venerdì 16 novembre 2018

GRAHAM PARKER

Graham Parker 
Cloud Symbols 
[
100% Records 
2018]
grahamparker.net
 File Under: Emotional weather report

di Nicola Gervasini (17/10/2018)
Ammetto fin da subito che ho dei seri problemi ad essere obiettivo con Graham Parker. Per cui facciamo un esperimento: guardiamo per esempio il video di Girl In Need, il nuovo singolo (per quali classifiche?) tratto da Cloud Symbols, suo ventiduesimo album di inediti. Proviamo quindi a far finta di non conoscerlo. Cosa vediamo e sentiamo? Io vedo un vecchio rocker, in un vecchio salone, con una band di vecchi, che suona un brano costruito su un giro stravecchio leggermente swingato, che lui stesso ha già usato in passato più volte, e che oltretutto ricompare anche in altri pezzi dello stesso nuovo album (Ancient PastDreamin' o Bathub Ginlo rallentano, ma il concetto è sempre quello). Insomma, a voler essere neanche cattivi, ma obiettivi, rispetto a quello che è rimasto del grande carrozzone del rock, Parker è ormai un personaggio che vive ai margini, e forse anche un po' di rendita.

Eppure lo ammetto, non riesco a fare a meno delle sue nuove storie, raccontate con quella voce che non sai mai se parla seriamente o ti sta pigliando in giro, ma che quando vuole tocca corde emotive accessibili a pochi altri. Ecco, potrei anche finire qui la recensione di Cloud Symbols (che ha l'ennesima copertina oggettivamente brutta della sua carriera, tra l'altro), ma a questo punto inserisco la modalità "passione" (che non è mica "una parola qualsiasi", ci ha insegnato proprio lui) e passo a raccontarvi il nuovo libro di storielle di quest'uomo al quale devo tanto anche nella mia vita personale, sebbene questa sia esattamente la frase che un buon recensore dovrebbe evitare di scrivere. Ma bando alle regole, Parker mi piace perché pur raccontandoti il rapporto che abbiamo con le nuove tecnologie con il punto di vista del vecchio che paragona il tutto al mondo come lo conosceva fino a qualche anno fa, lo fa con una leggerezza e un'ironia che lo rende sempre e comunque credibile. E in fondo, anche se davvero non sembra, attuale.

Cloud Symbols è una sorta di concept (nato su richiesta del regista Judd Apatow per la serie Love, in onda su Netflix) che parla di un uomo che guarda le previsioni del tempo sullo smartphone e vive anche la sua vita reale attraverso le sensazioni che ti può dare sapere che al momento piove a Roma, ma c'è il sole a Los Angeles. Il tutto letto con aria divertita (in Brushes si parla di gustare ostriche con doppi sensi sessuali alquanto chiari), o emozionata (ballate come Is The Sun Out Anywhere o Maida Hill gli vengono sempre benissimo). Abbandonata la parentesi iper-nostalgica con i Rumour, ad aiutarlo stavolta ci sono i Goldtops (Martin Belmont, Geraint Watkins, Simon Edwards e Roy Dodds), ma le differenze si notano poco, considerando il largo uso della stessa sezione fiati usata con i vecchi compagni di viaggio.

Non c'è davvero nulla di nuovo nel disco di Graham Parker, se non il fatto che oggi queste canzoni intrise di soul, pop e folk ci sembrano quanto mai ancora necessarie. 

lunedì 12 novembre 2018

EMMA TRICCA

Emma Tricca
St. Peter
[
Dell'orso Records 2018]
emmatricca.com
 File Under: All the Folk Songs That's Fit to Sing

di Nicola Gervasini (04/06/2018)
Mentre ascoltavo St. Peter di Emma Tricca immaginavo la sua label discografica impegnata in un divertente scherzo da primo di aprile, e cioè far uscire il disco spacciandolo per il lost-record di qualche oscura chanteuse folk inglese dei primi anni settanta, qualcosa come una attesissima ristampa di un disco noto solo ai collezionisti di vinile, con conseguente operazione di riscoperta sulla falsa riga di Vashti Bunyan, Linda Perhacs o Anne Briggs. Sono sicuro che in questo caso oggi non saremmo qui a dovervi convincere che una ragazza italiana possa davvero essere in grado di maneggiare una materia nobile quanto antica come il brit-folk con così tanta sicurezza, affrontando i vostri sguardi scettici (e li vedo anche al di qua dello schermo).

