venerdì 22 gennaio 2021

TRIBUTE TO MARC BOLAN

 


Autori Vari

AngelHeaded Hipster
The Songs of Marc Bolan & T. Rex

[BMG 2020]


 File Under: Children of Hal Willner

di Nicola Gervasini (21/09/2020)


Una prima riflessione che si potrebbe fare davanti all’ennesimo torrenziale tribute-album è che questo tipo di prodotto è ormai diventato una consuetudine del mondo rock fin dalla seconda metà degli anni Ottanta, per cui sono quasi 35 anni che il rock celebra sé stesso. Detto così fa sentire vecchi, ed è forse ragionando su questa realtà che AngelHeaded Hipster: The Songs of Marc Bolan & T. Rex è stato pensato e voluto da Hal Willner per un cast che fosse davvero rappresentativo di ogni era passata. Willner, produttore di rara intelligenza e sensibilità, è morto ad aprile, abbattuto dal virus che sta infestando le vite di tutti, ed è forse al suo nome che colleghiamo i più bei dischi a tema mai realizzati, motivo per cui questo album, che celebra la prossima e tardiva entrata nella Rock n Roll Hall Of Fame dei T. Rex, rappresenta il suo botto finale.

Nel quale, durante parecchi anni di registrazioni, ha riunito i fratelli artistici e contemporanei di Marc Bolan (Todd Rundgren e David Johansen ad esempio), i suoi primi figli artistici (Joan Jett, Marc Almond o Nick Cave), i suoi seguaci degli anni ottanta (la rediviva Nena, gli U2 che si fanno accompagnare al piano da Elton John, Perry Farrell dei Jane’s Addiction), e poi oltre, con rappresentanti dal mondo della roots music al femminile (Lucinda Williams, Victoria Williams e Maria McKee) e tanti nomi di questi anni 2000 come gli Elysian Fields o Kesha. Varrebbe la pena parlare di ogni singola versione, o della pletora di ospiti di gran livello che hanno suonato in queste canzoni (citerei Donald Fagen, Marc Ribot, Mike Garson, Bill Frisell, Wayne Kramer e Van Dyke Parks), ma in mancanza di adeguato spazio, soffermiamoci sul chiederci perché nel 2020 si senta ancora la necessità di ricordare al mondo che Marc Bolan non fu quel rockettaro un po’ "cialtrone" di cui ricordo che si raccontava spesso dopo la sua morte, ma un grande anticipatore.

E non solo per i suoi stralunati primissimi album, che fondamentalmente sono stati compresi solo decenni dopo, quando quella musica è divenuta il mainstream del mondo indie, e neppure perché a lui si assegna l’onore di avere inventato il glam-rock anche prima di sua maestà David Bowie, un genere visto ai tempi come una commistione di rock ad alto voltaggio e vestiti di scena giocati sull’ambiguità di genere. Di fatto le canzoni qui presenti, che come potrete immaginare godono di interessanti rivisitazioni, come di occasioni mancate (se non proprio di brutte versioni), suonano moderne e ancora adattabili al nostro tempo. Ed è strano che nonostante i Duran Duran li citassero a spron battuto nei loro anni d’oro (con tanto di cover di Get It On nel side-project dei Power Station con Robert Palmer), Bolan non abbia goduto dello stesso culto di un Jim Morrison e di altri morti eccellenti. E, a ben vedere, sebbene già solo nel 2015 fosse uscito un altro tribute-record (Children Of The Revolution), mancava comunque un’opera che lo omaggiasse doverosamente, al pari dei tanti nomi ormai iper-rivistati e sovra-celebrati.

Non posso dire che il risultato sia ottimale stavolta, forse per la troppa carne al fuoco di diversa provenienza, con oltre cento minuti di musica che mostrano spesso il difetto del compitino frettoloso o dello stravolgimento inopportuno, ma questo ormai vale per tutti questi album, i quali forse ormai stanno esaurendo i nomi da omaggiare, e mi chiedo se tutti gli artisti usciti negli anni 2000, per quanto validi, verranno ugualmente celebrati fra qualche anno. Certo è che se fra trent’anni saremo ancora qui a parlarvi del nuovo tribute-album su Bob Dylan, non potremo contare più sul marchio di garanzia di Hal Willner, ed è questa la vera cosa che fa sentire il rock ancora più vecchio.

 La scaletta e gli interpreti

Children Of The Revolution – Kesha
Cosmic Dancer – Nick Cave
Jeepster – Joan Jett
Scenescof – Devendra Banhart
Life’s A Gas – Lucinda Williams
Solid Gold, Easy Action – Peaches
Dawn Storm – Børns
Hippy Gumbo – Beth Orton
I Love To Boogie – King Khan
Beltane Walk – Gaby Moreno
Bang A Gong (Get It On) – U2 feat. Elton John
Diamond Meadows – John Cameron Mitchell
Ballrooms Of Mars – Emily Haines
Main Man – Father John Misty
Rock On – Perry Farrell
The Street and Babe Shadow – Elysian Fields
The Leopards – Gavin Friday
Metal Guru – Nena
Teenage Dream – Marc Almond
Organ Blues – Helga Davis
Planet Queen – Todd Rundgren
Great Horse – Jessie Harris
Mambo Sun – Sean Lennon and Charlotte Kemp Muhl
Pilgrim’s Tale – Victoria Williams with Julian Lennon
Bang A Gong (Get It On) Reprise – David Johansen
She Was Born To Be My Unicorn / Ride A White Swan – Maria McKee

martedì 19 gennaio 2021

BERT JANSCH

 

