sabato 19 gennaio 2019

KURT VILE

Kurt Vile 
Bottle It In
[
Matador/ Self 2018]
kurtvile.com
 File Under: Less isn't better

di Nicola Gervasini 
(05/11/2018)
Non so se sia davvero possibile dire qualcosa di nuovo nella canzone d'autore, ma in fondo non vedo dove stia il problema, dal momento che fortunatamente l'umanità, di cose da raccontare, ne avrà sempre, a dispetto del numero limitato di accordi con cui ci si può accompagnare. Eppure Kurt Vile è uno di quelli che ancora ci prova a rimescolare le carte, fin dai suoi esordi con i War On Drugs, e in un percorso solista che arriva con Bottle It In al settimo titolo (otto se contiamo la collaborazione con Courtney Barnett dello scorso anno). La durata di 78 minuti già fa presagire un'altra impegnativa maratona simile a quella del disco precedente (B'lieve I'm Goin Down, del 2015), che, sebbene fosse pieno di ottime canzoni, aveva un po' raffreddato gli entusiasmi su di lui (anche in termini di vendite, visto che Wakin on a Pretty Daze del 2013 era addirittura finito in Billboard USA).

Invece qui fin dall'iniziale Loading Zones sembra di respirare un'aria quasi mainstream, con un brano semplice e radiofonico, e sempre di veloce impatto sono le successive Hysteria e la cavalcata alla War On Drugs (alla fine torniamo sempre lì) di Yeah Bones. Poi però, messo a suo agio l'ascoltatore, ecco che arrivano i dieci minuti circa di Backwards, quasi un talking-blues in cui, nonostante del refrain rimanga solo un lontano miraggio, Vile riesce comunque a ipnotizzare l'attenzione. Un buon inizio che potrebbe far presagire l'arrivo del disco della maturità, ma a questo punto qualcosa si inceppa. One Trick Ponies infatti sono altri cinque minuti con lo stesso concetto di base: un unico giro di chitarra ripetuto in loop, una lunga serie di strofe quasi identiche tra loro, e la solita totale mancanza di stacchi. I tre minuti di Rollin With The Flow alleggeriscono il tutto (è una cover di Charlie Rich), fin troppo visto che il brano appare fuori contesto, ma i due episodi successivi, più di 18 minuti di durata totale, ammazzano un po' l'entusiasmo.

Non che non ci sia di che applaudire nella convulsa storia di droga di Check Baby, ma i dieci minuti e passa della title-track paiono chiedere troppo. Più che altro perché restano a quel punto ancora più di 25 minuti di disco, in cui sempre utilizzando l'espediente batterie elettroniche/giro di chitarra a ciclo continuo, si passa per una Munities dove aiuta anche l'amica Kim Gordon, una Come Again che sfrutta un riff di banjo per offrire uno dei pochissimi brani con un chorus, e una inutile Cold As A Wind, brano vintage fin dalla gracchiante registrazione, che rende solo più faticoso giungere ai dieci minuti di Skinny Minni, ancora un giro ipnotico, ancora un parlato, ancora una lunga cavalcata disturbata solo da una timida chitarra distorta.

Tutto molto bello, ma anche leggendo i testi si ha l'impressione che nella frenesia di non scrivere canzoni già scritte da altri, Vile si sia perso per strada la necessità di scriverne di nuove. Ed è un peccato, perché con la carne al fuoco che c'è in questo Bottle It In ci sono artisti che ci farebbero dieci album, ma qui si è perso il senso della misura. Persino quella che gli fa piazzare addrittura un minuto e 38 secondi di elettronica e rumori a termine del tutto, perché ad un certo punto probabilmente ha avuto paura di essersi dimenticato qualcosa. Qualcuno lo obblighi a fare un disco di 12 canzoni con un tempo massimo di 40 minuti, e forse avremo finalmente il gran disco che sappiamo Kurt è in grado di fare.

giovedì 17 gennaio 2019

NICOLA GERVASINI
NUOVO LIBRO...MUSICAL 80
UN NOIR A SUON DI MUSICA E FILM DEGLI ANNI 80


SCOPRI TUTTO SU https://ngervasini.wixsite.com/nicolagervasini

ACQUISTA SU AMAZON E IBS
FACEBOOK https://www.facebook.com/pg/Manfredi80/shop/?ref=page_internal


THE TRIALS OF CATO

The Trials of Cato
Hide and Hair
[
The Trials of Cato 2018]
thetrialsofcato.com
 File Under: Crociata folk

di Nicola Gervasini 
(10/12/2018)
Nel mondo globalizzato di oggi capita ormai di poter leggere anche una storia come quella dei The Trials of Cato, un trio di giovani folker nati tra le pecore delle campagne del Galles e dello Yorkshire, impregnati di una antica cultura rurale ancora non del tutto invasa dalla modernità della città e del mondo social. William Addison, Robin Jones e Tomos Williams un giorno sono partiti per una vacanza in Libano, un viaggio di piacere che si è trasformato in una crociata culturale a suon di strumenti a corda tradizionali, tanto che là sono rimasti per un lungo periodo. Diventando uno degli appuntamenti preferiti dei giovani del luogo, figli di un benessere oramai lontano nel tempo (Beirut veniva chiamata "La Parigi del Medio Oriente", ricordate?).