La biografia di Emma Tricca narra di incontri rivelatori con John Renbourn e Odetta e di un volontario esilio a Londra cercando un ambiente più consono alla sua musica, storie usuali quarant'anni fa, ma stavolta il tutto si è svolto negli anni duemila. Narra anche di una gavetta (incredibile, ma qualcuno la fa ancora!) fatta di concerti nei pub e prime esperienze discografiche in costante crescita (l'esordio con Minor White è del 2009, Relic del 2014), e di continui riconoscimenti nel mondo folk britannico. Nessun cervello in fuga quindi, solo una ragazza che ha deciso di abbracciare uno stile e studiarlo fino in fondo sul luogo di origine. E oggi arriva St. Peter, quello che ai tempi avremmo definito l'album della maturità, dove il suo canto impostato e decisamente debitore della già citate Odetta e Vashti Bunyan (ma soprattutto, secondo me, di Karen Dalton), trova humus ideale in un pugno di brani davvero ben scritti e realizzati con musicisti certo non di primo pelo.

Fa abbastanza impressione, infatti, vedere coinvolto nel progetto Steve Shelley, storico batterista dei Sonic Youth, in libera uscita da una band che speriamo sempre di non dover ritenere definitivamente sciolta, ma anche alle prese con un genere non certo abituale per lui. Così come si calano perfettamente nella parte di modernizzatori della tradizione (in puro stile Renbourn o Richard Thompson) il Dream Syndicate Jason Victor o l'Howie Gelb che passa a dare un suo contributo in Fire Ghost. Il disco tra l'altro, dopo una partenza melodica e tradizionale con Winter, My Dear, assume anche una vena di folk sperimentale davvero interessante, che a volte richiama certi passaggi degli Espers o di Ryley Walker, e se spesso è la melodia ad essere in primo piano (Julian's Wings), altrove Emma lancia i suoi collaboratori in piccole jam anche elettriche come Buildings In Millions. Ma la sua maturità emerge anche nella capacità di saper alternare i sapori, come il giro un po' alla Neil Young di Salt, l'assolo acido di Green Box o la bellissima ballata Mars is Asleep.

Nel finale arriva lo zenith del disco, con una impressionante (per quanto è bene arrangiata) The Servant's Room e i tesi sette minuti e passa di Solomon Said, in cui fa capolino un ipnotico spoken di Judy Collins che recita la propria Albatross. Chiude con dolcezza solo apparente So Here It Goes, ballata acustica che si trasforma in un'altra esplosione di strumenti in libertà. L'ascolto di questo album. più che consigliato, è caldamente sollecitato.

venerdì 9 novembre 2018

COWBOY JUNKIES

Cowboy Junkies 
All that Reckoning
[
Latent/ Proper 
2018]
cowboyjunkies.com
 File Under: canadesi erranti

di Nicola Gervasini (18/07/2018)
A voler essere precisi erano ben unidic anni che i Cowboy Junkies non pubblicavano un nuovo album, fin dai tempi del controverso e non sempre ben accolto At the End of The Paths Taken. In mezzo però ci sono stati i quattro capitoli delle Nomad Series (cinque, se si comprende anche il volume "Extras"), apparentemente un progetto "only for fans" pensato per svuotare magazzini ingolfati di inediti sparsi in più di vent'anni di attività, a conti fatti l'occasione per ascoltare alcune delle cose migliori sentite dal loro marchio dai tempi di Lay It Down (1996). Infatti, sembra quasi che i fratelli Timmins sentano una sorta di obbligo morale e piscologico a non osare troppo quando si tratta di un nuovo album, relegando tutto il coraggio e la sperimentazione ai soli progetti speciali.

Non è un caso quindi che anche l'atteso All That Reckoning sembri in qualche modo soffrire degli stessi difetti di album come One Soul Now (2004) o Miles from Our Home (1998), e cioè un eccessivo formalismo, e una caparbia coerenza a quel credo stilistico annunciato al mondo ai tempi del loro indiscusso capolavoro The Trinity Session. Fatta questa doverosa premessa, resta però il fatto che la band canadese sia una delle meglio sopravvissute ai fasti musicali della scena "alternative-roots" degli anni 90, e All That Reckoning lo dimostra in pieno, pur nel suo evidente limite di essere "solo un tipico album dei Cowboy Junkies".

