venerdì 22 giugno 2018

DURAND JONES & THE INDICATIONS

Durand Jones & The Indications
Durand Jones & The Indications
[Dead Oceans/ Goodfellas 2018]
durandjonesandtheindications.com

 File Under: young soul singers
di Nicola Gervasini (09/04/2018)

Da grande Durand Jones voleva fare il sassofonista, e ha dovuto litigare non poco con la propria madre, che al contrario lo vedeva bene a cantare nel coro della chiesa. Detta così sembra una storia da soul music degli anni cinquanta, ma accade ancora anche in questi anni dieci nella profonda America. Galeotti furono però gli anni universitari, in cui Durand ha messo insieme una band, li ha chiamati The Indications per assonanza con i tanti gruppi doo-wop di cinquant'anni fa, e ha provato a dire la sua nel mondo del new soul. Il self-titled Durand Jones & The Indications aveva visto la luce già nel 2016 per una piccola etichetta (la Colmine) ed era passato ovviamente inosservato per motivi di scarsa distribuzione, ma ora a ristamparlo ci pensa la Dead Oceans, un tempo paradiso per band indie folk come Phosphorescent, Akron Family e Califone, oggi evidentemente intenzionata ad allargare il raggio d'azione anche nella black music.

E lo fa allungando il brodo con una registrazione live (chiamata sibillinamente Live Vol.1, lasciando ad intendere che la riedizione potrebbe non finire qui), per giustificare così anche la dicitura "deluxe edition". Durand Jones e i suoi fidi amici (Aaron Frazer alla batteria, Blake Rhein alla chitarra, Kyle Houpt al basso e Justin Hubler all'Hammond) arrivano ormai ultimi di un movimento di rinascita soul che con la morte della regina Sharon Jones è forse diretto verso il tramonto, ma il tempo e l'occasione per diffondere ancora il verbo della soul music di stampo classico c'è sempre. Quello che manca è davvero un pizzico di originalità alla proposta che lo possa distinguere dai tanti nomi usciti o riscoperti in questi anni, da Lee Fields fino a Charles Bradley, e forse anche una voce davvero memorabile, che nel genere è peccatuccio non da poco. In ogni caso il riferimento è il soul di metà anni settanta, quello già ammiccante al Philly Sound (basta sentire Make a ChangeSmile o la ballata Can't Keep My Cool), ma ancora non scivolante nella melassa che poi ammantò quella soul music che non voleva cedere ai ritmi disco nella seconda metà di quel decennio.

E quando decidono di dare ritmo, tirano fuori anche riff di chitarra come quello di Groovy Babe che ricorda da lontano il soul energico di Black Joe Lewis & The Honeybears. Ma è la ballata romantica alla fine che la fa da padrona, con il tappeto d'organo di Giving Up, il momento sospeso tra lounge music e Smokey Robinson di Is It Any Wonder?, il blues abbozzato di Now I'm Gone e lo strumentale alla Tramp di Tuck and Roll. A questo punto scatta poi la più lunga parte live, dove i giovani dimostrano già di saperci fare, ma anche qui senza particolari rivoluzioni da proporre. Non si grida al miracolo dunque con l'arrivo a Soultown di un nuovo pretendente al trono, ma se ancora state piangendo la morte di Otis Redding, questo disco fa al caso vostro.

lunedì 18 giugno 2018

OKKERVIL RIVER

Okkervil River
In the Rainbow Rain
[ATO records
/ Self 
2018]
 File Under: Glory of the 80's

di Nicola Gervasini (16/05/2018)Mi piacerebbe poter inviare In The Rainbow Rain degli Okkervil River a Colin Meloy dei Decemberists con un semplice bigliettino con scritto "Forse era questo che intendevi fare?". Colin non ne sarebbe molto felice probabilmente, ma se personalmente ho sempre visto nelle due band le realtà migliori nate in questi anni duemila in un certo ambito che definirei "roots progressista", è proprio sulla necessità di aggiornare il sound che si stanno vedendo delle differenze. Laddove i Decemberists, già secondo me in odore di una svolta fin troppo derivativa in questi anni dieci, hanno probabilmente sbagliato il loro primo disco in carriera con il recente I'll Be Your Girl, abbracciando malamente l'Eighties-sound-revival imperante (e forse ormai già verso il suo tramonto), gli Okkervil River fanno solo un po' meglio con un album molto simile, dopo che già nel 2011 erano stati pionieri con I Am Very Far. Poi però Will Sheff aveva avuto bisogno di tornare all'essenziale per esprimere le proprie tribolazioni esistenziali e così Away nel 2016 aveva riportato tutto alle origini. 

