mercoledì 30 novembre 2011

JJ GREY & MOFRO - Brighter Days






JJ Grey & Mofro
Brighter Days
[Alligator 2011]




Sicuramente non troverete mai una lista di qualche rivista o webzine musicale che annoveri un album dei JJ Grey & Mofro tra i top records degli anni 2000. Troppo derivativi, troppo legati ad una concezione vecchia di fare musica (da "classic rock" direbbe un ventenne oggi), troppo lontani dall'atteggiamento artistoide della indie-music che ha fatto da padrone nel decennio scorso, troppo improponibili come hit-makers. Eppure per chi come noi mai rimarrà freddo davanti al loro elettrizzante mix di southern music e influenze black, non sarà mai un mistero il perché album come Country Ghetto o Orange Blossoms saranno comunque tra quelli che ci porteremo in valigia fino alla morte, tra i tanti che invece lasceremo nel cassetto con il passare del tempo. Non c'è motivazione teorica che tenga, è difficile per tutti giustificare quale motivazione critica fa sì che le canzoni di questa scalcagnata compagine di Jacksonville siano irresistibili e non potranno mai stancarci, ma stavolta ci sono venuti in aiuto loro, pubblicando il primo live-album ufficiale (venendo dal mondo delle jam-bands, potete immaginare che a livello di fans ne circolassero già tantissimi) e svelando così dove sta il trucco.

Brighter Days, titolo che omaggia il brano migliore del loro ormai lontano disco d'esordio (Blackwater del 2001), è una testimonianza live (disponibile anche in DVD, un film realizzato dal regista di MTV Brendan Spookie Daly, con tre brani in più rispetto al cd) registrata a gennaio scorso presso l'Atlanta's Variety Playhouse, ed evidenzia come al di là di qualsiasi speculazione intellettuale sulla loro proposta, JJ Grey e soci abbiano davvero una marcia in più grazie a canzoni solide e soprattutto un pathos non comune. Chi ancora non li conosce potrebbe tranquillamente partire da qui, vuoi perché i brani più classici della loro produzione ci sono tutti e quindi il titolo assolve anche alla funzione di "The Best" della band (proprio come i migliori live degli anni Settanta), vuoi perché le due anime dei Mofro sono equamente rappresentate.

Spazio dunque ai riff sudisti (Orange Blossoms, War, Country Ghetto, una Ho Cake che trasuda John Fogerty da tutti i pori) e ai ritmi funky che tanto ricordano la musica dei Wet Willie (Air, On Fire, The Sweetest Thing). I fans più accaniti ci saprebbero dire se davvero queste versioni sono degne delle loro più storiche perfomances, di certo mancano forse di quella pulizia e precisione che rende i loro dischi in studio dei prodotti anche ottimamente confezionati, ma non difettano dell'energia necessaria per animare una festa. Dove il set però raggiunge vette da grandi nomi è nelle lunghe e trascinate soul-ballads (The Sun Is Shining, Lochloosa, A Woman), che hanno spesso minutaggi dilatati per l'abitudine di JJ Grey a lanciarsi in lunghi racconti, ma che davvero si vorrebbe non finissero mai.

Brighter Days è un semplice inno alla musica che più amiamo, che passa dalle radici di tutta l'America nera e bianca, e ci ricorda perché non esiste sirena della modernità che possa farci dimenticare quanto questa forma d'arte ormai antica sappia esprimere le emozioni in maniera semplice e immediata più di molte altre. Partecipate anche voi al soul-party, non ve ne pentirete
(Nicola Gervasini)


www.jjgrey.com


La scaletta
Disc 1 - Live show
1. Country Ghetto // 2. A Woman // 3. Brighter Days // 4. Air // 5. War // 6. Lochloosa // 7. Dirtfloorcracker // 8. Orange Blossoms // 9. Ho Cake // 10. The Sweetest Thing // 11. The Sun is Shining Down // 12. On Fire

Disc 2 - DVD
1. The Church (Documentary) // 2. War (Video) // 3. This Place (Documentary) // 4. Country Ghetto (Video) // 5. A Woman (Video) // 6. In The Studio (Documentary) // 7. Brighter Days (Video) // 8. Hide & Seek (Video) // 9. What's The Sound (Documentary) // 10. Ho Cake (Video) // 11. Playin' With Folks (Documentary) // 12. Air (Video) // 13. A Christmas Story (Documentary) // 14. Dirtfloorcracker (Video) // 15. Sexually Charged (Documentary) // 16. Slow, Hot & Sweaty (Video) // 17. King Hummingbird (Video) // 18. Runnin' From The Law (Documentary) // 19. Orange Blossoms (Video) // 20. On Fire (Video) // 21. At The Creek (Documentary) // 22. Lochloosa (Video) // 23. The Shining Down Story (Documentary) // 24. The Sun Is Shining Down (Video) // 25. The Sweetest Thing (Video) // 26. Reflectin' (Documentary) // 27. End Credits