Brani lenti, appoggiati al solito sulla voce sognante e senza sbavature di Margot Timmins e su quell'amore per l'essenzialità del fratello Michael, la cui chitarra ovviamente segna il suono senza mai prendersi la scena, quasi costringendosi a nascondere la propria personalità. Ad esempio in When We Arrive, dove il tono drammatico di Margot viene rispettato anche fin troppo dagli interventi della chitarra di Michael, o già nella prima title-track, che aveva aperto senza troppi clamori il disco (molto meglio la più rumorosa seconda parte che chiude le danze). Bisogna aspettare Wooden Stairs per assaporare l'indole un po' psichedelica della band, grazie all'intervento di una minacciosa viola, e la successiva Sing Me A Song per sperimentare l'elettricità della sei corde di casa. Pezzi come Mountain Stream rallentano però il corso delle emozioni, secondo uno schema fisso canzone rilassata/canzone tesa (ad esempio la successiva Missing Children) che alla fine risulta un po' prevedibile.

Il risultato è chiaro: i Cowboy Junkies fanno benissimo quello che già conoscevamo come il loro suono migliore, ma se cercate uno scatto in avanti verso una nuova fase, non è All That Reckoning che lo cerca. Anzi, suona come un possibile seguito di Pale Sun Crescent Moon, che è un album di 26 anni fa, ed è davvero come se non fossero passati. A voi decidere se questo sia un bene, un male, o semplicemente la natura delle cose. 

martedì 6 novembre 2018

THE JAMES HUNTER SIX

The James Hunter Six
Whatever It Takes
[
Daptone/ Goodfellas 
2018]
jameshuntermusic.com
 File Under: Tribute to Uncle Ray

di Nicola Gervasini (19/02/2018)
Il momento d'oro della carriera di James Hunter è passato e fu a metà anni 90. Dopo una carriera da pub con gli Howlin' Wilf & The Veejays, il soul-singer dell'Essex fu notato nel 1994 nientemeno da Sir Van Morrison, che per il tour a seguito di Too Long In Exile si diede ad una insolita attività di talent-scout imbarcando lui e il vocalist Brian Kennedy (fratello dello scomparso Bap degli Energy Orchard). Hunter appare così tra gli ospiti del live A Night In San Francisco e nel successivo album in studio Days Like This, e da lì nel 1996 il grande salto con un album abbastanza acclamato come ...Believe What I Say, sempre valorizzato dall'endorsement di Morrison in qualità di guest star.

Se nel 1996 offrire una proposta così retrò come un R&B di chiara marca Ray Charles, riprodotto fedelmente nei temi e nei suoni vintage, poteva sembrare una coraggiosa operazione, nel 2018 un disco del genere rappresenta solo una delle miriadi testimonianze del fatto che ormai stiamo parlando della musica classica degli anni 2000, dove non conta più creare ma riproporre. Va dato merito ad Hunter di aver evitato in questi 22 anni di cadere nella volgare imitazione da salotto buono alla Michael Bublè, giusto per citare uno che su Van Morrison ci ha pure costruito uno dei suoi più laccati successi, ma all'inizio degli anni dieci la sua carriera era comprensibilmente ad un punto morto. A rivitalizzare il personaggio è stata l'intelligente scelta di creare un combo (chiamato James Hunter Six secondo tradizione jazzistica) che potesse ritrovare almeno un poco dell'antica energia giovanile. Dopo un timido esordio per la Universal (Minute By Minute), il sestetto ha avuto la buona idea di passare con l'album Hold On! del 2016 alla Daptone, etichetta specializzata in produzioni vintage fatte con cuore e intelligenza.

E i risultati si vedono anche in questo Whatever It Takes, album davvero old-style per copertina, suoni, contenuti e anche durata (28 minuti scarsi). Minutaggio che se non altro permette di non annoiarsi e godersi appieno questa finestra sul passato, con un Hunter che forse ormai imita troppo Ray Charles con la voce, ma con una band più che in forma. Tutto già sentito comunque, dal giro di fiati di I Don't Wanna Be Without Youal giro jazz-salsa della title-track, da una I Got Eyes che sembra uno dei primi singoli filo-soul dello Spencer Davis Group al ballo da struscio di MM-hmm, dallo strumentale alla Booker T. & the M.G.'s di Blisters alla love-song da spiaggia di I Should've Spoke Up e così via, fino alla romantica chiusura di It Was Gonna Be You.

