martedì 20 giugno 2017

NICOLA GERVASINI
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ANDREW COMBS

Andrew Combs 
Canyons of My Mind
[
Loose/ Goodfellas 
2017]
andrewcombsmusic.com File Under: classic songwriter

di Nicola Gervasini 
(23/04/2017)

Fa un po' sorridere leggere sulla copertina di un cd l'elenco delle canzoni divise in Side A e Side B, anche se Andrew Combs non è certo il primo. Il vinile, si sa, resiste ancora nelle nicchie di vecchi ascoltatori, e lui, più forse per vezzo artistico che per vero marketing, a quelli mira, pur sapendo che non solo il cd ha annullato i lati, ma che nell'era dell'ascolto via Web sta sempre venendo meno anche la logica di una successione di brani voluta dall'autore a favore dell'impostazione casuale del proprio servizio di streaming online. Non è per mero tecnicismo che parto da questo aspetto per parlarvi di Canyons Of My Mind, terzo (da noi) atteso album di Combs, cantautore di Dallas trapiantato ormai da tempo a Nashville per ovvie esigenze stilistiche.

Ci aveva ben sorpreso nel 2012 con il suo esordio (Worried Man), grintosa autoproduzione (e anche autodistruzione, visto che il disco uscì solo nella versione download digitale), e ci aveva confermato il tutto nel successivo All These Dreams, disco in cui aveva dimostrato la propria ottima tenuta come autore, sebbene già lo stile si fosse normalizzato in quel genere di suadenti ballate da Ryan Adams in amore. La stessa direzione che continua a seguire Canyons Of My Mind, album che dopo l'apertura energica di Heart of Wonder (ottimo il lavoro del sax di Jim Hoke), si adagia subito sul soffice con Sleepwalker e le orchestrazioni alla Harry Nilsson di Dirty Rain. Con Hazel poi (nulla a che vedere con l'omonimo brano di Bob Dylan) si respira la stessa aria degli ultimi dischi di Joe Henry, nome che non coinvolgo a caso visto che appare come co-autore di Lauralee (una ballata pianistica che si apre in grandi orchestrazioni in puro stile Carole King). Il problema di Canyons Of My Mind non è certo dunque nella forma, visto che i produttori (Skylar Wilson e Jordan Lehning) hanno lavorato alla grande per ricreare suoni atmosfere di una West Coast lontana nel tempo, piuttosto forse la certezza che Combs ha già speso le sue carte migliori, e ora già al terzo capitolo lavora di passione, esperienza, omaggi, rimandi.

Come dire, ci sa fare, ma non è neanche lui che farà svoltare il cantautorato americano verso nuove isole inesplorate. Per cui godiamoci senza indugio un piccolo trattato su come si registra un buon disco di american-music, che lascia però il rammarico della mancanza di qualche brano davvero memorabile in più, sia perché Combs non riesce ad incidere quando aumenta il ritmo (Better WayBlood Hunters), sia perché anche le ballate come Silk Flowers conservano tutte un forte gusto di già sentito, come conferma Rose Colored Blues, brano che tranquillamente sarebbe potuto apparire nella colonna sonora di Un Uomo Da Marciapiede. Tutto molto carino, ma quando il disco finisce pensi a quanto di grande avrebbe combinato lo Stephen Stills dei tempi doro con una Bourgeois King per le mani, e non è esattamente un buon segno.

sabato 10 giugno 2017

BUTTERTONES


The Buttertones
Gravedigging
[
Innovative Leisure/ Goodfellas 
2017]
buttertones.bandcamp.com
 File Under: surf punk

di Nicola Gervasini (20/05/2017)
Eppure succede ancora che laggiù, nella "Sunny California" che Terry Allen avrebbe voluto mettere fuorilegge di default, nascano ancora band come i Buttertones, nome che evoca altri tempi, altro rock, altre necessità di salire su un palco e sputare rabbia e energia. Richard Araiza, Modesto Cobian, Sean Redman, Dakota Boettcher e il funambolico sassofonista London Guzmån sono i nomi di un combo nato in una camera da letto nel 2011, e già titolari di un autoprodotto esordio del 2015 (American Brunch) e del nuovo Gravedigging, primo album ad avere anche una distribuzione europea. Due chitarre, sezione ritmica martellante, e soprattutto un sax fisso in formazione: si pensa subito agli Stooges di Funhouse, quando invece l'attacco di Pistol Whip rimanda semmai ai Clash di London Calling, o al massimo all'Iggy Pop di Lust for Life.

Ma già con Sadie's a Sadist si passa subito in ambito Cramps, sia per il tema da amanti del sesso estremo, che per la veemenza sospesa tra pop, punk e semplice presa in giro. Ma l'ABC della band da garage della West Coast non finisce qui: Neon Cowboy mischia arie morriconiane da film western con lo spirito dei Social Distortion, in Two-Headed Shark sembra invece di risentire i Jon Spencer Blues Explosion al loro meglio, mentre Matador è una sorta di numero di cabaret con tanto di voci recitate. Ci pensa I Ran Away a rompere il ritmo, una lenta mattonella con tanto di sax da scena romantica che ricorda molto certi momenti tra il serio e il faceto di Jonathan Richman con i suoi Modern Lovers.

