venerdì 21 febbraio 2020

HANK SHIZZOE

Hank Shizzoe
Steady As We Go


[Blue Rose 2019]
hankshizzoe.com

 File Under: guitar blues

di Nicola Gervasini (31/10/2019)
Sono circa venticinque anni che lo svizzero Thomas Herb tiene alta la bandiera della roots-music anche nella “Federazione”, sotto il nickname di Hank Shizzoe, tanto che ormai quasi ci si dimentica delle sue origini bernesi e lo si prende davvero per un hobo di Austin perso nel centro Europa. Ovviamente promosso dalla tedesca Blue Rose, etichetta da anni impegnata nella propagazione del verbo americano nel vecchio continente, Steady As We Go è una sorta di riassunto stilistico di tutta la sua carriera e delle sue influenze, dove otto cover e tre originali convivono perfettamente.

Shizzoe non è un vocalist particolarmente dotato (anche se il suo accento ben nasconde le sue origini), ma è uno che ci sa fare davvero con la chitarra, con uno stile 'Laid Back' alla JJ Cale che caratterizza anche questo pugno di canzoni. Stilisticamente sono tre i registri usati da Shizzoe: il primo è quello di un country swingato e jazzy, alla Willie Nelson direi, qui portato avanti con lo standard Careless Love (brano portato al successo da Lonnie Johnson) e la cover di Days of Heaven di Randy Newman (un inedito uscito nel suo box del 1998) . C’è poi un registro più puramente blues, qui rappresentato da I Been Treated Wrong di Washboard Sam o da Make Me A Pallet On Your Floor di Mississippi John Hurt, mentre la sua anima da vero outlaw country riaffiora in alcuni episodi lenti e sofferti come On Top Of Old Smokey (Hank Williams) o Cool Water, brano scritto da Bob Nolan dei Sons Of Pioneers. A completare il programma si aggiungono alcune cover più celebri, su tutte la stranota Stan By Your Man di Tammy Wynette, resa più con rispetto che enfasi, ma nel finale arriva anche il sentito omaggio al nuovo mito di Tom Petty con una convincente versione di California (era sulla colonna sonora di She’s The One).

Il padrone di casa se la cava anche nei brani autografi, con una title-track che evidenza anche un taglio da cantautore classico e l’accoppiata Havre De Grace e They’re No Good (qui aleggia forte l’influenza di John Prine) che non sfigurano in mezzo a tanti classici. C’è forse da lamentare una certa esagerata rilassatezza nei toni, ma dopo che vi ho parlato di JJ Cale penso che abbiate ben capito lo spirito da sedia a dondolo sulla veranda di queste canzoni, e sono invece notevoli i suoni confezionati grazie all’eccellente lavoro di mastering fatto in California da Stephen Marcussen, un maestro nel ruolo che ha lavorato in passato con Johnny Cash per American Recordings, Rolling Stones, Tom Petty per Wildflowers, Ry Cooder e Willie Nelson. Steady As We Go può essere quindi un buon modo per conoscere questo indomito bluesman d’oltralpe, forse uno dei migliori della scuderia Blue Rose, a ulteriore conferma di come lo spirito della roots music americana è ormai da tempo condiviso anche in Europa.

lunedì 17 febbraio 2020

THE PROPER ORNAMENTS

The Proper Ornaments
6 Lenins


[Tapete Records 2019]

theproperornaments.bandcamp.com

 File Under: Indie’s Greatest Hits

di Nicola Gervasini (16/11/2019)
Ho la seria tentazione di fare un fioretto e abolire, a partire dal 2020, l’uso della parola “indie”, ormai divenuta prefisso di troppe cose, e la cui funzione possiamo forse ritenere esaurita. Al massimo, visto che ormai gli steccati di genere sono un ricordo ormai lontano, potrebbe rimanere viva l’espressione “avere un’attitudine indie”, dove il termine non indica più l’effettiva indipendenza da una major discografica o da schemi modaioli “mainstream”, per dire i due significati forse originari, ma proprio una voluta ricerca di uno stile dimesso, sussurrato, “gentile” quasi mi viene da dire, che è ormai scelta stilistica aprioristica per molti nuovi artisti.