Cosa potrebbe spingervi dunque a comprare 28 minuti di musica già fatta più di 50 anni fa? La passione è l'unica risposta possibile, quella che alla Daptone sanno ancora metterci in prodotti senza alcun senso storico se non il puro intrattenimento di inguaribili nostalgici. E non è poco in fondo sapere che esiste ancora una etichetta in grado di curare i dettagli in un'epoca di produzioni casalinghe fatte alla buona.

venerdì 2 novembre 2018

SCOTT MATTHEW

Scott Matthew
Ode to Others
[Glitterhouse 
2018]
scottmatthewmusic.com
 File Under: indie lounge

di Nicola Gervasini (18/07/2018)
I nodi, prima o poi, vengono al pettine, e così anche per l'australiano (ma ormai da tempo statunitense d'adozione) Scott Matthew è tempo di capire cosa poter fare da grande. O forse di rendersi conto che la coperta del suo mondo musicale comincia ad essere corta. Lui aveva già fatto capire i suoi limiti ai tempi del terzo album Gallantry's Favorite Son, recensito anche su queste pagine, dove la sua estetica fatta di piglio lo-fi da indie-folker e eleganze pop alla Rufus Wainwright mostrava già una certa ripetitività, e ora arriva questo Ode To Others a ribadire il concetto.

Il disco è confezionato con grande cura, fin dal lussuoso packaging che ancora combatte fieramente la guerra contro la sparizione dello stesso a causa dello streaming, e da una produzione tecnicamente ineccepibile, con suoni che è davvero un piacere sentir uscire dalle proprie casse (ovviamente se sono quelle di uno stereo vero e non del vostro smartphone). Ma il menu purtroppo conferma che l'uomo è solo un capace e talentuoso intrattenitore a cui manca davvero sempre quel "quid" in più per esaltare. E certi numeri come "prendo un brano anni 80 e lo rifaccio come se fosse una triste ballata indie anni 2000" potevano forse essere dirompenti ai tempi della Let's Dance di Bowie rifatta da M Ward, curiosi quando Josè Gonzalez stravolse una hit della giovanissima Kyle Minogue (Hand On Your Heart), ma oggi appaiono più che mai come una operazione prevedibile, come dimostra una stanca Do You Really Want To Hurt Me dei Culture Club rigenerata per ukulele e fiati.

Per il resto il disco offre il solito mix di voglia di essere lo Scott Walker dei nostri anni, purtroppo senza però la classe di altri storici adepti al culto tipo Marc Almond. I brani in genere offrono testi ispirati e molto personali, ma è l'insieme che non convince. End Of Days apre il disco in tono leggero con un pop vagamente alla Bacharach, a cui fanno seguito la malinconica The Deserter, e veri e propri inni funebri dedicati al padre (Where I Come From) o allo zio (Cease and Desist), dove sono solo gli interventi della viola o della tromba che riescono a dare una profondità ad una interpretazione altrimenti un po' piatta. Happy End resta soffusa e sussurrata, mentre The Wish risulta troppo autoindulgente con le proprie possibilità espressive, un momento davvero poco ispirato che fortunatamente viene compensato da una Not Just Another Year che finalmente trova un arrangiamento adatto ad esaltare la bella melodia.

Il momento migliore del disco è però l'altra cover, una Flame Trees pescata dal repertorio dei Cold Chisel di Jimmy Barnes, qui resa al piano in maniera tanto intensa da ricordare quasi il Nick Cave di Boatmans' Call. L'attenzione ai particolari e la passione che ci mette non consentono una totale bocciatura, ma "i dischi della maturità" sono ben altra cosa.