È lui stesso che presenta In The Rainbow Rain come una svolta spensierata e felice per la band, quasi un disco volutamente mainstream e radiofonico, se avesse ancora senso fare queste distinzioni in un mercato che sta diventando ormai praticamente un porta a porta tra artista e ascoltatore (come aveva ironicamente immaginato Jeff Tweedy nel video di Low Key). Sheff recupera quindi l'armamentario sonoro degli anni ottanta, con citazioni più o meno evidenti (alzi la mano chi di voi non si è messo a canticchiare Enola Gay sull'incipit di How It Is?), ma con una attenzione su produzione arrangiamenti da disco per grandi eventi, e già qualcuno ha storto il naso per cotanto sfavillio. Eppure Famous Tracheotomies in qualche modo sembra far presagire un nuovo viaggio nelle oscurità dell'animo di Sheff, solo sorrette da una serie di effetti elettronici che fanno capire che tirerà poca aria di tradizione. Ci pensa The Dream and The Light a far capire che il tono sarà diverso, bel brano folk nella struttura, ma infarcito di tastiere, cori, e addirittura un sax bowiano nel finale, che portano in dote un sound pieno e maestoso.

Con Love Somebody siamo in pieno easy-pop, e con Family Song addirittura si riassaporano melodie alla Prefab Sprout. Anche Pulled Up The Ribbon esagera forse a mettere troppa carne al fuoco (tanto che i cori finali richiamano certi muri di suoni e voci della Electric Light Orchestra), finché Don't Move Back to LA ritrova le chitarre per un brano che ricorda vagamente i Counting Crows più radiofonici di Hard Candy, mentre Shelter Song annega in mille tastiere e non riesce a decollare. Dopo la caraibica External Actor (Sheff che imita Jack Johnson?), chiude Human Being Song tra violini sintetizzati che forse cercano i Cure ma trovano più i Simple Minds. Sheff resta un grande autore e gli Okkervil River mostrano le capacità di essere sempre originali, ma temo che il sound del futuro non sia ancora questo.

martedì 12 giugno 2018

JOSH T PEARSON

Josh T Pearson
The Straight Hits!
[
Mute Records
 2018]
facebook.com/joshtpearson
 File Under: Listen without prejudice

di Nicola Gervasini (07/05/2018)

A distanza di quasi sette anni, si può dire che il più grande merito di Last of the Country Gentlemen, disco d'esordio del texano Josh T. Pearson, sia stato quello di essere uno dei pochi motivi di vera discussione nel mondo musicale arrivato dalla scena della roots music più recente. Con quell'aria a metà tra un indie-freak alla Devendra Banhart, un neo-hippie alla Jonathan Wilson o un rude cowboy moderno alla Chris Stapleton, e con quella copertina così eroticamente trendy, Pearson realizzò un disco coraggioso, con una serie di lunghi, strascicati e, per molti, anche estenuanti brani che facevano tesoro di anni di indie-folk, ma anche di una tradizione country-folk comunque viva ed evidente nelle sue note.

Non ho sentito troppa gente in questi anni chiedersi che fine avesse fatto quello strano personaggio, e lui si è preso tutto il tempo necessario per farsi un po' dimenticare, prima di tornare con questo The Straight Hits!. Immagino lo scoramento di tanti ambienti non certo abituati a questo country-rock ubriaco e disarmonico, che più che al mondo indie-folk, guarda all'irriverenza traditional di Kinky Friedman o Mojo Nixon. Un cambio stilistico imprevedibile, una retromarcia nella tradizione che poteva anche limitarsi ad un disco della serie "guardate che anche se faccio cose strane, un disco normale lo so fare anche io". Invece Pearson gioca d'intelligenza inserendo un elemento che nel suo primo album mancava totalmente: l'ironia. L'ironia di una suadente lenta ballata alla Jonathan Richman intitolata The Dire Straits of Love, ancor più ironicamente unico brano del disco a non contenere la parola "Straight" (secondo un regolamento auto-imposto che prevede anche presenza di ritornello, bridge e testo e titolo breve), visto che già il nome della band di Knopfler ne contiene un'assonanza. Oppure l'ironia programmatica di Damn Straight, scritta dall'amico Jonathan Terrell, altra giovane leva di quello che potremmo quasi definire un "new-alternative-country" che non so se potrà dare frutti succosi, ma che perlomeno ci prova a tenere viva una scena che ha innegabilmente il fiato grosso.

