mercoledì 28 dicembre 2016

GIORGIA

Il luogo comune che perseguita Giorgia da tanti anni è quello di una grande vocalist che ha scelto spesso produzioni al di sotto delle sue qualità. Non è sempre stato vero, ma anche Oronero (Microphonica),  suo decimo album di inediti in 22 anni circa di carriera, sembra voler confermare il suo status di artista sempre in bilico tra il mondo della canzone italiana più facile e quello dell’innegabile autorialità delle sue canzoni. Questione di uomini giusti forse (ancora una volta fa tutto Michele Canova Iorfida, collaboratore stretto di Tiziano Ferro e Jovanotti), ma anche questi 15 brani fanno capire che sebbene ci sia della vera sostanza dietro il fatto di avere una gran voce e saperla pure usare bene, ancora troppe volte gli arrangiamenti cercano la via più scontata e modaiola. Provo ad esempio immaginare ottimi brani come Posso Farcela, Tolto e Dato, o la stessa Oronero,  con una band che vada oltre lo schema batteria elettronica/piano/tastiere maestose, e un po’ di rammarico rimane. O magari immaginare Regina di Notte  con un taglio gospel alla Nessun Dolore di Lucio Battisti, invece sentirla immersa in battiti e trattamenti vocali elettronici da discoteca. Nessuno si aspetta che Giorgia si metta a fare album da chanteuse naïf alla Nada, ma da quella che potremmo con gran rispetto considerare la Mina degli anni 2000, qualche prova di coraggio in più sarebbe ora di pretenderla.

Nicola Gervasini

mercoledì 14 dicembre 2016

MACY GRAY

Macy Gray Stripped
[Chesky/ IRD 2016]
www.macygray.com

 File Under: strange fruit

di Nicola Gervasini (21/11/2016)
Non è certo una nostra abitudine parlare di Macy Gray su queste pagine. Non per spocchia nei confronti di una delle più talentuose black-singers degli anni 2000, quanto per coerenza di genere trattato. Decidiamo di farlo ora, nell'occasione della pubblicazione di Stripped, suo decimo album, perché spesso qui dentro abbiamo notato quanto la musica americana delle radici e jazz siano spesso vicini, e mi viene in mente un personaggio come Joe Henry, come esempio di chi ha saputo fare bene in entrambi i campi. Stripped è già stato presentato come "l'album jazz" di Macy Gray, quasi fosse una rottura con il suo passato, quando lei stessa va citando da sempre Billie Holiday quale modello di vita e artistico.

Semplicemente, dopo il clamoroso botto fatto nel 1999 con l'album d'esordio On How Life Is (dieci milioni di copie vendute), il suo successo è andato via via scemando, complice anche una sua scelta musicale spesso troppo "alta" per i gusti dei giovani, ma ancora troppo lontana dai gusti dei vecchi amanti di jazz e classic rock, che certe concessioni al pop mica le perdonano. Stripped salta il fossato e si schiera fieramente per la tradizione, grazie ad un quartetto jazz da club formato da Ari Hoening alla batteria, Daryl Johns al basso, la dolce chitarra di Russell Malone e il trombettista decisamente "alla Chet Baker" Wallace Roney, e ad una registrazione effettuata in due serate in una chiesa sconsacrata di Brooklyn, quasi fosse un suo personale Trinity Session alla Cowboy Junkies.

Il feeling è da "buona la prima", ma precisione e dettagli sono quelli da registrazione in studio, e questo rende l'album formalmente impeccabile, anche se forse privo di quell'improvvisazione che si richiederebbe ad un vero album jazz. Il menu è vario: ci sono pezzi del suo passato riletti in chiave jazzy come la superhit I Try, o Sweet BabyShe Ain't Right For YouThe First Time Slowly, accanto a composizioni nuove come l'ottima Annabelle che apre il disco, e brani come The Heart o Lucy, dove si sente quanto siano nati appositamente per il progetto. Non potevano mancare le cover, e se con Redemption Song di Bob Marley è impossibile sbagliare in qualunque chiave la si rilegga, curiosa invece e la trasformazione da club di Nothing Else Matters dei Metallica, solito gioco alla "famola strano" che in qualche modo funziona (lei aveva già affrontato il brano nell'album Covered del 2012).

In ogni caso il disco è piacevole, e anche i vecchi brani della Gray reggono bene, quasi che lei abbia voluto dimostrare che un artista si esprime con un proprio stile particolare e personale, ma per farlo bene deve avere le basi e il background classico (una lezione per le giovani leve che non hanno né background, né stile personale). In fondo anche Picasso ha dipinto quadri di figurativo, e pur non essendo famoso per quelli, non è detto che non siano validi. Consigliato per serate d'atmosfera.

lunedì 5 dicembre 2016

LEONARD COHEN

Leonard Cohen
You Want It Darker
(2016, Columbia Records)
File Under: it’s a good day to die

