lunedì 4 maggio 2009

BOB DYLAN IN 6 DISCHI

Film TV 27 Aprile 2009


The Freewheelin’ Bob Dylan
(Columbia, 1963)

Il mito Bob Dylan nasce con la foto di un giovane folk singer che non rinuncia ad un giubbotto evidentemente troppo leggero, e con una via innevata del Greenwich Village, culla del folk di New York. Disco ancora non perfetto, ma fondamentale per rappresentare il primo Dylan. Blowin’ In The Wind è il suo primo manifesto, Masters Of War il vademecum di come si scrive una canzone intelligente ed inferocita, mentre A Hard Rain’s A-Gonna Fall rimarrà uno dei suoi inarrivabili capolavori lirici.

Highway 61 Revisited
(Columbia, 1965)

Non è stato Highway 61 Revisited a raccontare l’America, ma l’America ad adattarsi e diventare come Dylan l’aveva qui descritta. Il mito qui è la strada, quella che Dylan percorre come Kerouac scrivendo un’opera epocale che è anche il suo primo disco interamente elettrico, stilisticamente il punto di svolta cruciale su cui poggia ancora oggi tutta la musica americana. L’attacco d’organo di Like A Rolling Stone è l’incipit più imitato di sempre, il Mr. Jones di Ballad Of A Thin Man il personaggio più famoso uscito dalla sua penna.

Blonde On Blonde
(Columbia, 1966)

Ci voleva uno dei primi album doppi della storia per raccontare Dylan e il rapporto con le sue donne. La sua maestria nel descrivere l’universo femminile genera Just Like A Woman, i sogni di Visions Of Johanna e la dedica alla sua prima moglie di Sad-Eyed Lady Of The Lowlands. Il disco più perfetto e completo della sua carriera, e forse di tutta la storia musicale americana, viene concepito a Nashville, un tradimento alla sua New York che rappresenta anche l’epitaffio a tutta la grande stagione del folk.

Blood On The Tracks
(Columbia, 1975)

“Queste canzoni parlano dei miei genitori”. Jakob Dylan, leader dei Wallflowers, ci ha provato a sciogliere una delle discussioni tra dylanologi più accese e senza soluzione. Dylan prova la vita familiare, ma il matrimonio con Sara ne esce distrutto. Il sangue sulle rotaie è quello versato per la fine di una relazione, e ancora oggi migliaia di nuovi folk-singer provano senza mai riuscirci a rilasciare una così totale e struggente confessione delle proprie debolezze. Seminale, quanto umanamente insostenibile.

Desire
(Columbia, 1976)

Desire è l’album più cinematografico di Dylan, con una potenziale sceneggiatura nascosta in ogni brano. Hurricane un film lo è poi diventato veramente, con la storia del processo al pugile Rubin Carter, mentre l’epopea di un gangster raccontata in Joey, il fuorilegge in fuga di Romance In Durango, la catastrofe naturale di Black Diamond Bay e le romanze epiche di Isis e One More Cup Of Coffee attendono ancora il regista giusto. Il disco e relativa tournee più belli sotto il profilo musicale.


Oh Mercy
(Columbia, 1989)

Creare un nuovo mito nel 1989 a 27 anni dall’esordio sembrava impossibile, e Oh Mercy per esserlo ha dovuto aspettare che il suo autore ne narrasse la genesi nel libro autobiografico Chronicles. Il blocco creativo della seconda metà degli anni ’80 si tramuta in fiume in piena di nuove grandi canzoni, grazie alla magia di New Orleans e ai mille litigi con il produttore Daniel Lanois. Troppo genio in una stanza sola, tanto che l’attrito produrrà nel 1997 Time Out Of Mind, un secondo capitolo altrettanto vibrante.

(Nicola Gervasini)

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