E si cambia ancora registro con Moroccan Moonson, strumentale tutto Surf&Sax da prendersi in considerazione se mai un giorno Quentin Tarantino deciderà di girare un secondo capitolo di Pulp Fiction. Geisha's Gaze invece resuscita già usati giri arabeggianti per una sorta di danza del ventre in salsa punk, e solo con Ghost Safari A Tear For The Rosie si comincia a rimestare stili già perlustrati, fino al finale della title-track, che unisce un giro sax alla Madness con una chitarra in puro stile Dick Dale, prima di rallentare in una suadente danza che da sola racchiude tutto il mix di sesso, ironia e energia della loro musica.

Avrete capito che qui dentro non esiste una sola nota che non sia già stata scritta nella storia del rock, e non è facile trovare caratteri distintivi nel loro modo di suonare e cantare, ma se è vero che la California pare non essere affatto mutata nella sua immagine di terra dello sballo e della libertà, immagino che nei suoi bassifondi una band come i Buttertones continui ad essere necessaria.

sabato 27 maggio 2017

MAVERICKS

The Mavericks 
Brand New Day
[Mono Mundo/ Goodfellas 2017]
themavericksband.com
 File Under: una rotonda sul mare, il nostro disco che suona…
di Nicola Gervasini (04/04/2017)

Piacciano o no, i Mavericks di Raul Malo restano un caso davvero particolare nel panorama della musica roots americana. Nati in epoca di jam-bands, hanno combattuto nelle classifiche degli anni 90 statunitensi a suon di musica tradizionale, country estetizzati e influenze latine varie, arrivando a produrre titoli importanti come Trampoline (il loro disco migliore) e What a Crying Shame (il più venduto). E, come chiunque arrivi a vendere tanto partendo dal basso, hanno scatenato infinite discussioni sulla loro onestà ed effettivi meriti, complice anche una carriera solista di Raul Malo vissuta un po' all'insegna di un continuo uniformarsi alle mode del momento.

Si erano sciolti nel 2003 dopo un disco brutto e malvenduto, per poi riprendere il discorso dieci anni dopo con l'album In Time (che fu anche discretamente accolto), e ricadere subito in basso con Mono del 2015, titolo che ha venduto nella prima settimana di uscita più di quanto poi abbia venduto in totale fino a oggi (8.000 copie, a fronte di un totale di 15.000), segno di come esiste uno zoccolo duro di fans fedeli alla causa e pronti a dar loro subito fiducia alla cieca, ma anche di quanto la loro musica dipenda poi molto dagli airplay e dal grado di commerciabilità. Introduzione che serve per arrivare a capire Brand New Day, nono album con un titolo solitamente usato nella storia del rock per cambi di direzione. Nel loro caso si tratta di un disco che riduce all'essenziale tutta la loro storia, risultando sì il loro prodotto più fresco da anni, ma anche una sorta di Greatest Hits sotto mentite spoglie dei vari generi che hanno animato la loro musica.

E proprio sulla varietà giocano questi dieci brani, che partono con un bel "zumpappà" da balera messicana a suon di fisarmonica come Rolling Along, per passare a Brand New Day e al suo maestoso soul con arrangiamento vagamento "philspectoriano". E ancora, in rapida successione, seguono un easy-pop anni 60 (Easy As It Seems), la baldanzosamente jazzata I Think of You, una lenta Goodnight Waltz da struscio di fine serata, fino al tripudio di fiati e chitarre di Damned (If You Do). Si balla , ma sempre come se ci si trovasse in una balera degli anni 50 (I Will Be Yours), tanto che oggi mi chiedo chi sia ancora in grado, al di fuori delle scuole di danza, di ballare un boogie rallentato come Ride With Me, ma immagino che i giovinastri potrebbero trovare difficile persino non pestarsi i piedi a vicenda su una mattonella da mano sul sedere come I Wish You Well.

Più che 'Music for All Occasions', come definiva il tutto un altro loro bestseller dei ruggenti anni 90, oggi pare musica per ospizi. 38 minuti ben suonati che scivolano via lisci e indolori, lasciando una sensazione di positività, se non proprio di spensierata felicità, ma con un forte retrogusto di morte imminente di un modo di far dischi che non so più davvero quanto abbia senso. Saranno anche furbi, sicuramente prevedibili, ma almeno un applauso al loro coraggio di crederci ancora lo possiamo anche sprecare.