Premessa necessaria questa per presentare il terzo disco dei Proper Ornaments, “an Indiepop band from London, UK” leggo nella presentazione, e che ci starebbe a fare quindi sulle nostre pagine di cultori “yankee-friendly”, vi starete chiedendo. Semplice, qui il suddetto “Indie-pop” è uno specchietto per le allodole per renderli appetibili a chi ancora bada alle etichette, perché la musica contenuta in questo Six Lenins è piuttosto figlia dell’amore per chitarre e arpeggi del rock universitario americano degli anni 80, quello dei REM dunque, ma arriverei a scomodare i Galaxie 500 come ispirazione primaria, con melodie che guardano anche agli Spaceman 3. Fine dei rimandi, delle generalizzazioni e delle coordinate che vi servono anche solo per capire se avete voglia dell’ennesimo impasto di voci e chitarre sixties offerto dall’inziale Apologies, del drumming alla Moe Tucker di Crespuscolar Child, di una ballatona come Where Are You Now che pare cantata da Jeff Tweedy dei Wilco.

E si continua con A Song For John Lennon, esplicativa fin dal titolo, ma anche dal cantato “lennonesco” di James Hoare, già noto con i Veronica Falls prima di imbarcarsi in questa nuova avventura nel 2013 in compagnia del socio Max Claps (ex Toy), o con una Can’t Even Choose Your Name che cerca l’aria sbilenca di certe ballate di Elliott Smith. E si va avanti per 32 minuti, con testi che parlano di rinascita e del ritrovare sé stessi dopo i problemi di droga e disturbi mentali che hanno attanagliato i due artisti, tra echi di Belle & Sebastian (Please Realease Me) e giri stralunati alla Eels (Bullet From A GunSix Lenins). Non basta il momento più grezzamente acustico di Old Street Station e qualche timido inserto elettronico nella finale In The Garden però a donare all’insieme spunti di grande originalità, e alla fine Six Lenins suona come un disco-riassunto di una musica che, la si chiami indie-pop, o indie-folk, o quello che vorrete inventarvi, porta con sé l’inevitabile effetto nostalgico dei bei tempi andati di una qualsiasi antologia da classic-rock.

martedì 11 febbraio 2020

MASSIMILIANO LAROCCA



Massimiliano Larocca
Exit | Enfer


[Santeria Records/Audioglobe 2019]
 
File Under: The Hugo's way


facebook.com/maxlaroccamusicpage

di Nicola Gervasini

Bastano anche solo i primi trenta secondi dell’iniziale Black Love per capire come il viaggio musicale di Massimiliano Larocca abbia ormai preso strade ben diverse rispetto al folk degli esordi. Escludendo il progetto dedicato al poeta Dino Campana (Un mistero di sogni avverati), che fa storia a sé, se il precedente Qualcuno stanotte già si faceva scudo degli arrangiamenti mai banali di Antonio Gramentieri aka Don Antonio (comunque in session anche in questa occasione), qui addirittura troviamo Hugo Race in regia, e il brano sopracitato, cantato in inglese, altro non sembra che una sua canzone. E fa quindi un po’ impressione all’inizio ascoltare Massimiliano cantare una delle sue classiche composizioni come Cose che non cambiano su una base elettronica, quasi da trip-hop anni 90, ma se nel precedente lavoro a volte si sentiva un leggero slegamento tra la parte musicale e la parte cantata, oggi il merito subito evidente di Race è quello di aver reso la voce di Larocca perfettamente funzionale al suono utilizzato. Hugo Race lavora spesso giocando di sottrazione, lasciando comunque in primo piano la canzone quando non necessita di troppi interventi (Il giardino dei salici) o "sovrastando" con suoni e voci quando magari la melodia si fa semplice talking-blues (Guerra fredda, con il piano di Howe Gelb, o Il regno, con la voce di Giulia Millanta). Un mix di elettronica, chitarre spesso distorte e atmosfere decisamente noir che tradisce il tocco d’autore del regista, ma che Larocca sa riempire con un pugno di canzoni convincenti che non smettono mai di tradire la loro natura di folk-songs da leggere e riascoltare come (Eravamo) OrfaniSi chiamava Lulù o Il cuore degli sconosciuti, fino ad una curiosa ballata anni 60 come Fin Du Monde. Qualcuno storcerà il naso per tanta “modernità”, ma Exit/Enfer è il più classico “disco della maturità”.

