sabato 23 maggio 2009

THE DEEP DARK WOODS - Winter Hours


Buscadero,
Maggio 2009

VOTO: 7


Molto volentieri vi introduciamo nel mondo dei Deep Dark Woods, ultimo grido in fatto di band rurali provenienti dal Canada, zona tradizionalmente ad alta densità di grandi musicisti. Loro vengono da Saskatoon, la cosiddetta ”Bridge City”, per i suoi tanti ponti che scavalcano le placide acque del fiume Saskatchewan, e il ritmo delle acque è lo stesso della loro musica. Un country che oscilla tra reminiscenze dei Blue Rodeo e gli oscuri presagi di un certo dark-country di marca statunitense. Winter Hours è il loro terzo disco, dopo quel Hang Me, Oh Hang Me di due anni fa che fu ben accolto nel settore, ed è un manifesto di tutte le nuove tendenze del country-rock moderno, fatto con il gusto di una band che non ama pensare in grande e si accontenta del proprio giro di appassionati. Ryan Boldt, cantante e autore del gruppo, dimostra di avere un orecchio attento e a largo raggio, se è vero che riesce a passare dall’elettrico heartland rock di Three Time Loser, al country tutto ritmo e violini di Nancy, dalla sofferta apertura di Farewell, che potrebbe appartenere al Bonnie Prince Billy recente, alla ballata alt-country “vorremmo-essere-come-gli-Uncle-Tupelo” All The Money I Had Is Gone. Il sound è piuttosto omogeneo, la varietà arriva nella struttura delle canzoni: quando Boldt lascia il timone di canto e songwriting al bassista Chris Mason, costui tira fuori dal cilindro la lunga The Birds On The Bridge, uno di quei folk sognanti e onirici che per qualcuno potrebbe richiamare i Fleet Foxes, mentre probabilmente rappresenta un omaggio ai conterranei Great Lake Swimmers. Altra ispirazione invece arriva quando i quattro (Burke Barlow e Lucas Goetz sono gli altri due membri) costruiscono coralmente la simpatica Polly, nata direttamente in studio durante le registrazioni. La musica dei Deep Dark Woods non inventa nulla, ma segue le regole di un genere tenendo il passo con molto mestiere e facendosi venire raramente il fiatone. E così l’epica ballata da country gotico As I Roved Out reggerebbe bene il confronto con un numero simile offerto dai ben più scafati Willard Grant Conspiracy, e sulla stessa strada corre The Gallows, che appare però come una stanca ripetizione dello stesso schema melodico. C’è spazio anche per rovistare nel grande scatolone della tradizione americana e pescare When First Into This Country, traditional reso in maniera scarna ed essenziale. L’album si chiude con la title-track, sofferta ballata acustica che si aggira dalle parti del country indolente di Mark Olson, mentre gli ultimi 8 minuti di The Sun Never Shines ci trascinano in una lenta improvvisazione alla Neil Young, un doveroso omaggio finale al connazionale più illustre. Prodotto da Steve Dawson negli studi Factory di Vancvouver, Winter Hours è un disco che consigliamo agli appassionati di un suono “americana” vecchio stampo. E chissà mai che un giorno queste piccoli produzioni indipendenti non riescano a rilanciare e riportare in alto un genere a noi caro. (Nicola Gervasini)

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