 


 

Bert Jansch
Crimson Moon
[Earth Recordings 2020]

 Sulla rete: earthrecordlabel.com

 File Under: father and sons

di Nicola Gervasini (19/10/2020)

Non so quanto possa essere lungimirante dal punto di vista imprenditoriale la politica della Earth Recordings, sotto-etichetta della Fire Records, da qualche tempo impegnata in improbabili ristampe dal punto di vista commerciale di parecchi dischi - anche minori - di Bert Jansch. Di certo se il suo è nome venerato e più che nobile nel mondo musicale inglese, lo si deve ai suoi album degli anni Sessanta e Settanta, e alla partecipazione al progetto dei Pentangle; mi chiedo dunque quale pubblico, oltre ai suoi già fedeli fans, possa essere interessato ad una sua ristampa di un disco del 2000. Ma qui effettivamente si va, con innegabile coraggio, a cercare di riparare ad un grave torto che ha fatto sì che Crimson Moon non diventasse a suo modo un classico.

Quando lo pubblicò, Jansch non era affatto un vecchio residuato da recuperare: nel mondo del folk il suo nome continuava ad essere sempre in alto nei cartelloni, e la sua discografia era regolare, seppur non copiosa, però è ovvio che ormai a seguirlo erano gli appassionati di nicchia. Crimson Moon invece fu una sorta di auto-omaggio creato per ricordare alle band che avevano rianimato la musica inglese nella seconda parte degli anni Novanta quanto la sua lezione in fondo fosse ancora moderna, e che forse qualcuno gli doveva qualcosa. E così per queste registrazioni, accanto a Bert, si sedettero l’ex Smiths Johnny Marr e il chitarrista degli Suede Bernard Butler. Accostamenti apparentemente improbabili, che diedero vita però ad un album davvero straordinario, in cui Marr e Butler mostrarono la propria stoffa adeguandosi ai ritmi del vecchio maestro, che qui proponeva brani scritti di suo pugno come la title-track, Caledonia e Fool's Mate, pezzo cardine del disco, e una serie di interessanti cover come la murder-ballad tradizionale Omie WiseMy Donald, un brano del 1964 dell’oscuro folk-singer Owen Hand, il classico blues Singin The Blues di Guy Mitchell, e soprattutto la bizzarra rilettura di October Song, un brano tratto dall’album d’esordio della Incredibile String Band.

Folk dicevamo, ma con le solite venature jazz e blues che da sempre rappresentano il marchio di fabbrica di Mr Jancsh. Il disco ottenne grandi onori dalla stampa inglese ai tempi, anche grazie ai due ospiti, ma sparì presto dalla circolazione perché fu una delle ultime pubblicazioni dell’etichetta When! prima del fallimento che costrinse quindi Jansch a farlo distribuire dalla Castle, etichetta nota più per le raccolte (le Collector Series) e le ristampe, a sua volta fallita nel 2007. Questo rende questa ristampa preziosa, seppur priva di materiale nuovo a rimpolpare il menu. Jansch comunque visse una stagione di rinnovata notorietà anche al di fuori del recinto del brit-folk e anche i due album successivi vantarono infatti ospiti di richiamo per il mondo dell’underground musicale (Edge of a Dream del 2002 rivedeva la partecipazione di Butler con in più Hope Sandoval, mentre in The Black Swan del 2006 ci saranno Beth Orton e Devendra Banhart).

Crimson Moon racconta però meglio di tutti della maturità di una artista, scomparso poi nel 2011, che ogni chitarrista dovrebbe studiare e fondo ogni volta che imbraccia una chitarra acustica
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sabato 16 gennaio 2021

AN EARLY BIRD


 An Early Bird

Echoes Of Unspoken Words

[Artist First/Mightytunes 2020]

