sabato 20 dicembre 2008

IL MEGLIO DEL 2008

TOP 10 2008


1
JOHN MELLENCAMP -
LIFE, DEATH, LOVE AND FREEDOM


Perché un uomo da rock altisonante e chitarre in libertà ha fatto centro al primo album pseudo-acustico della sua carriera. T Bone Burnett ci mette del suo, ma Mellencamp ha dimostrato di essere uno dei pochi eroi del rock americano ancora vivo creativamente. Sicuramente l’unico a non essere ancora mai morto.

2
BONNIE "PRINCE" BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT

Perché è il disco dove Oldham trova la quadratura del cerchio, perché gli arrangiamenti sono pieni e perfetti e le canzoni si fanno tutte ricordare…solo dopo molti ascolti. Ma se non siamo in grado di dedicare pazienza e tempo ad un autore così possiamo darci pure al punto e croce.



3
KATHLEEN EDWARDS
ASKING FOR FLOWERS

Altro disco partito in sordina nei miei ascolti, ma arrivato sul podio sgomitando con le sue canzoni perfette, la sua irresistibile cantabilità e una serie di melodie che davvero non ti si scollano di dosso…. Ruba il posto al disco Acid Tongue di Jenny Lewis come miglior performance femminile dell'anno




4
ALEJANDRO ESCOVEDO
REAL ANIMAL

Poteva essere un’inutile amarcord di un artista sul viale del tramonto, è risultato essere il più bello e convinto omaggio alla grandezza del rock anni 70 e alle sue mille idee. Imprescindibile come gli eroi che omaggia. E ci restituisce pure il Chuck Prophet che rivorremmo sentire


http://www.rootshighway.it/recensioni/escovedo.htm

5
JAMES JACKSON TOTH
WAITING IN VAIN

Se nella canzone americana è davvero impossibile inventarsi qualcosa di nuovo allora questa è la soluzione: Dylan incontra i Wilco che incontrano Frank Zappa che incontrano un giovane pop-rocker dai toni strampalati e stralunati. Capire questo disco è un obbligo se non vogliamo morire nella noia della dilagante medietà.

http://ennegi.blogspot.com/search?q=toth


6
THE MUDCRUTCH
THE MUDCRUTCH

L’altra faccia di Mellencamp: Petty è un artista in fase calante, dopo due dischi decisamente minori rispetto ai suoi standard temporeggia ancora con un disco con vecchi amici. Mudcrutch non toglie i dubbi su un’ispirazione appannata: le cose migliori sono cover e la penna a volte scivola ancora nel dejà vu, ma riconsegna un rocker in piena forma e il suono che vogliamo da lui. E Bootleg Flyer è la performance chitarristica dell'anno, e ormai sono rare.



7
RAY LAMONTAGNE
GOSSIP IN THE GRAIN

Gliela dovevo una nomination a Lamontagne dopo che nel 2006 avevo ingiustamente escluso il suo meraviglioso secondo disco. Gossip in The Grain sembra essere un gradino sotto il predecessore, ma lo conferma alla grande come l’unico uomo in grado di rifarsi a Van Morrison sembrando sperimentale. La conferma di uno dei pochi nomi da comprare a scatola chiusa in questi anni.


8
MARAH
ANGELS OF DESTRUCTION!

Più che un disco un vero casino, ma resta il miglior guazzabuglio di rock and roll e quant’altro dell’annata…


9
DRIVE BY TRUCKERS
BRIGHTER THAN CREATION'S DARK

Probabilmente il disco dell’anno come scrittura e come spessore, un po’ penalizzato da qualche canzone di troppo e da una produzione leggermente loffia, ma a mio parere il miglior disco di una band che non mi aveva mai convinto fino in fondo ed è sulla buona strada per riuscirci.



10
GARY LOURIS
VAGABONDS

Il disco che aveva tentato di fare con I Jayhawks di Smile gli riesce per caso e quando nessuno lo aspetta...e resterà il suo titolo più incompreso. The Band meets Beatles meets un personaggio fondamentale della musica americana.