giovedì 18 maggio 2017

CHUCK BERRY

Un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ad un figlio, eppure Chuck Berry di figli artistici ne aveva già visti morire parecchi. Ma ora anche il nonno del Rock and Roll ha mollato il colpo lo scorso 18 marzo, a 90 anni suonati, proprio mentre stava tornando con un disco in studio dopo ben 38 anni di silenzio (l’album Chuck uscirà comunque il prossimo 16 giugno). Agli altri padri fondatori ancora in vita dunque l’onere di chiudere la porta definitivamente su un era irripetibile (Jerry Lee Lewis, Fats Domino o Little Richard ad esempio). Il rock è dunque morto? O lo era già? Di certo non muore a causa della dipartita di un artista che ha speso gli ultimi quarant’anni fra concerti non sempre memorabili e cause legali di ogni sorta (dai diritti sulle canzoni reclamati dal suo storico pianista Johnny Johnson, alle 59 donne che sostennero di essere state videoregistrate nei bagni di un suo locale), senza più scrivere un nuovo brano. Ma in fondo serviva dire altro? Era tutto lì, nell’invenzione del concetto di riff chitarristico che sta alla base di tutto il rock che verrà dopo quel lasso di tempo tra il 21 maggio 1955, giorno in cui esordì con Maybelline, fino al 31 marzo del 1958, quando una serie di storici e fortunati singoli (tra cui Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen e Rock And Roll Music) trovarono la propria sintesi finale nella celeberrima Johnny B.Goode. L’immediatezza, l’elettricità e la carica di quell’incipit è stata la base di tutto, dai Beatles, suoi primi veri estimatori bianchi, ai Rolling Stones, e a tutto ciò che si può mettere sotto il generico cappello del “rock”. Eppure Berry non è stato solo colui che poteva permettersi di correggere l’impostazione delle dita di Keith Richards (con tanto di pugno in faccia), ma, come molti discepoli hanno fatto notare il giorno della sua morte, è stato anche un importante autore di testi, colui che ha portato nei jukebox le storie tristi, torbide e criminali dei poveri (spesso neri) d’America. Come dire che la sua grammatica era già completa di tutto il necessario per scrivere una grande rebel-song da strada. “Sono nato credendo che Arte fosse solo la pittura, finché non ho cominciato a suonare, e ho scoperto di essere un artista senza aver dipinto nulla” disse lui. E l’arte lo ringrazia ancora della scoperta.

martedì 9 maggio 2017

ROBERT RANDOLPH

Robert Randolph & The Family Band
Got Soul 
[Sony Masterworks 2017]
robertrandolph.net

 File Under: soul survivor

di Nicola Gervasini (29/03/2017)

Non ci sono molti grandi discorsi da fare quando si parla di Robert Randolph: chitarrista virtuoso e appassionato di slide-guitar, lo avevamo già incontrato in occasione dell'uscita del suo quarto album Lickety Split, un divertente party-record in salsa black. Da sempre seguito da una Family Band che ha parentele di nome e di fatto, Randolph è molto quotato sia come session-man (Los Lobos, Dave Matthews band, Elton John, Robbie Robertson, Buddy Guy tra i tanti), sia come performer, ma i suoi dischi sono rimasti sempre in bilico tra la necessità di non perdere di vista modernità e mercato (soprattutto i primi due album) e quella di dimostrare di essere un grande chitarrista.

Potrebbe essere Got Soul, il suo quinto album, il titolo giusto per guadagnare qualche riconoscimento in più anche per la sua produzione in studio. Non tanto per la qualità dei brani autografi, che restano legati ai cliché della funky-music senza troppa originalità, sia quando toccano le corde della pop-song virata a soul (Be the Change) o della ballata sentimentale accelerata a ritmo gospel (Love Do What It Do). Quello che piace di Got Soul non è quindi tanto la sostanza, quanto la forma, perché fin dalla travolgente accoppiata inziale Got Soul - She Got Soul rinverdisce con efficacia una tradizione di black music corale che riporta ai fasti di Sly and the Family Stone (con i quali ha anche collaborato, non a caso), seppur fuori tempo massimo. Per cui non sono i suoi canonici strumentali a tutta slide ad impressionare (Heaven's Side e Travelin' Cheeba Man), semmai l'ottima costruzione degli episodi più funky come Shake ItFind A Way o la rockeggiante I Want It, o la giusta carica data alla versione di I Thank You di Sam & Dave (ma fu anche una hit degli ZZTop tra gli altri). Finale tutto sudore e Hendrix con Lovesick e l'inno motivazionale di Gonna Be All Right.

Resta da capire come mai i suoi dischi non siano mai stati affiliati a tutto il movimento new-soul degli anni 2000, forse perché inizialmente ha frequentato anche il mondo pop, o forse perché il suo stile chitarristico lo ha spesso portato a toccare corde più legate alla roots-music (l'album We Walk This Road del 2010 era prodotto da T-Bone Burnett e vedeva anche cover di Bob Dylan e Peter Case in scaletta), ma in un momento in cui il genere non sta trovando grandi e significativi sbocchi creativi, anche un album come Got Soul, col suo totale e voluto spirito reazionario, può valere più di un ascolto.