 File Under: echi d'amore

facebook.com/anearlybirdmusic

di Nicola Gervasini

Avevamo già incontrato An Early Bird, nickname di Stefano de Stefano, con il bel disco d'esordio Of Ghosts & Marvels nel 2018, album che confermava la raggiunta maturità della scena indie-folk nostrana, e dopo due anni eccolo con l'atteso seguito, intitolato Echoes Of Unspoken Words. Quasi seguendo un percorso ormai obbligato nel genere (alla Bon Iver, mi viene da dire), per cui dagli scarni suoni acustici di partenza, si passa pian piano ad un folk-pop appoggiato ad eteree tastiere e interventi di elettronica, anche An Early Bird decide di arricchire la sua proposta con nuove sonorità e qualche sperimentazione in più rispetto al rigore mostrato due anni fa. Se l'interlocutorio inizio di Declaration Of Life serve a ribadire l'intenzione di affrontare temi ancora più personali, Talk To Strangers, brano che vede la partecipazione di Old Fashioned Lover Boy, è una dolce ballad finemente arrangiata anche negli impasti vocali, che introduce alla guerra tra cuori descritta da una Racing Hearts, che stilisticamente si colloca ancora negli antichi steccati dell'indie-folk più classico (come anche Fire Escape, “Ryan Adams che prende un caffè con William Fitzsimmons“ secondo la presentazione del suo stesso autore). Il disco si mantiene quindi sui toni sussurrati della sua voce (che spesso sembra quasi essere femminile) e su atmosfere evocative. One Kiss Broke The Promise parte infatti come una piano-ballad poi contrappuntata da una drum machine, State of Play simula con i synth un dialogo tra chitarra acustica e sezione d’archi, mentre The Magic Of Things ha una cadenza più da brit-pop. Registrato con l’aiuto di Lucantonio Fusaro, Claudio Piperissa e Luca Ferrari, l’album è sicuramente molto curato e complesso, e raramente si lavora di sottrazione come nell’acustica Stay, mentre molta attenzione è stata messa nei testi, attente e sofferte riflessioni sulla natura dell’amore, a volte prigione più o meno volontaria (The Prisoner), a volte luogo dove l’istinto e la passione non possono rispondere alle normali regole etiche del giusto e dello sbagliato (Mermaid Song). Disco molto interessante, che conferma la crescita di un autore italiano tranquillamente esportabile nel mondo.

lunedì 11 gennaio 2021

TREES

 


Trees

Trees (50Th Anniversary edition)
[Earth Recordings 2020]

 Sulla rete: earthrecordlabel.com

 File Under: brit-folk cult records

di Nicola Gervasini (20/11/2020)

Esiste il successo di vendite, ed esiste il diventare un cosiddetto “cult-record”, e spesso le due cose non vanno di pari passo. Anzi, nella mente del fan accanito, sovente il primo aspetto esclude il secondo a priori. Ma è innegabile che a rivalutare la storia della musica a distanza di anni, ci si rende conto di come la tradizionale narrazione della stessa sia stata figlia di tanti elementi che con l’opera c’entrano poco, tra cui anche la reperibilità di un titolo. Se un disco come On The Shore degli inglesi Trees è diventato il classico titolo da citare nei social quando si parla di “dischi dimenticati da recuperare” solo negli anni 2000, è frutto non solo del fatto che molta della musica del nuovo millennio parte proprio da queste sonorità, ma anche dal fatto che molte etichette hanno trovato solo in questi anni finalmente conveniente ristampare e riscoprire artisti che per almeno trent’anni erano rimasti relegati ad un passaparola tra pochi (è il caso Vashti Bunyan, Bill Fay, Linda Perhacs e tanti altri).

On The Shore
, per esempio, album del 1971, è stato ristampato in cd nel 1993, ma a parte una edizione giapponese nel 2001, si è dovuto aspettare il 2007 per una nuova e più reperibile ristampa, voluta dalla Sony, che aveva evidentemente subodorato l’”hype” di cui il disco godeva. Il suo fratello, The Garden Of Jane Delawney, album licenziato dalla band nel 1970, ha dovuto attendere il 2008, ristampato solo per sfruttare le soddisfacenti vendite della riedizione dell’altro disco. Oggi è la Earth Recordings a decidere di pubblicare un bel cofanetto di 4 cd/lp per celebrare i 50 anni dal primo album, che intende dare la parola definitiva sulla storia di questo fugace e sfortunato gruppo dell’era del brit-folk.

Ma andiamo con ordine: i Trees nacquero nel 1969 in una Londra presa da piena Fairport Convention-mania, e alla loro formula si rifacevano la voce di Celia Humphris, le chitarre di Barry Clarke e David Costa, e la sezione ritmica di Bias Boshel (anche autore di tutti i brani originali) e Unwin Brown. Il primo disco, The Garden of Jane Delawney, arrivò nell’aprile del 1970 lasciando ben pochi ricordi di sé, se non una cover della title-track registrata dalla chanteuse Françoise Hardy nel suo album If You Listen del 1972, replicata poi nel 1988 dagli All About Eve (ma relegata al rango di b-side). Eppure, fin dal lungo e continuo assolo di elettrica che sostiene in maniera del tutto non tradizionale Nothing Special, c’era da capire che, se il cantato della Humphris rimaneva nei ranghi senza poter competere in personalità con Sandy Danny o Jacqui McShee dei Pentangle, la sei corde di Clarke rappresentava invece una novità molto significativa, in quanto non suonava come un chitarrista di classico folk acustico che si era inventato un modo di suonarlo anche elettrico (come fece, con immenso merito, Richard Thompson), ma di un vero e proprio chitarrista rock, con tanto di riff alla Chuck Berry piazzati a commento di nenie da puro folk britannico. Per il resto il disco indulgeva molto su una serie di traditional già parecchio rivistati (She Move Through The Fair su tutte), ma anche qui il trattamento fatto a The Great Silkie per esempio, (standard proposto anche da Joan Baez sul suo secondo album del 1961), partiva in maniera quasi scolastica, per esplodere in una jam di chitarre acide degna dei Quicksilver Messenger Service, con un gran lavoro in pura salsa psichedelica del basso di Boshel. Memorabili restano comunque la sognante title-track, e la lunga Lady Margaret, con la sua ennesima cavalcata di chitarre quasi da West Coast nel mezzo.