DISCHI CALDI 2008 (11-20)




11) BASEBALL PROJECT - VOLUME 1-FROZEN ROPES AND DYIN' QUAILS
12)HOLD STEADY - STAY POSITIVE
13) SILVER JEWS - LOOKOUT MOUNTAIN, LOOKOUT SEA
14) BLACK CROWES - WARPAINT
15) RYAN ADAMS - CARDINOLOGY
16) JJ GREY & MOFRO - ORANGE BLOSSOMS
17) CONOR OBERST - CONOR OBERST
18) THE GASLIGHT ANTHEM - THE 59 SOUND
19) JACKIE GREENE - GIVING UP THE GHOSTS
20) JENNY LEWIS - ACID TONGUE



DISCHI DA RICORDARE

(TOP 30-50 - IN ORDINE SPARSO)




21) DAN BAIRD & THE HOMEMADE SIN
22) DON CHAMBERS GOAT - ZEBULON
23) JASON COLLETT - HERE'S TO BE THERE
24) FRANK CARILLO & BANDOLEROS - SOMEDAY
25) ALI ESKANDERIAN - NOTHING TO SAY
26) HYACINTH HOUSE - BLACK CROWS COUNTRY
27) DAVID VANDERVELDE - WAITING FOR THE SUNRISE
28) LUCINDA WILLIAMS - LITTLE HONEY
29) WHIPSAWS - 60 WATT AVENUE 2008
30) GIANT SAND - PROVISIONS
31) TONI CHILDS – KEEP THE FAITH
32) BON IVER - FOR EMMA, FOREVER AGO
33) JOE JACKSON - RAIN
34) JAMEY JOHNSON - THAT LONESOME SONG
35) LAST MAN STANDING - FALSE STARTS AND BROKEN PROMISES
36) SHAWN MULLINS - HONEYDEW
37) GANDALF MURPHY & SLAMBOVIAN CIRCUS OF DREAMS - THE GREAT UNRAVEL
38) MYSTIX - BLUE MORNING
39) NEVA DINOVA - YOU MAY ALREADY BE DREAMING
40) OKKERVIL RIVER - THE STAND INNS
41) PORT O'BRIEN - ALL WE CAN DO IS SING
42) MATTHEW RYAN - VS SILVER STATE
43) DANIEL MARTIN MOORE - STRAY AGE
44) SHEARWATER - ROOK
45) RANDY THOMPSON - FURTHER ON
46) TEDDY THOMPSON - A PIECE OF WHAT YOU NEED
47) EDDIE COLE – IT’S THE APOCALYPSE BABY
48) BUTCH WALKER – SYCAMORE MEADOWS
49) MICAH P HINSON - AND THE RED EMPIRE ORCHESTRA
50) COUNTING CROWS - SATURDAY EVENING, SUNDAY MORNINGS







THE BEST FROM ITALY 2008


1
LOWLANDS
THE LAST CALL


Perchè uno dei migliori dischi di Americana è nato a Pavia...disco maturo, emozionante e coronato da ottima scrittura e grandi suoni.....



ALTRI DISCHI ITALIANI DA SEGNALARE PER VALORE (ORDINE SPARSO)


2) MASSIMILANO LAROCCA- LA BREVE ESTATE

3) DAVIDE VAN DE SFROOS - PICA!

4) LILITH & THE SINNERSAINTS - THE BLACK LADY AND THE SINNER SAINTS

5) THE PIEDMONT BROTHERS - BORDERTOWN

6) GRAZIANO ROMANI - BETWEEN TRAINS



ALTRE CLASSIFICHE 2008



LIVE ALBUM


1) ROLLING STONES -
SHINE A LIGHT

2) WILLIE NILE -
LIVE FROM THE STREETS OF NEW YORK

3) MAVIS STAPLE -
LIVE, HOPE AT THE HIDEOUT


COVER ALBUM


1) MARIANNE FAITHFULL -
EASY COME EASY GO

2) DARRELL SCOTT -
MODERN HYMNS

3) RICHIE HAVENS -
NOBODY LEFT TO CROWN (non tutto cover, ma le cover sono la cosa migliore del disco)




DELUSIONI 2008


MY MORNING JACKET
- EVIL URGES
MARK OLSON & GARY LOURIS - READY FOR THE FLOOD
JAKOB DYLAN - SEEING THINGS
JESSE MALIN - ON YOUR SLEEVE
PAUL WELLER - 22 DREAMS
CROOKED FINGERS - FORFEIT FORTUNE
BRETT DENNEN - HOPE FOR THE HOPELESS
JACKSON BROWNE - TIME, THE CONQUEROR
NICK CAVE - DIG LAZARUS DIG!
WILLY DEVILLE - PISTOLA
JOHN HIATT - SAME OLD MAN
RANDY NEWMAN - HARPS AND ANGELS