E l'ironia anche nel lanciarsi in scalcagnate bars-songs in tutta la prima parte del disco, per poi spegnere mano a mano il ritmo nel finale con oscure folk-ballads che ancora nulla hanno da spartire con quanto sentito nel primo album. Dal nostro punto di vista, fattaci la risata che lui voleva suscitare e ripresoci dalla sorpresa, siamo però contenti di vedere che al di là dei giochi di prestigio, l'artista c'è, e lo si sente in un pezzo come A Love Song (Set Me Straight), più di sei minuti di crescendo drammatico che potrebbe anche farmi scomodare gli Okkervil River per la sua vocalità un po' aspra alla Will Sheff e per il wall of sound di strumenti acustici costruito pian piano intorno ad una batteria elettronica. Insomma, se il lato A è pane per vecchi irriducibili rootsofili, il lato B stuzzica quei musicofili intellettualoidi che tanto lo avevano apprezzato anni fa. Il tutto in soli 42 minuti stavolta, una durata più ragionevole che sicuramente metterà d'accordo le due opposte fazioni, nel caso il disco non ci riesca ancora una volta.

venerdì 8 giugno 2018

BETTYE LAVETTE

Bettye Lavette 
Things Have Changed
[Verve 2018] 
bettyelavette.com

 File Under: Dylan-mania
di Nicola Gervasini (23/04/2018)Un nuovo disco tributo a Bob Dylan è forse l'operazione meno originale che possa fare una cantante di questi tempi (in fondo abbiamo appena tolto dal lettore un album analogo di Joan Osborne dello scorso anno), eppure c'era da aspettarselo un tale infoltimento del catalogo a seguito del premio Nobel. Moda sì o moda no che sia, Bettye Lavette confeziona questo Things Have Changed coerentemente ad una discografia che si sta specializzando in cover-records spesso a tema, e di certo "Lui" non poteva mancare. Il suo grande pregio però è sempre stato quello di non soffermarsi quasi mai su titoli arci-noti e arci-riletti, ma di cercare brani che davvero ben si adattano alle sue certo non comuni doti vocali. Nel caso di Bob Dylan addirittura assistiamo ad alcune variazioni sui testi, una lesa maestà che ha ottenuto il placet dell'autore, e che rappresenta un caso abbastanza raro, visto che gli interventi non si limitano solo a rendere al femminile l'io narrante, come spesso accade quando una donna canta canzoni di un uomo. 

In ogni caso il menu è per veri intenditori della materia, e pesca dall'album Oh Mercy Political World e What Was It You Wanted che vanno ad aggiungersi alla Everything is Broken che aveva già cantato nell'album Thankful n' Thoughtful del 2012 e alla Most Of The Time compresa nel tributo Chimes Of Freedom dello stesso anno. Da Empire Burlesque vengono invece una sorprendente Seeing The Real You At Last, e una già nativamente soul Emotionally Yours, mentre del giovane Dylan si riprendono qualche classico (abbiamo dunque una ennesima nuova versione di The Times They Are A-Changin`e di It Ain`t Me Babe, ma è vero che fatte così non le avevamo mai sentite), e Mama, You Been On My Mind

Se dagli anni più recenti pesca solo la stupenda Ain't Talkin', è intelligente la scelta di non andare sull'ovvio virando a soul troppi brani del triennio cristiano, già abbondantemente rivistati in questa veste dal bellissimo disco Gotta Serve Somebody: The Gospel Songs of Bob Dylan del 2003, concedendosi solo una coraggiosa rilettura di Do Right To Me Baby (Do Unto Others) da Slow Train Coming, mentre azzeccate sono le scelte di una Going Going Gone che era stata recentemente esaltata anche da Gregg Allman, e quel mai abbastanza decantato capolavoro che è Don`t Fall Apart On Me Tonight da Infidels. Resta da dire della title-track, uno degli ultimi classici dylaniani che penso sia impossibile trasformare in qualcosa di brutto, ma anche di diverso, e di fatto la versione che apre il disco non si discosta troppo dall'originale. 