giovedì 6 febbraio 2020

BIG THIEF

Big Thief
U.F.O.F. + Two Hands
[4AD 2019]
bigthief.net

 File Under: Dal tramonto all’alba
di Nicola Gervasini (10/12/2019)
Negli anni Sessanta era più che normale che una band pubblicasse due (e anche più) dischi nello stesso anno, sia perché il periodo di vita commerciale di un disco era stimato in tre mesi al massimo (sei mesi se proprio aveva successo), sia perché spesso i brani erano registrati in pochi giorni e con pochi interventi produttivi successivi. Per questo motivo, è particolare che una band come i Big Thief, esordienti di ottime speranze solo poco tempo fa con gli album Masterpiece (2016) e Capacity (2017), abbiano pubblicato quest’anno una doppietta a pochi mesi di distanza, a dimostrazione della loro crescita e del fatto che sono sicuramente una delle realtà “nuove” più interessanti del momento. U.F.O.F. è uscito il 3 maggio, Two Hands l’11 ottobre, eppure non sono due dischi nati dalle stesse sessions, e si sente.

U.F.O.F.
 (in teoria sarebbe un acronimo medico che sta per Uniocular Fields of Fixation, ma loro ci hanno giocato trasformando UFO - Unidentified Flying Object – aggiungendoci la parola Friend, per cui il senso corretto è “Fare amicizia con l’ignoto”) nasce infatti a Washington, e quando è uscito è stato acclamato un po’ ovunque come il loro disco della maturità, con l’intreccio tra la voce di Adrianne Lenker e le chitarre di Buck Meek che raggiunge in certi pezzi una nervosa tensione, che in qualche modo me li fa vedere come gli eredi spirituali dei Mazzy Star. L'album possiede anche un mood alquanto tetro, occhieggia allo slowcore in brani come Contact o Open Desert, e si apre al pubblico solo in rari casi come Strange o Century, aggiungendo ad un mix certo non inedito e innovativo un tocco “indie” tutto loro. Di altro registro è invece Two Hands, che rappresenta quasi una happy side del predecessore, e che la band stessa ha presentato come “the earth twin”, sottolineando lo spirito terreno delle nuove canzoni rispetto a quelle di U.F.O.F, le quali, in un certo senso, rimanevano sospese nell’aria.

Le registrazioni sono avvenute in un ranch del Texas, e forse anche questa ambientazione ha portato a recuperare molto delle loro radici “roots” che in U.F.O.F rimanevano solo accennate. Registrato in presa diretta dal fedele produttore Andrew Sarlo, i dieci brani scorrono leggeri, con il picco di Forgotten Eyes e del lungo primo singolo Not. A questo punto, logico che sia nata la questione tra i fans su quale sia il disco da mettere poi nelle classifiche di fine anno, forse equamente divisi tra chi preferisce la spessa nebbia che ammanta U.F.O.F o il sapore più ruspante e scanzonato di Two Hands. Da parte nostra in mezzo a tante nuove uscite che seguono partiture già scritte, fa piacere ritrovare nei Big Thief una realtà al momento talmente in stato di grazia da poter pensare due dischi così diversi in poco tempo, quasi a dire che per differenziarsi oggi non bisogna inventarsi uno stile (difficile riuscirci ormai), quanto saper maneggiare più registri contemporaneamente, e per una band che in studio non si fa aiutare da session-men e collaborazioni esterne, questo diventa davvero un punto di merito non indifferente.