mercoledì 31 ottobre 2018

STEPHEN MALKMUS

Stephen Malkmus & The Jicks
Sparkle Hard
[
Domino/ Self 2018]
stephenmalkmus.com
 File Under: 90's Memorabilia

di Nicola Gervasini (18/06/2018)
Nella carriera di qualsiasi grande musicista rock è facile identificare quel particolare momento in cui il fuoco creativo, unito al fatto di trovarsi al momento giusto con l'idea nuova giusta, ha reso storico il suo nome e le sue canzoni. Spesso si tratta di un periodo intenso, ma mai troppo lungo, molte volte coincidente con gli esordi. Poi i casi sono due: o ci si esaurisce e si vive di revival, oppure si continua senza tentennamenti a proporre la propria musica senza più sorprese, ma mantenendo un livello qualitativo comunque invidiabile. Nessuno ad esempio vi nasconderà mai che se Stephen Malkmus si è conquistato un piccolo spazio nell'olimpo del rock, è per quanto prodotto negli anni 90 con i Pavement. Poteva fermarsi lì, e nulla sarebbe cambiato del ricordo e dell'opinione che abbiamo su di lui.

Ma questo non deve suonare come una condanna della sua ormai consistente carriera solista (sempre seguito dai fedeli Jicks anche nell'intestazione degli album), che dal 2001 a oggi ha prodotto sette album senza troppe variazioni nel riproporci quel songwriting compassato e stralunato. Se ci fate caso, di un disco di Malkmus da quindici anni a questa parte nessuno parla mai male, ma neanche mai si grida al capolavoro. Invece Sparkle Hard sembra aver diviso per la prima volta i fans, ma è facile capire anche perché. A 52 anni infatti Malkmus sembra entrato in quella fase della vita in cui si rende conto che il suo passato è il tesoro più grande che gli rimane. Non è un caso che da qualche tempo i brani dei Pavement siano tornati a invadere le scalette dei suoi concerti, e non è un caso che questo album proponga un sound decisamente nostalgico nello scavare nella musica di 20 anni fa. Cast Off ad esempio sembra un brano dei Wilco dell'era Being There, con un piano minaccioso stracciato da chitarre distorte, e fa da introduzione a Future Suite, un bell'intreccio di voci e chitarre da West-Coast acida che fa capire quanto anche uno come Jonathan Wilson gli debba molto.

Più melodica Solid Silk, con addirittura un bel duello davvero inedito tra archi e tastiere nel mezzo, mentre Bike Lane si trasforma in un rockeggiante tormentone con un piede ben piantato nel glam anni 70. Più classicamente sulle sue corde la ballata Middle America, ma Rattler rimischia le carte facendo un po' confusione tra cambi di tempo, suoni acidi e addirittura una voce filtrata dall'autotune (scandalo!), prima che Shiggy riesumi in pieno il sound Pavement. Il pezzo forte dell'album è sicuramente la lunga Kite, ma nel finale c'è ancora tempo per qualche esercizio di stile come la pop-song alla Bacharach Brethren, una Refute in cui si fa quasi il verso al Ryan Adams era-Whiskeytown, e una Difficulties con fiati, cori a fare da contorno ad un brano che sa molto di Eels.

Prodotto senza risparmiarsi da Chris Funk dei Decemberists, Sparkle Hard è un bigino sulla musica degli ultimi 25 anni fatto da un artista che ormai fa pienamente parte del corpo docente di una scuola classic-rock che speriamo non smetta mai di avere alunni.

domenica 28 ottobre 2018

SARAH McQUAID

Sarah McQuaid
If We Dig Any Deeper It Could Get Dangerous
[
Shovel & Spade records 
2018]
sarahmcquaid.com
 File Under: diggin in tradition

di Nicola Gervasini (07/02/2017)
Solo un anno fa festeggiavamo i cinquanta anni di carriera di Michael Chapman godendo del suo album 50, finito con merito anche nei dischi da ricordare nel nostro special annuale, ma il vecchio chitarrista inglese sembra aver trovato nuove energie, tanto da rigenerarsi anche in veste di produttore. C'è lui dietro la costruzione di questo If We Dig Any Deeper It Could Get Dangerous di Sarah McQuaid, nuova stella del firmamento brit-folk. Figlia di due artisti e parente anche del nobel per la pace Jane Addams, la McQuaid (il cui vero cognome è Jardiel grazie al padre spagnolo, ma visto il genere trattato ha optato per un nome d'arte più in linea con le tradizioni britanniche) si è fatta notare negli ultimi anni grazie a due album come The Plum Tree And The Rose (2012) e Walking Into White (2015) editi per la Waterbug Records, etichetta specializzata in folk music.