E ci sarebbe da farci un bello studio antropologico per capire perché un gruppo che offre una musica così antica e impermeabile alla modernità come il brit-folk offerto da questo Hide And Hair, possa avere trovato così tanti favori nel mondo mediorientale, e capire come effettivamente elementi di musica araba si possono ritrovare anche nelle bellissime gighe strumentali di questo disco come KadishaLibanus o Difyrrwch. Per registrare il loro album di debutto comunque i tre hanno fatto ritorno in patria, a Meifod, nel profondo Galles, dove Rod Callan ha trasformato un vecchio fienile nei Pen Y Lan Studios, posto perfetto per registrare un disco di folk immersi nel nulla delle country gallesi. I tre hanno inciso un album davvero sorprendente per come riesce a rinfrescare una tradizione fatta di ballate strumentali, brani in gallese (Haf, e perdonate se non so raccontarvi di cosa parla, perché il gallese penso sia la lingua più incomprensibile d'Europa) e cover-omaggio come Tom Paine's Bones di Graham Moore.

E in mezzo alcuni brani davvero interessanti in inglese come Gawain o Gloria, storia di una iniziazione sessuale con una bella cortigiana alla fiera di paese (che immagino che sia il luogo dove accadono tutte le tresche amorose a leggere i testi di almeno la metà dei tradizionali folk britannici), working-songs di protesta rurale (These Are The Things), romantiche canzoni popolari (il canto disperato della donna rimasta sola in attesa del proprio uomo partito per una guerra di My Love's In Germany) o le storia di marinai e grandi bevute del finale di The Drinkers, brano che incorpora anche un altro tradizionale (Rees).

Incredibile come 43 minuti di intrecci di chitarre, bouzouki, banjo, mandolini, fisarmoniche e percussioni, corredati da racconti di guerre di secoli fa e fiere di paese che ormai possiamo solo immaginare, possano ancora risultare interessanti per dei giovani musicisti, nuovi eroi di una nicchia culturale che è pronta per diventare riserva naturale da salvaguardare.

mercoledì 16 gennaio 2019

ALLENATORI NEL PALLONE

Se fino a due secoli fa eravamo un popolo di poeti, santi e navigatori, nel novecento noi italiani avevamo raggiunto il prestigioso traguardo di essere diventati più di cinquanta milioni d’allenatori. Il tutto grazie a profondi studi nei migliori Bar Sport d’Italia (a proposito, ne esistono ancora? Se li vedete mandateci una foto), con tattiche per accaparrarsi per primi la Gazzetta dello Sport durante la colazione del mattino che Bearzot se le sognava. E andava benissimo così, perché il calcio, visto da fuori come spettacolo e non come sport, serve a quello. Per cui io posso tranquillamente permettermi di far notare al nostro CT nazionale Roberto Mancini che c’è qualcosa che stride nel suo continuo piagnisteo sul fatto che in serie A giochino solo giocatori stranieri, e di conseguenza gli italiani non possano emergere.
Perché con spericolato ragionamento carpiato da Bar Sport potrei chiedergli come mai i giocatori italiani non sono all’estero a prendersi i posti degli stranieri che sono qua. Qualcuno c’è, ma gli italiani di successo all’estero si contano sulle dita di una mano. Forse siamo mammoni che non vogliono lasciare casa? O semplicemente meglio guadagnare tanto pur non giocando, piuttosto che giocare guadagnando poco. E via di congetture e teorie fantascientifiche degne di una puntata di Black Mirror.
Tanto che importa se chi scrive non ha la minima idea di come funzioni realmente un mercato di calcio? Non sarò santo, sono un pessimo poeta e non so nuotare, ma sono tifoso – ergo esperto di calcio in fieri – per cui allenatore de facto. Ma in questi mirabolanti anni 2000, da italiano, non sono più solo allenatore: ora sono in grado di scoprire studi scientifici che conosco solo io, valuto ad occhio la tenuta di ponti, correggo i conti dello Stato sulla carta del formaggio e scopro che abbiamo fondi per fare cose strabilianti che chissà perché il mio Ministro dell’Economia non ci era arrivato da solo, e so perfino esattamente come funziona la macchina burocratica della nostra magistratura tanto da segnalarne le inefficienze con prontezza. Addirittura ora mi basta pochissimo per diventare parlamentare.
Un po’ come se la Juventus scegliesse il proprio allenatore con un contest tra i suoi tifosi, che magari si accontenteranno di qualche milione di euro in meno dell’attuale allenatore Allegri, ma loro sì che farebbero convivere Cristiano Ronaldo e Dybala senza problemi (se non sapete ci sono vi rimando al Bar Sport). Vai a capire perché Allegri non ci arrivi da solo, ma queste sono domande già difficili. Ah no, dimenticavo, siccome noi italiani siamo diventati anche perfetti consulenti matrimoniali, ora abbiamo anche questa risposta: la colpa è solo di Ambra, ça va sans dire. Come si fa effettivamente a non essere eccitati per cotanta conoscenza ottenuta con un semplice cambio di secolo?http://www.varese7press.it/158582/uncategorized/outside-the-window-fatti-e-misfatti-raccontati-da-nicola-gervasini