mercoledì 26 aprile 2017

DAVIDE BUFFOLI - THE GRAND SLAM

Poca gente in Italia sa produrre del vero rock americano da FM come si faceva negli anni 90, ma Davide Buffoli è sicuramente tra questi, come già mi aveva confermato il suo album Prices del 2011. Poi magari vi chiederete se ha senso fare ancora del “del vero rock americano da FM come si faceva negli anni 90” nel 2017, visto che pure in patria è genere ormai caduto in disuso, e la risposta sarebbe anche sì ascoltando i 5 brani di The Grand Slam. Che non delude l’attesa se non nella quantità, visto che i 18 minuti spingono a chiedere bis che non ci sono. Ma fin dal riff della title-track, fatto come dio (o Keith Richards) comanda, si capisce subito che “il tiro” è quello giusto. D’altronde Buffoli non è certo chitarrista da grandi idee sul futuro del rock and roll, fa parte di una generazione qui cantata in Born In The 70’s (Believe it or not, I still hearing that sound” spiega senza mezzi termini). E il tiro resta quello giusto anche per i due  brani seguenti, una Walking With You che sa di Del Amitri lontano un miglio e la rockettara Eyes On Me. Qualcuno gli dia più fiducia (e soldi mi sa) perché possa realizzare un nuovo album intero e magari pagarsi la costosa e laboriosa registrazione di un vero batterista, anche se che si stia sentendo una drum-machine lo si capisce solo leggendo le note di copertina o arrivando alla conclusiva My Favourite Hour, quasi una ballad di Pop/R&B, per cui i complimenti vanno anche al programmer Stefano Berto. Che ci volete fare, mi piace: sarà che il vero rock americano da FM come si faceva negli anni 90 un po’ mi manca.

https://www.cdbaby.com/cd/davidebuffoli3

Nicola Gervasini

lunedì 10 aprile 2017

MATT WALDON


Matt Waldon Grow Up [Arkham 2017] 

www.mattwaldon.com
 File Under: ITAmericana

di Nicola Gervasini (25/12/2016)
Seguiamo Matt Waldon da molto tempo ormai, fin dai suoi esordi con i Miningtown, e da allora l'artista di Rovigo ha fatto molta strada. Il primo importante salto di qualità è arrivato nel 2014 con l'album Learn To Love, dove l'ospitata di Kevin Salem, presente nel precedente October, ha assunto le connotazioni di una vera e propria collaborazione continua, seppur a distanza di oceano. Grow Up conferma il vecchio chitarrista dei Dumptruck (di cui tra l'altro attendiamo trepidanti il ritorno a breve con un disco che si intitolerà Kingdom of the Young) nel ruolo di ingegnere del suono e, potremmo dire, produttore ad honorem, anche se Waldon si assume sempre l'onere del ruolo.

Già il video del singolo Save Me aveva fatto intuire un nuovo passo avanti, e non solo perché il brano colpisce nel segno e la chitarra di Salem fa sempre la differenza, ma perché Matt sta finalmente trovando un suo stile personale nell'uso della voce, che non era certo il suo punto forte. Non era forse gente come il buon Paolo Conte o Enzo Jannacci (senza arrivare a citare banalmente Dylan) ad averci insegnato che si può cantare alla grande anche con una "brutta" (e spesso pure stonata nel loro caso) voce? Basta saperla usare, e qui sta la grande differenza di Grow Up, album ben pensato fin dall'inizio strumentale di Hungry Bears, in cui il chitarrista Carlo Toffano si traveste da musicista sperimentale per una ipnotica jam che verrà ripresa a lungo anche a fine album, con la memoria che va a certe strane code strumentali dei cd anni 90 (chissà perché mi viene in mente la Master/Slave che chiudeva Ten dei Pearl Jam, anche quella richiamata in apertura di disco).

Il disco vero e proprio parte bene con tre titoli in una progressione matematica (7 Beers14 Rooms21 Cigarettes) che sarebbe stato persin bello tenere fino alla fine, in cui Waldon passa dai fantasmi d'amore immaginati da un "pale poor kid from an English Town" intento a dialogare con sette birre sul bancone di un bar, al fumatore incallito fiero di pagare il prezzo dei propri vizi. Un filo logico tipico del moscone da bar tanto caro all'immaginario rock che immancabilmente cerca redenzione nell'amore (Save Me) e nella riscoperta dei propri affetti (la lettera alla madre di ?!%$). Si finisce con l'andamento minaccioso di Gone Girl, caratterizzato dal violino di Chiara Giacobbe, e il roccioso finale all'insegna di un crescendo blue-collar-rock di You'll Never Get BackNo Slaves e Grow Up, animate da un suono molto elettrico e da una base ritmica spesso muscolare.

Confezionato in lussuosa copertina lucida con tanto di plettro personalizzato in allegato (sintomo di puro amore a perdere per la materia rock), Grow Up si allinea alle produzioni più interessanti dell' "ITAmericana" alzando volumi e elettricità.

mercoledì 29 marzo 2017

MARK EITZEL - Hey Mr. Ferryman

Mark Eitzel 
Hey Mr. Ferryman
[
Decor records 
2017]
mergerecords.com/mark-eitzel
File Under: American Slow-Core Club

di Nicola Gervasini (10/03/2017)
Si dirà che Mark Eitzel in fondo fa lo stesso disco, se non proprio la stessa canzone, da anni. Sarà per questo che il suo nome è uscito da tempo dai radar della critica musicale, che ha salutato molti suoi lavori recenti, compresi quelli dei riformati American Music Club, con l'aria annoiata di chi deve per forza rivedere un vecchio amico che dava già per perso. E' indubbio che un po' se la sia giocata male anche lui: nel 1997 gli album 60 Watt Silver Lining e West furono ben accolti e diffusi, ma da lì in poi si è perso in produzioni forse troppo casalinghe, fino ad arrivare al 2002 e un cover-record (Music for Courage and Confidence) che gli fece guadagnare anche qualche insulto.