“Sono pronto, Mio Signore” recita il chorus di You Want It Darker.  E senza ovviamente augurarci che sia vero, stavolta però un po’ c’è da credere alla propria auto-profezia di morte dell’ultraottantenne Leonard Cohen. Ma magari, e lo speriamo, è solo un altro dei suoi scherzi. Già una volta ci aveva gabbato, quando nel 2004 aveva pubblicato in gran fretta Dear Heather, quasi un’opera lasciata incompiuta per mancanza di futuro, con un clima generale da triste commiato che faceva pensare ad un canto del cigno non troppo glorioso, visto che il disco è indubbiamente il suo peggiore ad oggi. Invece Leonard è rimasto vivo e vegeto, e con You Want It Darker completa una ideale trilogia del rapporto con la morte iniziata nel 2012 con Old Ideas e proseguita con Popular Problems del 2014. Che ci siano anche qui grandi testi e brani memorabili non è una sorpresa (semmai nel 2004 lo fu trovarne troppo pochi), e neppure che l’appuntamento con la morte sia descritto attraverso una religiosità tutta sua (Treaty). Non cambiano nemmeno le melodie, ormai costruite intorno alla sua voce sempre più bassa e cavernosa, ma la novità, purtroppo forse un po’ tardiva, è quella di avere finalmente un produttore degno del suo nome. E pensare che ce l’aveva in casa uno in grado di mettere in piedi una strumentazione e un suono che non sembrasse quello di un piano-bar da matrimonio (più che con Patrick Leonard, che nei due lavori precedenti già aveva migliorato di molto le cose, me la prendo con le scellerate produzioni di Sharon Robinson). Posso capire che Cohen fosse un po’ restio a contattare grandi produttori, visto che quando lo fece con Phil Spector, non finì tanto bene (anche se sarebbe ora di dire che Death Of A Ladies’ Man aveva un suono forse troppo pieno rispetto al quasi vuoto a cui i suoi fan erano abituati con i suoi primi quattro album, ma di certo non era una schifezza), ma forse poteva anche pensarci prima. In ogni caso il figlio Adam non fa niente di particolare: un coro lì (On The Level), un bell’incipit di chitarra a seguire l’emozionante lettera di commiato di Leaving The Table, un organo a segnare If I Didn’t Have your love, un violino tzigano che duetta con un mandolino e un wurlitzer in Traveling Light. Adam non ha bisogno di strabiliare, solo attua sul padre una cura che ci era già piaciuta in occasione del suo ultimo album We Go Home del 2014 (recuperatelo che ne vale la pena). Ma visto che la scrittura del padre è davvero sempre più oscura e lenta, lui almeno gioca sulla varietà, inventandosi un bellissimo coro muto a far da tappeto a It Seemed the Better Way invece della solita anonima tastiera. Leonard da parte sua ci mette sentimento (Steer Your Way si regge sulla sua recitazione) e una penna che non ha mai perso colpi (anzi, Bob Dylan in una intervista lo ha omaggiato come grande costruttore di melodie, dichiarando tra l’altro di apprezzare molto anche la sua produzione più tarda). E’ vero,  lo volevamo ancora più oscuro, e ci ha accontentato. Ma la prossima volta lo vogliamo ancora più vivo.

Nicola Gervasini

giovedì 1 dicembre 2016

RACHEL YAMAGATA

Rachel Yamagata
Tightrope Walker
(2016, Frankenfish records)
File Under:
Non nascondo una certa delusione per come si sta sviluppando la carriera di Rachel Yamagata. Oggi non è facile per nessuno fare il salto di qualità, ma lei nel 2008 era proprio lì, sulla punta del trampolino, pronta a tuffarsi non tanto in un mare di vendite, quanto però ad entrare nel club dei nomi di punta del nuovo indie-folk statunitense. Allora il suo secondo album Elephants...Teeth Sinking into Heart era piaciuto, conteneva alcuni pezzi di livello superiore misti ad altri più indecisi, ma complici anche le buone frequentazioni del periodo con Ryan Adams, Conor Oberst, Ben Arthur e Ray Lamontagne, il suo sembrava un nome da segnarsi nella prima pagina delle proprie future whishlist. Invece da allora è uscito solo un disco secco e poco significativo come Chesapeake, oltre a pubblicazioni autoprodotte e vendute tramite il suo sito, e anche lei è rimasta impantanata nella difficile vita del musicista fuori-mercato. Tightrope Walker arriva con l’evidente intento di recuperare un po’ di terreno: è un disco lungamente pensato (due anni di gestazione), puntigliosamente prodotto, e cerca fin dalle prime note alla Joe Henry della title-track di sembrare importante e autoriale, anche nel senso più spocchioso del termine. Arrangiamenti barocchi e pesanti anche per l’episodio di dark-elettronica di Nobody, episodio in cui la Yamagata fa l’occhiolino alla PJ Harvey degli anni 90, mentre EZ Target fa incetta di rumori e si poggia su un minaccioso giro di mandolino alla 16 Horsepower , e Over affoga una melodia da pop anni 90 in un mare di effetti. Proprio quando si è indecisi se accettare o no questa sua nuova versione da Black-Vamp, il disco cambia registro, si apre ad arrangiamenti più classic-rock, con una Let Me Be Your Girl che sembra rubata ad un disco di Joss Stone, con i suoi fiati e i suoi cinguettii soul-rock. Break Apart gioca la carta dello smooth-jazz moderno, I’m Going Back rigira il mazzo con una orchestrazione da colonna sonora e una piano-ballad che non può far pensare a certi successi di Adele, Rainsong tiene basso il ritmo con una dolce e tetra ballata che ricorda molto certi ispirati momenti dei Walkabouts. E infine Black Sheep viaggia ancora nell’oscurità ma con sonorità più acustiche, ed è solo con la finale Money Fame Thunder che la Yamagata finalmente non perde di vista la canzone, anche se una batteria pesante da new wave primi anni ottanta continua ad invadere un po’ le frequenze. Ci avete capito qualcosa su cosa vi aspetta? Immagino di no. Qui sta il problema: è brava la Yamagata, ma Tightrope Walker confonde alquanto le idee su cosa e chi voglia diventare da grande, e visto l’ingente sforzo produttivo profuso e le troppe idee spese, ha tutta l’aria di poter essere la sua occasione persa.

Nicola Gervasini

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