Il nuovo album potrebbe essere invece la buona occasione per uscire dal circuito tradizionale, e l'endorsement di Chapman, paladino di quel matrimonio tra folk tradizionale e rock di cui Richard Thompson e John Martyn rimarranno sempre maestri indiscussi, è già un buon biglietto da visita. E di fatto questi dodici brani si tengono equidistanti tra costruzioni melodiche legate alla tradizione brit-folk e qualche accorgimento più accattivante in sede di arrangiamento. Il risultato non aggiunge nulla a quanto Sandy Denny non abbia già fatto quarant'anni fa o a quanto la ex Espers Meg Baird si danna a professare da anni, avvicinandosi come risultato finale ai più recenti dischi di Linda Thompson.

Come spesso accade anche nei dischi di Chapman, è l'intreccio tra acustiche ed elettriche l'aspetto più interessante della tela tessuta intorno a delle canzoni che si segnalano anche per dei testi non banali, con la stessa McQuaid a mostrare ottime doti di musicista già nel singolo The Tug Of The Moon. Sebbene ritmo e atmosfera non abbiano mai accelerazioni, il disco è ben dosato tra momenti riflessivi come la cover Forever Autumn del compositore Jeff Wayne (quello del musical La Guerra dei Mondi, da cui esce anche la versione del canto medioevale Dies Irae) e altri più baldanzosi. Il duello a sei corde con Chapman genera anche due interessanti strumentali come The Day Of WrathThat Day e New Beginnings che è una marcia nuziale dedicata alla amica e collaboratrice Zoe Pollock (insieme pubblicarono un album nel 2009). A caratterizzare i toni autunnali del disco ci pensano gli archi di Georgia Ellery e Joe Pritchard o la tromba di Richard Evans, piccole aggiunte al suono magistralmente diretto da Chapman.

If We Dig Any Deeper It Could Get Dangerous, titolo nato curiosamente mentre scavava buche in giardino con il figlio (ma in verità canzone che se la prende con la brutale tecnica del Fracking), non è un disco che porta nuova linfa al genere, ma ne conferma la piena attualità e modernità. Come dire che la guerra fatta da Chapman e compari da fine anni 60 per far uscire la tradizione del folk britannico dal suo fiero guscio culturale è ormai vinta, e il buon Michael se ne sta giustamente prendendo onori e meriti.

venerdì 22 giugno 2018

DURAND JONES & THE INDICATIONS

Durand Jones & The Indications
Durand Jones & The Indications
[Dead Oceans/ Goodfellas 2018]
durandjonesandtheindications.com

 File Under: young soul singers
di Nicola Gervasini (09/04/2018)

Da grande Durand Jones voleva fare il sassofonista, e ha dovuto litigare non poco con la propria madre, che al contrario lo vedeva bene a cantare nel coro della chiesa. Detta così sembra una storia da soul music degli anni cinquanta, ma accade ancora anche in questi anni dieci nella profonda America. Galeotti furono però gli anni universitari, in cui Durand ha messo insieme una band, li ha chiamati The Indications per assonanza con i tanti gruppi doo-wop di cinquant'anni fa, e ha provato a dire la sua nel mondo del new soul. Il self-titled Durand Jones & The Indications aveva visto la luce già nel 2016 per una piccola etichetta (la Colmine) ed era passato ovviamente inosservato per motivi di scarsa distribuzione, ma ora a ristamparlo ci pensa la Dead Oceans, un tempo paradiso per band indie folk come Phosphorescent, Akron Family e Califone, oggi evidentemente intenzionata ad allargare il raggio d'azione anche nella black music.

