martedì 27 ottobre 2009

TOM WAITS in 5 album
























The Heart Of Saturday Night
(Asylum, 1974)


Il cuore del sabato sera era quello che solo i veri “barfly” di Los Angeles sapevano trovare, magari fuori orario al Napoleone Pizza’s House. Il disco simbolo degli ubriaconi notturni nasce come logica prosecuzione del già ottimo esordio Closing Time, ed è l’apice del primissimo Tom Waits, quello con ancora pochi pacchetti di sigarette nella voce e un debito forte verso il cantautorato di marca West Coast. Nasce ufficialmente in queste canzoni il pianista sbronzo, curvo sui tasti e inguaribilmente romantico, con un estetismo e un’epica lirica alla Kerouac e ancora poco del cinismo alla Bukowski che verrà.

Blue Valentine
(Asylum, 1978)


L’apice del Waits anni 70 è una triste “valentina” d’addio inviata a tutti i personaggi impersonati nelle notti fumose, dove subentrano per la prima volta le chitarre elettriche e il blues, e si cominciano a perdere i suoni levigati e jazzy dei comunque imperdibili predecessori (Small Change e Foreign Affairs). La torrenziale abbondanza dei suoi racconti di strada si sposa bene con l’eleganza formale del suo disco più studiato e “prodotto”. La bionda fidanzata Rickie Lee Jones si lascia prendere sul cofano di una vecchia automobile nel retro copertina, non invece il pubblico, che lo rende uno dei suoi dischi meno venduti.


Swordfishtrombones
(Island, 1983)


Insoddisfatto della normalizzazione stilistica vagheggiata da Heartattack And Vine (80) e dalla colonna sonora di One From The Heart, Waits bussa a mille porte prima di trovare nella coraggiosa Island l’etichetta disposta a pubblicare l’album meno anni 80 degli anni 80. Swordfishtrombones tenne a battesimo il nuovo Tom Waits, quello con il look da barbone, i ritmi sbilenchi, le melodie strascicate, le canzoni fatte a brandelli e i testi più ermetici. Qualcuno nota che la rivoluzione deve molto al Captain Beefheart di Trout Mask Replica (1970), ma farla nel 1983 era ben altra impresa.


Rain Dogs
(Island, 1985)


La perfezione è spesso il risultato di un sapiente dosaggio di tanti elementi diversi. In Rain Dogs Waits insiste a destrutturare la musica americana come nel predecessore, stavolta però non facendo torti a nessuno, miscelando blues, jazz, vaudeville, tango, il rock portato in dote dalla chitarra di Keith Richards e persino il country di Blind Love e l’heartland rock di Downbound Train, talmente vicina al mainstream di classe da essere diventata una hit nelle mani di Rod Stewart. Rain Dogs è il capolavoro di una creatività straripante (19 brani) e di una sensibilità melodica fuori dal comune.


Bone Machine
(Island, 1992)


Rain Dogs è stata la summa ma non il punto di arrivo, il viaggio è infatti continuato sempre più elettrizzante con il cabaret di Frank’s Wild Years (87) e ha trovato la sua esplosione finale con Bone Machine. Qui c’è il Waits più strafottente, spavaldamente sperimentatore, forse esagerato e gigione al limite del circense, ma anche un autore ancora in grado di dettare legge e di recuperare persino le tenerezze del suo primo suono. Da qui in poi il livello resterà alto ma inizierà l’era dell’autocitazione, un naturale riciclo del proprio genio e un recupero di consensi unanimi tardivo quanto meritato.