Coadiuvata da una band che definire stratosferica non è certo una esagerazione (Larry Campbell, Pino Palladino, Leon Pendarvis e Steve Jordan che produce), da qualche intervento più che gradito di Keith Richards in una Political World virata a reggae, o di Trombone Shorty, Gil Goldenstein e Ivan Neville, la Lavette appronta un disco formalmente perfetto, sbaglia poche scelte, e torna così ai fasti di album come I've Got My Own Hell to Raise o The Scene of the Crime, dimostrando che forse l'argomento Dylan è talmente vasto da giustificare sempre nuove riletture.

lunedì 4 giugno 2018

JOAN BAEZ

Joan Baez 
Whistle Down the Wind
[
Proper 
2018]
joanbaez.com
 File Under: Last Waltz

di Nicola Gervasini (27/03/2018)

Persino i nostri quotidiani nazionali hanno messo in prima pagina la notizia che Joan Baez fosse in procinto di abbandonare le scene, annuncio che funge un po' da traino all'uscita di Whistle Down The Wind, nuovo e dunque forse ultimo album in studio della storica folksinger. Dovremmo fare qui polemica sul fatto che sarebbe forse ora di considerare la Baez anche come una musicista slegata da quella che è stata la sua storia di attivista politica, ma visto che esistono giornalisti che ancora parlano di Bob Dylan come del "menestrello", lascerei perdere. Lei dice che al massimo la rivedremo sul palco di una causa politica, che grazie a Trump ce ne sarà nuovamente bisogno forse, e seppur anziana e vogliosa di dedicarsi all'arte della pittura, lei non si tirerà mai indietro.

Ma al giornalismo generalista non far sapere che già da metà degli anni settanta la Baez ha curato la sua attività in studio con un piglio spesso slegato dalla causa sociale del momento. Insomma, ha fatto la musicista. E come tale ha prodotto una serie di album attenti al repertorio ma anche alla produzione, uno su tutti il precedente Day After Tomorrow prodotto da Steve Earle, ma mi piace anche ricordare l'ottimo Play Me Backwards del 1992 tra gli album che varrebbe la pena recuperare. Whistle Down the Wind trova nella produzione al solito precisa e priva di spigoli di Joe Henry la propria ragion d'essere, e come spesso succede in casa Henry, offre una serie di cover d'autore in perfetto equilibrio tra autori storici (il Tom Waits della title-track e di Last Leaf) e di più recente generazione (il Josh Ritter di Be of Good Heart Silver Blade). Il padrone di casa ci infila poi uno dei suoi brani più belli (Civil War), direi perfetto per la nuova vocalità più roca e profonda di Joan.

Ma funzionano bene anche i brani di più disparata provenienza come Another World di Anhomi (nuovo nickname di Antony dei Antony & The Johnsons), le incursioni nel mondo della canzone femminile country con The Things That We Are Made Of di Mary Chapin Carpenter o The Great Correction di Eliza Gilkyson, o la scoperta di autrici più sotterrane come la Zoe Mulford che offre una significativa The President Sang Amazing Grace. Il finale del disco, e forse di carriera, è affidato invece a I Wish the Wars Were All Over, canto di speranza che nelle sue labbra riesce ancora a conservare un senso non esclusivamente utopistico, se non proprio ingenuo, ed è un brano scritto dal musicologo Tim Eriksen, che già avevamo potuto conoscere nella soundtrack del film Cold Mountain di Anthony Minghella curata da T Bone Burnett.

