venerdì 7 novembre 2014

NATHAN BELL

NATHAN BELL
BLOOD LIKE A RIVER
American Family
***
Ogni tanto ci dimentichiamo del significato originario della parola folk. L’abbiniamo con facilità ad altre formule (folk-rock, indie-folk, siamo arrivati anche al folk-pop con i Lumineers), forse perché ormai i veri dischi folk sono sempre più rari e relegati ai bassifondi. Come quello di Nathan Bell, folksinger nella vera accezione del termine, che lo vede armato di sola chitarra inscenare quei telegiornali musicali tanto cari a Phil Ochs con una particolare propensione all’umanesimo dei poveri e dei dimenticati. Blood Like a River quindi, o, come diremmo noi, sangue a fiumi, quello che scorre nelle vene di racconti intimi e comunitari al tempo stesso. Esattamente quello che un folksinger dovrebbe sempre fare. Bell però ama dare una versione intima e personale del folk, non tanto negli schemi, che sono quelli della tradizione più roots-oriented alla Jack Hardy fino ad arrivare ai momenti più folkish di Greg Brown, quanto nei testi, piccoli diari di una vita (The Snowman) che si alternano a campionari umani da non dimenticare (Names). Nelle note di copertina la scrittrice Elissa Wald descrive l’importanza che la sua musica (fa riferimento soprattutto al suo album precedente Black Crow Blue del 2011) ha avuto sulla sua ispirazione, e definisce la sua musica come dei “Ritratti color seppia dei tipici caratteri americani”. Dal punto di vista musicale Bell non lascia scampo: il disco è stato scritto e registrato in trenta giorni in assoluta solitudine e senza ricorrere a cover acchiappa-appassionati, se non il fatto che Blue Kentucky Gone cita apertamente Blue Kentucky Girl di Emmylou Harris. Facile sarebbe quindi trovare Blood Like A River noioso, e sicuramente Bell non si è molto preoccupato di concedere qualche momento di svago in questi cinquanta minuti di words&Music, regalandoci un disco notturno che necessita attenzione, quel genere di cosa che nemmeno più gli appassionati di musica riescono a riservare ad un album nuovo. Ma è un disco che rifonda un modo solitario di fare musica americana che è anche più che antico, ma potrebbe poi essere il modo giusto per ripartire: dalle origini, dalla base di un modo di fare songwriting che resta prezioso.


Nicola Gervasini

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