martedì 9 dicembre 2014

RYAN ADAMS

Se la musica americana ha avuto una certa vitalità anche negli anni zero, molto lo si deve all’ex Whiskeytown Ryan Adams e alla sua disordinata (ma spesso altissima) produzione. Per contro la sua assenza (o perlomeno quella di un degno successore) potrebbe essere una delle cause del momento di stanca creativa del genere. Adams in verità non è mai scomparso, solamente ora le cose serie le ragiona con più calma. Ryan Adams (Pax-Am) ha il non–titolo tipico delle opere prime, un vezzo che spesso significa voglia di ripartire da zero, tre anni dopo l’apprezzabile ma involuto Ashes & Fire. Non sarà certo l’album che riaprirà una stagione di seguaci e imitatori, ma fin dall’apertura di Gimme Something Good si respira una sana aria da perfetto country-rock radiofonico. Adams non ha perso la capacità di emozionare con la voce e con la penna, ma qui ribadisce con forza la recente tendenza a cercare le facili vie del mainstream già evidenziate da Cardinology del 2007 (lui stesso cita il suo quasi omonimo Bryan Adams come ispirazione del momento). E così ritrova sia le sue classiche dolenti ballate (Wrecking Ball), sia l’epica del rock americano di marca springsteeniana (Shadows e Tired Of Giving Up), per assemblare un divertente quanto scontato car-record che segna la resa definitiva delle possibilità di evoluzione del genere. Ma se mai si dovesse ripartire per nuovi lidi, lui avrà perlomeno già scaldato il motore.


Nicola Gervasini

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