Disco lento, riflessivo, e con il pianoforte di Henry in gran evidenza a creare atmosfera, Whistle Down the Wind conserva tutti i pro e contro della spesso fin troppo misurata visione musicale del suo produttore, tuttavia indubbiamente fautore di un sound che si mette al servizio delle canzoni e di una voce che magari porterà molti a conciliarsi con una vocalist spesso considerata vecchia proprio per lo stile fatto a "vocalizzi". Joan Baez saluta dunque con un album più che discreto e senza clamori, ma rimane un personaggio importante da riscoprire e rivalutare, senza dubbio rimasto ingiustamente all'ombra delle proprie cause e dei propri amori, Dylan su tutti, le cui canzoni ha forse cantato troppe volte.

mercoledì 30 maggio 2018

ALL THE LUCK IN THE WORLD

All The Luck in the World
A Blind Arcade
[
All the Luck in the World 
2018]
alltheluckintheworldmusic.bandcamp.com
 File Under: Bio-Folk

di Nicola Gervasini (17/03/2017)

Capitano quei dischi dove, se non sei più che preparato sull'argomento, hai qualche difficoltà a capire quale sia il nome del gruppo e quale il titolo dell'album. Nominare una band All The Luck In The World è scelta bizzarra, e ci sarebbe da chiederne l'origine ai tre giovani cantautori irlandesi che nel 2014 riunirono le forze per un omonimo album d'esordio che li mise in evidenza nel mondo indie britannico. Neil Foot, Ben Connolly e Kelvin Barr erano tre studenti allora, e nelle camere universitarie nacque l'idea di unire le forze per una proposta che legasse la naïveté acustica del primo Bon Iver, la delicatezza delle melodie dei Magnetic Fields e un po' di tradizione folk. A Blind Arcade arriva dopo quattro anni in cui i tre amici hanno messo alla prova la tenuta della loro proposta sui palchi di mezza Europa, e continua la strada intrapresa nel primo album fin dalla simbolica copertina in stile fantasy.

E, come l'esordio, il nuovo disco soffre un po' della vena altalenante del trio, che si alterna alla voce e agli strumenti, con chitarre acustiche a far da padrone e pochi accorgimenti in sede di arrangiamenti. Landmarksunisce melodia e amore per la natura in una sorta di bio-folk a chilometro zero, ed è la dimostrazione che l'indie-folk può ancora dire molto nonostante non abbia più la carica innovativa degli anni zero, ma sono già episodi come Pages, con la sua melodia flebile, il suo arrangiamento minimal e un violoncello a creare atmosfera, che cominciano ad avere il fiato corto in uno studio di registrazione. L'album non è brevissimo (45 minuti), e visti i ritmi di alcuni episodi come la lunga Into The Ocean (che parte molto bene ma tergiversa troppo nel finale), la tensione cala parecchio, ma fortunatamente nel bucolico percorso offerto dagli All The Luck In The World si incontrano anche deliziosi bozzetti folk come Golden October e soprattutto Moon, con il suo bel crescendo d'archi.

A Blind Arcade potrebbe essere la colonna sonore ideale per un film da festival Sundance, come dimostra anche il video di Contrails, dove la telecamera segue un gruppo di ragazze che si divertono e malinconicamente scoprono di essere pronte al gran salto verso la vita adulta, con un senso di fatalità dato da un testo che narra di come nella vita gli incontri fondamentali avvengono sempre per caso. Il meglio arriva forse nel finale di Abhainn, con un brano più strutturato e, se vogliamo, "pensato" degli altri, che chiude bene un disco monolitico nel sound e vario nell'ispirazione. Sarà che forse arrivano davvero ultimi di una lunga lista di giovani freak moderni dediti al low-fi esistenziale, ma il secondo capitolo degli All The Luck In The World per ora attira attenzione ma non grandi applausi.

sabato 26 maggio 2018

JOHN OATES

John Oates & The Good Road Band
Arkansas
[
Ps Records/Thirty Tigers 
2018]
johnoates.com
 File Under: Going back to my roots

di Nicola Gervasini (05/03/2018)

New York, 1981: uffici della RCA Records. John Oates incontra Bob Buziak, presidente della RCA Records. Il gran capo trova il tempo per fermarsi a fare i complimenti ad uno degli artisti più di successo della sua scuderia con il duo Hall & Oates. "Salve John, complimenti per le vendite del vostro Private Eyes! Mi aspetto grandi cose dal vostro nuovo album, avete già qualche progetto?". "Certo Boss, pensavo di fare un disco solista senza Daryl, dedicato alla musica di Mississippi John Hurt". "Ah ma splendido! Chiamo subito Joe Galante, patron della RCA di Nashville, e ti metto a disposizione i migliori musicisti della città! Sarà un successo!". "Grazie Boss!". Ok, sto sognando ovviamente. Le cose, come sapete, non sono certo andate così.