venerdì 19 dicembre 2008

THE POSSUM TROT ORCHESTRA - Night Crow


12/12/2008
Rootshighway
VOTO: 6
Ritroviamo volentieri la Possum Trot Orchestra, conosciuta su queste pagine più di un anno fa con il loro secondo disco Harbor Road. Incontrarli oggi è un po' come riscovare vecchie conoscenze dopo un periodo in cui si erano persi i contatti, vale a dire quel tipo di amici legati più ad una esperienza o ad un avvenimento di una giornata, che ad una vero e proprio legame cementato dal tempo e dai sentimenti. Harbor Road era stato questo: un passaggio all'interno delle nostre fitte programmazioni di un disco arioso e piacevole, ma nulla di più. Night Crow arriva puntuale a battere il chiodo, ma fallisce fin dal primo ascolto l'importante responsabilità di essere il disco decisivo per un salto di qualità che li faccia uscire dal circuito chiuso di una roots-music più che reazionaria. Peccato, perché qualche possibilità l'avevamo intravista, ma il duo di cantanti Susie Suraci e John Minton sembra accontentarsi di questo tran-tran di strimpellate bluegrass e reminiscenze da West Coast di un tempo, e il mix comincia davvero a sapere di vecchio e stantio. Soprattutto i due continuano a dividersi democraticamente il microfono, quando invece sarebbe forse il caso di insistere di più sulla voce di Susie, decisamente più accattivante e particolare del labile rantolo di Minton. E segni di scarse ambizioni affiorano anche nella scrittura delle canzoni, tutte già ampiamente note per stile e temi. Chiaro che Night Crow sconti rispetto al predecessore la mancanza dell'effetto sorpresa, perché poi ad un ascolto approfondito appare comunque disco di pari consistenza, se non addirittura superiore. Inoltre questi brani continuano ad essere il frutto di una conoscenza tecnica non indifferente, perché poi il running-folk di Magdalene, il blues addormentato di Night Crow Blues o le aperture melodiche di So Glad You Went Away continuano ad essere terreno fertile per ammirare il mandolino di Dave Kartholl o la fisarmonica suonata dallo stesso John Minton. Ma l'ingrediente forte rimane sempre la voce di Susie Suraci, capace di passare dalle tinte romantiche dei sei minuti da cartolina di Florence Nightingale ai toni secchi della divertente Boomers con buona maestria. Piacciono particolarmente la tragedia rurale di Joe, raccontata dalla Suraci con sufficiente pathos, e la più rassicurante scenetta famigliare di Out Of Bed, falliscono invece alcuni episodi davvero loffi come Lacey Belle o The St Joe Bridge. Probabilmente il limite maggiore della band sta cominciando ad essere proprio l'eccessivo intestardirsi su soluzioni acustiche, quando magari qualche innesto di suoni più energici potrebbe davvero ravvivare un menu che ordiniamo pure una seconda volta per pura abitudine, ben consci del fatto che il cuoco non ci farà nessuna sorpresa nel mescolare i sapori. (Nicola Gervasini)

giovedì 18 dicembre 2008

EDDIE COLE - It's the Apocalypse, Baby


01/12/2008
Rootshighway
VOTO: 7,5
Se ci sono riusciti gli americani a fare del buon brit-folk, figuriamoci se non ci possono riuscire anche gli australiani. Laddove la madre patria inglese stenta a far uscire dal proprio guscio un genere che ha detto tantissimo, ma che per anni è rimasto un po' fermo alle reunion annuali dei Fairport Convention (James Yorkston è uno dei pochi nomi nuovi veramente di rilievo della lenta rinascita degli ultimi anni), negli Stati Uniti la scena sta partorendo molti volti nuovi (Daniel Martin Moore l'ultimo in ordine di tempo), e ora ci si mette anche il continente "down under" con Eddie Cole, un giovane di Monbulk. Cole non è un esordiente, ha al suo attivo un paio di album autoprodotti, una vita da "lonesome hobo" a Londra per bussare alle porte delle major, e una triste ritirata in patria, dove, tra impegni di lavoro e famiglia, ha registrato questo sorprendente It's The Apocalypse, Baby. Non è facile dare delle coordinate precise per descrivere la sua musica: l'impalcatura strumentale ricorda molto quella dei Pentangle di John Renbourn, con la chitarra acustica di Cole in primo piano, un gran bel lavoro del double-bass di Michael Arvanitakis e qualche frequente inserto di archi. Questi tredici brani abbondano di quella semplicità che solo gli australiani in trent'anni di storia del rock hanno saputo dimostrare, un'attitudine ad arrivare subito al nocciolo della canzone, unita a quel tocco "pop" (tra mille virgolette) che rende tutto gioiosamente leggero. L'apertura di Lay Down In The Dust è degna del John Martyn più intimo e sussurrante, Maria ha tutta la tragica epicità delle romanze orchestrali degli anni 60, Nothing Comes For Free riscopre addirittura i tremolii vocali di Donovan. Cole ha avuto la buona accortezza di non accontentarsi delle solite soffici e sognanti ballate un po' alla moda oggigiorno (anche se quando vi si cimenta, come in Like Fur Elise o Where My Treasure Lies, raggiunge ottimi risultati), ma di tentare di spaziare nei generi, mantenendo intatto il suo personale sound per tutto il cd. Così se Honey è una leziosa pop-song alla Burt Bacharach, Shall I Count The Ways potrebbe addirittura comparire in uno dei più recenti album di Ryan Adams per quanto macina con gran gusto american-music e affabilità melodica. E ancora i giri spagnoleggianti di Trouble Of The World, l'armonica blues che straccia le strofe di Easy Does It, le spigolature di Rusty Shack o il quasi country di Sitting Alone At a Table For Two, sono tutte prove d'autore che vanno ben al di là dell'esercizio di stile. Ottima anche la finale Shadowland, brano sognante che chiude più che degnamente uno dei dischi indipendenti più caldi e avvolgenti degli ultimi tempi. Fare discorsi in grande per artisti che si esprimono per pura passione senza tanti ritorni è ormai inutile, Eddie Cole necessita della vostra voglia di scoprire che da qualche parte nel globo esiste ancora un songwriter capace e pienamente genuino, la storia in questo caso la si è già fatta altrove. (Nicola Gervasini)