lunedì 3 febbraio 2020

ALLISON MOORER

Allison Moorer
Blood
[Autotelic/Thirty Tigers 2019]
allisonmoorer.com

 File Under: Blood Sisters
di Nicola Gervasini (20/11/2019)
Esiste una ormai folta schiera di cantautrici legate alla country-music che da anni raccontano l’America con una visione al femminile, attraverso una musica spesso molto sofisticata e al limite del country-pop, ma con un occhio sempre attento alla lezione d’autore alla Guy Clark. Una folla di seguaci di Nanci Griffith e Rosanne Cash, per citare due tra le tante capostipiti del genere, che in questi anni 2000 hanno prodotto un lungo elenco di album piacevoli e sposso anche molto validi, ma con un gusto estetizzante puramente americano che ha impedito che potessero essere prese in considerazione anche dalla critica europea più “indie-pendente”. Allison Moorer non la ricorderei neanche come la migliore del lotto, eppure non penso che se doveste provare ad ascoltare un suo disco (l’esordio risale al 1998 con Alabama Song) ne uscireste "schifati", quanto al massimo solo un po’ annoiati.

Per questo motivo provo a consigliarvi di partire da Blood, disco già molto acclamato in patria e nelle classifiche di genere, in cui la Moorer abbandona un poco le atmosfere sempre troppo costruite “a tavolino” di alcuni suoi album per buttarsi con tutto il cuore in un cantautorato quasi più folk (ascoltate la bellissima Nightlight, ad esempio). L’occasione dell’album è la pubblicazione negli USA di una autobiografia (che potrebbe essere una interessante occasione per capire meglio la sua visione del burrascoso matrimonio con Steve Earle, chiuso definitivamente nel 2015 per sposare il collega Hayes Carll), e quindi il disco segue alcuni episodi della sua vita, in cui viene di nuovo coinvolta anche la sorella Shelby Lynne (accreditata con l’aggiunta del Moorer nel cognome per evidenziarne la parentela), con la quale due anni fa aveva condiviso il già interessante album Not Dark Yet, e che qui regala la voce in I’m The One To Blame.

Non mancano gli episodi più elettrici come The Rock and The Hill, ma alla fine sono i brani più scarni in cui Allison torna con la mente al femminicidio della madre (con seguente suicidio del padre assassino) avvenuto nel 1986 come Cold Cold EarthSet My Soul Free la stessa Blood. Come dimostra anche il bel finale pianistico di Heal cantato con Mary Gauthier, la Moorer ci mette impegno anche nelle performance vocali, lasciandosi alle spalle quella sensazione di fastidiosa e squillante perfezione che un po’ inficiava alcuni suoi dischi del passato, e scoprendo anche tonalità più profonde (The Ties That Bind, pezzo che ricorda molto lo Springsteen più recente come stile, e non per il fatto di prendergli a prestito un titolo storico).
Da segnalare anche l’ottima apertura di Bad Weather e una All I Wanted (Thanks You Anyway) che riporta alla mente il sound alla Heartbreakers dei primissimi Lone Justice, e non troverei complimento migliore.

Blood
 è un disco breve ma molto intenso, che ci permette di caldeggiare per una volta l’ascolto di una artista che a 47 anni speriamo stia inaugurando una proficua età della maturità.

venerdì 31 gennaio 2020

BECK

Beck (e la musica dei 90s) alla soglia dei 50.