domenica 16 dicembre 2018

100 DISCHI DEL 2018 CHE RIASCOLTERO'

Non vuole essere una vera classifica, perchè sono semplicemente i 100 dischi del 2018 che riascolterò più spesso anche negli anni a seguire. Ne isolo 20 che considero il top dell'anno, ma devo dire che questa annata ha evidenziato come in ogni ambito che seguo più assiduamente e che sono rappresentati nella lista (indie, black, roots-americana, italiani, non faccio più liste di genere) c'è un appiattimento della proposta che tende nuovamente verso l'alto. Non ci sono forse più capolavori epocali, e forse è ora anche di smettere di ribadirlo e di aspettarseli, visto che sono anni ormai che lo diciamo, ma escono ancora tanti dischi ben fatti, ma soprattutto tante belle canzoni, anche in ambito italiano dove ne ho sentite tante che qui non compaiono. Forse è questo a cui dovremmo arrenderci, l'album è sempre più un contenitore senza senso quando poi lo ascolti in streaming o su youtube e lo spezzetti in 1000 playlist (io ancora non lo faccio, ma so che oggi si fa così, ma ad esempio isolo sempre canzoni da mettere sulla chiavetta in macchina ed è un po' la stessa cosa). Perchè oggi gli artisti ragionano in canzoni, come si faceva nel 1950 in fondo, alla fine il cerchio si chiude.

TOP 20 
Vecchi che ce la fanno ancora, due giovani italiane che insegnano folk al mondo, band roots che ancora tengono alta la bandiera di genere, e due donne al potere, con due dischi agli antipodi tra loro, ma forse no.

1 Neneh Cherry Broken Politics
2 Alela Diane Cusp
3 Dirtmusic Bu Bir Ruya
4 Daniel Blumberg Minus
5 Jeff Tweedy Warm
6 Emma Tricca St Peter
7 Alejandro Escovedo The Crossing (with Don Antonio)
8 Richard Thompson 13 Rivers
9 Ry Cooder Prodigal Son
10 Any Other Two, Geography

11 The Good, the Bad & the Queen Merrie Land
12 Marianne Faithfull Negative Capability
13 Cat Power Wanderer
14 Amy Ray Holler
15 Black Joe Lewis & The Honeybears The Difference Between Me And You
16 Fantastic Negrito Please Don't be Dead
17 Lucero Among The Ghosts
18 Marcus King Band Carolina Confessions
19 Simone Felice The Projector
20 John Prine The Tree of Forgiveness