Noi continuiamo a credere che almeno il secondo tentativo di ridare lustro al nome degli American Music Club (The Golden Age del 2008) fosse un buon disco, così come non era certo da buttare il suo Don't be A Stranger del 2012, ma sarà forse questo Hey Mr Ferryman il titolo giusto a riportarlo in carreggiata, e a far ricordare che sì, lo stile non cambia, ma lui resta un maestro di un songwriting al quale tutto l'indie rock degli anni duemila deve molto. Il disco poi è davvero il suo prodotto più curato e convinto da tanto tempo, con una sequenza inziale che va dallo splendido mid-tempo di The Last Ten Years alla maestosa melodia di The Answer (a fine album ne viene fornita una seconda versione, più ritmata, ma altrettanto incisiva), fino ad una sofferta e finemente arrangiata The Road, brani che davvero si pongono come nuovi picchi del suo songbook.

Molto del merito va alla collaborazione col chitarrista e produttore Bernard Butler, genio della prima ora degli Suede, che ha creato intorno alla voce sempre calda e soffusa di Eitzel un accompagnamento spesso barocco (le ariose orchestrazioni di Let Me Go), ma mai invadente. Non c'è nulla che dia l'impressione di essere scarno qui, nemmeno un pezzo acustico e notturno come Nothing and Everything che possiede un fine arrangiamento di voci in sottofondo che testimonia la grande cura messa nel realizzare il disco. Sembra quasi volerci dire che se il mondo del songwriting può ormai solo ripetere sé stesso, è anche vero che c'è ancora spazio per realizzare canzoni che colpiscono al cuore e che non confondono l'autoproduzione con la sciatteria. Il suo campionario è già noto, con qualche inserto di elettronica su testi enigmatici dai lunghi titoli come An Angel's Wing Brushed the Penny Slots In My Role as Professional Singer and Ham, ma, contrariamente al solito, c'è una piacevole varietà di idee nel corso del disco, nonostante il clima rimanga quello autunnale che vi aspettereste dal personaggio.

Qualche momento meno brillante c'è (la leziosa Just Because) e arriva nella seconda parte, ma tra dediche a vecchi compagni di viaggio della malinconia (The Singer, dedicata a Jason Molina) e dimostrazioni di classe (La Llorona), Eitzel ci consegna uno dei lavori più significativi della sua carriera.

lunedì 20 marzo 2017

RYAN ADAMS

Ryan Adams 
Prisoner
[PaxAm/ Blue Note
 2017]
www.paxamrecords.com
File Under: blood on the tracks
di Nicola Gervasini (17/02/2017)
C'è una evidente differenza tra il Ryan Adams degli anni zero e quello degli anni dieci. Laddove un decennio fa assistevamo alle eccitanti continue prove di forza di un artista impegnato a voler dimostrare di poter essere buono per tutti i palati, oggi Prisoner arriva a confermarci che Adams ha deciso di calmarsi, anche se fortunatamente ancora non di fermarsi. Per cui, se prima in mezzo a dischi indiscutibilmente importanti, Adams ci aveva abituato ad uscite risolte in deliziosi esercizi di stile quando andava bene (Jacksonville City Nights), o semplicemente malriuscite deviazioni dal tema quando andava male (Rock And Roll), a partire da Ashes and Fire del 2011 il suo stile si è stabilizzato su quella malinconica canzone a cavallo tra country e indie-folk che aveva trovato in Love Is Hell e Cold Roses la sua realizzazione più convincente.

Persino quando fa gli scherzi ora Adams appare addomesticato e riappacificato, se è vero che anche il precedente 1989 partiva sì da un'idea provocatoria (rifare completamente in chiave rootsy un album pop di Taylor Swift), ma si risolveva in un risultato decisamente poco avventuroso e in tutto per tutto simile alla sua produzione autografa. Chi lo segue ci guadagna una certa nuova e insperata garanzia di qualità, e non si rischiano più fregature tipo Orion del 2010, ma per contro in Prisoner si comincia a respirare quella pericolosa aria di minestra riscaldata ad essere negativi, o di semplice misurato professionismo a riconoscergli comunque il merito di saperci sempre fare un po' più dei suoi colleghi. Che la coperta cominci ad essere corta lo si capisce anche dal fatto che Adams si affretta a sparare subito le cartucce buone, iniziando quello che è a tutti gli effetti uno breakup-record alla Blood On The Tracks dedicato al suo recente divorzio, con il giusto fervore di Do You Still Love Me e con l'eccelsa scrittura della sofferta title-track.

