lunedì 25 maggio 2009

SCOTT MILLER - For Crying Out Loud


06/05/2009
Rootshighway
VOTO: 7
A metà degli anni settanta il termine "blue-collar" ha rappresentato soprattutto la massa di neo-diplomati americani, tagliati fuori dal ricambio generazionale dell'occupazione a causa della crisi economica, e costretti ad arrangiarsi con lavori da manovali. Oggi l'espressione ha perso questa connotazione storica, anche perché oggi i neo-diplomati non trovano più posti da operaio, ma al massimo finiscono a dare risposte vaghe in qualche call-center o a pigiare tasti come programmatori in qualche software-house. Un senso che si è perso anche nella sua connotazione artistica, anche se la "blue-collar music" continua ad esistere come quel rock dei sogni, del "fun-time" e delle grandi emozioni che riescono anche solo per due ore a trasformare il più squallido pub di provincia nella Promised Land di springsteeniana memoria. A Scott Miller ancora oggi dobbiamo uno dei pochissimi grandi dischi del settore in questo nuovo secolo, quel Thus Always to Tyrants del 2001 che lo lanciava come nuova speranza del proletariato rock, dopo che il ragazzo aveva passato gli anni 90 sotto l'ala protettrice di Steve Earle a farsi le ossa con i V-Roys. Poi però i conti si fanno anche con il proprio limitato talento e con il grosso guaio che scrivere una blue-collar-rock-song è cosa semplice e alla portata di tutti, un'irresistibile tentazione ad accontentarsi di poco che ha portato Scott, così come un po' tutto il genere, ad una progressiva banalizzazione e stereotipizzazione. For Crying Out Loud arriva a tentar di far ri-decollare una carriera che si era già subito arenata con i deludenti Upside Downside (2003) e Citation (2006), e se non ci riesce pienamente, per lo meno ridona al personaggio una dignitosa collocazione nello scenario roots moderno. Modernità che ha costretto il povero Scott a stampare 1000 pre-release del disco (tutti venduti on-line e "on-stage" con il bel titolo Appalachian Refugee) per finanziare la pubblicazione della versione definitiva, ma che almeno porta nelle nostre case un lavoro frizzante come si richiede al personaggio. Come stile siamo sempre dalle parti di Joe Gruschecky, con forse meno smog del New Jersey nei polmoni (anche se l'apertura di Cheap Ain't Cheap o Iron Gate escono da lì) e più voglie di ruralità nashvilliane (la debole versione di I Can't Dance di Tom T.Hall, il delizioso duetto I'm Right Here My Love con Patty Griffin, la bucolica danza acustica di Let You Down). In più qualche piacevole variazione sul tema, come il ben riuscito Mississippi-blues di Sin In Indiana, la trascinante cover Wildcat Whistle degli Taoist Cowboys (garage-band del Tennessee di vent'anni fa) o il tumultuoso strumentale Feel So Fair to Midland che introduce al bellissimo finale bluesy Double Indemnity. Luci (le schitarrate rock di Claire Marie) e ombre (routine come Heart in Harm's Way) fanno di For Crying Out Loud un gradevole disco da sottobosco rock senza troppe pretese. (Nicola Gervasini)



2 commenti:

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