GLI ALTRI 80 (in ordine alfabetico)
21 ACC Beautiful, At Night 22 An Angry Bird Of Ghosts and Marvels 23 Anna Calvi Hunter 24 Belle & Sebastian How To Solve Our Human Problems 25 Belly Dove 26 Ben Glover Shorebound 27 Bettye Lavette Things Have Changed 28 Bombino Deran 29 Brandi Carlile By the Way, I Forgive You 30 Breeders All Nerve 31 Brent Cobb Providence Canyon 32 Buffalo Tom Quiet and Peace 33 Colter Wall Songs of the Plains 34 Courtney Barnett Tell Me How You Really Feel 35 Courtney Marie Andrews May Your Kindness Remain 36 Cowboy Junkies All That Reckoning 37 Damien Jurado The Horizon Just Laughed 38 Dan Baird Screamer 39 Dan Stuart The Unfortunate Demise of Marlowe Billings 40 David Byrne American Utopia 41 David Crosby Here If You Listen 42 Dead Cat In A Bag Sad Dolls And Furious Flowers 43 Donnie Fritts June (A Tribute To Arthur Alexander) 44 Elvis Costello Look Now 45 Eric Bibb Global Griot 46 Erika Wennerstrom Sweet Unknown 47 Father John Misty God's Favorite Customer 48 Ferro Solo Almost Mine The unexpected rise and sudden demise of Fernando (PT.1) 49 Giulia Millanta Conversation with a Ghost 50 Glen Hansard Between Two Shores 51 Graham Parker Cloud Symbols 52 Grant Lee Phillips Widdershins 53 Guy Littell One of Those Fine Days 54 H.C. McEntire Lionheart 55 Handsome Jack Everything's Gonna Be Alright 56 Herself Rigel Playground 57 J Mascis Elastic Days 58 Jayhawks Back Roads And Abandoned Motels 59 Jen V Blossom Hunting Days 60 Joan As Police Woman Damned Devotion 61 John Oates Arkansas 62 Johnny Marr Call The Comet 63 Julia Holter Aviary 64 Kamasi Washington Heaven & Earth (Young Turks) 65 Kasey Chambers Campfire 66 Kinky Friedman Circus of Life 67 Kristin Hersh Possible Dust Clouds 68 Kurt Vile Bottle It In 69 Kyle Craft Full Circle Nightmare 70 Laura Veirs The Lookout 71 Lenny Kravitz Raise Vibration 72 Leon Bridges Good Thing 73 Levi Parham Girls It's All Good 74 Low Double Negative 75 Mary Gauthier Rifles & Rosary Beads 76 Mudhoney Digital Garbage 77 Nap Eyes I'm Bad Now 78 Neko Case Hell-On 79 Nero Kane Love In A Dying World 80 Okkervil River In the Rainbow Rain 81 Paul kelly Nature 82 Paul McCartney Egypt Station 83 Paul Weller True Meanings 84 Phil Cook People Are My Drug 85 Phosphorescent C'est La Vie 86 Ruen Brothers All My Shades of Blue 87 Ryley Walker Deafman Glance 88 Shooter Jennings Shooter 89 Spain Mandala Brush 90 Spiritualized And Nothing Hurt 91 Stephen Malkmus Sparkle Hard 92 Steve Forbert The Magic Tree 93 Stray Birds Let It Pass 94 Suede The Blue Hour 95 Thalia Zedek Fighting Season 96 The Nude Party The Nude Party 97 The War and Treaty Healing Tide 98 Titus Andronicus A Productive Cough 99 Tom Rush Voices 100 Tony Joe White Bad Mouthin'

BONUS TRACK IN ITALIANO

Maisie - Maledette Rockstar
Luca Rovini - Cuori Fuorilegge

DELUSIONI

Arthur Buck Arthur Buck Calexico The Thread That Keeps Us Eels The Deconstruction Eleanor Friedberger Rebound Florence & The Machine High As Hope Israel Nash Gripka Lifted Jack White Boarding House Reach John Grant Love Is Magic Jonathan Wilson Rare Birds Decemberists I'll Be Your Girl

DOTTORE L'ABBIAMO PERSO:

Van Morrison  - premio "hai rotto il cazzo 2018"
Rod Stewart - no dai Rod, NO.



BEST ARCHIVES RECORD


1 Primal Scream Give Out But Don't Give Up. The Original Memphis Recordings
2 Prince Piano & A Microphone 1983
3 REM REM At The BBC
4 Tom Petty An American Treasure
5 Neil Young Songs for Judy
6 Jimmy LaFave Peace Town
7 Bob Dylan More Blood, More Tracks (Bootleg Series 14)
8 Bob Seger Heavy Mu
sic_ The Complete Cameo Recordings 1966-1967
9 David Bowie Never Let Me Down 2018
10 Loudon Wainwright III Years In The Making




lunedì 10 dicembre 2018

ANY OTHER

Any Other Two, Geography[42 Records 2018] 

42records.it
 File Under: alt-rock, indie

di Nicola Gervasini (24/10/2018)
Abbiamo ancora nelle orecchie e nei lettori l'exploit di Emma Tricca con l'album St. Peter, ed ecco che con Any Other subito troviamo un'altra artista di cui essere fieri anche nel mercato estero. Polistrumentista al servizio di Colapesce e pure produttrice di un album per il varesotto Generic Animal, Adele Nigro usa un nickname misterioso, che, come tradizione indie vuole, non si sa mai se considerare una band o un singolo artista. Ma qui dubbi non ce ne sono, perché Adele suona gran parte degli strumenti, aiutata da Marco Giudici (piano e basso), Alessandro Cau (batteria) e con interventi di Laura Agnusdei degli Julie's Haircut e Marta Benes.