sabato 24 ottobre 2009

BRENDAN BENSON - My Old, Familiar Friend


Buscadero
Ottobre 2009


Sono passati tredici anni dal giorno in cui mi ritrovai a recensire One Mississippi, il primo disco di un allora giovane e sconosciuto brit-popper del Michigan di nome Brendan Benson. Si era nel 1996, il grunge era in decadenza e Blur e Oasis guidavano l’armata inglese della rinascita del rock d’oltremanica, e lui se ne venne fuori con un disco indefinibile che avrebbe dovuto gettare un nuovo ponte tra i due mondi, con voglie di Beatles che s’incrociavano con sonorità molto americane (produceva Ethan Johns quando ancora non si era inventato Ryan Adams). Brutalmente scaricato dalla Virgin per le scarse vendite, di lui si persero praticamente le tracce fino al 2002, anno in cui il secondo album Lapalco lo riportò alla ribalta, stavolta con considerevole successo commerciale e singoli usati nei serial tv (morta la credibilità delle classifiche Billboard, sembra essere stato questo elemento la cartina al tornasole del successo negli anni 2000). La sua storia più nota e recente invece lo ha visto al fianco di Jack White nella bella avventura dei Raconteurs. My Old, Familiar Friend è solo il suo quarto album, e sembra arrivare giusto in tempo per chiudere il decennio facendo un riassunto di dove si è arrivati in termini di pop d’autore. Non potendo più lavorare troppo sul sound (il decennio ne ha decretato la morte, vista la piattezza sonora dei dischi odierni di qualsiasi genere, ma qui l’esperto Gil Norton riesce comunque a fare qualche miracolo come la splendida chitarra di Borrow), almeno si può ancora arrivare ad offrire prove di stile da grandeur pop come il power-pop di Feel A Whole Lot Better che apre le danze tra organetti, batterie pestatissime e chitarre acide. Benson e Norton hanno pasticciato non poco con le tastiere e le voci filtrate, ma il risultato sentito in Eyes On The Horizon da loro ragione in termini di appeal radiofonico, e ancora più divertenti sono gli esercizi di stile come il Motown-sound tutto violini e batterie saltellanti alla Supremes di Garbage Day, l’elettronica vintage di Gonowhere o la quasi techno-dance dell’irresistibile Feel Like Taking You Home. Dopo lo scoppiettante inizio il disco perde un po’ di verve e effetto sorpresa, dando sempre la sensazione che Benson stia sempre un po’ giocando a vedere chi indovina la citazione, invece che dimostrare una propria effettiva crescita d’artista, e alcuni conti non tornano (Poised And Ready). Ma tra pastiche orchestrali (You Make A Fool Out Of Me), power-pop alla Badfinger (Don’t Wanna Talk) e voglia di essere il McCartney del nuovo millenio (Misery) il disco ci porta alla fine con sufficiente godimento per una nuova promozione.
(Nicola Gervasini)

