, proprio quella dei Mama’s & Papa’s) venga resa in una versione quasi da coro di chiesa di Nashville che sarebbe piaciuta agli Everly Brothers, magari da cantare in medley con Crying In The Rain. Si chiude con una più briosa Mayday Man e l’inaspettata svolta puramente “neilyounghiana” di Winter’s Lament, una sorta di Out On The Weekend in chiave indie.

Senza inventarsi nulla, i Jamestown Revival hanno realizzato un bel disco che ci sentiamo di consigliarvi per i momenti in cui volete staccare la spina dell’elettricità (qui di chitarre elettriche proprio non se ne sentono, siete avvertiti).

mercoledì 17 luglio 2019

WATERBOYS

The Waterboys
Where the Action Is
[
Cooking Vinyl 2019]
mikescottwaterboys.com
 File Under: Has anybody here seen Scott?

di Nicola Gervasini 
(19/06/2019)
Cosa stia cercando Mike Scott di preciso in questi anni 2000 resta un po’ un mistero. Gli si può concedere che l’aver riesumato la sigla dei Waterboys ad inizio di questo millennio sia stata una necessità di sopravvivenza, visto che la sua carriera solista nei 90 non riuscì a decollare neppure in un momento in cui i cd si vendevano ancora (anche se Bring 'Em All In del 1997 resta un gioiellino da riscoprire), ma il problema è che il bilancio dei sette album usciti dall’ignorabile A Rock in the Weary Land del 2000 ad oggi non è del tutto positivo. Forse solo Modern Blues e Book Of Lightning sono stati pienamente degni del buon nome della sigla, e paradossalmente proprio perché i meno coraggiosi e più tradizionali. Personalmente salvo anche An Appointment with Mr Yeats, operazione importante anche se non priva di pecche, ma ora si fa a fatica a comprendere la direzione di una band ormai ridotta ad un quartetto (resiste Steve Wickham insieme a Ralph Salmins e Brother Paul Brown) più vari collaboratori esterni.

E così dopo un doppio (triplo nella deluxe edition) che poteva forse essere ridotto ad un singolo come Out Of All This Blue, Scott licenza un Where the Action Is che ne sembra il riassunto per i meno pazienti, fin dall’arena-rock esibito dall’accoppiata iniziale Where The Action IsLondon Mick (dedicata a Mick Jones dei Clash). La formula è la stessa: un colpo al cerchio con qualcosa che assomiglia al folk di Fisherman’s Blues (In My Time On EarthThen She Made The Lasses O), uno alla botte con qualcosa che possa ricordare gli esordi più vicini alla new wave (Ladbroke Grove Symphony) e quella sana passione per Prince che condividiamo, ma che non necessariamente dovrebbe portarlo a cercare continuamente numeri funky-80 (Take Me There I Will Follow You, davvero terribile), o pop-soul (And There's LoveRight Side of Heartbreak e Out Of All This Blue). Potrei finire qui, Where The Action Is è meglio del suo predecessore perché almeno si limita ad una accorta brevità di 10 pezzi, ma anche qui la deluxe sbrodola un po’ di outtakes e alternate version che confermano l’incapacità di Scott di gestire al meglio il proprio materiale.

La rabbia sta nel fatto che paradossalmente questo album, come il suo predecessore, ci conferma che l’uomo non è affatto artisticamente addormentato, che anzi scrive canzoni in continuazione, e non tutte sono affatto da buttare, ma che forse ha perso l’idea di dove portare la sua musica. Che poteva anche essere quella di ripetere sé stesso all’infinito, magari rifugiandosi, come accade nell’ottimo lungo finale di Piper at the Gates of Dawn, in quell’amore per Van Morrison (tra l’altro autore di una canzone dallo stesso titolo) che ne ha sempre sostenuto l’ispirazione. I fan più accaniti diranno che è proprio per questa sregolatezza che Scott o lo si ama, o lo si era già abbandonato ai tempi del deludente Dream Harder che sembrava aver chiuso per sempre la storia dei Waterboys. Noi lo amiamo sempre, ma permetteteci di litigare con lui come nelle coppie più affiatate.