Two, Geography rappresenta un netto passo avanti rispetto all'esordio del 2015 (Silently. Quietly. Going Away), perché nonostante lo stile richiami ovviamente nomi del passato e presente, si nota una personalità nel modo di scrivere canzoni non indifferente, con brani che si dimenticano ritornelli, two-minute songs che indugiano in lunghe intro di archi prima di svilupparsi in un emozionante crescendo improvvisamente troncato sul finale (Breastbone), bozzetti da poco più di un minuto che assumono dignità di canzone finita (la strumentale Stay Hydrated! e il finale di A Place). E in mezzo una serie di canzoni davvero straordinarie anche nei testi, con un filo logico emozionale che viaggia sul confine del concept album, in cui dallo struggente testo di A Grade (una escalation di ricordi di un amore finito che finisce però con una reazione d'orgoglio come "Non dovrei essere grata se qualcuno mi fa sentire che posso essere amata, mi merito amore"), si arriva alla positiva presa di coscienza di Geography ("Se non riesci a vedere il mondo se non attraverso la lente del cinismo, qual è il senso anche solo di vivere?"), passando attraverso però le difficoltà a trovare un senso dopo una grande delusione ("come puoi fare le cose quando sei giù e non esiste un criterio?" recita l'inizio del singolo Capricorn No).

Proprio quest'ultima canzone è forse il brano che si discosta più dal resto, e potrebbe trarre in inganno sul suo stile, dove la rabbia della prima Ani DiFranco si sposa perfettamente con la grazia delle prime brit-folker inglesi di fine anni sessanta. Two, Geography ha il raro dono di mostrare una maturità da artista scafata, pur raccontando di incertezze e dolori da ragazza che scopre che la ricerca di sé stessa e del grande amore non sempre vanno d'accordo (In Traveling Hard canta "Se esco con gli uomini, devo accettare che io possa essere migliore di loro, contrastandoli e non più trascurandomi per il loro bene. Non sono difettosa, non ho bisogno di essere aggiustata, ho solo bisogno di amarmi"), e che pensa che la musica possa ancora raccontare qualcosa di noi stessi attraverso le emozioni dell'artista ("Leggi i testi quando ascolti la canzone? Potrebbe aiutarti in alcune occasioni" canta ancora in Geography). Fortemente consigliato.

venerdì 7 dicembre 2018

KASEY CHAMBERS

Kasey Chambers & The Fireside Disciples
Campfire
[
Essence 
2018]
kaseychambers.com
 File Under: field songs

di Nicola Gervasini (27/06/2018)
Non è stato facile per Kasey Chambers guadagnarsi il rispetto del mondo country/roots statunitense. Vuoi per quella normale diffidenza verso una australiana che si dedica alla country-music, vuoi perché all'inizio la sua carriera si è dovuta scrollare di dosso anche il sospetto di essere solo una "figlia di". I genitori infatti erano già più che noti per aver dato vita alla Dead Ringer Band, e proprio loro a fine anni Novanta permisero alla figlia di volare negli Stati Uniti grazie all'interessamento di Buddy Miller, che suonò già nel suo primo album. La ragazza però ha avuto l'umiltà di fare la giusta gavetta, imparando il mestiere come spalla di Lucinda Williams, e disco dopo disco è cresciuta.

Non abbiamo forse la nuova Emmylou Harris, ma le sue ultime uscite come Bittersweet (2014) e Dragonfly dello scorso anno (prodotto dal compatriota Paul Kelly) testimoniano un'autrice e interprete sicuramente di primo piano. Tempo dunque di permettersi un disco come Campfire, probabilmente il suo progetto più integralista e legato alla tradizione, in cui la Chambers riunisce sotto il nickname The Fireside Disciplesamici (Brandon Dodd dei Grizzly Train), parenti (il padre Bill Chambers) e Alan Pigram, artista australiano di etnia Yawuru molto noto in patria con i Pigram Brothers. Campfire Song è l'inizio programmatico, che racconta di una fanciullezza passata nei campi e secondo valori antichi di famiglia-lavoro, ma il disco trova subito una sua varietà con il brano per sole voci Go On Your Way e la intensa Orphan Heart, che pare davvero uno dei migliori duetti tra Gillian Welch e David Rawlings. Con Goliath siamo dalle parti del gospel rurale tanto in voga in questi anni (niente che non si senta anche anche dalle nostre parti da Veronica Sbergia o artisti simili), mentre con Abraham il lungo sermone della domenica si fa lento e sofferto.

Il disco prosegue quindi con lo stesso menu, con momenti di delizioso divertissement bluegrass come Junkyard Man e altri più riflessivi come The Harvest & The Seed, dove duetta proprio con Emmylou Harris. Nei testi la Chambers traccia una sorta di parallelo tra l'America che fu raccontata da John Steinbeck (e che continua a vivere nei libri di Kent Haruf probabilmente), e una Australia dove gli spazi immensi e i deserti non fanno altro che amplificare la solitudine e l'arretratezza, ma anche la forza di rapporti umani costretti all'ambito familiare o dai confini di piccoli centri abitati. Un mondo dove il rapporto con la natura e gli animali è parte integrante del proprio essere (This Little Chicken o Fox & The Bird), e dove solo la morte scandisce il tempo (la splendida Now That You're Gone). Disco bello seppur non per tutti i palati, Campfire è una cantata intorno al fuoco al quale vi consigliamo di partecipare. 

domenica 2 dicembre 2018

JIM JAMES

Jim James 
Uniform Distortion 
[
ATO 
2018]
jimjames.com
 File Under: My Morning Garage

di Nicola Gervasini (28/08/2018)
Avvertenze: se cercate in Uniform Distortion la risposta ad un quesito che vi attanaglia da anni sulla reale statura artistica di Jim James, sappiate che anche stavolta ne uscirete con seri dubbi.