On The Shore uscì a gennaio del 1971, sempre prodotto dall’esperto Tony Cox, e caratterizzato da un’iconica copertina che ritraeva la figlia di Tony Meehan, batterista degli Shadows. Era in verità il classico colpo finale di una formazione già in odore di scioglimento, un disco registrato in fretta, e pure con una certa confusione. Teoricamente un disco molto meno curato del precedente, ma probabilmente fu proprio quell’atmosfera un po’ decadente che lo pervade a decretarne maggior fortuna postuma. La formula comunque non cambiava, con più brani tradizionali (Soldier Three, Little Sadie, Polly on The Shore, la notissima Geordie), rese con una semplicità che quasi invade il campo degli Steeleye Span, e solo due originali come la tesa Murdoch. L’epicentro del disco sono i dieci e minuti e passa di Sally Free And Easy, una cover della folker Cyril Tawney (ne esistono parecchie versioni, dai Pentangle a Marianne Faithfull, e pure Bob Dylan la registrò per The Times They’re A-Changing, escludendola però), con il piano suonato da Bias Boshell in grande evidenza, e la solita propensione alla jam con chitarre in libertà. Quello che cambia leggermente è il tipo di assoli, molto meno lunghi e leggermente più fedeli al genere brit-folk (quello lungo di Streets of Derry si avvicina di più alla lezione di Richard Thompson), anche se Clarke si concede una esibizione al limite dell’ hard rock in While the Iron is Hot.




L’edizione per i 50 anni aggiunge due dischi con un mix di versioni demo, originali remixati, qualche esibizione recuperata dai tour o prestata alla BBC. Tutto materiale filologicamente interessante, anche se non aggiunge poi molto a quanto espresso già dai due album ufficiali, ma che rende giustizia alla band con una registrazione pulita e precisa. La storia dei Trees finì subito dopo, con una breve edizione ricreata nel 1972 per un tour, e con Costa e Boshell che nel 2008, in seguito alle acclamate ristampe, fecero un tour col significativo nome di On The Shore Band. Boschell, vera mente del gruppo, continuò la carriera anche in band blasonate come i Barclay James Harvest e i Moody Blues, mentre Celia Humphris ha continuato la carriera come corista. E se Clarke e Browne hanno abbandonato le scene per fare rispettivamente il gioielliere e il maestro scolastico, David Costa sfruttò le sue capacità grafiche per curare l’artwork degli album Goodbye Yellow Brick Road di Elton John e A Night At The Opera dei Queen, divenendo uno di più ricercati art director del mondo rock (per Elton John ha curato più di una decina di artworks dei suoi album fino al 2006).

Box consigliatissimo, si tratta di dischi senza tempo che suonano ancora moderni, e credo che neanche i Trees stessi avrebbero mai scommesso su questo quando li registrarono
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sabato 9 gennaio 2021

MARY CHAPIN CARPENTER

 


 

 

Mary Chapin Carpenter
The Dirt and the Stars

[Lambent Light/ Goodfellas 2020]

 Sulla rete : marychapincarpenter.com

 File Under: it's ok to be sad


di Nicola Gervasini (07/09/2020)


Abbiamo sempre seguito con interesse la carriera di Mary Chapin Carpenter, ormai una vera veterana della canzone country d’autore americana, arrivata all’esordio nel 1987 con l’album Hometown Girl (dove tra l’altro rifece Dowtown Train di Tom Waits molto prima che Rod Stewart e Bob Seger se la litigassero) in quel periodo d’oro della New Nashville che ci portò anche nomi come Lyle Lovett, Dwight Yoakam e Steve Earle. Ai tempi il suo nome veniva spesso accostato a quello di Lucinda Williams come le più promettenti autrici della nuova scena, e non è un caso che la Carpenter vincerà un Grammy proprio grazie alla cover di Passionate Kisses di Lucinda.

Eppure, le analogie finivano lì, perché le due possono tranquillamente essere prese ad esempio di due modi completamente opposti di intendere l’arte del songwriting al femminile. Laddove Lucinda ama i toni rauchi, i testi diretti e sofferenti, e lascia spesso la polvere della strada depositarsi sui suoni dei suoi album, la Carpenter ama l’eleganza, gli angoli smussati, i suoni soffici, e testi personali sì, ma sempre concilianti anche quando traspare il dolore. Per questo forse la sua storia musicale è molto meno conosciuta da noi, dove il fenotipo della cantante country melodica non ha mai troppo attecchito (penso a quanto è stata poco celebrata nella nostra patria una come Emmylou Harris, anche dalla critica specializzata), eppure la sua discografia è ormai importante (partite dall’accoppiata Come on Come On del 1992 e Stones on The Road del 1994, nel caso). E, soprattutto, ultimamente il sopraggiungere di una certa età (ha passato i sessanta ormai) le sta donando una maggiore sicurezza nei propri mezzi, già presente nei precedenti The Things That We Are Made Of del 2016 e Sometimes Just the Sky del 2018, ma decisamente evidente in questo The Dirt and the Stars, che si candida fin da subito a suo miglior disco degli anni 2000.