domenica 14 luglio 2019

BLACK MOUNTAIN

Black Mountain 
Destroyer
[
Jagjaguwar 2019]
blackmountainarmy.com
 File Under: hard prog

di Nicola Gervasini 
(13/06/2019)

Quando un disco vuole essere un punto di ripartenza per una band lo capisci subito ancora prima di averlo ascoltato. Per questo Destroyer, il leader dei Black Mountain Stephen McBean, unico sopravvissuto della formazione di partenza con Jeremy Schmidt, ha pensato subito di regalare alla stampa una bella storia per riempire le recensioni, quella di un disco dedicato ad una macchina da sempre desiderata (la Dodge Destroyer, un modello del 1985) a fronte di una patente presa solo due anni fa. Aneddoti che creano un minimo di attesa per un album che probabilmente nessuno attendeva più di tanto. Il fatto è che Destroyer è un disco che McBean non può sbagliare, dopo che i grandi consensi ricevuti dai primi due album della band (Black Mountaindel 2005 e In the Future del 2008) erano stati un po’ bruciati da un terzo capitolo controverso (Wilderness Heart del 2010) e da un lungo periodo di silenzio, interrotto da un album (IV del 2016), l’ultimo con la cantante Amber Webber, passato un po’ inosservato.

Destroyer parte quindi dalla constatazione che in trio (il terzo è Brad Truax) il loro pysch-hard-rock dai sapori vintage aveva bisogno perlomeno di un restyling. Spazio quindi a vari ospiti che intervengono a colorire il suono, su tutte Rachel Fannan degli Sleepy Sun, che con la sua voce eterea va a coprire il vuoto lasciato dalla Webber, direi anche più che egregiamente. Con lei intervengono anche Adam Bulgasem dei Soft Kill), e più sporadicamente John Congleton (sentito con St. Vincent e gli Swans), Kliph Scurlock dei Flaming Lips e Kid Millions degli Oneida. Future Shade apre il disco con un mix di riff hard e tastieroni che ricorda molto anche quello dei Faith No More degli esordi, con quel misto di gusto epico prog e reminiscenze dell’heavy metal degli anni 80, mentre Horns Arising sperimenta un muro del suono fatto da voci filtrate elettronicamente e un finale onirico. Close to The Edge è un breve passaggio musicale infarcito di elettronica che prelude all’esplosione di chitarre e bassi pulsanti di High Rise, mentre Pretty Little Lazies recupera quell’anima folk della band che era più evidente nei primi dischi, e che oggi pare un po’ sotterrata dal mare di tastiere.

Un giro ipnotico di basso caratterizza invece Boogie Lover, che ha una tastiera pulsante che ricorda molto quella di One Of These Days dei Pink Floyd, mentre Licensed To Drive ritrova un riff alla Tony Iommi da headbanging selvaggio che traghetta il disco al finale riflessivo di FD 72. Ci sarebbe forse da discutere su dove possa portare tutto questo fiero recupero di suoni old-style (che loro stessi definiscono “Spaced Age Rock'n'roll”), ma è indubbio che il disco è potente, e le canzoni restano in mente, segno che forse McBean ha trovato il modo di far sopravvivere una sigla che pareva già arrivata al capolinea. A questo punto vale la pena vedere se in futuro riuscirà a ritrovare anche l’originalità degli esordi.

sabato 13 luglio 2019

KELLY FINNIGAN

Kelly Finnigan 
The Tales People Tell
[Colemine Records 2019]
kellyfinnigan.com

 File Under: aperisoul
di Nicola Gervasini (04/06/2019)
Se avete avuto la fortuna di fare un viaggio in USA sulle tracce del New Soul (i cui eroi arrivano raramente in Italia), magari siete incappati anche nei Monophonics, soul-band bianca di cui si dice tanto bene da tanto tempo, sentiti in apertura dei tour di Charles Bradley, Sharon Jones & The Dap Kings, Galactic e persino George Clinton, giusto per definire le loro radici. Il loro tastierista e cantante, Kelly Finnigan, ci prova ora con un disco in solitaria intitolato The Tales People Tell, in cui segue il filone dello smooth-soul fatto di melodie pop, tante tastiere, fiati ovunque e ritmi suadenti. Potremmo definirlo lounge-soul moderno, o aperisoul se non suona come un’offesa, per quel suo pigro incedere da elegante happy-hour in puro sixty-style.