lunedì 15 dicembre 2008

NICK PAGLIARI - Please And Thank You


08/12/2008
Rootshighway
VOTO: 6
Condannato ad essere un outsider fin dall'improbabile nome (ma su queste pagine ci siamo abituati), Nick Pagliari è l'ultimo adepto di quel folk-pop elettro-acustico che ha in Elvis Costello il padre spirituale, e tanti nomi a seguito (Freedy Johnston, Michael Fracasso e molti altri anche in questi ultimi anni). Seguace del semplice e del "low-profile", Pagliari confeziona con Please And Thank You un piccolo (31 minuti per la precisione) concentrato di rock urbano in versione easy-listening, nove minute gocce di cantautorato che non si privano mai del tocco morbido di una sezione fiati molto discreta e mai sopra le righe, o di arpeggi sempre volti a smussare qualsiasi spigolatura. Non cercate polvere ed energia gratuita da queste parti, qui si offre il melodico persino quando si raccontano i sogni di rock and roll giovanili in Play That Rock And Roll, o ci si barcamena in una superficiale leggerezza persino quando si toccano i toni depressi di Don't Wanna Die Lonely. Non cercate nemmeno grossi slanci di personalità, laddove ci si addormenta un po' troppo su giri pianistici risaputi (Do What You Love) o ci si va a piazzare tra un Tom Petty ammaestrato da Jeff Lynne (Highway Stays The Same) e un Ryan Adams intento a far ordine negli archivi (Magazines). Please And Thank You, che per la cronaca è il secondo album di questo giovane di Nashville (dopo The Sail, il poco notato esordio dell'anno scorso), è un piccolo menu fast-food con piatti che, presi singolarmente, riescono anche ad essere pienamente centrati nel loro unire sapientemente roots-music, pub-rock e soul music (l'attacco di Leave It Alone sembra preso da un brano delle Supremes), ma che nell'insieme non riescono a risaltare e ad uscire da un certo anonimato. E sì che gli ancora inesperti produttori Scott Hardin e Jamie Dick ce la mettono tutta a rendere la ricetta più saporita, infarcendo gli arrangiamenti con fiati (Carl's Revenge) e archi (Romantic Picture Shows abusa di entrambi), e coinvolgendo nel progetto uno stuolo di amici e session-man considerevole. Ma alla fine si continua a far ripartire il cd cercando di capire perché pur non dispiacendo affatto quel che si sente, alla fine non ci si ricorda mai il perché. Pagliari commentando il disco ha detto che "se qualcuno ritrova in queste canzoni qualcosa della propria vita, allora ho fatto bene il mio lavoro". Magari bastasse così poco: la vita comune oggi è talmente risaputa e uguale a quella di tutti gli altri che, se ci si accontenta solo di raccontarla, si rimarrà sempre una voce nella massa. Visto invece che la sua penna dimostra un talento innegabile (un bel brano come The Union Infantry non nasce per caso), provi pure a raccontarci i suoi sogni la prossima volta: se faranno sognare anche noi, o se anche solo assomiglieranno ai nostri, allora sì che avrà fatto un gran bel lavoro.(Nicola Gervasini)

