sabato 24 ottobre 2009

BRENDAN BENSON - My Old, Familiar Friend


Buscadero
Ottobre 2009


Sono passati tredici anni dal giorno in cui mi ritrovai a recensire One Mississippi, il primo disco di un allora giovane e sconosciuto brit-popper del Michigan di nome Brendan Benson. Si era nel 1996, il grunge era in decadenza e Blur e Oasis guidavano l’armata inglese della rinascita del rock d’oltremanica, e lui se ne venne fuori con un disco indefinibile che avrebbe dovuto gettare un nuovo ponte tra i due mondi, con voglie di Beatles che s’incrociavano con sonorità molto americane (produceva Ethan Johns quando ancora non si era inventato Ryan Adams). Brutalmente scaricato dalla Virgin per le scarse vendite, di lui si persero praticamente le tracce fino al 2002, anno in cui il secondo album Lapalco lo riportò alla ribalta, stavolta con considerevole successo commerciale e singoli usati nei serial tv (morta la credibilità delle classifiche Billboard, sembra essere stato questo elemento la cartina al tornasole del successo negli anni 2000). La sua storia più nota e recente invece lo ha visto al fianco di Jack White nella bella avventura dei Raconteurs. My Old, Familiar Friend è solo il suo quarto album, e sembra arrivare giusto in tempo per chiudere il decennio facendo un riassunto di dove si è arrivati in termini di pop d’autore. Non potendo più lavorare troppo sul sound (il decennio ne ha decretato la morte, vista la piattezza sonora dei dischi odierni di qualsiasi genere, ma qui l’esperto Gil Norton riesce comunque a fare qualche miracolo come la splendida chitarra di Borrow), almeno si può ancora arrivare ad offrire prove di stile da grandeur pop come il power-pop di Feel A Whole Lot Better che apre le danze tra organetti, batterie pestatissime e chitarre acide. Benson e Norton hanno pasticciato non poco con le tastiere e le voci filtrate, ma il risultato sentito in Eyes On The Horizon da loro ragione in termini di appeal radiofonico, e ancora più divertenti sono gli esercizi di stile come il Motown-sound tutto violini e batterie saltellanti alla Supremes di Garbage Day, l’elettronica vintage di Gonowhere o la quasi techno-dance dell’irresistibile Feel Like Taking You Home. Dopo lo scoppiettante inizio il disco perde un po’ di verve e effetto sorpresa, dando sempre la sensazione che Benson stia sempre un po’ giocando a vedere chi indovina la citazione, invece che dimostrare una propria effettiva crescita d’artista, e alcuni conti non tornano (Poised And Ready). Ma tra pastiche orchestrali (You Make A Fool Out Of Me), power-pop alla Badfinger (Don’t Wanna Talk) e voglia di essere il McCartney del nuovo millenio (Misery) il disco ci porta alla fine con sufficiente godimento per una nuova promozione.
(Nicola Gervasini)

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