Ma il resto del disco si risolve in una serie di gradevoli dèjà vù, e anche certi arrangiamenti tutto sommato grezzi (Outbound Train) o giocati su riff immediati come Anything I Say To You Know o giri roots risaputi come To be With You, cominciano a dare l'idea che anche in studio l'uomo si accontenti molto di più delle prime versioni partorite. Spero di essere smentito in futuro e di poter un giorno parlare di un Adams degli anni 20 come di una nuova elettrizzante avventura musicale, ma Prisoner sembra davvero il terzo capitolo di un unico album che unisce Ashes and Fire e il disco omonimo del 2014, e probabilmente finirà per rappresentarne l'anello debole. Intendiamoci: non c'è nulla che non vada qui, se non la sensazione che cominci ad approfittarsi anche lui della facilità con cui può offrirci brani che trasudano sofferenza come Breakdown o la struggente We Disappear senza scivolare troppo nel melodrammatico.

E' ancora presto per bocciare un suo disco quando è comunque ispirato, sentito, e pieno di brani di interessanti come questo, ma il suo essere sopra la media sta pericolosamente iniziando ad essere sempre meno evidente.

giovedì 16 marzo 2017

TIFT MERRITT

Tift Merritt 
Stitch of the World
[Yep Roc/ Audioglobe 
2017]
www.tiftmerritt.com
File Under: Blondes have (no) more fun
di Nicola Gervasini (06/02/2017)
Recensendo Stitch Of The World, sesto album della texana Tift Merritt, il critico Mark Deming si è chiesto "ma come fa a non essere una star una come lei?". Effettivamente la sua notorietà e le sue vendite nel mondo della country-music americana (dove ancora esiste un mercato ricco e album definibili come bestseller) sono state da sempre alquanto inferiori al suo potenziale. Aveva la voce, le canzoni anche radio-friendly, un viso alquanto fotogenico, eppure qualcosa è andato storto fin da subito. La Lost Highway che la scoprì ne intuì il potenziale fin dall'esordio di Bramble Rose del 2002, ma decise che i riscontri commerciali del successivo Tambourine (una grande produzione, e ancora oggi un grande disco) non erano in linea con le aspettative, e così la scaricò brutalmente. Dal 2008 Tift ci ha riprovato prima con una accoppiata di dischi alquanto melodici per la Fantasy (Another Country e See You On The Moon), poi , sconfitta, si è accasata alla Yep a coltivare il suo pubblico di nicchia.

Stitch of The World continua quindi il percorso da country d'autore iniziato con il più che buono Travelling Alone nel 2012, sempre più rivolto alla lezione di Lucinda Williams, e sempre meno votato al voler diventare la Linda Ronstadt degli anni 2000. La produzione è messa nelle mani di Sam Beam (alias Iron&Wine), e in studio girano nomi come Marc Ribot, Eric Heywood e il batterista Jay Bellerose, band di gran livello e produzione che, contrariamente a quanto possiate pensare, la butta sul rigorosamente classico ed evita qualsivoglia stramberia da indie-folk anni zero. Tift ci mette un pugno di canzoni molto personali, scritte nel corso di anni travagliati (ha avuto una figlia a inizio 2016, ma il matrimonio è naufragato pochi mesi dopo), dove resta una vena melodica gentile e mai avventurosa, con melodie che cullano l'ascoltatore come Icarus o My Boat e country-ballad di fine fattura (la title-track o Hearthache Is An Uphill Climb).

Quello che però pare evidente è che stavolta manca qualcosa, forse il brano killer, forse quello che è rimasto nascosto sotto una patina di eccessivo formalismo e professionalità da parte della Merritt, ma anche della band, che sembra eseguire con grande precisione ma poco coraggio un compito più che risaputo. Il risultato è un disco che piace, ma non sfonda le porte dell'anima come seppe fare il suo predecessore, sia quando Tift prova a dare un po' di pepe al sound come in Proclamation Bones, sia quando duetta con Sam Beam in ballatone come Something Came Over Me, niente che Emmylou Harris non abbia già insegnato a fare più di trent'anni fa. Non bocciamo di certo Stitch Of The World, ha i suoi momenti notevoli (Wait For Me ad esempio), ma conferma i limiti di un'autrice che non è riuscita ad essere al 100% né una country-star, né un'autrice guida per le nuove generazioni.

giovedì 9 marzo 2017

MICHAEL CHAPMAN

Michael Chapman 
50
[Paradise of Bachelors/ Goodfellas 
2017]
www.michaelchapman.co.uk
File Under: I'm afraid of Americans 

di Nicola Gervasini (26/01/2017)
Nel 1973, all'indomani di due album acclamati dalla critica come nuove pietre miliari del cantautorato di marca brit-folk, il britannico Allan Taylor volò negli Stati Uniti per registrare The American Album, un disco concepito a Nashville con musicisti locali. Inutile dire che l'esito di consensi in patria fu disastroso, e che il povero Taylor dovette ritornare sui suoi passi tradizionali in gran fretta. Era quello un disco non perfetto forse, ma davvero lungimirante, perché da molto tempo la stessa strada pare essere battuta anche da molti suoi esimi colleghi. Pensate al Richard Thompson di Electric che si fa produrre sempre a Nashville da Buddy Miller, o pensiamo da oggi anche a questo 50 di Michael Chapman (il riferimento è agli anni di carriera da poco raggiunti).