E che dimostra quanto ancora conti molto il lato produttivo in un’era di home-made records, visto che se il disco suona davvero bene, sicuramente lo si deve alla produzione di primissimo livello di Ethan Johns, e al fatto che l’album sia stato registrato in Inghilterra negli attrezzatissimi studi della Real World di Peter Gabriel. Segno di un budget alto, che sta a significare che ancora il suo nome qualche cosa conta nelle alte sfere del mondo nashvilliano, uno dei pochi dove l’industria discografica ancora raggiunge ingenti fatturati. Vi consiglio di seguire i brani con i testi perché il viaggio emotivo è di primo livello, poi chi la conosce sa bene che il suo stile predilige le lente ballate intime e adotta raramente grammatiche country classiche, ma qui l’aggiunta è che si concede qualche brano più ruvido in zona Lucinda Williams (American Stooge), e qualche soluzione melodica più indie-like che piacerebbe a Ryan Adams, come All Broken Hearts Break Differently e Asking for a Friend.

In ogni caso il disco mantiene un'intensità fortissima in tutti i brani (particolare menzione per Old D-35), e sebbene sappiamo che sia musica per pochi qui da noi (negli USA lei resta una star), lo consigliamo a tutti.

lunedì 4 gennaio 2021

CHRIS STAPLETON

 



 

Chris Stapleton
Starting Over
[Mercury Nashville/ Universal 2020]

 Sulla rete: chrisstapleton.com

 File Under: Country singers love The Outlaws

di Nicola Gervasini (01/12/2020)


Ammetto che non è mica facile spiegare a qualche scettico o detrattore perché si considera Chris Stapleton un artista importante. Di fatto, nel giro di tre album (se si considerano i due From A Room del 2017 come opera unica), Stapleton si è accaparrato la palma di miglior artista in attività in quella nicchia di country figlio degli “outlaws” (artistici e non di fatto, anche se non sempre) degli anni Settanta, che ancora consideriamo degna di essere seguita. Non che la concorrenza sia stata tanta, considerando che le nostre speranze riposte in Jamey Johnson (autore tra il 2008 e il 2010 di due grandissimi album di genere) si sono perse nella sua inspiegabile assenza, e il seppure meritevole Shooter Jennings si è dimostrato troppo discontinuo. Eppure anche Starting Over continua come i suoi predecessori a non muovere un passo in là oltre la tradizione, nonostante nel frattempo Stapleton come personaggio abbia avuto anche molta visibilità nel mondo del pop (ha collaborato con Justin Timberlake ed Ed Sheeran), e forse è meglio così se ci torna in mente l’irricevibile Sound & Fury licenziato l’anno scorso da uno Sturgill Simpson in vena di spacconate (anche se lui resta comunque il più diretto “concorrente” tra le nuove leve della country-music).

Il punto non è sottolineare quanto nessuna di queste canzoni abbia sapore di originalità o modernità (forse solo la soul ballad Cold che invade addirittura il campo di Michael Kiwanuka o una You Should Probably Leave che fa il verso a Al Green escono dal seminato), o quanto (inutile girarci troppo intorno) Maggie’s Song sia The Weight della Band sotto mentite spoglie, o ancora quanto certe cavalcate southern rock come Hillbilly Blood siano in fondo le stesse che ci offrivano persino i Lynyrd Skynyrd riformati di Johnny Van Zant. Il punto è che in queste 14 canzoni (stavolta non ha diviso in due il disco, preferendo uscire in unica lunga soluzione) soffia qualcosa di sempre pienamente convincente, colpiscono subito il segno, e sarà la sua voce che buca le casse, o la produzione che non concede sbavature di Dave Cobb, nuovo Re Mida della Nashville che piace a noi (nel suo palmares a soli 46 anni ci sono Sturgill Simpson, John Prine, Brandi Carlile, Jason Isbell, ma anche la fortunata soundtrack di A Star IS Born per Lady Gaga), ma qui tutto funziona a dovere.

Stapleton poi ha l’intelligenza di chiamare le persone giuste a collaborare alla scrittura, e così scorrendo i credits rivediamo vecchi nomi cari agli amanti degli outsiders della roots music come lo scomparso Tim Krekel (di cui riadatta Whiskey Sunrise) o l’ex NRBQ Al Anderson (Devil Always Made Me Think Twice), o ancora più spesso il vero motore del disco, il chitarrista degli Heartbreakers Mike Campbell, che qui con il vecchio compare Benmont Tench che si sobbarca tutte le tastiere, dimostra ancora di saper dare vita alla migliore backing-band della musica americana. Bastano loro due, insomma, a tenere alta l’asticella qualitativa di un disco che azzecca anche le cover, ben due prese dal songbook di Guy Clark (Worry B GoneOld Friends) e la sorpresa di Joy of My Life, love-song senza troppe pretese del John Fogerty di Blue Moon Swamp, che Stapleton sa rendere anche migliore dell’originale.