E lo fa allungando il brodo con una registrazione live (chiamata sibillinamente Live Vol.1, lasciando ad intendere che la riedizione potrebbe non finire qui), per giustificare così anche la dicitura "deluxe edition". Durand Jones e i suoi fidi amici (Aaron Frazer alla batteria, Blake Rhein alla chitarra, Kyle Houpt al basso e Justin Hubler all'Hammond) arrivano ormai ultimi di un movimento di rinascita soul che con la morte della regina Sharon Jones è forse diretto verso il tramonto, ma il tempo e l'occasione per diffondere ancora il verbo della soul music di stampo classico c'è sempre. Quello che manca è davvero un pizzico di originalità alla proposta che lo possa distinguere dai tanti nomi usciti o riscoperti in questi anni, da Lee Fields fino a Charles Bradley, e forse anche una voce davvero memorabile, che nel genere è peccatuccio non da poco. In ogni caso il riferimento è il soul di metà anni settanta, quello già ammiccante al Philly Sound (basta sentire Make a ChangeSmile o la ballata Can't Keep My Cool), ma ancora non scivolante nella melassa che poi ammantò quella soul music che non voleva cedere ai ritmi disco nella seconda metà di quel decennio.

E quando decidono di dare ritmo, tirano fuori anche riff di chitarra come quello di Groovy Babe che ricorda da lontano il soul energico di Black Joe Lewis & The Honeybears. Ma è la ballata romantica alla fine che la fa da padrona, con il tappeto d'organo di Giving Up, il momento sospeso tra lounge music e Smokey Robinson di Is It Any Wonder?, il blues abbozzato di Now I'm Gone e lo strumentale alla Tramp di Tuck and Roll. A questo punto scatta poi la più lunga parte live, dove i giovani dimostrano già di saperci fare, ma anche qui senza particolari rivoluzioni da proporre. Non si grida al miracolo dunque con l'arrivo a Soultown di un nuovo pretendente al trono, ma se ancora state piangendo la morte di Otis Redding, questo disco fa al caso vostro.

lunedì 18 giugno 2018

OKKERVIL RIVER

Okkervil River
In the Rainbow Rain
[ATO records
/ Self 
2018]
 File Under: Glory of the 80's

di Nicola Gervasini (16/05/2018)Mi piacerebbe poter inviare In The Rainbow Rain degli Okkervil River a Colin Meloy dei Decemberists con un semplice bigliettino con scritto "Forse era questo che intendevi fare?". Colin non ne sarebbe molto felice probabilmente, ma se personalmente ho sempre visto nelle due band le realtà migliori nate in questi anni duemila in un certo ambito che definirei "roots progressista", è proprio sulla necessità di aggiornare il sound che si stanno vedendo delle differenze. Laddove i Decemberists, già secondo me in odore di una svolta fin troppo derivativa in questi anni dieci, hanno probabilmente sbagliato il loro primo disco in carriera con il recente I'll Be Your Girl, abbracciando malamente l'Eighties-sound-revival imperante (e forse ormai già verso il suo tramonto), gli Okkervil River fanno solo un po' meglio con un album molto simile, dopo che già nel 2011 erano stati pionieri con I Am Very Far. Poi però Will Sheff aveva avuto bisogno di tornare all'essenziale per esprimere le proprie tribolazioni esistenziali e così Away nel 2016 aveva riportato tutto alle origini. 

È lui stesso che presenta In The Rainbow Rain come una svolta spensierata e felice per la band, quasi un disco volutamente mainstream e radiofonico, se avesse ancora senso fare queste distinzioni in un mercato che sta diventando ormai praticamente un porta a porta tra artista e ascoltatore (come aveva ironicamente immaginato Jeff Tweedy nel video di Low Key). Sheff recupera quindi l'armamentario sonoro degli anni ottanta, con citazioni più o meno evidenti (alzi la mano chi di voi non si è messo a canticchiare Enola Gay sull'incipit di How It Is?), ma con una attenzione su produzione arrangiamenti da disco per grandi eventi, e già qualcuno ha storto il naso per cotanto sfavillio. Eppure Famous Tracheotomies in qualche modo sembra far presagire un nuovo viaggio nelle oscurità dell'animo di Sheff, solo sorrette da una serie di effetti elettronici che fanno capire che tirerà poca aria di tradizione. Ci pensa The Dream and The Light a far capire che il tono sarà diverso, bel brano folk nella struttura, ma infarcito di tastiere, cori, e addirittura un sax bowiano nel finale, che portano in dote un sound pieno e maestoso.