Uno che nelle interviste, presentando il disco proprio come il personale "American Album", afferma che "da sempre ogni musicista inglese sogna di registrare in America con musicisti americani, esattamente come ogni americano vorrebbe fare un disco ad Abbey Road". 50 in verità è stato registrato in Inghilterra, ma ad aiutarlo in veste di produttore e musicista è stato il giovane yankee-folker Steve Gunn, che gli ha messo a disposizione una band di validi e giovani artisti della propria etichetta. Un tocco di vitalità per un vecchio folker dimenticato un po' da tutti, nonostante l'accoppiata di album Rainmaker (1969) e Fully Qualified Survivor (1970) sia dalle parti del capolavoro, e nonostante tutta la sua produzione degli anni Settanta sia assolutamente da riscoprire e alquanto vicina alla filosofia di John Martyn in termini di commistione di tradizione e suoni e melodie rock. Per chi volesse scoprire quanto sia stato un chitarrista acustico di primissimo livello possiamo consigliare il precedente Fish del 2015 (interamente strumentale) o la raccolta Trainsong: Guitar Compositions 1967-2010 che già segnalammo su queste pagine qualche anno fa.

Ma per chi oggi si esalta tanto per l'avvento di Ryley Walker (noi per primi, come potete evincere dai nostri Poll 2016) o dello stesso Steve Gunn, è obbligatorio provare ad ascoltare questo nuovo album. Composto da brani nuovissimi e da qualche ripescaggio dei suoi vecchi album rinfrescato per l'occasione, il disco offre un sound elettro-acustico che esalta alla perfezione la tecnica di Chapman, ma anche la sua voce, che col tempo ha acquisito ancora più profondità. L'intenzione è quella di dare una visione dell'America di oggi vista da oltremanica, dove anche un brano pessimista e apocalittico come Memphis In Winter (già pubblicato nel 1999 nell'album The Twisted Road) torna di straordinaria attualità, oppure la spietata analisi dei disastri della finanza di Money Trouble. Qui l'America che Trump vorrebbe salvare chiudendosi a riccio nella propria autarchia è una bomba già esplosa economicamente nel 2008, che nessuna amministrazione, buona o cattiva che sia, potrà salvare dal declino.

Una visione velata dello stesso ironico cinismo e sarcastico pessimismo del giovane Dylan che lui stesso cita apertamente nell'apertura di A Spanish Incident (Ramon and Durango). Felici che 50 riporti in auge un artista che ha ancora molto da insegnare; per sapere se poi ha davvero ragione su tutto, ne riparliamo magari fra quattro anni.

lunedì 6 marzo 2017

CARL BROEMEL

Carl Broemel 
4th of July
[
Stocks in Asia/ Goodfellas 
2017]
www.carlbroemel.com
File Under: My Morning Pedal Steel

di Nicola Gervasini (24/01/2017)
Il futuro dei My Morning Jacket è tutto da scrivere, con un Jim James impegnato a far decollare una carriera solista che non decolla, e una produzione ormai saltuaria che continua a scontentare un po' tutti. Aggregato alla band nel 2005 per riempire ulteriormente il suono dell'album Z, ormai lontano ultimo titolo davvero consigliabile del combo di Louisville, Carl Broemel è stato anche protagonista nei tre dischi successivi (Evil Urges del 2008, Circuital del 2011 e The Waterfall del 2015), garantendo al sound della band di non perdersi completamente nei modernismi cercati da James, grazie alle sue inconfondibili chitarre acustiche e pedal-steel.

Broemel nel frattempo si è mosso anche per conto suo, pubblicando già nel 2010 un album solista che dava seguito al suo esordio del 2004, pubblicato quando ancora militava in band minori come gli Old Pike. Ma è con questo 4th of July che in qualche modo cerca di rassicurare tutti sul fatto che finché c'è lui, i My Morning Jacket non perderanno mai quell'anima "roots" che tanto pesava nei loro esordi. Il disco infatti riunisce le anime di folk tradizionale (Sleepy Lagoon), gli sperimentalismi del gruppo (la lunga title-track) e una ispirazione da indie-folker (Snowflake) in un colpo solo. Interessante, se non fosse che al momento sull'argomento esistono "competitors" ben più incisivi come Ryley Walker o Steve Gunn, giusto per citarne due. Ma è indubbio che il disco serva a riconciliarsi anche con il mondo di Jim James, echeggiato e, se vogliamo, anche proprio imitato, nella bella ballata Landing Gear, che altro non è che il brano che tanto vorremmo risentire dai My Morning Jacket.