Alla fine, direte voi, ancora non ho spiegato bene perché tutto ciò sia da considerarsi degno della nostra maggiore attenzione, ma vi avevo avvertito all’inizio che non sarebbe stato facile.

mercoledì 30 dicembre 2020

ODLA

 

Odla

Oltre il cielo alberatO

[Snowdonia 2020]

 File Under: Cantautori e detta schiera

Snowdonia.bandcamp.com

di Nicola Gervasini


Giovane e poliedrico (ha al suo attivo anche un libro di poesie), il trentino Odla approda alla Snowdonia (l’etichetta dei Maisie) beneficiando della loro passione per i progetti musicali nati con spirito letterario (e spesso accompagnanti da veri e propri libri) per il suo primo album Oltre il Cielo Alberato. Si tratta di un concept che prova a tracciare una linea parallela tra la storia personale dell’artista, fatta di tutte le problematiche in cui può facilmente incappare un ventisettenne italiano di oggi (depressione, delusioni amorose, frustrazione da lavoro precario e poca fiducia nel futuro) e la vita (questa invece immaginaria) di Hassan, bambino in perenne fuga dalla guerra, per cui la speranza rappresenta non più un lusso, ma una necessità. Nessun intento politico o polemico però nel confronto, ma solo una ricerca di un tratto comune esistenziale da esprimere nei versi di undici brani che si rifanno a quella nuova tradizione di cantautorato italiano con De Andrè e Fossati nel cuore, comunque figlia della storia scena indipendente italiana di questi anni 2000. Il suono, realizzato in collaborazione con il produttore roveretano V.Edo, è scarno e acustico, ma non mancano i diversivi come la quasi-tarantella di I Pescatori di Lete, impreziosita dal mandolino siciliano di Davide Prezzo. Diviso tra pezzi lenti e oscuri come Il Sogno di Una Madre ad altri anche più scanzonati e cantabili come Al Fuoco di Luna, Odla lavora bene anche sugli arrangiamenti, da quelli più da folk psichedelico anni 60 come All’Alba Una Terra a quelli con taglio più da canzone popolare (San Giuseppe da Copertino), anche se ovunque la base resta il suo arpeggio alla Leonard Cohen prima maniera.

domenica 27 dicembre 2020

NERO KANE

 

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Nero Kane

Tales of Faith and Lunacy

[BloodRock Records 2020]

 File Under: spiritual trip

nerokane.com

di Nicola Gervasini

Non è mai finito il viaggio dell’italiano Nero Kane attraverso i misteri della provincia americana, e se con il precedente Love In A Dying World, che vi avevamo presentato due anni fa, il viaggio attraversava i deserti americani anche come colonna sonora di un interessante cortometraggio, stavolta la tappa della sua profonda ricerca spirituale, pur partendo comunque da una tradizione d’oltreoceano, approda nell’Europa antica dei mistici cristiani (Metchild) e delle cupe atmosfere medievali che l’inserimento degli archi (il violinista è Nicola Manzan dei Bologna Violenta) ha portato nella sua musica. In ogni caso la formula resta quel suo tipico e originalissimo approccio decisamente psichedelico alla materia folk, qualcosa che ha rimandi all’America raccontata cinquant’anni fa dai Pearl Before Swine, ma venati della religiosità pagana dei testi, di vere e proprie preghiere gospel come Mary Of Silence e Magdalene, e passati al setaccio poi dall’oscurità del country di Johnny Cash (I Believe e Lost Was The Road) o dell’arte del racconto noir in musica creato da Nick Cave e poi da PJ Harvey nel corso del tempo (Angelene’s Desert). Lo accompagna, come al solito, la poliedrica Samantha Stella alla voce e alle tastiere, che, oltre ad essere l’autrice di alcuni dei testi, è anche la regista dei suoi suggestivi video, sempre in bilico tra sacro e profano. Lo è ad esempio anche il bianco e nero scelto per il lancio del nuovo singolo Lord Won’t Come In, dichiarato omaggio al regista Bela Tarr. In ogni caso ancora una volta un prodotto multimediale che andrebbe apprezzato anche nelle loro performances dal vivo. Il disco, prodotto da Matt Bordin, è distribuito anche nelle versioni in vinile (Nasoni Records) e musicassetta (Anacortes Records).


mercoledì 23 dicembre 2020

ADRIANNE LENKER

 


  

 

Adrianne Lenker
Songs/ Instrumentals
[4AD 2020]

 Sulla rete: adriannelenker.com

 File Under: The Massachusetts campfire tapes


di Nicola Gervasini (26/11/2020)


Il 2019 è stato senza dubbio l’anno dei Big Thief, capaci di finire in tutte le classifiche annuali con ben due dischi realizzati a pochi mesi di distanza (U.F.O.F. e Two Hands), due facce di una band che, pur non inventandosi nulla, ha portato una ventata di freschezza in quel territorio a metà tra musica delle radici e freak-music degli anni 2000 (che a chiamarla “indie” ormai si diventa anche troppo generici). Il 23 febbraio 2020 ero uno dei tanti nuovi fans che attendevano di vederli sul palco a Milano, anche per testare il loro vero spessore, ma quello fu proprio il primissimo concerto a dover essere annullato per la scoperta dei primi malati di Covid19 a Codogno, per cui dovremo attendere perlomeno il prossimo anno per riprovarci.