giovedì 11 dicembre 2008

ARTISTI VARI - This Warm December – Brushfire Holidays Volume One




Dicembre 2008
Buscadero






Come in tutte le famiglie unite nella buona sorte, anche in casa Brushfire Records è tempo di festeggiare il Natale con un holiday-record di gruppo. La piccola etichetta hawaiana è ancora oggi proprietà di Jack Johnson, cantautore dai toni smussati che ha avuto un notevole quanto inaspettato successo di vendite in questi anni, e This Warm December è il suo sentito omaggio alle feste natalizie, il primo di una serie, a quanto si intuisce dal “Volume One” posto come sottotitolo. Nata nel 2002 per l’estemporanea necessità di pubblicare una colonna sonora per una serie di produzioni cinematografiche locali, la Brushfire si sta distinguendo per una particolare capacità di pescare nomi piuttosto vendibili sul mercato, salvaguardando qualità e ricerca musicale. Un serie di artisti a noi più che noti che sono dunque accorsi anche per quella che è anche un’operazione parzialmente benefica (il 25% dei proventi del cd verrà donato a supporto dell’educazione musicale dei bambini). Giustamente il padrone di casa Jack Johnson si prende l’onore di aprire il cd, prima ciondolando beatamente su Someday At Christmas (ne esiste anche una versione di Stevie Wonder), infine chiudendo le feste con la classica e divertita Rudolph The Red Nosed Reindeer. Il resto è affidato agli eroi di casa Brushfire, primo fra tutti G Love, autentico mito del mondo delle jam-band, che qui fa un po’ la parte del veterano e regala sorrisi (anche senza i fidi Special Sauce) con la sua Christmas Baby, bel brano in ritmo up-tempo con armonica bluesy in contrappunto (forse più da clima vacanziero che natalizio, ma va detto che il disco è stato registrato in pieno agosto). Sul tema del gioco si basa anche la divertente Christmas Time degli ALO (Animal Liberation Orchestra), band che ha avuto un successo del tutto inatteso negli ultimi due anni, e che qui eleva il livello del cd con un veloce funky con slide guitars in puro stile Little Feat. Sempre restando in ambito ALO, il cantante Zach Gill si stacca ancora una volta dal gruppo per chiudere il tutto con una soffusa e piuttosto sofferta versione di Silent Night, un modo abbastanza malinconico per chiudere un disco generalmente allegro. I momenti riflessivi non erano comunque mancati, garantiti dal nuovo acquisto Neal Halstead (frontman dei Mojave 3), che soffia sulla The Man In The Santa Suit dei Fountains Of Wayne, o da un Mason Jennings che impigrisce la classica Santa Claus Is Coming To Town trasformandola in una filastrocca country alla John Prine. L’ex campione di skateboard e ora neo-folker Matt Costa sceglie un taglio decisamente indie per la cantilenante All I Want For Christmas, registrata con definizione low-fi su un quattro piste durante la pausa di un concerto. Tra le cose più interessanti va segnalato l’esordio di una dolce folk-singer della Malaysia che si chiama Zee Avi (in patria è già nota come Koko Kaina), di cui la Brushfire dovrebbe prossimamente pubblicare un disco d’esordio, e che qui fa già valere la sua voce jazzy (non lontana da quella di Madeleine Peyroux come timbro, e non a caso viene accostata anche a Billie Holiday) nella soffusa e malinconica No Christmas In Me, momento di commozione prima di tornare a toni più scanzonati con la Stuck At The Airport del funambolico Money Mark. Ultima menzione alla Christmas dei Rogue Wave, che altro non è che il brano degli Who era-Tommy rigenerato in clima natalizio e con spleen da folksinger gentile. Poco più di 31 minuti in totale, giusto il tempo di affettare il panettone e scartare qualche regalo, sperando che siano poi questi artisti a regalarci qualcosa di bello di nuovo da sentire nell’anno che verrà. (Nicola Gervasini)