martedì 15 novembre 2011

VERILY SO


Esordio molto interessante quello dei toscani Verily So, trio del tutto atipico che ruota attorno alla voce di Marialaura Specchia, chitarrista, all'occorrenza batterista alla Moe Tucker e cantante dotata di una voce traditrice, di quelle che in un primo momento appaiono soavi quanto una Hope Sandoval spiritata, ma che acquisiscono spesso i toni spigolosi di una certa Pj Harvey. La seguono Simone Stefanini e Luca Dalpiaz, chitarra e basso e all'occorrenza voce. Il trio attinge a piene mani in un dark-folk che passa dalle parti di Mark Lanegan (Ballad, cantata a due voci, sembra proprio uno dei suoi brani in compagnia di Isobel Campbell) a echi di Mazzy Star (la bella e suggestiva apertura di Wax Mask). Innamorati delle elettriche un po' acide da Paisley Underground anni 80, unite a molto del folk indipendente di quet'ultimo decennio, i tre offrono dieci brani già molto maturi e convincenti, soprattutto nelle costruzioni armoniche (ascoltate il crescendo di Guns On Fire o il bel finale acustico di 15 Years). Tra i loro grandi pregi anche quello di non indugiare troppo con tempi lunghi, permettendo anche a brani dall'incedere lento e ipnotico come When I End And You Start di non perdersi troppo prima dell'esplosione finale, e di saper tenere i ritmi giusti di un rock che a volte appare persino legato alla new wave di fine anni 70 (Will You Marry Me). Manca ancora una produzione che riesca a far sembrare tutti i diversi elementi in campo leggermente meno slegati, ma sul suono e sulla sostanza di questo disco ci si può già scommettere. ( 7)
(Nicola Gervasini)

giovedì 10 novembre 2011

MEKONS - Ancient & Modern 1911-2011

inserito 21/10/2011

Mekons
Ancient & Modern 1911-2011
[
Bloodshot 2011
]



Mi fa una certa sensazione leggere che i Mekons esistono fin dal 1977, perché in qualche modo sono una di quelle band che ormai da tanti anni seguo nella segreta speranza di avere da loro il disco che possa finalmente consacrarli nella storia del rock, come ormai meritano. Errore mio, lo so, perché Jon Langford, che poi è la mente che da 34 anni anima la sigla, non è certo uomo che pensa l'arte in termini di opera storica, quanto di libera espressione delle proprie tante e spesso volutamente confuse idee, per cui prendere o lasciare, o lo si ama nella sua perpetrata e genialoide imperfezione, o lo si abbandona del tutto. L'epopea della band, tra mille cambi di rotta e sostituzioni di formazione, non si è mai veramente interrotta, nonostante si faccia fatica a enumerare i tradimenti del suo timoniere (sette album con i Waco Brothers, probabilmente la sigla con cui Langford ha espresso il meglio della sua arte, ma anche altre oscuri progetti come Pine Valley Cosmonauts o Wee Hairy Beasties, oltre a quelli solisti), e basta solo leggere una delle dichiarazioni che accompagna l'uscita di questo Ancient and Modern per capire la sua frustrazione per una sigla poco conosciuta ("a parte morire, per avere la giusta attenzione dovremmo forse separarci per dieci anni e poi fare una vera reunion, siamo ancora in tempo per farlo").

L'album è il logico seguito del precedente Natural del 2007, titolo che aveva anche rilanciato in qualche modo le loro quotazioni: si torna al mix di folk e rock che è il marchio di fabbrica della ditta perlomeno dalla fine degli anni ottanta, con largo uso di violini e fisarmoniche, e una certa nuova vena listener-friendly, con brani che accantonano leggermente le spigolature del loro folk sbilenco, in favore di ariose ballate che potremmo anche arditamente definire "orecchiabili" (Space In Your Face o la stessa Ancient & Modern). I fans accaniti comunque non si spaventino, quando vuole Jon dilania l'etere con la sua voce sgraziata e sofferente, regalando le solite screziate emozioni (Afar & Frolorne soprattutto la stonatissima piano-song I Fall Asleep), ma la presenza della voce di Sally Timms, alla quale spesso è affidato il microfono (nella quasi bluegrass Geeshie o nella dark-ballad Ugly Bethesda ad esempio), porta un insolito velo di gentilezza al tutto, così come la terza voce offerta da Tom Greenhalgh.

A conferma di un sensibile ammorbidimento arrivano anche i testi del disco, dove la solita feroce analisi della cultura occidentale (il sottotitolo 1911-2011 prova anche a inquadrare il secolo d'interesse) trova però una nuova dimensione proprio nel testo di Space in Your Face, che lo stesso Langford definisce come il loro modo di trovare un pacifico compromesso con i tempi moderni. Come dire che la rabbia dei loro esordi proto-roots-punk non è persa, ma forse ora è arrivato anche il momento di ragionare con più calma. E forse per la prima volta un loro disco può essere definito "maturo" senza troppa paura di offenderli.
(Nicola Gervasini)

www.bloodshotrecords.com


sabato 5 novembre 2011

RYAN DRIVER

Ryan Driver
Who's Breathing?
(Fire records 2011)


Viene da Toronto Ryan Driver, recente scoperta dell'etichetta indipendente Fire Records (la stessa dei Giant Sand), che lo aveva fatto esordire prima con la band dei Silt, e poi con il suo primo sforzo solista (Feeler Of Pure Joy del 2009). Lui è solo l'ultimo prodotto di una nuova scena canadese che non rinuncia ai legami con il folk-rock tradizionale di matrice roots, non rimane sorda ad un certo atteggiamento indie, e fa di morigeratezza ed essenzialità un credo musicalmente figlio di questi anni 2000. Who's Breathing? pare dunque il titolo giusto per la sua seconda opera, dove l'atmosfera, il sussurrato e il sottointeso imperano fin dall'iniziale Dead End Street, che ammanta tutto con una steel guitar piangente. Dopo una partenza convincente però, il disco si arena sempre più su atmosfere levigate e jazzy, che finiscono nel finale per deragliare in un déjà vù stilistico quando Driver la butta troppo sul sentimentale. Sarà per indecisione o poca personalità, in ogni caso Who's Breathing sembra più un'occasione persa per un autore che ha solo bisogno di scuotersi un po' di polvere da piano-bar di dosso.
(Nicola Gervasini)


www.firerecords.com

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