Modalità d'uso: prendete i vostri dischi dei My Morning Jacket e fate un gioco sulla memoria: dimenticateli insomma, siano essi i gloriosi tempi del nuovo roots-prog di It Still Moves o Z, siano la torrenziale orgia di suoni del live Okonokos o i discussi e mai troppo digeriti esperimenti di Evil Uges o Circuital. Prendete anche i dischi solisti già editi da Jim James, e dimenticate pure quelli. Scordatevi la sua disperata ricerca di una grammatica propria, quel suo essere sempre sul confine tra l'avere un'idea geniale per poi perdersi in troppi particolari al momento di realizzarla, quella sua prolissità stilistica che ne fa uno dei più irrisolti artisti degli anni 2000. Ecco, se vi lasciate alle spalle tutto ciò che sapevate di lui, allor potete procedere all'ascolto di Uniform Distortion.

Dosaggio: Uniform Distortion non è un disco che vi può cambiare la vita. Vi piacerà, ma non farà piazza pulita di tutti i vostri ascolti. Ma a differenza di molte produzioni di Jim James, rimetterlo nel lettore (piatto, streaming, autoradio, fate voi…) sarà un'idea invitante e per nulla impegnativa. Perché la sua voluta e cercata "easyness" retro-rock, già figlia della lezione rock di suoi esimi contemporanei come Dan Auerbach (Black Keys) a Jim White (White Stripes), è stata pensata apposta per fare un disco facile da proporre live, e per una volta, anche radio-friendly.

Controindicazioni: Può darsi che questo mix di chitarre da garage-rock sospese a metà tra Link Wray (All In Your HeadYes To Everything) e Neil Young (Throwback), queste melodie anni 50 alla Dion (Over and Over e Too Good To Be True), questi hard-riff tra i Troggs (You Get To Rome) e i Dinosaur Jr (Just A Fool e Out Of Time) possano un po' disorientarvi, stordirvi anche. Qualcuno potrebbe anche annoiarsi e sbuffare per cotanto revival travestito da modernità. Ma attenzione, James non sta prendendovi in giro, non pensate a Uniform Dirtortion come il suo Everybody's Rockin (Neil Young), e cioè un mero esercizio di stile buono per divertirsi con gli amici. Questo album sa invece di giro di vite, di presa di consapevolezza dei propri mezzi, di voglia di rigenerazione.

Scadenza e Conservazione: Uniform Distortion non scade, perché è già scaduto. È già detto, già scritto, già suonato. Da altri, in altre ere rock. Ma ora anche da Jim James, che di un disco così aveva bisogno, pur restando sempre quello strambo personaggio con la faccia colorata di bianco cantava Going To Acapulco di Bob Dylan al funerale del film "I'm Not There" di Todd Haynes: un artista capace di rendere oro quello che tocca quando vuole, con una cultura musicale enorme (merce rara tra le nuove leve), e un ego talmente smisurato da non saperlo contenere. Per cui conservatevi questo disco, fra qualche anno non lo ricorderemo come il suo capolavoro, ma come quella volta che è stato capace di toccare l'essenza del rock, e tirarne fuori un album che si fa ascoltare, riascoltare, e, finalmente, non stanca presto. 

mercoledì 28 novembre 2018

RICHARD THOMPSON

Richard Thompson 
13 Rivers 
[
Proper records 
2018]
richardthompson-music.com
 File Under: chi fa da sé...

di Nicola Gervasini (18/09/2018)
Alla fine poi è nella semplicità la soluzione giusta, e ora l'ha capito anche Richard Thompson. Esaurita la fase revival con la serie "Acoustic Classics", il vecchio chitarrista inglese (ma neanche vecchissimo, i settanta li raggiungerà solo l'anno prossimo, a dispetto di una carriera che ha già superato i cinquant'anni di attività) torna con un nuovo album di inediti. 13 Rivers è composto da 13 fiumi in piena di chitarre e una versione elettrica di qualcosa che ormai solo a tratti ricorda quel folk inglese di partenza che solo lui ha saputo manipolare così bene. A differenza dei suoi predecessori, come Electric e Still, il nuovo disco, pur uscendo sempre per l'americana New West (l'inglese Proper per la versione europea), non cerca più nuove strade tramite produttori di grido nel mondo dell'Americana (nel primo era Buddy Miller, nel secondo Jeff Tweedy), ma torna all'autoproduzione.