mercoledì 10 dicembre 2008

COLD WAR KIDS - Loyalty To Loyalty


Dicembre 2008
Buscadero


VOTO: 6,5


Usciti dal vorticoso giro del passaparola via-web che ha decretato il lento successo del loro primo disco (Robbers & Cowards), i californiani Cold War Kids si affacciano al mondo delle produzioni che contano con questo Loyalty To Loyalty con non poche variazioni rispetto al loro lavoro passato. Questi figli della guerra fredda sono stati apprezzati per il loro ibrido rock, che unisce una scrittura molto dylaniana (sia nella verve polemica dei testi che nell’attitudine a raccontare storie per immagini) con lo stile vocale declamatorio e stralunato del leader e pianista Nathan Willett, una sorta di figlio minore di Jack White. Il combo è completato dalla nervosa chitarra di Jonnie Russell (sicuramente uno dei manici più interessanti delle ultime generazioni per gusto ed essenzialità), dal basso pulsante di Matt Maust (sentitelo nel devastante singolo Something Is Not Right With Me) e dalla batteria, poco pestata ma molto nervosa, di Matt Aveiro. Prodotto ancora una volta dall’amico Kevin Augunas, Loyalty To Loyalty rimbalza come una pallina di ping-pong tra le voglie di essere una band spacca-chitarre, con brani che ricordano davvero i White Stripes più intransigenti, e il giusto sperimentalismo che si richiede ad una giovane band. I ragazzi giochicchiano con gli stili, con risultati non sempre esaltanti a dire il vero, come quando pasticciano con l’elettronica nella irrisolta Relief, brano che Willett interpreta in maniera fin troppo stridula. Lui si conferma comunque autore molto interessante, dimostrando di reggere bene la tensione anche quando si cimenta in operazioni old-style come la ballata pianistica che conclude il cd Cryptomnesia. Il disco inizia decisamente bene, Against Privacy è un pezzo ben studiato sia nel testo (velato di tagliente ironia), sia nel bellissimo intreccio tra una chitarra velvettiana, un organo psichedelico, e un drumming scazonte che regalano fin da subito forse il momento musicalmente più rilevante e riuscito. Fosse continuato con quella che sembra una versione al maschile dei mai dimenticati Mazzy Star, il disco avrebbe forse trovato miglior risoluzione, ma già con il seventies-sound di Mexican Dogs si comincia a respirare un po’ l’aria da outtakes di un disco dei Raconteurs, anche se la sei corde di Russell riesce comunque a elevare il livello generale. Willett rimane indeciso per tutto il disco se seguire stilemi da folk-rock amplificato (Every Valley Is Not A Lake è una sorta di Rainy Day Woman in chiave alternativa), giocare con i ritmi tribali di Welcome To The Occupation, gongolarsi sul pop-folk poco sobrio di Golden Gate Jumpers o adagiarsi sui toni minacciosi di Avalanche In B/. Ottima I’ve Seen Enough, uno di quei momenti in cui Willett trova il ritmo e l’ispirazione giusta per declamare un testo cupo e infastidito, così come convincono la psichedelìa da bassifondi di Every Man I Fall For e la sognante Dreams Old Men Dream, tutti brani che dimostrano come i Cold War Kids abbiano dalla loro la forza di saper produrre canzoni sopra la media e testi che analizzano in maniera acuta e disincantata la società americana e le sue contraddizioni. Ma rispetto al disco di esordio, se il songwriting sembra crescere in maniera incoraggiante, Loyalty To Loyalty mostra delle idee più confuse su dove dirigere il suono, con un risultato che spesso resta né carne né pesce tra canzone d’autore, rabbia da nuovo hard rock e velleità avanguardistiche più o meno nascoste. Un peccato tipico di tutte le opere seconde, il che dimostra ancora una volta come i Cold War Kids stiano viaggiando su quei binari giusti che potrebbero portare ad una duratura e proficua carriera, anche se le stazioni più importanti devono ancora arrivare. (Nicola Gervasini)