mercoledì 21 ottobre 2009

TOWNES VAN ZANDT TRIBUTE




Il commento più bello è stato quello della star della serata Eric Taylor, quando, visibilmente emozionato (dopo a aver proposto la sua Mickey Finn e chiuso le danze con Nothin'), ha detto che per Townes Van Zandt sapere che si passi la serata a suonare le sue canzoni nella periferia del mondo, sarebbe stato il regalo più bello della sua sfortunata carriera. D'altronde Van Zandt è stato un artista che ha fatto fatica a farsi conoscere a casa sua in Texas, figuriamoci dunque quale assurda sfida contro i mulini a vento possa essere stato farne un tributo nel cuore della Brianza (e siamo arrivati ormai alla quinta edizione). Ma Andrea Parodi e Massimiliano Larocca (cantautori, ma anche titolari della Pomodori Music che ha organizzato l'evento) hanno dimostrato, ancor più che nelle passate edizioni, che l'idea di affiancare artisti stranieri con una sempre più nutrita schiera di folk singer nostrani sta pagando parecchio. Perché se è vero che le differenze tra chi è un professionista e chi è solo un cultore della materia si sono comunque viste, è pur vero che l'atmosfera che si è creata tra i musicisti e anche tra il pubblico (numeroso) ha dato la sensazione che intorno alle organizzazioni della Pomodori Music si stia creando una scena italiana di riscoperta del folk e della musica americana che fa ben sperare, vista anche la giovane età di alcuni artisti presenti (citazione "di casa" per il nostro collaboratore Gabriele Gatto, ma anche l'emozionata Ilaria Pastore, entrambi spavaldi nell'azzannare due testi difficili come If I Needed You e No Place To Fall).Abbiamo avuto insomma la bella sensazione dell'esistenza di una fitta ragnatela di appassionati e cultori del songwriting americano che copre tutta Italia, uno sprono a continuare la lotta anche per chi, come noi, cerca di tracciare un percorso logico e critico di una cultura che davvero non è mai riuscita ad attecchire pienamente nelle nostre lande desolate. Per cui Townes Van Zandt e le sue immortali canzoni figuravano essere un pretesto di lusso per fare un'unica jam internazionale, uno spettacolo umano, prima ancora che artistico, che non ci stancheremo mai di consigliare a tutti. Fosse anche solo per ricordarci che, prima ancora delle parole che amiamo spendere sull'argomento musica, esiste la musica stessa, nata per esprimere umori, dolori, amicizie e creare un'esperienza comunitaria rara e irrinunciabile come quella di questo tributo. Impossibile commentare tutte le esibizioni, bene o male tutti se la sono cavata ottimamente, anche grazie a bellissime jam sessions improvvisate nel backstage, e portate sul palco con sentimento e grande perizia. Coraggiose le riletture in italiano offerte dagli stessi Parodi e Larocca, da un bravo Renzo Cozzani e da un sorprendente Lele Complici, quasi eroico nel tentare di trasportare l'anima dark-blues di Waiting Around To Die nelle nebbie comasche. Applauditissima la schiera di artisti svedesi (i Tarantula Waltz, Hagga, Gustav Haggren, Mother James), scroscio di consensi per i fratelli Jack e Harry Harris dal Galles (voci da brividi), conferme dall'australiano Pete Ross, gli americani Mudcat ed Elisabeth Cutler, e ovviamente applausi meritati per tutti gli artisti di casa nostra, tra riletture stravolte (la divertente verisione mariachi di Brother Flowers offerta dai Little Angel & The Bonecrashers o la Loretta di Davide Buffoli), ripescaggi di brani minori del Townes degli esordi (il modenese Davide Ravera rilegge "alla Bo Diddley" Blackjack Mama) e rispettosi e degni tributi al genio di Townes di artisti da scoprire (Cesare Carugi, Paolo Pieretto e altri). Tutte buone invece le conferme dei nomi già più o meno rodati come Fabrizio Poggi, Luigi Grechi, JC Cinel, Riccardo Maffoni (davvero toccante la sua Flying Shoes), Daniele Tenca, e i toscani Del Sangre. Le citazioni sono comunque superflue, lo spirito della serata è stato colto perfettamente da tutti e questo era l'importante. La scenografia vedeva scorrere su un telo le immagini del bellissimo documentario dedicato a Van Zandt (Be Here To Love Me di Margaret Brown del 2004), e tra gli artisti che gli rendevano omaggio c'era ovviamente Steve Earle, uno che avrebbe avuto bisogno di passare una serata come questa prima di registrare il suo tributo a Van Zandt: tra questi artisti ieri sera serpeggiava proprio quell'anima che è mancata al suo deludente Townes di quest'anno. (Nicola Gervasini)


La scaletta della serata



ERIC TAYLOR - Mickey Finn TARANTULA WALTZ - Rake ANDREA PARODI - Tecumseh Valley PAOLO PIERETTO - Be Here To Love Me JACK HARRIS - Colorado Girls ELISABETH CUTLER - I'll Be There In The Morning HAGGA - Two Hands LUIGI GRECHI - Pancho & Lefty GABRIELE GATTO - If I Needed You HARRY HARRIS - For The Sake Of The Song CESARE CARUGI - None But The Rain JOHN ELI PASKOFF - Come Tomorrow RENZO COZZANI - A Song For ANDREA FRANCESCHINI - St.John The Gambler GUSTAF HAGGREN - Tower Song ILARIA PASTORE - No Place To Fall LUCA DAI - Heavently Housboat Blues RICCARDO MAFFONI - Flyin' Shoes MUDCAT - Tunstyled, Junkpiled LITTLE ANGEL & THE BONECRASHERS - Brother Flowers DAVIDE BUFFOLI - Loretta FABRIZIO POGGI - Delta Momma Blues LELE COMPLICI - Waiting Around To Die DEL SANGRE - Only Him Or Me DAVIDE RAVERA - Blackjack Mama PETE ROSS - Where I Lead Me JC CINEL - Ain't Livin'Your Love MANUELE ZAMBONI - White Freightliner LUCA MILANI - Sad Cinderella STEFANO BAROTTI - Dollar Bill Blues MOTHER JAMES - To Live Is To Fly DANIELE TENCA - Snake Song MASSIMILIANO LAROCCA - Rex's Blues ERIC TAYLOR - Nothin' Gran finale: Dead Flowers