Hanno questo mood le iniziali I Don’t Wanna To Wait e I’ll Never Love Again, mentre Smoking and Drinking cerca un baldanzoso ritmo soul alla Sam & Dave. Finnigan canta con voce potente e sicuramente black-oriented, ma il disco si fa apprezzare più che altro per la cura certosina negli arrangiamenti, per quanto certo non nuovi, come ad esempio quello di Everytime It Rains, uno degli highlight dell’album che ricorda molto, per l’intreccio di cori, fiati e campanellini vari, il sound del Michael Kiwanuka più recente. Catch Me I’m Falling è invece una ballata acustica cantata in un falsetto alla Smokey Robinson, Since I Don’t Have You Anymoretrova semmai un ritmo alla Marvin Gaye, compresi i suadenti archi.

Si sentono dunque, nel suo eterogeneo mix di influenze, le sue esperienze giovanili di dj nei club dell’area di Los Angeles, attività svolta a lungo prima di scoprire le gioie dell’organo Hammond. Coraggiosa invece la scelta di evitare le cover (sebbene ogni brano, per quanto originale, suoni comunque come la cover di un qualcosa uscito 50 anni fa), puntando sulla propria penna anche quando arriva l’immancabile appuntamento con la sofferta soul-ballad strappalacrime (Impressions Of You), prima di alzare i ritmi in una I Called You Back Baby che potrebbe anche appartenere ai Black Joe Lewis & The Honeybears. Arriva immancabile anche il momento della canzone di protesta con andamento gospel (Freedom), prima di un nuovo finale lento ed etereo con Can’t let Him Down.

Non so se Finnigan abbia intenzione di portare avanti la sua carriera al di fuori della band in maniera continuativa, qui dimostra che sicuramente conserva doti naturali e know-how di genere, ma manca ancora forse un tocco che lo caratterizzi rispetto alle ormai tante proposte new soul ascoltate in questi anni 2000, il che rende questo suo primo album consigliabile solo a chi davvero non ne ha mai abbastanza di questo recupero del vintage.

martedì 9 luglio 2019

FELICE BROTHERS

Risultati immagini per FELICE UNDRESSThe Felice Brothers
Undress
[
Yep Roc/ Audioglobe 
2019]
thefelicebrothers.com

 File Under: There’s a Riot Going On

di Nicola Gervasini (02/05/2019)


Come si può raccontare l’America del 2019 senza cadere nella mera indignazione per tutto quanto di male il trumpismo sta creando negli Stati Uniti, e, di riflesso, in tutto il mondo? Se lo è chiesto Ian Felice all’indomani di una serie di album più che interessanti che hanno tenuto viva la sigla dei Felice Brothers in questi anni Dieci, dischi intimi dove l’Io ricorreva più del Noi. Ma poi arriva per tutti il momento in cui il pericolo “là fuori” si fa sentire, e così anche per i Felice Brothers è tempo del classico “disco politico”. Che parte subito con una title-track che la butta subito in satira, con un’America spogliata dai suoi timonieri, impegnati in un’orgia di potere in cui si arriva a immaginare un “french kiss” tra il Presidente e il suo vice, mentre governano un parlamento fatto di “conservatori con il bavaglino per l’aragosta e deputati innescati come una bomba” alla faccia dei problemi mondiali.