Per loro il 2020 doveva essere un anno di concerti e pause di riflessione, ma vista la forzata inattività, la cantante Adrianne Lenker ha trovato tempo per registrare un doppio album. Innanzitutto va ricordato che la carriera solista della Lenker esiste fin dal 2005, e che quando ha dato vita ai Big Thief nel 2015 aveva già dieci anni di vita da musicista professionista sulle spalle, con all’attivo due album autoprodotti, e un vero e proprio esordio (Hours Were the Birds del 2014) uscito per la Saddle Creek, la stessa etichetta che ha poi pubblicato nel 2018 Abysskiss, album che era rimasto nel cassetto proprio per gli impegni con i Big Thief. Songs/Instrumentals è composto da due dischi teoricamente indipendenti, nati in un volontario isolamento in una casetta in Massachusetts, con la Lenker che suona e canta in solitaria e con una produzione decisamente lo-fi. Le undici canzoni che formano il primo disco sono quanto di più aderente alla tradizione delle folksinger di fine anni 60/primi 70, e penso sia a quelle più classiche come Anne Briggs che alle più coraggiose come Judee Sill. Addirittura, il singolo Zombie Girl ha una melodia da vera folks-song da Greenwich Village (e ricorda vagamente Mr Tambourine Man).

Volutamente vintage è anche il modo di registrare la voce, con quella lontananza tipica delle registrazioni di un tempo, in verità risultato di una registrazione fatta con un walkman e un missaggio gestito in casa con un registratore a otto piste. Di suo Adrianne ci mette una scrittura con testi molto personali, piccoli flussi di coscienza di una donna chiusa in ritiro con il partner, che ricordano non poco la poetica della prima Joni Mitchell. Decisamente più ostico, ma a suo modo molto affascinante, il disco di strumentali, che sono solo due lunghi brani (Music for Indigo e Mostly Chimes) nati per trovare un perfetto connubio tra la musica prodotta nel voluto esilio e la natura che circondava la casa, che si fa sentire tra fruscii e uccellini nel mezzo di lunghe improvvisazioni chitarristiche. Ovvio che il risultato è qualcosa che necessita una vostra predisposizione mentale alla riflessione e a una musica da ascoltare a occhi chiusi con le cuffie per non perdersi nulla di un mondo lontano.

Mancano qui le strutture complesse create con i Bg Thief, ma per quelle attendiamo volentieri, ora forse è il caso di fare tutti un po’ silenzio, e questo disco è proprio quello che ci vuole per zittirci tutti in questo mare di parole inutili che questo anno disgraziato ci ha portato.


domenica 20 dicembre 2020

DEAD FAMOUS PEOPLE

 


  

 

Dead Famous People
Harry
[Fire records 2020]

 Sulla rete: deadfamouspeoplefire.bandcamp.com

 File Under: Old Zealand


di Nicola Gervasini (12/11/2020)


La storia dei Dead Famous People ha origini lontane, addirittura nel 1986, quando ad Aukland, in Nuova Zelanda. Dons Savage e Elizabeth (Biddy) Leyland fondarono il quintetto. Qualcuno magari si ricorda la loro versione di True Love Leaves No Traces di Leonard Cohen contenuta in uno dei primi tribute-records dedicati al canadese (I’m Your Fan del 1991), oppure il loro disco di esordio del 1989 Arriving Late in Torn and Filthy Jeans, fortemente voluto da Billy Bragg, che lo fece uscire per la sua Utility. Harry è però soltanto il terzo album della band (il secondo, Secret Girls Business, uscì nel 2002), perché i due negli anni hanno avuto tante pause, ma sono stati comunque semore attivi, anche con collaborazioni di rango (la voce di Dons Savage si può sentire in alcuni brani dei Saint Etienne e dei Chills).

Sarà forse per questo che Harry, disco realizzato grazie alla Fire Records, suona davvero come un freschissimo disco di power-pop degli anni 80, in cui la scuola Elvis Costello (l’organetto che segna l’iniziale Looking At Girls è tutto suo, e Dog addirittura potrebbe appartenere a Graham Parker) e quella di tutto il college-rock di quel decennio, si fonde con lo spirito indie degli anni 2000. E così i fiati e campanelli di perfette pop-song come Safe and Sound Turn On The Light fanno ben capire come si è arrivati nel tempo a certe ariose aperture pop di Belle And Sebastien, così come il piglio puramente pub-rock di Goddes of Chill ricorda quanto la filosofia della chitarra jingle-jangle resti la colonna portante di tutto un mondo indie-pop. Ovvio che nel 2020 sia tutto un “già sentito”, perché poi forse basta prendere un disco dei Sundays dei primi anni 90 o degli Shins nei 2000 per ritrovare gli stessi sapori, ma qui abbiamo dei veterani che semplicemente cercano di riprendersi qualche onore perso per strada in una carriera a singhiozzo.