venerdì 16 ottobre 2009

THE SCOTLAND YARD GOSPEL CHOIR - ...And The Horse You Rode In On


Non sono inglesi, né tantomeno sono un coro gospel, e se è vero che la prima regola del marketing rock dice che il nome giusto garantisce già una buona parte di successo, gli Scotland Yard Gospel Choir vincono il primo premio per scelleratezza mediatica. Arrendiamoci quindi all’idea che le nostre vecchie coordinate musical-geografiche non siano altro che spazzatura oggigiorno, e accogliamo dunque questo collettivo di musicisti che da Chicago ha realizzato uno dei dischi di rock britannico più frizzanti e divertenti dell’annata. ...And The Horse You Rode In On è il loro terzo disco (per la cronaca “Fuck you! and the horse you rode in on” è una frase idiomatica del mondo anglosassone per mandare a quel paese qualcuno e tutto ciò che lo riguarda, giusto per togliervi il dubbio su quale sia la parte mancante della frase), quattordici brani brevi e incisivi che si pongono tra echi di Smiths e Housemartins e i più recenti Bright Eyes modello Cassadaga, e la parentela con quest’ultimi non è solo stilistica. Il disco infatti rappresenta una sorta di happening della scena indie di Chicago (e c’è anche una comparsata di Jon Langford dei Waco Brothers), dove al cantante/organista/chitarrista Elia Einhorn e alla seconda chitarra di Mary Ralph si uniscono una lunga serie di musicisti della città. Ma la forza qui la fanno le canzoni, e soprattutto una micidiale partenza che da Stop! (puro indie-folk con echi di Avett Brothers) passa per One Night Stand (Jhonny Marr non è nei credits, ma è presente con lo spirito) e Something’s Happening (ve li ricordate i Dexy’s Midnight Runners? Loro sicuramente sì). Molto interessante anche la parte centrale, quando il microfono passa nelle mani di Mary Ralph per l’intensa Sixteen Is Too Young, episodio quasi folk, come anche la splendida Praying Is A Heartache, melodia celestiale sorretta da un arpeggio acustico. I due brani rappresentano uno strano intermezzo tra una trafila di pop-song di pronto uso (I’ll Pretend She’s You, Hope Is Still On Your Side) e il ritorno al microfono di Elia per la superba Save Your Breath, quasi un numero da giovane Lou Reed. Nel finale si ritorna su arie britanniche con Castles Of Wales (Einhorn è di origini gallesi) e una serie di micidiali two-minute songs, tra cui la trascinante title-track. Nulla di nuovo si dirà, semplicemente qualcosa di fresco e difficilmente definibile. E probabilmente non riuscire ad ingabbiarli in un genere è il miglior complimento che si possa fare ai Scotland Yard Gospel Choir, gruppo di ragazzi che sembrano dei residuati degli anni 80 pur riuscendo a sembrare quanto mai attuali. (Nicola Gervasini)

martedì 13 ottobre 2009

CHUCK PROPHET - ¡Let the Freedom Ring!