Nulla è perduto però, si sa che prima o poi gli artisti tornano sui loro passi, se scoprono che il loro peregrinare in cerca di nuove inspirazioni non sta portando a nulla. E questo 4th of July sarà qui per questo, a ricordare che magari si può ripartire anche da una "simple-silly-song" come In The Dark o anche solo dallo strumentale acustico tutto fingerpicking di Crawlspace per ricostruire quel fantastico "wall of sound" di Americana e psichedelìa varia che avevamo apprezzato ai tempi del monumentale live Okonokos del 2006, dove Broemel fungeva addirittura anche da sassofonista. Qui il sassofono lo tira fuori dalla custodia solo nella finale Best Of, un brano che ci riporta ai tempi di Al Stewart grazie ad un ritornello tenuamente "poppish" e un sound sinuoso e quasi radiofonico. Non basta a fare di 4th of July un disco davvero importante, ma è sufficiente per passare 40 minuti in compagnia di un ottimo musicista.

mercoledì 1 marzo 2017

DR JOHN

Autori Vari 
The Musical Mojo of Dr. John. Celebrating 
Mac and His Music
[Verve/ Universal 2016]

www.nitetripper.com

 File Under: The Night Tripper Celebration

di Nicola Gervasini (12/01/2017)


Il ritmo magari non è più quello di un tempo, ma in epoca di crepuscolo del classic-rock la moda dei tribute-records non sembra conoscere crisi. Il prode Malcolm John "Mac" Rebennack, a voi tutti noto come Dr John (nonostante lui a inizio carriera avrebbe volute essere ricordato come The Night Tripper), ancora non aveva goduto di un simile onore, e visto che nessuno sembrava muoversi in tal senso, si è auto-organizzato un concerto autocelebrativo. Peccato non certo veniale per un artista ormai fondamentale per la musica di New Orleans e non solo, ammesso alla Rock and Roll Hall of Fame nel 2011, e ancora artisticamente vivissimo, se è vero che in questi anni dieci ha prodotto titoli belli e moderni come Tribal (2010) e Locked Down (2012).

Più che di tributo quindi, possiamo parlare di riepilogo di una eredità che resterà sempre imponente. Prodotto e sponsorizzato dal CEO della sua agenzia artistica Keith Wortman (la Blackbird, a cui è stata affidata anche l'organizzazione del mega-tour EVENTO per i 40 anni di The Last Waltz della Band, in partenza proprio in questi giorni), il prodotto prevede due cd e il DVD (o BlueRay se preferite) della serata. Star dell'occasione sono un rispettoso Bruce Springsteen, che duetta con il Dottore in Right Place Wrong Time, un John Fogerty che paga il suo forte debito con la musica del Delta in New Orleans, ma anche altri personaggi della musica roots che hanno impreziosito il menu con splendide (complimenti alla Blow Wind Blow di Jason Isbell), o comunque azzeccate (Back by the River di Ryan Bingham) interpretazioni.

Per il resto la parata prevede un sacco di amici di sempre (i vari componenti della famiglia Neville, George Porter Jr, Irma Thomas, Big Chief Monk Boudreaux, Terence Blanchard e altri), evidenti ammiratori della sua arte come Chuck Leavell, Anders Osborne, Warren Haynes o i Widespread Panic, o presenze sempre gradite come la gran voce di Mavis Staples. Singolare però che la chiusura del concerto John abbia voluto Sarah Morrow, una giovane e avvenente trombonista che lo segue nei suoi due più riconosciuti classici, Such a Night e I Walked on Guilded Splinters. Facile che immaginiate quindi il livello alto della serata, a noi solo il compito di confermare che la registrazione è degna dell'artista "tributato" e soprattutto non si respira mai quell'aria di fastidiosa dovuta presenza per ragioni contrattuali che spesso attanaglia molti tribute-record REGISTRATIin studio.

Per il resto non sto neanche più a dire che spero il disco serva ad incuriosire qualcuno a riscoprire il catalogo del Dottore, uno che ha avuto in carriera alti imponenti e bassi comunque sempre accettabili: so benissimo che voi che comprerete questo album già conoscete le sue canzoni, mentre per i neofiti magari consiglio prima una buona ed esaustiva raccolta. Che il Voodoo ce lo conservi.

:: La scaletta

DISC 1
Right Place Wrong Time - Dr. John and Bruce Springsteen )
Blow Wind Blow - Jason Isbell
My Indian Red - Cyril Neville
Somebody Changed the Lock - Anders Osborne and Bill Kreutzmann
Please Send Me Someone to Love - Dr. John, Aaron Neville and Charles Neville
Junko Partner - George Porter Jr. and Zigaboo Modeliste
Since I Fell for You - Irma Thomas
Stack-A-Lee - Tab Benoit
Life - Allen Toussaint
Street People - Shannon McNally
Goodnight Irene - Dave Malone
Big Chief - Big Chief Monk Boudreaux

DISC 2
Familiar Reality - Widespread Panic
You Lie - Warren Haynes
Traveling Mood - Chuck Leavell
Back by the River - Ryan Bingham
Let's Make a Better World - John Boutté
Lay My Burden Down - Mavis Staples
New Orleans - John Fogerty
COME RAIN ORCome Shine - Dr. John and Terence Blanchard
I Walk on Guilded Splinters - Dr. John and Sarah Morrow
Such a Night - Dr. John and Sarah Morrow

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