Con Love Somebody siamo in pieno easy-pop, e con Family Song addirittura si riassaporano melodie alla Prefab Sprout. Anche Pulled Up The Ribbon esagera forse a mettere troppa carne al fuoco (tanto che i cori finali richiamano certi muri di suoni e voci della Electric Light Orchestra), finché Don't Move Back to LA ritrova le chitarre per un brano che ricorda vagamente i Counting Crows più radiofonici di Hard Candy, mentre Shelter Song annega in mille tastiere e non riesce a decollare. Dopo la caraibica External Actor (Sheff che imita Jack Johnson?), chiude Human Being Song tra violini sintetizzati che forse cercano i Cure ma trovano più i Simple Minds. Sheff resta un grande autore e gli Okkervil River mostrano le capacità di essere sempre originali, ma temo che il sound del futuro non sia ancora questo.

martedì 12 giugno 2018

JOSH T PEARSON

Josh T Pearson
The Straight Hits!
[
Mute Records
 2018]
facebook.com/joshtpearson
 File Under: Listen without prejudice

di Nicola Gervasini (07/05/2018)

A distanza di quasi sette anni, si può dire che il più grande merito di Last of the Country Gentlemen, disco d'esordio del texano Josh T. Pearson, sia stato quello di essere uno dei pochi motivi di vera discussione nel mondo musicale arrivato dalla scena della roots music più recente. Con quell'aria a metà tra un indie-freak alla Devendra Banhart, un neo-hippie alla Jonathan Wilson o un rude cowboy moderno alla Chris Stapleton, e con quella copertina così eroticamente trendy, Pearson realizzò un disco coraggioso, con una serie di lunghi, strascicati e, per molti, anche estenuanti brani che facevano tesoro di anni di indie-folk, ma anche di una tradizione country-folk comunque viva ed evidente nelle sue note.

Non ho sentito troppa gente in questi anni chiedersi che fine avesse fatto quello strano personaggio, e lui si è preso tutto il tempo necessario per farsi un po' dimenticare, prima di tornare con questo The Straight Hits!. Immagino lo scoramento di tanti ambienti non certo abituati a questo country-rock ubriaco e disarmonico, che più che al mondo indie-folk, guarda all'irriverenza traditional di Kinky Friedman o Mojo Nixon. Un cambio stilistico imprevedibile, una retromarcia nella tradizione che poteva anche limitarsi ad un disco della serie "guardate che anche se faccio cose strane, un disco normale lo so fare anche io". Invece Pearson gioca d'intelligenza inserendo un elemento che nel suo primo album mancava totalmente: l'ironia. L'ironia di una suadente lenta ballata alla Jonathan Richman intitolata The Dire Straits of Love, ancor più ironicamente unico brano del disco a non contenere la parola "Straight" (secondo un regolamento auto-imposto che prevede anche presenza di ritornello, bridge e testo e titolo breve), visto che già il nome della band di Knopfler ne contiene un'assonanza. Oppure l'ironia programmatica di Damn Straight, scritta dall'amico Jonathan Terrell, altra giovane leva di quello che potremmo quasi definire un "new-alternative-country" che non so se potrà dare frutti succosi, ma che perlomeno ci prova a tenere viva una scena che ha innegabilmente il fiato grosso.

E l'ironia anche nel lanciarsi in scalcagnate bars-songs in tutta la prima parte del disco, per poi spegnere mano a mano il ritmo nel finale con oscure folk-ballads che ancora nulla hanno da spartire con quanto sentito nel primo album. Dal nostro punto di vista, fattaci la risata che lui voleva suscitare e ripresoci dalla sorpresa, siamo però contenti di vedere che al di là dei giochi di prestigio, l'artista c'è, e lo si sente in un pezzo come A Love Song (Set Me Straight), più di sei minuti di crescendo drammatico che potrebbe anche farmi scomodare gli Okkervil River per la sua vocalità un po' aspra alla Will Sheff e per il wall of sound di strumenti acustici costruito pian piano intorno ad una batteria elettronica. Insomma, se il lato A è pane per vecchi irriducibili rootsofili, il lato B stuzzica quei musicofili intellettualoidi che tanto lo avevano apprezzato anni fa. Il tutto in soli 42 minuti stavolta, una durata più ragionevole che sicuramente metterà d'accordo le due opposte fazioni, nel caso il disco non ci riesca ancora una volta.

GRAHAM PARKER

Graham Parker  Cloud Symbols  [ 100% Records  2018] grahamparker.net   File Under:  Emotional weather report di Nicola Gervasini (17/10/...