18/09/2009
Rootshighway




Lo avete aspettato tanto ed eccolo finalmente: ¡Let Freedom Ring! è il disco che un po' tutti chiedevano da tempo a Chuck Prophet, diremmo quasi l'atteso seguito dell'ottimo Homemade Blood del 1996. E' tornato a casa dunque l'ex Green On Red, dopo un lungo viaggio in una sperimentazione e modernizzazione della sua musica che ha prodotto dischi difficili e controversi. E lo ha fatto nel migliore dei modi: si è scelto un produttore di sicura esperienza nel mondo roots (Greg Leisz), musicisti fidati (gli Springsteen-fans noteranno la presenza di Ernst "Boom" Carter, alla batteria, uno che ha come prima riga del lungo curriculum "è stato il batterista di Born To Run"), si è fatto un bel giro a Città del Messico e se ne è uscito col disco giusto. Rock di vecchio stampo, con il santino di Keith Richards di nuovo sul comodino come i vecchi tempi, e nel frattempo il grande vantaggio di aver imparato anche a cantare, tanto che per la prima volta in un suo disco capita che l'interpretazione possa essere migliore della canzone (Hot Talk). Ma gli album precedenti non sono passati invano, Prophet è ormai artista maturo e vanta anche un songwriting per nulla banale, e già il precedente Soap & Water aveva evidenziato quanto l'artista fosse migliore dell'opera d'arte. E la sensazione è che quanto presente in questo suo nono sforzo solista non sia ancora il suo zenith. Quello che è certo è che Prophet aveva bisogno di un disco secco e diretto come questo, con brani come Sonny Liston's Blues, Where The Hell Is Henry o la stessa Let Freedom Ring che tornano a rinverdire una tradizione di rauco rock stradaiolo alla quale siamo ovviamente legati con il sangue. Aveva anche bisogno di ritrovare una scrittura semplice ma incisiva come quella delle bellissime ballate qui presenti (What Can A Mother Do, Barely Exist o Love Won't Keep Us Apart), che quasi riportano alla memoria i momenti migliori dell'indimenticato Balinese Dancer, o riaffilare la propria ferocia critica in American Man, un brano che potrebbe appartenere allo Ian Hunter degli ultimi tempi. Oppure semplicemente aveva necessità di giocare un po' con gli stili e non più solo con le batterie elettroniche, sparando una Good Time Crowd che usa riff e cori da rockabilly anni 50, ma appare paradossalmente come uno degli episodi più moderni. Presentando il disco sul suo sito, Prophet ha scherzosamente scritto che questo è il disco di "Chuck Prophet 3.0.", usando una numerazione tipica delle versioni dei software, ad intendere che da qui in poi si apre la sua terza era artistica. Noi siamo felici che certi bachi del passato siano stati corretti, ora il programma gira a meraviglia infatti, ma per la versione 3.1. avremmo alcune richieste di nuove funzionalità che lo portino a realizzare un disco che ne faccia finalmente riconoscere lo status di artista di primissimo livello anche al di fuori della cerchia di nostalgici del roots-rock. Manca davvero poco in fondo. (Nicola Gervasini)

venerdì 9 ottobre 2009

KIERAN KANE - Somewhere Beyond The Roses


28/09/2009
Rootshighway


iamo ormai talmente abituati a parlare di Kieran Kane come di uno degli outsider storici della roots-music americana che finiamo spesso per dimenticarci che questo vecchio hobo (quest'anno sono 60 anni, anche se non li dimostra…) negli anni '80 è stato una gallina dalle uova d'oro della scena di Nashville. Gli O'Kanes, duo tenuto in vita con Jamie O'Hara, piazzò ai tempi ben sette singoli nelle charts di Billboard, e persino il suo omonimo esordio da solista del 1982 vendette bene e finì in classifica. Numeri che fanno un po' a pugni con la sua storia a noi più nota, quella nata nel 1995 con un bel disco che diede un calcio al country più poppettaro del suo passato e il nome ad un'etichetta (la Dead Reckoning, fondata con l'amico Kevin Welch) che da allora è sinonimo di produzioni indipendenti e di qualità, quanto inesorabilmente al margine, per non dire di serie B. Con Somewhere Beyond The Roses Kane torna unico titolare delle sue produzioni, avendo perso per strada proprio l'amico Welch e il chitarrista tuttofare Fats Kaplin (a nome del trio erano usciti i due ultimi dischi), che qui torna a fare il gregario di lusso intervenendo solo in Unfaithful Heart.