Ho sempre pensato a Beck come ad un Todd Rundgren della seconda era del classic rock. Non più giovanissimo neanche lui (l’anno prossimo compirà 50 anni), Beck David Campbell (questo il suo vero nome) è stato una figura fondamentale negli anni 90, in quella era di sintesi tra i vari stili che fino a quel momento avevano animato il circo del rock su binari separati. Nelle sue canzoni, nate spesso in ore di prove e studi nel chiuso di una sala di registrazione, si trovava di tutto e tutto perfettamente (e spesso per la prima volta) amalgamato, esattamente come Todd Rundgren negli anni 70 produsse artisti stilisticamente agli antipodi, dimostrando come un perfetto lavoro di sala potesse portare chiunque ad un unico ottimo risultato, addirittura magari riuscendo a riprodurre perfettamente i classici come spesso si divertiva a fare in alcuni suoi dischi.
Recensione: Beck - Hyperspace
Capitol – 2019
E se Rundgren dagli anni 90 ad oggi si è chiuso in una produzione lontana dai riflettori e dalla scena musicale moderna, perseguendo la sua idea di rock come prodotto di un lungo processo in cui tecnica e creatività vanno a braccetto, Beck, dopo aver ricordato quanto bravo ancora sia a scrivere anche solo semplici canzoni con Morning Phase del 2014 (una sorta di capitolo secondo di Sea Change del 2002), da Colors del 2017 è entrato definitivamente in una fase di sperimentazione stilistica.

Beck – Hyperspace: un vuoto esercizio di stile?

Lunga premessa per dire che Hyperspace, come già il suo predecessore, suona fin dal primo ascolto come un mero esercizio di stile, in cui il nostro vuole dimostrare di maneggiare una materia (chiamiamolo pop elettronico, ma mai come per lui le definizioni stilistiche sono sempre imprecise) che non è esattamente quella di cui si occupa abitualmente. Teoricamente non un problema per uno che in album come lo scanzonato Midnite Vultures o Modern Guilt aveva dimostrato di poter vestire le proprie canzoni con abiti differenti senza perdere credibilità ed efficacia, se non fosse che stavolta però qualcosa non funziona bene, e purtroppo i difetti che già aveva Colors, album che abbiamo un po’ tutti dimenticato presto due anni dopo l’iniziale sorpresa, qui si ingigantiscono.

I collaboratori di Beck in Hyperspace

E il problema non è che sia stata sbagliata l’idea di collaborare con giganti della produzione pop come Pharrell Williams (il Todd Rundgren della terza era del pop? Qui apro un sondaggio perché lui di concorrenza ne ha tanta) o Paul Epworth (l’uomo nell’ombra di Adele), Cole M.G.N. (ingegnere del suono richiestissimo nel mondo alternativo, da Julia Holter a Charlotte Gainsbourg) e Greg Kurstin (produttore molto attivo, ma non so se qualcuno si ricorda dei suoi Geggy Tah negli anni 90, sorta di Talking Heads in salsa roots scoperti da David Byrne).

Per la prima volta Beck suona datato

Il problema è che il risultato non è buono né per il mondo del pop a cui guarda con ammirazione, né per il suo mondo, che davanti a certi suoni, arrangiamenti e canzonette, deve fare uno sforzo di benevolenza. In altre parole, Hyperspace fa lo stesso effetto di quando nelle discoteche per ventenni vedi i cinquantenni in jeans rossi e camicia aperta che cercano di stare al passo dei balli ma tradiscono inesorabilmente il loro essere di un’altra generazione.


Insomma, se Colors in fondo presentava un “pop alla Beck” forse non proprio memorabile, ma del tutto coerente con il suo stile, Hyperspace gioca su terreni dove Beck dimostra di non essere maestro, semmai allievo, e per uno che ad ogni disco ha sempre insegnato qualcosa a qualcuno, suona forse come il peggiore degli insulti. Poi fortunatamente è Beck e non un pivello, per cui dette le magagne, giusto ricordare che anche qui comunque c’è da divertirsi e che i dischi “brutti” sono ben altri. Ma è Beck, e da lui è giusto aspettarsi di più, e che sia lui ad insegnare a Pharrell Williams come fare grande musica, e non viceversa.

lunedì 27 gennaio 2020

SWANS

Michael Gira e la rinascita degli Swans.