Ci vanno giù duro insomma in questi dodici racconti, e sarà forse anche per la forza della disperazione, finiscono a produrre il loro disco più fresco e immediato. La produzione predilige il live-sound ed evita l’essenzialità, con largo uso di fiati, cori e soluzioni che vanno oltre l’intimo alternative-folk di certe loro vecchie canzoni (si prenda ad esempio il maestoso arrangiamento di Salvation Army Girl). Disco da suonare davanti ad una larga folla che abbia voglia di cantare nuovi mantra social come “risparmia soldi per diventare Presidente, e sarai gradito a tutti i finanzieri, a tutti i matti della società e a tutti i mafiosi che mangiano lentamente in stanze poco illuminate” (Special Announcement). Testi diretti e taglienti, ma anche più criptici come Holy Weight Champ, o amari come la finale Socrates, dove Felice si immagina il filosofo greco ai giorni nostri, condannato a morte “per aver scritto canzoni” (“Salute al tiranno, Salute allo stato moderno, Quando mi legheranno al palo, Che grande evento farò, Tutti i rating saliranno!”). Molto bella la ballata centrale Poor Blind Birds, vero epicentro pessimista dell’album (“Siamo solo poveri uccelli ciechi, e il mondo non è mai quello che appare a dei poveri uccelli ciechi”) e, come è facile immaginare, è l’ingannevole filtro dei media a finire spesso sul banco degli imputati per una tale crisi dell’intelligenza umana (TV Mama).

Ottimamente prodotto dal collaboratore di lunga data Jeremy Backofen, con non pochi session-men a coadiuvare la fisarmonica di James Felice e la sezione ritmica di Will Lawrence e Jesske Hume, Undress è un album da leggere e rileggere ancora prima di essere ascoltato. Se Bob Dylan notava che anche il Presidente degli Stati Uniti prima o poi si trova nudo, i Felice Brothers ci fanno notare che oggi lo siamo tutti, e che i vestiti che ci dimentichiamo di mettere sono quelli della consapevolezza di quanto oltre che persone, siamo soprattutto cittadini di un unico mondo.

domenica 7 luglio 2019

APPARAT


Risultati immagini per ApparatLP5Apparat
LP5
Realease Date: 22 marzo 2019
Mute Records

Dopo la fortunata parentesi come Moderat, portata avanti per tre album con la band dei Modeselektor, il tedesco Sascha Ring torna al suo abituale nickname Apparat con un album che ha recentemente presentato anche in un tour italiano. Lui è noto ormai soprattutto per il brano Goodbye, sentito in parecchie serie televisive di successo come Breaking Bad o Dark, ma anche per le soundtracks degli ultimi film del nostro Mario Martone (Il Giovane Favoloso e Capri-Revolution). LP5 è un disco che riporta la musica di Apparat in ambito elettronico, ma come ormai ci ha abituato da tempo, non solo. Si cerca il Bowie berlinese fin dalla scelta di registrare agli Hansa Studios di Berlino, ma alla fine quello che troviamo è un perfetto esempio di come la musica dell’appena scomparso Mark Hollis e dei suoi Talk Talk abbia scritto in anticipo di anni tantissimo di quello che dai Radiohead ad oggi abbiamo ascoltato in questo ambito. Sicuramente ai Talk Talk (con anche somiglianze evidenti) si rifanno l’inizio con tromba di VOI.DO e il duello tra il vibrante pianoforte e l’organo di Outlier, brani dove Apparat anche vocalmente cerca l’inconfondibile stile di Hollis. Ma altrove si sperimentano trip-hop moderni come Dawan o Laminar Flow, mentre l’influenza di Thom Yorke e soci si fa pesante in Heroist. Il pregio del disco è l’aver comunque lasciato il focus sulle canzoni e non solo sulle sperimentazioni sonore e rumoristiche, dando sostanza ad una forma perfetta e maniacale come si richiede al genere.  I momenti di sperimentazione non mancano come nel passaggio di poco meno di due minuti di Means Of Entry, l’ambient pura di Eq-Break, il gioco di voci filtrate e archi (suonati dall’ottimo Philipp Thimm) di Caronte o in una Brandendburg che incorpora un coro brit-folk in uno scenario futuristico.  Si balla solo nel finale di Gravitas, dove, dopo una intro elettronica, parte una sorta di revival della disco dance anni 90 su cui Apparat finisce a recitare una poesia. Disco vario e affascinante, sicuramente anche furbo nel suo rimestare in fondo ingredienti già noti nel tempo con una marca personale non sempre riconoscibilissima, un limite forse ormai inevitabile per un prodotto che vuole comunque essere accessibile al grande pubblico guadagnato come Moderat. Lo stesso Ring infatti nelle interviste ha dischiarato che le due carriere proseguiranno contemporaneamente, lasciando ad Apparat il compito di portare avanti una ricerca musicale di cui questo LP5 pare essere solo un punto di passaggio
Nicola Gervasini