Il duo Hall & Oates negli anni Ottanta continuò a produrre con successo dischi di sopraffino soul-pop per i quali ancora li ringraziamo, ma per sapere dei sogni di ritorno alle radici di John abbiamo dovuto aspettare gli anni della fine delle luci della ribalta e della dorata pensione di due musicisti con più nulla da dimostrare. E se Daryl Hall, vera prima voce del duo, ha continuato anche da solista a battere strade sporcate di soul bianco, John Oates, chitarrista e mente musicale, ha preferito dedicarsi alle passioni che hanno segnato la sua preparazione artistica. Arkansas è il suo quinto album solista dal 2002 ad oggi, ed è nato veramente come idea di un concept su Mississippi John Hurt, ma si è via via trasformato in un viaggio nella tradizione più a largo raggio. Niente che non sia già stato rivisitato ormai dopo anni di dischi-recupero, ma questi brani, registrati con l'ausilio di una band battezzata senza rischio di confusione sulle fonti di ispirazione The Good Road Band (Sam Bush al mandolino, Russ Pahl alla pedal steel, Guthrie Trapp alla chitarra, Steve Mackey al basso, Nathaniel Smith al violoncello, e Josh Day alla batteria), seguono un percorso che lo stesso Oates descrive come "Dixieland, immerso nel bluegrass, e condito con Delta Blues".

Si parte in un tripudio di acustiche e mandolini con Anytime, un successo del 1924 di Emmett Miller (ma fu scritta nel 1921 da Herbert "Happy" Lawson), per passare alla bella aria da West Coast anni 70 della title-track, che con il blues elettrico di Dig Back Deep, rappresenta l'unico brano autografo della raccolta. Dal progetto su Hurt arrivano My Creole Belle e Spike Driver Blues, mentre il corpo del disco è rappresentato dal lungo traditional virato a spiritual da campi di cotone Pallet Soft and Low, brano che lo stesso Mississippi John Hurt fece suo con il titolo di Make Me a Pallet On the Floor. Di dominio comune sono anche il classico Stack O Lee (antenata della ben più nota Stagger lee), Lord Send Me That'll Never Happen No More, mentre Miss the Mississippi and You è attribuita al compositore William Heagney.

Vocalmente Oates non ha grandi doti, ma la voce resa roca dall'età lo aiuta molto a calarsi nello spirito di questi brani, mentre che fosse chitarrista intelligente e di gusto non è una sorpresa. In definitiva 33 minuti sentiti e ben suonati di musica classica.

lunedì 12 marzo 2018

GUY LITTELL


Guy Littell 
One of Those Fine Days
[AR Recordings 2017]

guylittell.wordpress.com

 File Under: Neil Young si è fermato ad Eboli

di Nicola Gervasini (24/01/2018)


Il cognome deriva da uno dei personaggi di American Tabloid di James Ellroy (Ward Littell), ma il nome di battesimo rende il tutto ancora più simile ad un protagonista della scena di Austin. Guy Littell però è italianissimo, viene da Torre del Greco e all'anagrafe fa Gaetano Di Sarno. Attivo da ormai quasi dieci anni nel mondo del folk nostrano, Littell ha alle spalle una discografia composta da un Ep di esordio (The Low Light & The Kitchen, 2009) e due album (Later del 2011 e Whipping the Devil Back del 2014, in cui compariva anche Steve Wynn all'armonica), in cui già traspariva la sua cultura fatta di musica americana, ma anche un grande amore per i suoi protagonisti più stralunati e sofferti come Sparklehorse o Elliott Smith.

