giovedì 1 dicembre 2016

RACHEL YAMAGATA

Rachel Yamagata
Tightrope Walker
(2016, Frankenfish records)
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Non nascondo una certa delusione per come si sta sviluppando la carriera di Rachel Yamagata. Oggi non è facile per nessuno fare il salto di qualità, ma lei nel 2008 era proprio lì, sulla punta del trampolino, pronta a tuffarsi non tanto in un mare di vendite, quanto però ad entrare nel club dei nomi di punta del nuovo indie-folk statunitense. Allora il suo secondo album Elephants...Teeth Sinking into Heart era piaciuto, conteneva alcuni pezzi di livello superiore misti ad altri più indecisi, ma complici anche le buone frequentazioni del periodo con Ryan Adams, Conor Oberst, Ben Arthur e Ray Lamontagne, il suo sembrava un nome da segnarsi nella prima pagina delle proprie future whishlist. Invece da allora è uscito solo un disco secco e poco significativo come Chesapeake, oltre a pubblicazioni autoprodotte e vendute tramite il suo sito, e anche lei è rimasta impantanata nella difficile vita del musicista fuori-mercato. Tightrope Walker arriva con l’evidente intento di recuperare un po’ di terreno: è un disco lungamente pensato (due anni di gestazione), puntigliosamente prodotto, e cerca fin dalle prime note alla Joe Henry della title-track di sembrare importante e autoriale, anche nel senso più spocchioso del termine. Arrangiamenti barocchi e pesanti anche per l’episodio di dark-elettronica di Nobody, episodio in cui la Yamagata fa l’occhiolino alla PJ Harvey degli anni 90, mentre EZ Target fa incetta di rumori e si poggia su un minaccioso giro di mandolino alla 16 Horsepower , e Over affoga una melodia da pop anni 90 in un mare di effetti. Proprio quando si è indecisi se accettare o no questa sua nuova versione da Black-Vamp, il disco cambia registro, si apre ad arrangiamenti più classic-rock, con una Let Me Be Your Girl che sembra rubata ad un disco di Joss Stone, con i suoi fiati e i suoi cinguettii soul-rock. Break Apart gioca la carta dello smooth-jazz moderno, I’m Going Back rigira il mazzo con una orchestrazione da colonna sonora e una piano-ballad che non può far pensare a certi successi di Adele, Rainsong tiene basso il ritmo con una dolce e tetra ballata che ricorda molto certi ispirati momenti dei Walkabouts. E infine Black Sheep viaggia ancora nell’oscurità ma con sonorità più acustiche, ed è solo con la finale Money Fame Thunder che la Yamagata finalmente non perde di vista la canzone, anche se una batteria pesante da new wave primi anni ottanta continua ad invadere un po’ le frequenze. Ci avete capito qualcosa su cosa vi aspetta? Immagino di no. Qui sta il problema: è brava la Yamagata, ma Tightrope Walker confonde alquanto le idee su cosa e chi voglia diventare da grande, e visto l’ingente sforzo produttivo profuso e le troppe idee spese, ha tutta l’aria di poter essere la sua occasione persa.

Nicola Gervasini

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