martedì 19 agosto 2014

DEAR READER

DEAR READER
WE FOLLOW EVERY SOUND
City Slang
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Cherilyn MacNeil  è una sudafricana sorridente e decisamente eclettica che dal 2006 da vita al progetto Dear Reader. Nato inizialmente come nickname per un duo formato con il bassista e produttore Darryl Torr (con lui ha realizzato The Younger nel 2006 e Replace Why with Funny nel 2009), Dear Reader è diventata una creatura tutta sua a partire da Idealistic Animals nel 2011. We Follow Every Sound è il quinto album, ed è in verità una particolare ed eccentrica rilettura del disco precedente (Rivonia) in chiave orchestrata (ma la scaletta riprende anche brani del passato). A sentire lei l’intenzione era quella di catturare il fascino delle vecchie colonne sonore, dove il pathos e la drammaticità di una sezione d’archi decisamente evocativa viene controbilanciato dalla sua esuberanza e da una manciata di brani ormai rodati e di sicuro effetto. Man Of The Book apre lo show con la sua fisarmonica in primo piano, sa molto di cabaret berlinese, ma serve più che altro a scaldare i muscoli per la sequenza migliore del disco, composta da una tesissima Took Them Away e da una frizzante quanto emotiva Dearheart. Teller Of Truths calca ancor più la mano sul clima da soundtrack, con un coro da score di drammone anni cinquanta, il duello piano-violini di WHALE (titolo scritto così, tutto maiuscolo) appare ben congegnato come anche la linea melodica di Good Hope. Cherilyn stilisticamente ama vocalizzi e  soluzioni estetiche decisamente barocche, con affinità abbastanza evidenti con Anna Calvi e Regina Spektor, ma in fin dei conti è anche lei figlia di quell’enorme ceppo di rock-singer al femminile nate sotto l’ala di Kate Bush, una che si sarebbe trovata a suo agio in un brano da commedia dell’assurdo come Great White Bear. Non so se sia il disco giusto per fare la conoscenza di Dear Reader, il suono volutamente (e spavaldamente) appesantito dalle orchestrazioni rendono We Follow Every Sound un oggetto del tutto atipico anche nella sua discografia, ma forse proprio per questa sua natura di piccolo The Best rivisitato, potrebbe davvero essere il punto di partenza più adattp. Resta forse quel pizzico di autocompiacimento di troppo, che a volte le fa perdere di vista la canzone in favore del colpo a sorpresa negli arrangiamenti (in Cruelty On Beauty On ad esempio si esagera un po’ nel riempire tutti gli spazi), ma per gli amanti del melò in formato rock il disco potrebbe essere una piacevole sorpresa.

Nicola Gervasini

mercoledì 6 agosto 2014

LOOKING INTO YOU - tribute to Jackson Browne

Ci vorrebbero almeno dieci pagine per definire il peso del songwriting di Jackson Browne sulla cultura americana, e non solo quella musicale (ne sa qualcosa Stephen King). Cantore crepuscolare della decadenza dell’American Dream e malinconico osservatore della grande depressione degli anni settanta, Browne è stato un autore precoce (These Days la scrisse a soli sedici anni per Nico), e purtroppo anche precocemente in esaurimento. Pur mantenendo una qualità accettabile fino ai giorni nostri, e, in alcuni casi, ritrovando anche un pizzico di ispirazione, la sua grande stagione è durata solo sei anni (dal 1972 al 1977). Ma sono bastati. Looking Into You (Music Road Records/Ird), monumentale tributo in due cd, non disdegna comunque di rivisitare anche pagine più recenti, in un viaggio nel suo repertorio guidati da autori più o meno noti. Più che di rilettura della sua opera, si tratta di un vero proprio omaggio, con commenti in genuflessione da parte di artisti che hanno vissuto in prima persona quella grande stagione come Don Henley, Bonnie Raitt, David Lindley o Jd Souther. Ventitré versioni che non sono reinterpretazioni, quanto vere e proprio riproposizioni, e qui sta forse un po’ il limite dell’operazione, laddove magari invitare qualche artista meno allineato al suo stile avrebbe ravvivato un po’ la festa. Invece a validi nomi  come Paul Thorn, Jimmy Lafave o Eliza Gilkyson (magari noti solo a chi bazzica anche la serie B dell’Americana) non pare vero di poter esserci e di vestire i suoi panni con fin troppo rispetto e devozione. In ogni caso, pur con tutti i limiti di queste operazioni, lo sforzo produttivo è ingente, e i grandi nomi non deludono, da un Lyle Lovett che raddoppia con buone versioni di Our Lady of The Well e Rosie, a Lucinda Williams che storpia un po’ The Pretender, fino ai coniugi Patti Scialfa e Bruce Springsteen che si divertono nel numero tex-mex di Linda Paloma. Nessuno osa strafare, per cui nessuno finisce a meritarsi fischi, e qualcuno come Ben Harper riesce anche a far sembrare Jamaica Say You Will un pezzo tipico del proprio repertorio. Utilizzatelo magari come testo di riferimento per un bel corso di letteratura americana.

Nicola Gervasini

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