E da qui parte anche il nuovo disco One Of Those Fine Days, da una So Special che sfrutta al meglio una vocalità per nulla impostata e portata ad evidenziare i toni striduli, ma con un arrangiamento decisamente da rock cantautoriale della scena post-grunge degli anni 90. Cheatin Morning, con il suo giro alla Byrds, riporta però già il tutto alla tradizione e a quella evidente influenza di Neil Young che caratterizza, a volte un po' al limite della piena riverenza, tutto l'album. E non è finito qui il giro dei rimandi, con Better For Me e New Records And Clothes che guardano a Ryan Adams (anzi, la seconda, con il suo piglio da rock stradaiolo, direi quasi più a Jesse Malin). Love It è più da cantautore classico mentre Song From A Dream viaggia su coordinate springsteeniane. Molto interessante Don't Hide, ballata con sempre Neil Young nel motore, ma con un sound e una struttura che ricorda un po' certi dischi anni 90 di band come gli Slobberbone, mentre No More Nights meritava forse qualche rifinitura in più nella parte vocale, che cerca volutamente i Dinosaur Jr. dell'era Where You Been.

Ma qui sta il pregio e il limite del disco, che cerca anche in studio l'immediatezza live di un suono che fa del suo essere grezzo un vanto, come ha da tempo insegnato il maestro Neil, il tutto però un poco a discapito dei particolari o, come proprio nel caso di No More Nights, di una melodia che potrebbe anche essere più enfatizzata o valorizzata. Il finale Old Soul è solo per acustica e voce e conferma Littell artista capace di essere personale nella scrittura, pur utilizzando uno stile con un chiaro riferimento artistico.

Il disco è registrato ad Eboli e prodotto dallo stesso Littell con particolare enfasi sul lavoro alla chitarra elettrica di Luigi Sabino, con un risultato che conferma come ormai ovunque in Italia, anche al sud, siamo capaci di produrre quel genuino american-sound che inspiegabilmente però mai abbiamo sentito arrivare nelle radio nostrane, in tutti questi anni di piena crescita dei nostri artisti.

lunedì 5 marzo 2018

ZACHARY RICHARD

Zachary Richard 
Gombo
[
Rz Records 
2017]
zacharyrichard.com
 File Under: New Orleans stories

di Nicola Gervasini (12/01/2018)
Non sto neanche più a tediarvi su quanto l'opera di Zachary Richard meriti un'attenta riscoperta, di come il suo Migration del 1978 è probabilmente uno dei dischi più ingiustamente dimenticati dal mondo (tanto da non aver goduto di degne ristampe), di come da tempo andrebbe rivalutato non solo per la sua bravura di perfomer zydeco/cajun, ma proprio per la sua penna, capace di ballate bellissime. Farei prima magari a dirvi i dischi da evitare come primo approccio, magari proprio quel Last Kiss del 2009 che pareva confezionato ripulendo il sound a beneficio di un'utenza extra-New Orleans, ma sono casi sporadici. Perché anche il nuovo album Gombo (vero termine francese per il Gumbo, il famoso stufato di New Orleans) mantiene il passo di precedenti bellissimi titoli come Lumière Dans Le Noir (2007) e Le Fou (2012), e semmai il difetto è proprio che resta difficile un po' trovarci delle differenze.

Ed evasa subito in apertura la pratica del manifesto stilistico (Zydeco Jump), l'album si immerge in una serie di racconti delle paludi raccontate in quel francese/americano che rappresenta la sua veste espressiva migliore, avendo ormai fondamentalmente fallito i tentativi di proporsi con successo ad un pubblico anglofono. Il difetto forse sta più nell'eccessiva lunghezza del disco, a fronte di poche variazioni sul tema, ma, prese una alla volta, queste canzoni hanno tutte qualcosa da lasciare nei nostri cuori. E non può non attirare subito l'attenzione Au Bal Du Bataclan, brano dedicato all'attentato terroristico di Parigi, co-firmato con la pittrice Mélissa Bonin e il songwriter Charlélie Couture, sorta di storia d'amore nata casualmente nel locale la sera sbagliata, ma cementata proprio dalla tragedia. Oppure La Ballade D'Émile Benoit, dedicata ad uno dei violinisti che hanno praticamente scritto la storia della musica canadese francofona del secolo scorso. Ed è proprio l'amore per le tradizioni che muove la maggior parte di questi brani, come la bella Jena Blues, o come la triste storia ecologica di La Ballade du Irving Whale, canzone dedicata al naufragio di una petroliera nel 1970 che causò danni ancora oggi visibili sulle coste canadesi.