sabato 6 dicembre 2008

FAIR HERALD - Familiar Streets

24/11/2008
Rootshighway

VOTO: 7


Non avete idea di quante band ci arrivano accompagnate da note che le presentano come "influenzate da Neil Young e dai Replacements", "simili ai Whiskeytown e ai Counting Crows" (in questo caso si buttano nel mucchio addirittura gli Old 97's), e autori di "ballate alt-country o Americana". Nulla di male, tutto questo era sulla cresta dell'onda dieci anni fa e ora è naturale che l'America sia piena di giovani band che con questa musica ci è cresciuta sperando un giorno di poter dire la propria. La loro sfortuna è quella che il sogno lo hanno fatto in tanti, perché l'affollamento di genere nel mondo indipendente è ormai cronico e ingestibile. Sarebbe davvero bello poter scandagliare l'America palmo a palmo per raccontarvi le storie e la musica di ognuna di questi piccoli eroi della roots-music, ma per necessità anche noi siamo costretti a pescare nel mucchio, e non è detto che sia un male se permette di apprezzare con più calma e attenzione un piccolo gioiellino amatoriale come questo Familiar Streets dei Fair Herald. Che, per la cronaca, sono un quintetto di Chicago con look da nerds (guardate il loro divertente video) e aria dimessa, come richiede l'iconografia rock a cui hanno deciso di appartenere. E che come musicisti sembrano il risultato di una clonazione di vecchie glorie di musica roots, sia la chitarra rozza e mai sguaiata di Mark Goldich, la sezione ritmica pigra e quasi mai aggressiva di Dave Brankin e Sean Bacastow o la voce di Mike Bellis, che sembra un Jeff Tweedy a cui hanno tolto un paio di tonalità alte. Nella prevedibilità del mix, la differenza qui la fanno le tastiere di Jimmy Bloniarz, che maneggia pianoforti, wurlitzer e quant'altro necessario per essere degni di quel santino di Benmont Tench degli Heartbreakers che sicuramente tiene appeso al muro della sua camera. Fin qui non ci sarebbero elementi per elevare Famliar Streets al di sopra della sufficienza di rito che possiamo assicurare ai buoni seguaci di un mondo a noi caro, ma quello che ci ha convinti a spenderci parole è la bontà sopra la media di queste dieci canzoni, il fatto che l'uno-due iniziale formato da From Peotone e Whirlwind scalda gli animi laddove quindici anni fa avrebbe scaldato anche le penne per decantarne le meraviglie, e che anche i deliziosi intrecci acustici di Coyote Nowhere e l'heartland rock di Out That Door richiamano la nostra attenzione anche grazie alle divertenti liriche. E poi come non apprezzare ballate rurali epiche come One Smoke, Mythology o Make Me Blue,o la capacità di andare oltre la struttura della canzone per affrontare il lungo travolgente finale di Where Does She Go. Difficile scommettere sul loro futuro, la scarsa varietà di idee non sembra essere preludio di grandi opere, a meno che non finiscano nelle sapienti (e costose) mani di qualche produttore giusto, ma intanto farsi una camminata su queste strade familiari potrebbe essere una delle cose più belle che può capitarvi rovistando nel sottobosco indipendente americano. (Nicola Gervasini) Non avete idea di quante band ci arrivano accompagnate da note che le presentano come "influenzate da Neil Young e dai Replacements", "simili ai Whiskeytown e ai Counting Crows" (in questo caso si buttano nel mucchio addirittura gli Old 97's), e autori di "ballate alt-country o Americana". Nulla di male, tutto questo era sulla cresta dell'onda dieci anni fa e ora è naturale che l'America sia piena di giovani band che con questa musica ci è cresciuta sperando un giorno di poter dire la propria. La loro sfortuna è quella che il sogno lo hanno fatto in tanti, perché l'affollamento di genere nel mondo indipendente è ormai cronico e ingestibile. Sarebbe davvero bello poter scandagliare l'America palmo a palmo per raccontarvi le storie e la musica di ognuna di questi piccoli eroi della roots-music, ma per necessità anche noi siamo costretti a pescare nel mucchio, e non è detto che sia un male se permette di apprezzare con più calma e attenzione un piccolo gioiellino amatoriale come questo Familiar Streets dei Fair Herald. Che, per la cronaca, sono un quintetto di Chicago con look da nerds (guardate il loro divertente video) e aria dimessa, come richiede l'iconografia rock a cui hanno deciso di appartenere. E che come musicisti sembrano il risultato di una clonazione di vecchie glorie di musica roots, sia la chitarra rozza e mai sguaiata di Mark Goldich, la sezione ritmica pigra e quasi mai aggressiva di Dave Brankin e Sean Bacastow o la voce di Mike Bellis, che sembra un Jeff Tweedy a cui hanno tolto un paio di tonalità alte. Nella prevedibilità del mix, la differenza qui la fanno le tastiere di Jimmy Bloniarz, che maneggia pianoforti, wurlitzer e quant'altro necessario per essere degni di quel santino di Benmont Tench degli Heartbreakers che sicuramente tiene appeso al muro della sua camera. Fin qui non ci sarebbero elementi per elevare Famliar Streets al di sopra della sufficienza di rito che possiamo assicurare ai buoni seguaci di un mondo a noi caro, ma quello che ci ha convinti a spenderci parole è la bontà sopra la media di queste dieci canzoni, il fatto che l'uno-due iniziale formato da From Peotone e Whirlwind scalda gli animi laddove quindici anni fa avrebbe scaldato anche le penne per decantarne le meraviglie, e che anche i deliziosi intrecci acustici di Coyote Nowhere e l'heartland rock di Out That Door richiamano la nostra attenzione anche grazie alle divertenti liriche. E poi come non apprezzare ballate rurali epiche come One Smoke, Mythology o Make Me Blue,o la capacità di andare oltre la struttura della canzone per affrontare il lungo travolgente finale di Where Does She Go. Difficile scommettere sul loro futuro, la scarsa varietà di idee non sembra essere preludio di grandi opere, a meno che non finiscano nelle sapienti (e costose) mani di qualche produttore giusto, ma intanto farsi una camminata su queste strade familiari potrebbe essere una delle cose più belle che può capitarvi rovistando nel sottobosco indipendente americano. (Nicola Gervasini)