Ci sono autori con i quali pare impossibile avere un rapporto da semplice ascoltatore occasionale, inevitabilmente si finisce col tempo a stringere con loro un patto emotivo. Una sorta di contratto in cui il loro impegno è quello di non abbandonare mai la loro dimensione stralunata e personalistica della vita e dell’arte, il nostro quello di non abbandonarli mai, qualunque cosa facciano.
Swans Leaving Meaning
Young God – 2019
L’idea di partenza di queste anime solitarie e tormentate, che da anni si muovono nel sottobosco della musica occidentale, è che quello che succede nel segreto di una camera può diventare arte anche senza passare attraverso i filtri di produttori e logiche di marketing, e questo crea con l’ascoltatore un rapporto quasi personale, se non proprio esclusivo. Era così il compianto Daniel Johnston, sono così nomi come Bill CallahanWill Oldham nelle sue mille incarnazioni, Jason Molina e tanti altri, spesso visti come i veri fondatori e precursori della musica indie dei 2000. E naturalmente è così anche Michael Gira, uno che dal 1985 ad oggi ha prodotto tantissimo a suo nome e soprattutto con gli Swans, sigla abbandonata nel 1996, ma ripresa a gran ritmo in questi anni Dieci. Leaving Meaning è il quinto album di questa seconda era.

Swans – Leaving Meaning

Leaving Meaning è un tour de force doppio in cui Gira, sciolta ufficialmente la line-up storica, coinvolge collaboratori vecchi e nuovi. Come i chitarristi Kristof Hahn e Norman Westberg o l’esperto batterista Larry Mullins. Con l’aggiunta di una lunga serie di ospiti che toccano gli stili più disparati, come l’esperto di elettronica Ben Frost, il trio jazz dei Necks o la regina dark Anna von Hausswolff.  Alla fine sono 93 minuti di musica. Una sfida per l’ascoltatore pari agli 89 minuti dei Sun Kil Moon di Mark Kozelek del recente I Also Want to Die in New Orleans.
Due dischi che però evidenziano una differenza sostanziale: laddove Kozelek comincia ad accusare una certa ripetitività (e autoindulgenza) nel presentarsi con regolarità ogni anno con maratone di lunghi talking depressi su basi musicali ipnotiche e ripetitive, sfruttando forse troppo la nostra fiducia a prescindere di cui sopra, Gira conferma di essere un musicista che, nonostante i tempi dilatati e i toni non certo rassicuranti della sua musica, non ha perso di vista come si scrive e costruisce una canzone. E così qui anche un brano di oltre dieci minuti come The Hanging Man, costruito senza ritornello e senza grandi stacchi strumentali che interrompano l’ipnotica monotonia, riesce a mantenere una tensione che neppure un più giovane adepto come il Kurt Vile verboso sentito nell’album Bottle It In riesce ancora a raggiungere.

Leaving Meaning: un disco per i fans degli Swans

Insomma, se volete entrare in Leaving Meaning dovete amare già Gira, ma lui vi ripagherà con la lodevole complessità delle trame sonore della title-track o di tanti altri brani che solo apparentemente sembrano quasi improvvisati. Il ritmo è direi cimiteriale (ascoltate i 12 minuti di The Nub), anche quando magari la tensione esplode come nella seconda parte di Sunfucker o nella cavalcata elettrica di Some New Things.
Non è neanche più il caso di cercare riferimenti per spiegare la sua musica. Scadremmo probabilmente nei soliti Leonard Cohen e Nick Cave, se non proprio nei Joy Division in alcuni momenti, quando invece Gira ha ormai un marchio di fabbrica consolidato da più di trent’anni di carriera in cui ha saputo comunque rinnovarsi e mettersi in discussione. Nonostante, appunto, il suo pubblico non glielo abbia mai richiesto, ormai fedele negli anni.