E allora prendete una ballata come Dead Birds Eye, immersa in una costruzione armonica fatta di cori, organi e chitarre e un basso che governa il tutto, e vi rendete conto di quando l’arte dell’arrangiamento pop, al limite del wall of sound di Phil Spector, è qualcosa che pochi sanno maneggiare con destrezza, evitando quindi lo stucchevole. Harry è un disco che prende fin dal primo ascolto, non cerca di complicarsi la vita con canzoni troppo intricate (Groovy Girl sa di brano scritto in due minuti, ma funziona alla grande forse proprio per quello), ma ha comunque sostanza anche nella scrittura (l’intensa The Great Unknown con il suo cambio di passo improvviso è veramente un piccolo manuale in tal senso), arrivando anche con la title-track finale a toccare corde melodiche da pop anni 80 alla Aztec Camera o Prefab Sprout.

33 minuti il minutaggio finale, non uno di troppo, e se non è Harry il disco che cambia le sorti di questo infausto 2020, sicuramente lo rende più allegro e sopportabile.


martedì 15 dicembre 2020

HUGO RACE

 


  

 

Hugo Race and The True Spirit
Star Birth/ Star Death
[Gusstaff records 2020]

 Sulla rete: hugoracemusic.com

 File Under: We Shall Overcome


di Nicola Gervasini (02/11/2020)


Artista da sempre votato a una lunga serie di progetti e collaborazioni, Hugo Race torna dopo cinque anni a riunire la sua band principale, i True Spirits, dopo i grandi onori ricevuti dall’ottimo The Spirit del 2015. È singolare notare che se il loro esordio arrivò negli anni della caduta del Muro di Berlino, forse il momento più permeato di ottimismo sul futuro della storia del secolo scorso, questa loro quindicesima fatica, intitolata Star Birth (che esce direttamente con un cd di bonus tracks strumentali intitolato Star Death), nasce invece in uno dei momenti più cupi, e cioè tra gli incendi apocalittici che hanno devastato l’Australia e l’esplosione della pandemia del Covid-19.

Registrato a Melbourne tra il 2019 e il 2020 nel pieno di un inferno, il disco riflette quindi l’inevitabile pessimismo suggerito dalla situazione. Sospeso a metà tra le sonorità che da sempre lo caratterizzano, nel guado tra il dark-roots dei Walkabouts e ovviamente la scuola Nick Cave & The Bad Seeds da cui proviene, l’album ingloba anche tutte le altre strade intraprese, siano esse il side-project dei Dirtmusic creato con Chris Eckman, o la curiosa rilettura del songbook di John Lee Hooker creata tre anni fa con l’artista molisano Michelangelo Russo, ormai considerato parte integrante del combo, e che incide non poco nel nuovo suono della band con le sue sperimentazioni elettroniche. Il primo brano, Can’t Make This Up, è una sorta di lugubre rap dal testo oscuro ma con un finale positivo (We did overcome…), e se 2dead2feel è un brano che rispetta in pieno la sua marca stilistica, la ballata Darkside è un superbo testo che ricorda molto le sue cose più roots-oriented fatte con i Fatalists (recuperato l’album dello scorso anno Taken by the Dream).

Embryo riporta invece il discorso su binari più sperimentali, una danza indiavolata che viene stoppata dall’evocativa Heavenly Bodies, che fa da introduzione ad una Only Money che pare uno dei piccoli pensieri a ruota libera di Leonard Cohen, e presenta un arrangiamento decisamente accattivante, in cui confluiscono un po’ tutti i sapori della sua musica. Holy Ghost è forse il brano centrale come testo (da qui arriva anche il titolo del disco), con una visione che parte alquanto negativa (“lo spettacolo non può andare avanti, il Sole ululò alla Luna, un nuovo giorno non verrà”). Il breve spoken United riflette invece sulla possibilità di trovare un modo comune ad uscire dalla tragedia, citando il noto motto “United we stand, Divided we fall” che fu ripreso anche da Winston Chuchill, una piccola introduzione alla più minacciosa Expendable (”ehi fratelli, siamo tutti sacrificabili? Non c'è nessun paradiso non c'è nessun inferno, tutto quello che abbiamo è qui e ora, gente”), brano che si congiunge alla perfezione agli ultimi due per atmosfera e ritmo (The Rapture e Where Does It End).

Il secondo cd Star Death è invece una sorta di fotografia sul work in progress dei brani (ma con qualche titolo diverso), con pieno spazio alle velleità da kraut-rock del duo Michelangelo Russo e Nico Mansy. “In modo silenzioso combatto le mie piccole guerre, in cento modi muoio un po 'di più” canta in Everyday Hugo Race, autore di un disco solo apparentemente soffocante, ma intriso di una fiducia che si fa spesso semplice ricerca di una via di uscita e di una speranza.


TRIBUTE TO MARC BOLAN

  Autori Vari AngelHeaded Hipster The Songs of Marc Bolan & T. Rex [BMG 2020]   File Under:  Children of Hal Willner di Nicola Gervasini...