E non solo: si torna in studio con la rodata band che lo segue anche nei tour, in cui continua a spiccare il funambolico batterista Michael Jerome, oltre a Taras Prodaniuk e Bobby Eichorn. Un trio formidabile che Thompson ha rinchiuso in tutta fretta in uno studio di Los Angeles lo scorso ottobre per dare vita a canzoni nate nei sei mesi precedenti. Libero quindi dalla necessità di dimostrare di essere ancora moderno, Thompson anima più di cinquanta minuti di tiratissimo folk elettrico, con due chitarre bene in vista e un sound tagliente che ricorda quello di album come Sweet Warrior o Mock Tudor. Bastano solo i sei minuti iniziali di Storm Won't Come, brano di superba scrittura, pregno di una tensione positiva palpabile nel drumming di Jerome, e impreziosito da un assolo che mette a tacere tutti e che dimostra che nel 2018 si può ancora essere un guitar-hero con intelligenza. Ma è tutto il disco che convince, con una The Rattle Within che recupera arie tradizionali inondandole di elettricità, o con la solita ironia con cui affronta da sempre i temi sentimentali in Her Love Was Meant For Me.

Thompson torna ad essere produttore e a registrare in analogico e in presa diretta, e a sua detta alcune tracce non hanno neanche subito ritocchi. E c'è da credergli, sentito il genuino tiro da live-version di brani come You Can't Reach Me No Matter, e sono solo alcuni esempi dell'atmosfera decisamente up-tempo del disco. I momenti riflessivi ci sono, ma si limitano a The Dog in You e al bellissimo finale di Shaking the Gates. Non convinceremo più nessuno ormai a farsi piacere l'opera di Richard Thompson, se già non si era convinto prima, potremmo anche solo usare un brano come Do All These Tears Belong to You? per fare una lezione di buon songwriting alle nuove generazioni e nessuno avrebbe da protestare, ma chi lo ama sappia che 13 Rivers è forse il suo disco più convincente dell'ultimo decennio. Forse già lo avrà scoperto da solo, perché Thompson resta uno di quelli da acquistare a scatola chiusa, e cominciano ad essere in pochi a vantare una simile continuità qualitativa. 

venerdì 23 novembre 2018

MIKE FARRIS

Mike Farris 
Silver & Stone
[
Compass 
2018]
mikefarrismusic.com
 File Under: The singer, not the song

di Nicola Gervasini (01/10/2018)
Esiste una categoria di cantanti che scherzosamente definiamo con un "potrebbe cantare anche l'elenco del telefono che sarebbe ugualmente bello sentirlo". Definizione da aggiornare forse, anche solo per il fatto che gli elenchi dei telefoni non so nemmeno se li distribuiscano più, ma per il resto il mondo della musica continua a dividersi tra quelli che ci vivono per un dono di natura (la voce, per esempio) e quelli che ci entrano a testa bassa per pura vocazione creativa. Capita a volte il miracolo di trovare chi incarna entrambi i ruoli, ma è ovvio che per un Tom Jones che ha avuto in dono una voce che fa vibrare i vetri, esiste un Bob Dylan che è diventato il più grande a dispetto di una natura che ha provato a mettergli i bastoni fra le ruote (ma proprio non c'è riuscita fortunatamente).

Mike Farris ad esempio ora fa sicuramente parte della prima categoria, anche se forse ci si è adattato suo malgrado col tempo. Di certo non era solo per mettere in mostra la sua gran voce che aveva fondato a metà degli anni novanta gli Screamin' Cheetah Wheelies, brillante ibrido tra la vena jam dei Widespread Panic e l'anima sudista dei Black Crowes, con cui realizzò almeno tre ottimi dischi non troppo baciati dalla fortuna. La sua carriera solista invece è stata fin da subito caratterizzata da una esaltazione della sua voce, perpetrata attraverso una ricerca nella tradizione americana condotta miscelando cover e brani originali in un calderone fatto di gospel, blues, rock e tanto soul. Nel 2007 il suo disco più gospel-oriented, Salvation In Light, esaltò tutti, noi compresi, e da allora non ha sbagliato un colpo, pur rinunciando a cercare un tocco più personale anche nel songwriting.