ANTHONY GREEN - Avalon


nov 2008
Rootshighway

VOTO: 5



Già premiato da buone vendite negli USA, Avalon è il disco d'esordio di Anthony Green, un ventiseienne della Pennsylvania che in pochi anni è passato dal punk-pop sintetico degli Zolof & The Rock And Roll Destroyer (e il nome la dice già lunga…) all'hardcore dei Saosin (in cui militava anche un ex Slayer), dal neo-punk dei Circa Survive (paladini dell' emo) al noise dei The Sound Of Animals Fighting (mai nome fu più onomatopeico…). Insomma altri mondi e altra musica, ma per il suo esordio solista anche Green è caduto nella trappola del "duro che si fa dolce e sognante" mostrando il suo grande cuore. Avalon infatti sceglie la via del folk-pop cristallino, e l'iniziale She Loves Me So prova infatti a mettere in chiaro che qui non si urla, si sussurra. Ci pensa la seconda traccia a contraddire tutto, visto che Dear Child (I've Been Trying To Reach You) strilla al mondo un ruvido pop-core, un caso isolato che stride con il resto del disco. Drugdealer infatti ributta tutto in un impasto di voci e arpeggi e dà il via ad un viaggio che darà qualche soddisfazione (già la successiva Stonehearted Man è strutturalmente ben costruita) e troppi sbadigli. Un sonno inevitabile, quando tra qualche piacevole pop-song con un piede nel mainstream e l'altro nel paradiso indie-rock (Babygirl su tutte), si piazzano tediosi e ipnotici strumentali senza gran senso come Springtime Out The Van Window o folk-ballad faticose come Califone. Ancor più naturale quando, chiuso l'album vero e proprio dopo undici tracce che non hanno fatto male a nessuno, si aggiunge tutta la carne rimasta in dispensa, vale a dire l' Ep High & Driving, più altri inutili inediti. Così si chiude lo show dopo 20 tracce per 65 minuti di musica, davvero troppi per un dischetto che poteva anche essere risolto in poche veloci pop-song senza troppi clamori.(Nicola Gervasini)

lunedì 1 dicembre 2008

THE PLASTIC PALS - Good Karma Cafè


10/11/2008
Rootshighway
VOTO: 7
Ecco qual'è il segreto di una scena musicale così viva e di caratura internazionale come quella scandinava, ormai strabordante di nuovi importanti artisti: nei bassifondi anche lì si studiano i classici e si fondano band gioiosamente anacronistiche come i Plastic Pals, sorta di enciclopedia garage-rock in salsa svedese. I quattro componenti non sono dei giovanissimi, tra una birra e l'altra hanno infatti esperienze da bar-band risalenti agli anni '80: il cantante Hakan "Hawk" Soold ha una voce baritonale che riesce ad ricordare il tono enfatico metal-psichedelico degli Iron Butterfly unito allo stile da crooner-popper di molti cantanti inglesi alla Richard Hawley, mentre il resto della band (Anders Sahlin alla chitarra, Bengt Alm al basso e Olov Öqvist alla batteria, questi ultimi presentati, con buona dose di ironia, come "la risposta svedese a Sly & Robbie") è formata da tre forsennati sostenitori di quel rock sporco e sotterraneo che dai Flamin' Groovies passa attraverso i Television per approdare ai Dream Syndicate. Tutte band che loro amano citare come influenza, anche se l'attacco di Here Comes The Sun ha il sapore del rock da cantina lisergicamente naif degli anni '60. Ma già con la successiva She's Going Back le chitarre pompano una melodia che riesce ad unire in un colpo solo l'accessibilità di una pop-song d'altri tempi con l'epica del rock blue-collar più stradaiolo e barricadiero. Non temono dunque la derivatività i Plastic Pals, sanno che i veri appassionati di rock lanceranno sondaggi su quale classico del rock viene richiamato con il micidiale riff di The Best Kept Secret, e rileveranno come Tom Verlaine avrebbe tranquillamente concepito di suo il giro saltellante e romanticamente new wave di Gone With The Wind. E a metà del disco questi vichinghi riscoprono ancora una volta l'America, con una ballatona nostalgica come Good Karma Cafè, un requiem per un bar che chiude i battenti, una tragedia che si consuma tra slide guitars suadenti, un'armonica che piange sulla birra versata, una sezione d'archi che insegue gli impasti vocali e un testo che non fa mancare una dedica per tutti i "barfly" dimenticati sul bancone del locale. Quanto basta per capire che i Plastic Pals sanno bene come funzionano i meccanismi della mitologia rock, e ne utilizzano i trucchi migliori, vuoi per confezionare le vecchie visioni progressive di Shadow Of A Dream, vuoi per riecheggiare addirittura i primissimi U2 nella ficcante Suicide Bomber, con spezzoni di chitarra alla The Edge e un giro di basso che sembra studiato a tavolino con Steve Lillywhite. Qui ovviamente siamo in ambito di produzione indipendente, per cui negli studi non si aggirava cotanto produttore, quanto il ben meno noto Bjon Öqvist, ma le credenziali guadagnate dalla band con l'ep di esordio (The Band That's Fun To Be With) hanno spinto Chris Cacavas a varcare i freddi mari del nord per prestare le sue tastiere a quattro brani. Vi basta come sponsor per capire di cosa stiamo parlando? (Nicola Gervasini)

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