Dieci brani scritti da Kane (con frequenti temi di sofferta religiosità), con le occasionali collaborazioni di un altro compagno di tante avventure come David Olney (che piazza il suo vocione nell'ottima Don't Try To Fight It e la penna in I Took My Power Back) e il poco conosciuto cantautore canadese David Francey, più nel finale una cover di Tell Me Mama, un vecchio blues di Little Walter. Una rilettura quest'ultima che indica subito l'indirizzo pesantemente bluesy del disco, registrato da Kane in presa diretta in soli due giorni di sessions con l'ausilio del figlio Lucas alle percussioni e con il fantastico sax "alla Bobby Keys" di Deanna Varagona (già sentita da sola e con i Lambchop) e soprattutto del veterano della sei corde Richard Bennett (spesso al seguito di Neil Diamond). Il risultato sono 34 minuti di country-blues tesi e secchi, a partire dal superbo inizio di Way Down Below, il chicago-blues acustico di Why Can't You e il ritorno alle atmosfere cantautoriali a lui più consone nella title-track.

Il pregio del disco è sicuramente quello di avere bellissime sonorità da band da strada sfruttando al meglio, quasi "alla Tom Waits", il toni tetri e fangosi del sax della Varagona e del banjo di Kane, veri protagonisti dell'album. Eppure questo diventa però alla lunga anche il limite maggiore, perché comunque ritmo e atmosfera restano pressoché invariati fino alla fine. I blues sbilenchi e gutturali di Marriage Of Convenience, Anybody's Game e More To It Than This restano tra le cose migliori registrate da Kane, che se non altro ha dimostrato di avere ancora il coraggio di un ragazzino pubblicando un disco che passerà probabilmente inosservato, ma che ha ancora tanta classe e sostanza da insegnare a tutti.
(Nicola Gervasini)

lunedì 5 ottobre 2009

DRIVE BY TRUCKERS - The Fine Print


04/09/2009
Rootshighway



Facciamola breve: la risposta a tutte le vostre domande è sì, vale la pena comprarsi anche questo titolo dei Drive By Truckers, nonostante si tratti della canonica raccolta di scarti/outtakes/alternate versions. E ancora sì, The Fine Print non diventerà certo il loro titolo più rappresentativo o l'album da consigliare ai neofiti, ma è comunque un disco che sta in piedi da solo, che trova una insperata unitarietà di intenti e di stili (grazie al fatto che si riferisce ad un periodo della loro vita artistica ben preciso e connotabile), e non appare come quel raffazzonato guazzabuglio di frammenti che si poteva temere leggendo il sottotitolo. Sì, avete forse ragione a storcere il naso pensando che questo album, così come il Live From Austin Tx uscito praticamente in contemporanea, è stato concepito anche per sfruttare il momento favorevole conseguente all'ottimo successo di critica di Brighter Than Creation's Dark (Patterson Hood lo considera il loro capolavoro, pur sottolineando come il loro titolo più venduto sia però ancora oggi Dirth South dell'ormai lontano 2004), ma tutto sommato ben vengano anche una meritata pausa di riflessione (il nuovo album sarà comunque pronto per la primavera del 2010) e i primi prodotti autocelebrativi di una band che ha probabilmente appena scritto le sue pagine migliori.

E poi ancora sì, il disco soddisfa la vostra voglia di ricercare chicche da collezionisti, come la cover di Like A Rolling Stone (probabilmente esiste una legge in USA che obbliga qualsiasi artista a rilasciare prima o poi la propria versione di un brano di Dylan anche quando non necessario), ma soprattutto quella tesa e riuscitissima di Rebels, un grande brano del Tom Petty minore di metà anni 80, o quella doverosa di Play It All Night Long di un Warren Zevon che citava i Lynyrd Skynyrd molto prima che lo facessero loro nella Southern Rock Opera. E sempre in tema di cover, non dimentichiamoci di menzionare anche la divertente Mama Bake A Pie di Tom T.Hall. Sì, tranquilli, ci sono anche le ultime canzoni firmate da Jason Isbell prima di uscire dal gruppo, e se TVA è discreta (ma di ballate così Isbell ne ha scritte di ben altro spessore), When The Well Runs Dry è uno di quei brani che sarebbe davvero spiaciuto perdersi (nonostante la forte somiglianza con Tweeter & The Monkey Man di Dylan).