I testi di Michael Gira

E ci sarebbe anche molto da dire sui testi, dove Gira si lascia andare a ruota libera sulle sue visioni filosofiche e anche su temi alquanto terreni come l’invettiva palesemente anti-Trump di AmnesiaParlare bene di un nuovo album degli Swans pare quasi automatico ormai per chi lo segue, ma è sempre bello scoprire che c’è sempre un buon motivo per farlo.

giovedì 23 gennaio 2020

WILCO

Jeff Tweedy, i Wilco e il nuovo Ode To Joy.

Il senso dell’umorismo non è mai mancato a Jeff Tweedy. Per questo l’ironia di definire Ode To Joy il suo disco più cupo e oscuro non solo non sorprende, ma tutto sommato ci rassicura sul fatto che l’uomo non ha perso quel sorrisetto beffardo che da anni nasconde dietro la sua ostentata timidezza.
Recensione: Wilco – Ode To Joy
Dbpm Records-_ 2019
E se qualcuno di voi giustamente ha storto il naso quando ho definito questa nuova fatica dei Wilco come se fosse il disco di un solista, proverò a spiegare perché qualcosa è davvero cambiato nelle dinamiche del gruppo all’indomani di quel The Whole Love del 2011 che fin da subito aveva dato l’impressione di essere la fine di un viaggio. Perché Ode To Joy, come già era successo per il precedente Schmilco, continua il processo di chiusura intimista di Tweedy, che concede sempre meno spazio ai suoi compagni di viaggio in studio, pur continuando a farli sfogare nei concerti dal vivo.

Le tentazioni soliste

Anche recentemente abbiamo potuto appurare che sul palco i Wilco continuano ad essere una macchina perfettamente oliata, con il consueto duello tra tradizione e sperimentazione innescato da Pat Sansone e Nels Cline, e una sezione ritmica davvero in grado di funzionare su qualsiasi canzone. Ma in studio, dopo il fallimento di Star Wars del 2015 (l’unico album veramente sbagliato della sigla), in cui i sei avevano cercato una nuova linea espressiva di gruppo senza però trovarla, Tweedy ha iniziato un percorso quasi da indie-folker che coinvolge gli ultimi due Wilco, ma anche il disco fatto con il figlio a nome Tweedy (Sukierae del 2014) e il suo bellissimo disco solista del 2018 (Warm).

Ode To Joy: c’è voglia di cambiamenti per i Wilco

Ode To Joy però pare subito un capitolo differente. Perché, se le sue ultime sortite avevano dato la sensazione di un ritorno alla tradizione folk dei suoi esordi con gli Uncle Tupelo, qui Tweedy sfrutta i Wilco per cercare una nuova forma espressiva da band, pur presentando un pugno di canzoni da cantautore solitario. Chi ha sentito come me molti di questi brani eseguiti dal vivo ancor prima di poter ascoltare l’album, si è subito reso conto che, se immersi nel contesto di una scaletta live, si amalgamano benissimo con i loro classici, e questo è il grande merito di Ode To Joy. Ma è anche evidente che la nuova strada può essere ancora perfezionata, magari ridando giusta enfasi al fatto di avere a disposizione non solo dei grandi session-men, ma dei veri artisti in grado di metterci del proprio.

Jeff Tweedy tra live e studio

E magari così accontentare anche chi si è trovato un po’ perso in mezzo ad un pugno di canzoni che non concedono respiro e speranza, né tanto meno sfoghi strumentali che spezzino la tensione, curiosamente uscite in contemporanea al nuovo album di Nick Cave (Ghosteen) in una sorta di gara a distanza a chi è più depresso e più deprimente. Per questo Ode To Joy riporta a livelli alti una sigla che stava indiscutibilmente attraversando una fase difficile, ma non è secondo me ancora il disco che Tweedy sta cercando per innescare una nuova era.


E il fatto che dal vivo comunque si cominci anche a respirare una certa aria da “greatest hits per nostalgici”, inevitabile per una band comunque attiva da 25 anni, deve suonare come un pericolo. Saluto dunque questa prova d’autore con sollievo, ma anche con la sensazione che se davvero i Wilco vorranno essere protagonisti anche degli anni 20, questo dovrà essere solo il primo seme per far crescere una nuova pianta che non si rifugi sempre e solo nel rassicurante sussurro di una canzone sofferta.

domenica 19 gennaio 2020

PAULA COLE

Chi si ricorda di Paula Cole?