E non fa eccezione il nuovo album Silver & Stone, come al solito equamente dosato tra interpretazioni e brani autografi che paiono però classici del soul esattamente come i primi. Non riuscendo troppo a notare la differenza tre le due categorie, il risultato è che ancora una volta Mike Farris non scrive la storia, ma la canta davvero bene, aiutato da un team di musicisti formidabili (tra cui spicca il chitarrista Doug Lancio) e da qualche amico che movimenta la festa (Joe Bonamassa, che impreziosisce Movin' Me fortunatamente senza strafare). Godetevi dunque una strepitosa versione di Hope She'll Be Happier di Bill Withers (grande anche solo la scelta per nulla banale del brano), una Are You Lonely fro Me Baby? di Bert Berns che se la gioca con le tante versioni che l'hanno preceduta (fu una hit per Freddie Scott, ma è stata interpretati da mostri sacri come Otis Redding e Al Green o anche Steve Marriott, Buster Poindexter e Buddy Guy) o classici iper-noti come Let me Love You Baby di Willie Dixon.

Tra questi si inseriscono i brani di sua scrittura, tra cui spiccano la bluesy Tennessee Girl e la baldanzosa Snap Your Finger. Per il resto chitarre taglienti, organo Hammond a briglia sciolta, e tanta passione: sapete già cosa chiedere ad un disco di Mike Farris, e lo avrete anche questa volta. 

martedì 20 novembre 2018

JONATHAN JEREMIAH

Jonathan Jeremiah 
Good Day
[
Pias/ Self 2018]
facebook.com/jjeremiahmusic
 File Under: il nostro disco che suona…

di Nicola Gervasini 
(10/10/2018)
In un'epoca in cui le grandi etichette ormai non riescono più a determinare il mercato, Jonathan Jeremiahaveva rappresentato per la storica Island Records un positivo tentativo di dire qualcosa anche in questi anni dieci. Lo storico patron Chris Blackwell ha ormai da tempo venduto tutto alla Universal, ma nel tentativo di mantenere un marchio che un tempo voleva dire coraggio e qualità nel cercare nuovi mondi musicali, si scoprì questo bello e strambo cantautore londinese, che con la Island ha pubblicato due dischi (A Solitary Man del 2011 e Gold Dust del 2012) infarciti di sapori da cantautorato classico americano e un pizzico di attitudine da indie-folker. Scaricato dalla Universal, il nostro tiene però duro, e il suo quarto album Good Day esce per una label indipendente, con buona pace dei tempi in cui firmare per una major era un sogno da realizzare e un punto di arrivo.

Good Day accentua ancor più quel suo gusto vintage di ricerca di sonorità antiche, che pescano stavolta nel soul-pop degli anni sessanta. Nulla di nuovo in questo recupero, il sound di Good Day non è infatti lontanissimo da quanto proposto (allora sì con un pizzico di originalità nella scelta) dalla sfortunata Amy Winehouse ai tempi del suo unico album Back To Black. Soltanto che nel 2018 le esperienze musicali da cui attingere sono ormai svariate, per cui accade che un pezzo come Deadweight riesca in un colpo solo a richiamare il giro di basso di Sour Times dei Portishead per trasportarlo in sette minuti di tripudio orchestrale degno di una colonna sonora di un James Bond degli anni 60. E' questo sicuramente il pezzo forte e più rappresentativo di un album che probabilmente gioca più con la forma che con la sostanza, quasi che i panni di semplice songwriter dei sui esordi gli stiano ormai stretti. Il gioco vale la candela perché la (ri)produzione dei suoni è davvero notevole, ma alla fine si fa ripetitivo, e fine a sè stesso.

Piacciono comunque la leggerezza della title-track, l'intensità di Hurt No More (ma quegli archi dietro non ricordano un po' troppo quelli di Ain't No Sunshine di Bill Whiters?), e il momento puramente Burt Bacharach di U-Bahn (It's Not Too Late For Us). Per il resto i brani non solo si assomigliano un po' tutti, ma assomigliano a tanti brani del new-soul degli ultimi quindici anni, e ancor più ricordano sempre tanti originali di 40-50 anni fa. Ripartire dalle origini sembra essere il gioco della modernità, per cui accettiamo Good Day come l'ennesimo esercizio di stile condotto con professionalità. In fondo fa anche piacere che le giovani leve apprezzino ancora una ballatona romantica come Shimmerlove, un pezzo che sarebbe potuto piacere ai nostri nonni come alternativa a Fred Bongusto, e che risponde alla domanda che fu di Joe Jackson su dove diavolo siano finiti i lenti.

Il bello di questi dischi è che in fondo dimostrano come la fine dell'età dell'oro del rock abbia abbattuto anche le lotte generazionali, e se Bob Dylan può finire la carriera cantando Frank Sinatra risultando credibile, nulla di strano se oggi i figli suonano la musica che i loro nonni ascoltavano sulle rotonde sul mare come se fosse rivoluzionaria.

KURT VILE

Kurt Vile  Bottle It In [ Matador/ Self 2018 ] kurtvile.com   File Under:   Less isn't better di Nicola Gervasini  (05/11/2018) N...