E ancora sì, le versioni alternative di brani già noti sono comunque interessanti (la grintosa Uncle Frank su tutte), e i tra i brani sconosciuti, la bluesata (e di alto contenuto erotico) Mrs Claus Kimono e il devastante inizio di Georgie Jones Talkin' Cell Phone Blues potrebbero anche far parte di un loro ideale "The Best". E infine sì, anche nel caso di un disco necessariamente minore come questo possiamo ribadire che i Drive By Truckers sono stati uno dei nomi fondamentali di questi anni 2000. Come dite? Chiedete se lo potranno essere anche nei 2010? Eh no, adesso chiedete troppo, e la risposta sarebbe troppo lunga…
(Nicola Gervasini)

venerdì 2 ottobre 2009

CROSS CANADIAN RAGWEED - Happiness & All The Other Things


23/09/2009

Rootshighway


Il voto 5,5 è severo, sappiatelo subito, e probabilmente non direttamente relazionabile con alcune sufficienze risicate che passano su questo sito. Happiness & All The Other Things, settimo album in studio dei Cross Canadian Ragweed, è come al solito un piacevole viaggio sulle strade dell'American Red Dirt Music, termine spesso usato (anche in tono dispregiativo) da molti recensori americani per indicare la musica degli Okie (vale a dire i rozzi abitanti dell'Oklahoma) e del Texas. Rock stradaioli (51 Pieces invoglia a cercare una highway con orizzonte annesso fin dal primo minuto), delicate ballate per dobro dedicate ai propri figli (Blue Bonnets), ariosi mid-tempo di frontiera (Burn Like The Sun): arrivati alla terza traccia il campionario del buon red-dirt rocker è già completo. Per cui non badate alle paturnie del recensore, se state caricando la vostra Harley Davidson anche solo per fare un giro sull'Autostrada del Sole, Happiness & All The Other Things potrebbe essere un valido compagno di viaggio. Ma quello che ci disturba è dover constatare come i Cross Canadian Ragweed non siano affatto cresciuti in tutti questi anni, che la vita on the road li ha semmai ripuliti (la produzione di Mike McClure qui si danna a togliere polvere da ogni singola corda di chitarra, con il risultato che in To Find My Love si arriva a sfiorare l'AOR sound), ingentiliti (in tutto il disco, a partire dal titolo, si respira la classica aria da trentenni arrivati e realizzati che fa sempre molto poco rock and roll…), in poche parole semplicemente appagati. Invece, al di là dell'infelice nome da cover-band dei Creedence Clearwater Revival che si scelsero nell'ormai lontano 1994 (che per la cronaca deriva dai cognomi dei 4 membri, Grady Cross, Cody Canada, Randy Ragsdale e ai tempi Matt Wiedemann, poi sostituito da Jeremy Pilato), i CCR sarebbero potuti diventare qualcosa di più grande, di più esportabile, perché senza dover per forza fare grosse svolte alla Wilco, gruppi come i Drive By Truckers prima e i Felice Brothers ultimamente stanno dimostrando che la roots-music americana possa uscire dal ghetto in cui sembra essersi infilata in questi anni 2000, e portare queste chitarre, dobro e mandolini nei lettori di cd degli ascoltatori dei Mars Volta o degli Animal Collective senza troppo disturbare. Invece Happiness & All The Other Things è fieramente e cocciutamente un disco di genere, pure con parecchi passaggi a vuoto d'ispirazione (Kick In The Head) e qualche momento più interessante (Pretty Lady) o semplicemente solo piacevole (Tomorrow e My Chances, che sfrutta uno dei frequenti interventi vocali di Stephanie Briggs, giovane e valida cantautrice ormai diventata membro aggiunto alle tastiere). Il cd offre anche una ghost track (una versione di Carmelita di Warren Zevon pigra e con poco pathos) e tre bonus tracks dal vivo, tra cui una cover di Angel Flying Too Close To The Ground di Willie Nelson e di Train To Birmingham di Kevin Welch. Tutto molto bello, ma se offrissero anche una scintilla artistica in più non sarebbe male. (Nicola Gervasini)

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