675 Records – 2019
Era il 1996, e, tra i tanti nuovi nomi che esordivano in quegli anni, quello di Paula Cole parve subito importante. In quell’anno il suo secondo album This Fire divenne uno dei besteller in USA grazie a singoli come Where Have All the Cowboys Gone? (“volevo fare una canzone ironica come quelle degli XTC ma dal punto di vista femminile” la descrisse lei) e soprattutto I Don’t Want to Wait, sigla del fortunato serial televisivo Dawson’s Creek. Riascoltato oggi This Fire conserva il suo fascino di opera che univa una produzione alla Peter Gabriel (non a caso ospite nel disco), la lezione di Kate Bush, e una certa grinta alla Alanis Morissette.

Una carriera a fasi alterne

Il momento di Paula Cole però durò poco. Il disco successivo, Amen,  ci mise troppo ad uscire per sfruttare il momento (era il 1999), e fu un mezzo flop che la fece uscire subito dalle luci della ribalta, con conseguente ritiro per maternità fino al 2007. In questi ultimi 12 anni la Cole ha ripreso la sua carriera pubblicando altri 5 album che non hanno però riacceso troppo l’interesse verso di lei. Complici anche le molte aperture al mondo del jazz non proprio in linea con le mode del momento. Per questo si accoglie con piacere questo Revolution. Album che, diciamolo subito, la rivede molto più convintamente riprendere il discorso interrotto anni fa dal punto di vista stilistico.

Paula Cole – Revolution

Dopo una suggestiva Intro: Revolution (Is A State Of Mind) in cui il pianista jazz Bob Thompson recita un discorso di Martin Luther King, la Cole offre un disco vario e molto ben prodotto, chiuso in crescendo dal lungo reggae di Universal Emphaty e dalla piano-song alla Tori Amos Dhammapada. Subito invece arriva il riuscito gospel-blues di Shake The Sky, che è anche l’occasione per assaporare la bravura di una band con grandi nomi in lista come Nona Hendryx e Meshell Ndegeocello. E che vede Ross Gallagher al basso, gli esperti Max Weinstein e Jay Bellerose alla batteria e il chitarrista Chris Bruce adoperarsi anche come produttore.

Il disco ha una parte iniziale con brani intensi e molto personali come Blues in Gray (dedicata alla storia della nonna dell’artista) e la lunga Silent (sorta di autobiografia in prosa), prima che Go On riporti nelle casse una suadente pop-song che ricorda molto la Sarah McLachlan degli anni 90, e di fatto scopriamo essere stata scritta nel 1993, ma con parole cambiate in seguito al suo divorzio. Si finisce con una più folk All Of Nothing che addirittura richiama un po’ la Joni Mitchell di inizio carriera, la parlata 7 Deadly Sins, fino ad arrivare alla cover di The Ecology (Mercy Mercy Me) di Marvin Gaye.

Revolution: bel ritorno per un’artista impegnata qual è Paula Cole

La versione in vinile del disco contiene anche un singolo uscito in primavera, Hope Is Everywhere, canzone remixata in chiave dance (lei stessa la definisce “prog-disco”) pubblicata per sostenere la comunità LGBT che col disco c’entra poco stilisticamente, ma chiude il cerchio per definire una artista magari non sempre originalissima, ma fieramente impegnata a portare avanti le sue lotte politiche (il suo silenzio negli anni zero fu interrotto solo per un singolo polemico contro l’intervento in Iraq di Bush Jr) e umane con rinnovata convinzione.

HANK SHIZZOE

Hank Shizzoe Steady As We Go [Blue Rose 2019] hankshizzoe.com   File Under:   guitar blues di Nicola Gervasini (31/10/2019) Sono ...