Nella lunga tracklist c'è tempo anche per qualche ospitata, buona occasione per noi per scoprire artisti poco conosciuti come Robert Charlebois che duetta in Catherine Catherine e la beninese Angélique Kidjo coinvolta in Fais Briller Ta Lumière (in Africa è una star, la conoscono i fans di Carmen Consoli che la ospitò nell'album Eva contro Eva). Nella quantità ovvio che ci sia qualche passaggio non dico a vuoto, ma semplicemente ordinario, ma in genere il disco conferma il suo stato di grazia. Co-prodotto con il pianista David Torkanowsky, collaboratore di vecchia data, l'album si avvale di molti validi musicisti, tra cui spiccano Rick Haworth (chitarra, lap-steel e mandolino), Roddie Romero (fisarmonica) e il violinista Francis Covan. E ogni volta è un "bentornato Zachary!".

lunedì 26 febbraio 2018

JUANITA STEIN

Juanita Stein 
America
[
Nude/ Goodfellas 
2017]
juanitastein.com File Under: aussie country

di Nicola Gervasini 
(12/10/2017)
A metà degli anni zero gli australiani Howling Bells furono una delle tante scoperte dell'etichetta Bella Union, vera e propria fucina di talenti indie dei nostri anni, eppure non sono mai riusciti a diventare un nome di punta del genere, nonostante i loro quattro album pubblicati tra il 2006 e il 2014 abbiano sempre ricevuto riscontri più o meno positivi. Troppo indefinibile il loro mix musicale (se guardate Wikipedia si citano Hendrix e i Mazzy Star, e già capite la confusione), ma sicuramente a definire il suono della band è sempre stata la voce di Juanita Stein, non un'artista sconosciuta visto che ha già quarant'anni e una lunga gavetta negli anni 90 e primi duemila con i Wakiki. 

America
, titolo fin troppo semplice per definire dove si guarda musicalmente, è il suo primo album solista, e fa capire subito da quale luogo vengono certe svisate country-roots già presenti nei dischi della band. La copertina parla chiaro e soprattutto usa un linguaggio risaputo: America vuol dire l'epica dell'On The Road, l'idea di cinema che è possibile costruire dietro tutte le storie che la terra promessa sa raccontare. E vuol dire un suono che è quello di tante altre artiste statunitensi. E qui sta il primo difetto del disco, l'abusare di un immaginario ormai fin troppo consolidato. Non fa eccezione il video di Dark Horse che accompagna l'album, sognante road movie con tappa nei pub americani a suonare per pochi intimi, visite obbligate ai record-stores, e finale con omaggio ai mille buskers che allietano con chitarre più o meno accordate le strade delle città statunitensi. Tutto bello, ma tutto già visto, e non fa eccezione l'album, sicuramente interessante per le corde dei nostri lettori, quanto però anche un po' furbo nel cercarne a tutti i costi il plauso.

Il singolo e Florence che aprono l'album fanno comunque ben sperare, la seconda soprattutto è una ispirata ballata con un bell'intreccio di chitarre alla Chris Isaak che parla di estraniamento e trova la melodia giusta per insediarsi nella mente fin dal primo ascolto. Non scorre però così bene il resto: Black Winds è una eterea marcetta che ha lo stesso ritmo e le stesse pretese di viaggio psichedelico di White Rabbit dei Jefferson Airplane, la più suggestiva I'll Cry e Stargazer si ascoltano volentieri ma eccedono in sospiri, leziosità e tastierine, mentre quasi meglio va con Shimmering, etereo brano vicino a certe soluzioni vintage sentite dalla Nicole Atkins più recente. La Stein torna a dimostrare buona penna in Someone Else's Dime, ma poi si barcamena sullo stesso giro di Lay Lady Lay di Dylan costruendoci sopra una propria canzone chiamata It's All Wrong con buona teatralità ma poca originalità. Se Not Paradise, sorta di pop song in stile sixties, non aiuta a far risalire il ritmo, bene fa nella country-ballad Cold Comfort, un numero "alla Caitlin Rose" dice la Stein, prima che America chiuda il tutto con una lettera d'amore quasi tautologica visto che nessuno fino a quel momento avrebbe avuto dubbi sul suo amore per gli States e la musica di Roy Orbison e Loretta Lynn.

DURAND JONES & THE INDICATIONS

Durand Jones & The Indications Durand Jones & The Indications [Dead Oceans/ Goodfellas 2018] durandjonesandtheindications.com  ...