venerdì 5 luglio 2019

MAVIS STAPLES

Mavis Staples 
Live in London
[Anti- 2019] 

mavisstaples.com

 File Under: Let's Do It Again

di Nicola Gervasini (18/02/2019)

Ricordo che quando nel 1990 uscì Graffiti Bridge di Prince, si parlava della presenza di Mavis Staples come di un favore fatto dal folletto di Minneapolis ad una "vecchia star" ormai finita e dimenticata. Prince le produsse anche due album (Time Waits for No One nel 1989 e The Voice nel 1993), trasformandola in una delle sue tante “protégé” del periodo, ma senza troppo successo. E ai tempi tutto avrei pensato meno di trovarmi nel 2019, ormai trent'anni dopo, a scrivere di un live-record che celebra una carriera gloriosa che ha vissuto proprio negli ultimi 15 anni i suoi momenti migliori.

La Staples forse non poteva permettersi di vivere di rendita come la compianta Aretha Franklin o la ormai ritirata Tina Turner, ma l’intelligenza con cui ha condotto gli ultimi anni di attività è davvero encomiabile. Frequentazioni giuste (Ry Cooder e Jeff Tweedy su tutti), e una serie di dischi in studio mai prevedibili, seppur confinati sempre nel perimetro della soul music, ne hanno fatto una maestra ancora attiva tra i tanti bravi scolari di tutto il new soul dei 2000. Per cui ben venga anche un disco che ne celebri l’attività sul palco più recente, a più di dieci anni di distanza dal precedente Live - Hope At The Hideout. È l’occasione anche per riascoltare in nuova veste molti brani nati dalla collaborazione con Mr. Wilco Tweedy (Who Told You ThatYou Are Not AloneNo Time For Cryin'), tutte rivitalizzate dalla dimensione live. La serata però parte con una frizzante versione di Love and Trust, brano che Ben Harper condivideva con Charlie Musselwhite nel disco pubblicato a due mani lo scorso anno (No Mercy in This Land), per passare presto a una gran versione di Slippery People dei Talking Heads, la cui potenza gospel era già evidente nell’originale.

Non dimentica però il passato la brava Mavis, evitando magari le hit più note degli Staples Singers, ma recuperando una What You Gonna Do il cui originale va ripescato nello storico album del 1965 Freedom Highway, e soprattutto il loro successo più tardo Let’s Do It Again, hit che Curtys Mayfield prestò alla band per la colonna sonora del film omonimo (con Bill Cosby e Sidney Poitier). Quello che rende la Staples davvero unica è stata la capacità in questi anni di non sembrare mai fuori tema neppure quando si accinge ad affrontare autori che con il soul hanno poco a che fare, come il Bon Iver che la omaggiò con un suo bel brano (Dedicated) che non stona affatto, posto anche prima del blues We're Gonna Make It (un successo di Little Milton del 1965). Tempo di farle gli auguri di buon compleanno e si chiude la serata con un altro classico degli Staples Singers, Touch a Hand, Make a Friend, che fu singolo di successo nel 1973, e che mette in mostra anche le doti della sua muscolare band dove spicca la chitarra del veterano blues Rick Holmstrom (a lungo al fianco di Rod Piazza).

Ascoltatelo con l’anima, e magari con anche un pensiero di compassione all’innominabile tizio che nella televisione nostrana sosteneva che le voci femminili sono più sgradevoli di quelle maschili. 

BILL CALLAHAN

Bill Callahan  Shepherd in a Sheepskin Vest [Drag City  2019] dragcity.com   File Under:   family man  di Nicola Gervasini (01/07/2019) ...